L’Italia digitale al 25° posto in Europa

27 febbraio 2016

internet

Lo stato di salute digitale dell’Italia non è buono, tutt’altro. Fra i Paesi dell’Unione europea, analizzando l’indice sintetico Desi (digital economy and society index), anche per il 2015, come del resto già avvenuto l’anno passato, l’Italia è al 25° posto e precede solamente la Grecia, la Bulgaria e la Romania. Risulta essere, però, tra i Paesi “catching up”, cioè tra quelli, con un punteggio inferiore alla media, ma con tassi di crescita maggiore, rispetto all’anno precedente, insieme a Lituania, Spagna, Croazia, Romania e Slovenia. Un buon risultato, quest’ultimo, ma che si potrebbe così commentare “e ci mancherebbe…”, considerando la situazione di partenza.

Ai primi posti Danimarca, Olanda e Svezia.

Il valore medio Ue dell’indice è pari a 0,519 e il valore dell’Italia è 0,404 (la Danimarca ha un valore di 0,685).

Il Desi è appunto un indice sintetico, ottenuto considerando vari indicatori.

Ed esaminando i vari indicatori, l’Italia ha valori inferiori alla media in due terzi dei casi.

Ad esempio, il 76,4% dei cittadini Ue usa internet regolarmente (almeno una volta a settimana), mentre solo il 63,4% degli italiani lo fanno.

Gli abbonamenti in banda larga sul totale sono in media il 30%, mentre in Italia sono il 5,4%.

Se si esamina esclusivamente il posto in classifica, per la connettività l’Italia è al 27° posto, all’ultimo posto per sottoscrizioni di abbonamenti in banda larga fissa, al 25° per quanto riguarda la percentuale di italiani che usano internet,

Il peggiore risultato dell’Italia riguarda la propensione ad usare servizi digitali, nei quali è ricompresa anche la lettura delle news,  sempre all’ultimo posto. Nello studio in questione si parla, per il nostro Paese, di scarso uso o comunque di scarsa fiducia quando si tratta di fare transazioni on line, soprattutto, o interagire con gli altri.

Anche per quanto concerne l’e-shopping, il commercio elettronico, seppure in crescita, l’Italia è al 25° posto.

Questi risultati non stupiscono, se si rileva, come ha fatto Riccardo Luna nel commentarli, che:

“L’ambizioso piano per la banda ultralarga, presentato esattamente un anno fa, è stato per mesi in elaborazione per valutare tra le altre cose il ruolo di Enel, e solo qualche giorno fa ha ottenuto il via libera delle Regioni; con il quasi certo ok di Bruxelles, ad aprile partiranno i primi bandi con l’obiettivo, ancora possibile, di portare la banda ultralarga a tutti gli italiani nel 2020. Da questo punto di vista il 2015 è stata una estenuante melina…

Sul fronte delle competenze digitali, il progetto della Rai di Gubitosi, di far partire una striscia quotidiana e popolare in prima serata per invogliare gli italiani ad usare la rete, è stato cancellato quando ad agosto si è insediato il nuovo vertice Rai…

Infine i servizi pubblici, il progetto Italia login, con il Pin unico del cittadino (lo Spid), l’anagrafe unica, i pagamenti digitali eccetera. Tutte cose importanti, rivoluzionarie e annunciate un anno fa e che, come per la banda larga, ci è voluto un anno per mettere a terra…”.

In conclusione, nel nostro Paese, anche in questo settore, ci si dovrà impegnare molto, con pochi annunci e numerose realizzazioni concrete, se si vorrà che l’Italia, relativamente all’indice Desi, nei prossimi anni raggiunga un valore quanto meno uguale a quello medio per i Paesi dell’Unione europea, i quali, occorre aggiungere, sono contraddistinti da risultati considerevolmente inferiori a quelli ottenuti dagli Usa, dal Giappone e dalla Corea del Sud.

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Rapporto di Amnesty International: per tutti i Sacco e Vanzetti del mondo

25 febbraio 2016

In occasione della presentazione del rapporto annuale di Amnesty International sulla situazione dei diritti umani nel 2015, la sezione italiana di Amnesty ha diffuso un video in cui Roberto Saviano, ricordando la vicenda degli anarchici italiani Sacco e Vanzetti, rileva la necessità di impegnarsi per la difesa dei diritti umani. E che vi sia la necessità in tutto il mondo, e anche in Italia, di impegnarsi a fondo per la difesa dei diritti umani lo dimostrano i contenuti del rapporto di Amnesty International.

Infatti secondo Amnesty, nel complesso, nel 2015, vi è stato un netto peggioramento della situazione dei diritti umani.

Nel comunicato emesso dalla sezione italiana, si legge infatti: “In molte parti del mondo, un notevole numero di rifugiati si è messo in cammino per sfuggire a conflitti e repressione.

La tortura e altri maltrattamenti da un lato e la mancata tutela dei diritti sessuali e riproduttivi dall’altro sono stati due grandi fonti di preoccupazione.

La sorveglianza da parte dei governi e la cultura dell’impunità hanno continuato a negare a molte persone i loro diritti”.

E che vi siano problemi anche in Italia lo dimostra la parte del rapporto dedicata al nostro Paese.

Infatti secondo Amnesty International, in Italia, nel 2015:

“Tra gennaio e aprile è stato registrato un aumento vertiginoso del numero di morti tra i rifugiati e i migranti che cercavano di raggiungere l’Italia via mare dall’Africa del Nord.

I decessi sono diminuiti dopo che i governi europei hanno dispiegato risorse navali per salvare vite umane in alto mare. Ha destato preoccupazione l’implementazione di un sistema comunitario concordato per controllare gli arrivi, il cosiddetto ‘approccio hotspot’.

E’perdurata la discriminazione contro i rom, con migliaia di persone segregate in campi monoetnici.

L’Italia non ha introdotto il reato di tortura nella legislazione nazionale né ha creato un’istituzione nazionale indipendente per i diritti umani né ha garantito il riconoscimento giuridico delle coppie formate da persone dello stesso sesso”.

Sarebbe necessario, pertanto, che il governo italiano dichiarasse cosa intende fare per affrontare i problemi sollevati da Amnesty International.

Lo farà?

E’ lecito dubitare.

Attendo comunque fiducioso.


Verità per Giulio Regeni

23 febbraio 2016

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Amnesty International Italia, insieme al giornale “La Repubblica”, ha lanciato la campagna “Verità per Giulio Regeni”, per non permettere che l’omicidio del giovane ricercatore italiano finisca per essere dimenticato, per essere catalogato tra le tante “inchieste in corso” o peggio, per essere collocato nel passato da una “versione ufficiale” del governo del Cairo.

In una nota diffusa dalla sezione italiana di Amnesty International di può leggere, tra l’altro:

“Qualsiasi esito distante da una verità accertata e riconosciuta in modo indipendente, da raggiungere anche col prezioso contributo delle donne e degli uomini che in Egitto provano ancora a occuparsi di diritti umani, nonostante la forte repressione cui sono sottoposti, deve essere respinto.

Sarebbe importante che ‘Verità per Giulio Regeni’ diventasse la richiesta di tanti enti locali, dei principali comuni italiani, delle università e di altri luoghi di cultura del nostro Paese ai quali chiediamo di esporre lo striscione predisposto per questa campagna, o comunque un simbolo che chieda a tutti l’impegno per avere la verità sulla morte di Giulio.

Lo dobbiamo alla sua famiglia, ai suoi amici e colleghi che da ogni parte del mondo chiedono solidarietà”.

Del resto Amnesty Italia si era già pronunciata sul caso Regeni, scrivendo al ministro degli Affari esteri Paolo Gentiloni e all’amministratore delegato di Eni spa, Claudio Descalzi, per chiedere a entrambi di fare quanto nei loro rispettivi poteri e possibilità per sollecitare le autorità egiziane a svolgere un’inchiesta approfondita, rapida e indipendente sull’omicidio di Giulio Regeni

Nelle due lettere, Amnesty International Italia espresse l’auspicio che tanto la Farnesina attraverso l’ambasciata italiana al Cairo quanto Eni spa, in virtù della sua presenza nel Paese e degli accordi commerciali tra l’Italia e l’Egitto, utilizzino i loro rispettivi canali per spingere le autorità egiziane a chiarire al più presto le circostanze dell’omicidio di Giulio Regeni e ad accertarne le responsabilità.

Inoltre appena avuto notizia del ritrovamento del corpo di Giulio Regeni, il direttore generale di Amnesty Italia Gianni Rufini dichiarò che Amnesty esprimeva profonda solidarietà ai familiari di Giulio Regeni, che la Farnesina doveva sollecitare il governo egiziano a chiarire al più presto le modalità di questo drammatico episodio, poichè ci si aspettava da parte delle autorità egiziane un’inchiesta approfondita, rapida e indipendente.

Infatti, si sottolineava come la tortura in Egitto fosse un fatto comune e ordinario e che Regini fosse scomparso in un giorno di particolare tensione, il 25 gennaio, quinto anniversario della rivolta che portò alla caduta di Hosni Mubarak.

Io spero che sulla vicenda di Giulio Regeni si riesca a sapere la verità.

Non sarà certo facile.

E’ stata positiva la recente dichiarazione di Matteo Renzi, nella quale ha esplicitato l’impegno del governo perché siano individuati i responsabili dell’omicidio di Giulio Regeni.

Ma alle parole devono seguire i fatti e il governo deve fare di tutto affinchè le autorità egiziane accertino la verità.

E lo faranno solo se saranno, in qualche modo, costrette a farlo.


A 10 anni dalla morte di Piergiorgio Welby il Parlamento deve approvare una legge sull’eutanasia

20 febbraio 2016

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Il 20 dicembre del 2006 moriva Piergiorgio Welby, affetto da una grave distrofia muscolare, aiutato a morire dal medico anestesista Mario Riccio. Welby si impegnò per il riconoscimento legale del diritto al rifiuto dell’accanimento terapeutico e per il diritto all’eutanasia. E nel settembre del 2006 inviò una lettera aperta all’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano chiedendo appunto il riconoscimento del diritto all’eutanasia. Napolitano rispose auspicando un confronto politico sulla questione sollevata da Welby.

Mi sembra necessario ricordare che il vicario generale per la diocesi di Roma, Camillo Ruini, impedì che si tenessero i funerali religiosi, richiesti dalla moglie Mina, presso la chiesa in piazza Don Bosco a Roma, nel quartiere Tuscolano.

Nonostante l’auspicio di Napolitano, negli anni successivi un confronto politico sulla legalizzazione dell’eutanasia non c’è stato.

In Parlamento non si è nemmeno iniziato a discutere un disegno di legge che consentisse il ricorso all’eutanasia in Italia.

E pertanto l’associazione Luca Coscioni, di cui Welby fu co-presidente, promosse una raccolta di firme, che ebbe successo, per un disegno di legge di iniziativa popolare sull’eutanasia.

Tale disegno di legge fu depositato in Parlamento nel novembre del 2012 ma fino ad ora non è mai stato esaminato.

Sembra che nel mese di marzo in Parlamento si inizierà a discutere della possibilità di prevedere nell’ordinamento giuridico italiano il diritto all’eutanasia.

Questo è il testo del disegno di legge di iniziativa popolare:

Articolo 1

Ogni cittadino può rifiutare l’inizio o la prosecuzione di trattamenti sanitari, nonché ogni tipo di  trattamento di sostegno vitale e/o terapia nutrizionale. Il personale medico e sanitario è tenuto a rispettare la volontà del paziente ove essa:

1) provenga da soggetto maggiorenne;

2) provenga da un soggetto che non si trova in condizioni, anche temporanee, di incapacità di intendere e di volere, salvo quanto previsto dal successivo articolo 3;

3) sia manifestata inequivocabilmente dall’interessato o, in caso di incapacità sopravvenuta, anche temporanea dello stesso, da persona precedentemente nominata, con atto scritto con firma autenticata dall’ufficiale di anagrafe del comune di residenza o domicilio, “fiduciario per la manifestazione delle volontà di cura”.

Articolo 2

Il personale medico e  sanitario che non rispetti la volontà manifestata dai soggetti e nei modi indicati nell’articolo precedente è tenuto, in aggiunta ad ogni altra conseguenza penale o civile ravvisabile nei fatti, al risarcimento del danno, morale e materiale, provocato dal suo comportamento.

Articolo 3

Le disposizioni degli articoli 575, 579, 580 e 593 del codice penale non si applicano al medico ed al personale sanitario che abbiano praticato trattamenti eutanasici, provocando la morte del paziente, qualora ricorrano le seguenti condizioni:

1) la richiesta provenga dal paziente, sia attuale e sia inequivocabilmente accertata;

2) il paziente sia maggiorenne;

3) il paziente non si trovi in stato, neppure temporaneo, di incapacità di intendere e di volere, salvo quanto previsto dal successivo articolo 4;

4) i parenti entro il secondo grado e il coniuge con il consenso del paziente siano stati informati della richiesta e, con il consenso del paziente, abbiano avuto modo di colloquiare con lo stesso;

5) la richiesta sia motivata dal fatto che il paziente è affetto da una malattia produttiva di gravi sofferenze, inguaribile o con prognosi infausta inferiore a diciotto mesi;

6) il paziente sia stato congruamente ed adeguatamente informato delle sue condizioni e di tutte le possibili alternative terapeutiche e prevedibili sviluppi clinici ed abbia discusso di ciò con il medico;

7) il trattamento eutanasico rispetti la dignità del paziente e non provochi allo stesso sofferenze fisiche. Il rispetto delle condizioni predette deve essere attestato dal medico per iscritto e confermato dal responsabile della struttura sanitaria ove sarà praticato il trattamento eutanasico .

Articolo 4

Ogni persona può stilare un atto scritto, con firma autenticata dall’ufficiale di anagrafe del comune di residenza o domicilio, con il quale chiede l’applicazione dell’eutanasia per il caso in cui egli successivamente venga a trovarsi nelle condizioni previste dall’art. 3, comma 5 e sia incapace di intendere e volere o manifestare la propria volontà, nominando contemporaneamente, nel modo indicato dall’art. 1, un fiduciario, perché confermi la richiesta, ricorrendone le condizioni.

La richiesta di applicazione dell’eutanasia deve essere chiara ed inequivoca e non può essere soggetta a condizioni. Essa deve essere accompagnata, a pena di inammissibilità, da un’autodichiarazione, con la quale il richiedente attesti di essersi adeguatamente documentato in ordine ai profili sanitari, etici ed umani ad essa relativi.

Altrettanto chiara ed inequivoca, nonché espressa per iscritto, deve essere la conferma del fiduciario.

Ove tali condizioni, unitamente al disposto di cui al precedente art. 3, comma 7 siano rispettate,  non si applicano al medico ed al personale sanitario che abbiano attuato tecniche di eutanasia, provocando la morte le paziente, le disposizioni degli articoli 575, 579, 580 e 593.

 

Io spero che questo disegno di legge sia approvato dal Parlamento proprio nell’anno in cui ricorre il decimo anniversario della morte di Piergiorgio Welby.

E, quanto meno, sia approvato un disegno di legge, anche diverso da quello in precedenza riportato, che renda legale, a certe condizioni, il diritto all’eutanasia.

Non sarà facile.

Vi saranno forte pressioni da parte della componente più conservatrice del mondo cattolico, che però dovranno essere superate.

Infatti non ci si deve dimenticare che quello italiano è uno Stato laico o, meglio, dovrebbe esserlo.


Lo stop alle unioni civili è una vergogna

18 febbraio 2016

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E’ proprio una vergogna l’aver interrotto l’iter di approvazione del disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili, per l’improvvisa opposizione dei grillini al cosiddetto emendamento “canguro” che avrebbe impedito di esaminare il numero esorbitante di emendamenti presentati soprattutto dalla Lega. Quanto avvenuto rappresenta infatti il disinteresse di parti consistenti del sistema politico italiano di fronte ad importanti esigenze che emergono, da tempo, nella società italiana.

Sono ormai 20 anni che si attende una regolamentazione delle convivenze che peraltro non interessano solamente, come molti pensano, gli omosessuali ma anche le coppie etero.

Diverse istituzioni internazionali hanno espresso un giudizio fortemente negativo sul fatto che in Italia non siano ancora riconosciuti sacrosanti diritti di cui dovrebbero godere le coppie che convivono.

E molti partiti cosa fanno?

Semplicemente per mettere in difficoltà Renzi assumono comportamenti ondivaghi, quali quelli che hanno contraddistinto soprattutto, in questo caso, il movimento 5 stelle, che è passato da una condivisione piena dei contenuti del disegno di legge Cirinnà, a una parziale condivisione, o più precisamente all’attribuzione della libertà di coscienza ai propri senatori, prima su tutti gli articoli del disegno di legge, poi su quello che consente la “stepchild adoption”, cioè l’adozione da parte di uno dei due componenti delle future unioni dei figli dell’altro componente.

Obiettivi che non hanno nulla a che fare con i contenuti del disegno di legge Cirinna sono perseguiti anche dai parlamentari alfaniani e da una parte degli stessi senatori e deputati del Pd, quelli definiti “cattodem”.

Costoro sono interessati a non alienarsi le simpatie dei vertici dei vescovi italiani e di quella parte, la più conservatrice, dei cattolici che si riconoscono nelle loro posizioni.

E a questo punto non posso che rilevare un’altra vergogna che la vicenda ha evidenziato: il tentativo di una componente della Chiesa italiana di influenzare decisioni che spettano al Parlamento, una vera e propria ingerenza politica, inaccettabile, se si considera che lo Stato italiano è, o almeno dovrebbe essere,  uno Stato laico.

Peraltro una vergogna ancora più grande è rappresentata dal fatto che molti parlamentari si siano fatti influenzare da queste pressioni del cattolicesimo nostrano.

Alcuni osservatori hanno accusato Renzi di non avere mediato politicamente tra le varie posizioni manifestatesi in Parlamento e di essere stato troppo intransigente nel voler far approvare il disegno di legge Cirinnà senza modifiche sostanziali.

Ma in questo caso Renzi ha avuto ragione: la politica è sì,anche, mediazione, ma certi principi vanno rispettati e non accantonati.

Si può sostenere legittimamente che Renzi, su altre vicende, si sia dimostrato tutt’altro che intransigente e disponibile al compromesso di basso livello.

Ma sul disegno di legge Cirinnà si è comportato, fino ad ora, diversamente e di questo gli va dato atto.

Quindi se alla ripresa dell’esame da parte del Senato del disegno di legge in questione, tra una settimana, molti parlamentari continueranno in un atteggiamento che non può che essere definito ostruzionistico, tendente di fatto a non far approvare quel disegno di legge, si sarà persa un’altra occasione per rendere il sistema politico maggiormente in sintonia nei confronti di componenti importanti della società italiana.


Bambini, anziani e disabili maltrattati: le cause e le proposte

16 febbraio 2016

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Recentemente i mass media hanno riferito di diverse violenze perpetrate ai danni di bambini, anziani e disabili, quindi a persone fragili. Quanto avvenuto ha destato, giustamente, un diffuso stupore e un’altrettanto notevole indignazione. Ma sarebbe necessario da un lato comprendere il più possibile le motivazioni alla base di tali violenze e dall’altro lato elaborare delle proposte efficaci per contrastarle.

Per quanto riguarda le cause, può essere utile riportare una parte delle dichiarazioni, pubblicate su www.redattoresociale.it, da don Vinicio Albanesi, presidente della comunità di Capodarco.

Don Vinicio ha tra l’altro rilevato: “L’arroganza di chi sa che la persona offesa non può riferire ciò che soffre, perché non è in grado di raccontare.

Da qui la ‘libertà’ di essere violenti. Solo dopo mesi infatti si scoprono le umiliazioni che bambini, anziani, disabili hanno subito. Né tutto viene sempre scoperto.

Un’arroganza che ha radici profonde di chi si sente forte, superiore e soprattutto senza controlli. Una specie di ‘potenza frustrata’ che si scatena su quanti non possono reagire.

Né si tratta di persone dall’equilibrio psichico instabile: sono persone invece solamente arroganti e crudeli. A ben riflettere questi comportamenti ricordano la ferocia di molti furti nelle case contro persone indifese o abitanti in case solitarie”.

Ha poi aggiunto don Vinicio: “La seconda radice è il disprezzo nei confronti di chi si assiste perché, alla fin fine, i destinatari dei servizi sono considerati senza stima e senza futuro.

L’assistente disprezza lui stesso il lavoro che svolge, diventando oltre che persecutore vittima di un’occupazione che non ama e che probabilmente non ha scelto. Né la cosiddetta professionalità riesce a risollevare la ‘pochezza’ del lavoro svolto, perché spesso accettato in mancanza di meglio”.

E Albanesi così ha proseguito: “Accompagnare persone fragili esige un grande equilibrio e un’elevata preparazione professionale: ma non sono sufficienti. E’ necessario aver acquisito il rispetto della persona in  qualsiasi condizione essa si trovi.

Le difficoltà delle relazioni, la fatica delle intemperanze, la dissociazione non possono essere né annullate, né spiegate. Possono essere solo gestite: con rispetto e amore.

Purtroppo la cultura dominante non aiuta questo processo: ogni giovane in cerca di occupazione chiede un posto chic, ben pagato, professionalmente esaltante: fare l’assistente non ha nessuna di queste caratteristiche.

Né la risposta delle istituzioni riesce a garantire dignità, risorse, accompagnamento per dare qualità a chi non è in grado di gestire autonomamente la propria vita”.

E in questo modo ha terminato: “Una riflessione seria che non può fermarsi allo sdegno momentaneo che la cronaca nera suscita, ma che deve far riflettere sullo stile di vita corrente, rivedendo alcuni canoni di comportamento: l’arroganza e il disprezzo  sono purtroppo alimentate e non combattute”.

Sempre in un articolo pubblicato su www.redattoresociale.it sono contenute alcune proposte evidenziate in questi giorni.

Innanzitutto l’introduzione di telecamere. E’ forse la reazione più “di pancia” e riflette, in un certo modo, il sentire più “popolare”.

Ma è stata prevista anche da un disegno di legge, presentato alla Camera un anno e mezzo fa.

La previsione, poi, di un’aggravante per reati commessi nelle strutture assistenziali.

E’ la proposta rilanciata dal ministro Beatrice Lorenzin durante la conferenza stampa sul caso di Grottaferrata.

In un disegno di legge presentato dalla stessa Lorenzin, fermo da due anni in Senato, si prevede infatti l’aggravante per chi commette reati all’interno delle strutture socio-sanitarie, aumentando di un terzo la pena per gli autori di gesti senza dubbio ripugnanti.

Strutture aperte alle famiglie e albo degli educatori professionali, sono le due idee lanciate da Roberto Speziale, presidente nazionale di Anffas, durante una trasmissione condotta da Gianluca Nicoletti.

Meno strutture, più domiciliarità e accanto a queste proposte, tutte piuttosto circoscritte e tese a migliorare, ma non a eliminare, le strutture esistenti, c’è la posizione radicale di chi invece – limitatamente alla disabilità – ritiene che siano le strutture stesse a dover essere superate, in favore di un sostegno alla domiciliarità che tuttora, in Italia, manca.

A mio avviso, per quanto riguarda le cause, mi sembra piuttosto interessante la considerazione conclusiva di don Vinicio Albanesi, la consapevolezza che l’arroganza e il disprezzo, attualmente, sono alimentate e non combattute, nel nostro Paese.

Considerazione che io condivido, anche se implica, in termini di interventi per contrastare quelle violenze, la necessità di cambiare dei comportamenti che sono piuttosto diffusi nell’ambito della società italiana.

E cambiare questi comportamenti non è né facile né realizzabile in tempi brevi.

Ma ci si deve porre il problema, perché il problema esiste e non può essere trascurato.

Relativamente alle proposte, alcune di esse sono in contrasto fra di loro.

Io credo che sia indispensabile, comunque, un riflessione approfondita sui contenuti di tale proposte, tutte comunque degne di attenzione, affinchè si attuino interventi concreti volti a combattere quelle violenze.

Stare fermi non si può, non è sufficiente, tutt’altro, stupirsi e indignarsi.


Sanremo e padre Pio segnali del declino culturale degli italiani?

14 febbraio 2016

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Il noto filosofo Umberto Galimberti, in una trasmissione televisiva, ha sostenuto che il pubblico che vede le diverse serate del festival di Sanremo coincide con le persone che seguono Padre Pio. E poi ha aggiunto che, in entrambi i casi, si tratta di fenomeni di massa sulle cose scadenti dell’esistenza.

Ha ragione Galimberti?

Inizio con il festival di Sanremo. E’ più semplice.

Indubbiamente, sono ormai diverse edizioni che la qualità artistica delle canzoni presentate a Sanremo è, tranne rare eccezioni, appunto scadente.

Il festival è diventato un happening televisivo, visto sì da 10 milioni di italiani, un numero elevato, che peraltro, non lo si deve dimenticare, rappresentano una minoranza, sebbene consistente, dell’intera popolazione.

Del resto a partire soprattutto dagli anni ’80 si è assistito ad un progressivo scadimento della qualità delle trasmissioni televisive, in primo luogo con il forte sviluppo delle reti private di proprietà di Mediaset, che ha contribuito al declino culturale che ha interessato componenti rilevanti della società italiana.

Passando a padre Pio, si può fare riferimento ad un articolo di don Aldo Antonelli, pubblicato su www.huffingtonpost.it, nella parte in cui vengono riportati tre episodi della vita di padre Pio contenuti nel libro, scritto da Sergio Luzzatto, “Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento”.

“1911-1913. Dopo essere stato ordinato sacerdote, il giovane fra’ Pio passa quasi tutto il tempo nella sua casa di Pietrelcina, perché malanni non meglio precisati gli rendono impossibile la vita in convento. E da casa sua scrive lettere ai suoi direttori spirituali, fra’ Benedetto e padre Agostino, entrambi di San Marco in Lamis. Lettere nelle quali descrive con trasporto il suo travaglio spirituale, le sue estasi, il suo rapporto personale con Cristo. Ma le lettere sono copiate, per la precisione riprese parola per parola dell’epistolario di Gemma Galgani, una donna di Lucca che aveva ricevuto le stimmate nel 1899, e il cui libro era tra le letture del giovane frate.

15 agosto 1920. San Giovanni Rotondo. Un’automobile esce dal convento dei cappuccini per giungere nella piazza principale del paese. A bordo padre Pio, acclamato dalla folla. Giunto in piazza, il frate benedice la bandiera dei reduci, che nella zona hanno organizzato le prime squadre fasciste. Due mesi dopo, in quella stessa piazza, undici contadini socialisti saranno massacrati dai soldati. All’indomani dell’eccidio, il frate accoglierà con grande cordialità nel suo convento Giuseppe Caradonna, figura di primo piano del nascente fascismo in Capitanata.

1921. Il Santo Uffizio manda a San Giovanni Rotondo monsignor Raffaele Carlo Rossi, per interrogare il frate. Tra le altre cose, monsignor Rossi gli chiede conto di una certa sostanza da lui ordinata in gran segreto in una farmacia locale, che poteva servire a procurare le stimmate. Il frate si difende sostenendo che intendeva usarla per fare uno scherzo ai confratelli, mischiandola al tabacco in modo da farli starnutire”.

E Antonio Vigilante così commentò quei tre episodi: “Il profilo che emerge è quello di un fascista un po’ imbroglione, privo di qualsiasi spessore umano e culturale”.

Del resto Padre Gemelli, il fondatore dell’Università cattolica di Milano, in una relazione dopo una sua visita di ispezione definì  padre Pio “autolesionista, imbroglione, psicopatico”.

Pertanto la presenza di un numero molto consistente di persone che hanno seguito l’arrivo della salma di Padre Pio a Roma e che hanno partecipato alle diverse iniziative organizzate in Vaticano, può essere interpretata anche come un’ulteriore manifestazione del livello culturale non proprio molto elevato che contraddistingue settori abbastanza consistenti della popolazione italiana.

Con tali considerazioni non si intendono formulare giudizi fortemente negativi sui comportamenti e sugli orientamenti culturali di una parte piuttosto rilevante degli italiani.

Si vuole soltanto prendere atto di una situazione che caratterizza, attualmente, la società italiana e che l’ha contraddistinta anche in passato.

Altrimenti, a mio avviso, non si spiegano, ad esempio, i notevoli consensi elettorali, del tutto legittimi ovviamente, ottenuti da Berlusconi ed anche, inoltre, i consensi che riesce ad avere Salvini, pur se, in entrambi i casi, ci sono ulteriori, e non secondari, motivi che hanno determinato tali consensi, attribuibili a quanti non sono stati in grado di fornire reali, convincenti  e credibili alternative agli orientamenti politici e culturali dei personaggi a cui ho appena fatto riferimento.