Forte aumento dei casi di cancro ai polmoni nelle donne

31 marzo 2015

Secondo quanto rilevato nel rapporto Osservasalute, relativo al 2014, un’approfondita analisi dello stato di salute della popolazione e della qualità dell’assistenza sanitaria nelle regioni italiane, realizzato dall’Università Cattolica di Roma, tra il 2000 e il 2013 si è verificato un notevole aumento, il 18%, dei casi di cancro ai polmoni nelle donne. Il fenomeno è legato agli effetti del fumo tra le donne che hanno iniziato a fumare negli anni’70. L’incidenza sugli uomini è invece in calo, per la progressiva diminuzione dei fumatori maschi.

I dati forniti nel rapporto sono molti e di notevole interesse.

In questo post mi limito ad esaminare quelli riguardanti la diffusione dei tumori.

Sono aumentati soprattutto i tumori prevenibili.

Infatti, se l’aumento della prevalenza di malattie croniche, legata all’invecchiamento della popolazione, è una prospettiva futura, assai allarmante è il quadro odierno proposto dal rapporto che riferisce di un preoccupante aumento dei nuovi casi di tumori prevenibili.

Tra le donne, i nuovi casi di tumore al polmone, tra il 2003 e il 2013, sono aumentati del 17,7% (tra gli uomini l’incidenza si riduce del 23,3% nello stesso periodo), e i nuovi casi di tumore alla mammella hanno registrato un incremento del 10,5%.

Tra gli uomini l’incidenza del tumore al colon retto, nello stesso periodo, è aumentata del 6,5%.

L’aumento dei casi di tumore al polmone tra le donne è imputabile al fatto che cominciamo a manifestarsi gli effetti del fumo sul sesso femminile, ovvero si ammalano le donne che hanno iniziato a fumare negli anni ’70.

Questi sono segnali molto preoccupanti che testimoniano con forza l’esigenza di investire in prevenzione, soprattutto se si considera che, laddove questa attività è stata svolta si sono ottenuti risultati molto positivi. Infatti, il numero di nuovi casi del tumore alla cervice uterina, nel decennio considerato, è risultato essere in forte diminuzione (-33,3%).

Il ritardo del nostro Paese su questo fronte e il deficit di risorse destinate alla prevenzione rischiano di far vacillare la salute degli italiani.

Pertanto mi sembra evidente che sia indispensabile accrescere considerevolmente le risorse finanziarie destinate alla prevenzione dei tumori.

Almeno in questo caso non hanno alcuna validità le giuste preoccupazioni circa la necessità di contenere il disavanzo delle pubbliche amministrazioni.

Annunci

Gli immigrati e gli italiani tutti buoni o tutti cattivi?

29 marzo 2015

Spesso gli immigrati extracomunitari si rendono responsabili di reati anche molto gravi. Recentemente a Terni un marocchino ubriaco ha ucciso un giovane senza alcun motivo. E i comportanti delinquenziali di singoli immigrati determinano, abbastanza frequentemente, attacchi indiscriminati nei confronti di tutti gli stranieri che per vari motivi sono presenti nel nostro Paese.

Considerazioni di buon senso dovrebbero dimostrare chiaramente l’inconsistenza di questi attacchi indiscriminati.

Ad esempio, non tutti gli immigrati si rendono responsabili di reati, anche meno gravi rispetto agli omicidi, come ad esempio i furti, reati che, comunque, destano giustamente preoccupazione fra i cittadini italiani.

Anche gli italiani si rendono responsabili di reati molto gravi. E’ sufficiente citare gli italiani autori dei cosiddetti femminicidi, che spesso si verificano all’interno delle famiglie.

Poi, le mafie, che imperversano non solo nelle regioni meridionali ma ormai in tutto il territorio italiano, sono composte solo da italiani.

Inoltre, non è affatto dimostrato che la percentuale degli stranieri che compiono reati sul totale degli stranieri che abitano in Italia sia superiore alla percentuale degli italiani, che si comportano nello stesso modo, sulla popolazione italiana complessiva.

Certo, spesso si è sottovalutato il rischio che gli immigrati potessero compiere dei reati, anche in seguito a un “buonismo” ingiustificato. Infatti è evidente che non tutti gli immigrati sono “buoni”. Ma anche gli italiani non sono tutti “buoni”.

Il problema della sicurezza nelle città italiane è un problema senza dubbio molto importante e molto sentito e non deve essere sottovalutato. E spesso invece viene sottovalutato.

Ma occorre essere consapevoli che a determinarlo sono sia gli stranieri che gli italiani.

Le considerazioni che ho formulato sembrano appunto considerazioni di buon senso. Quindi dovrebbero essere ampiamente condivisibili.

E invece?

Invece, spesso, vengono sopravvalutati i reati compiuti dagli immigrati ed essi determinano attacchi, critiche, paure, che si rivolgono alla totalità degli stranieri che abitano in Italia.

Ma è necessario ragionare, utilizzare anche il buon senso e concludere che non tutti gli immigrati sono “cattivi”, come del resto non tutti gli italiani sono “cattivi” e che non è vero che gli italiani siano più “cattivi” degli immigrati.


Il presidente dell’Anas Ciucci come Incalza?

26 marzo 2015

Pietro Ciucci è attualmente presidente e amministratore delegato dell’Anas. Fino all’estate del 2013 è stato anche direttore generale. Uno e trino. E’ ai vertici dell’Anas dal 2006. Dal 1987 è entrato nell’Iri, ricoprendo diversi incarichi. In precedenza è stato alle dipendenze per circa 20 anni della società Autostrade.

Quindi Ciucci è stato ed è un vero “boiardo” di Stato, secondo la felice denominazione creata da Scalfari e Turani, in un libro che ebbe molto successo.

E ai vertici dell’Anas Ciucci è stato alle “dipendenze” di vari governi, di segno politico diverso.

Da molti anni è il vero e proprio “dominus” dell’Anas. Ha concentrato su di sé poteri molto ampi, proprio perché per un certo periodo è stato contemporaneamente presidente, amministratore delegato e direttore generale.

Non credo proprio che ci sia stato in passato un dirigente pubblico che abbia ricoperto contemporaneamente tutti e tre gli incarichi.

Nelle società private, ma anche in quelle pubbliche, generalmente, tre persone diverse ricoprono quegli incarichi. Talvolta un solo dirigente è sia amministratore delegato che direttore generale.

Ciucci invece è riuscito a ottenere quello che altri non hanno ottenuto e ciò ha comportato, ovviamente, anche un aumento considerevole della sua remunerazione complessiva.

Inoltre, e questo è veramente scandaloso, Ciucci quando ha deciso di licenziare se stesso dall’incarico di direttore generale, poiché non si è dato il necessario preavviso, ha ricevuto dall’Anas una buonuscita pari a oltre 1 milione e 800.000 euro.

Se ci fosse stato il preavviso la sua buonuscita sarebbe stata inferiore, di circa 800.000 euro. Bazzecole…

A parte questo, Ciucci continua a fare il brutto e il cattivo tempo, ai vertici dell’Anas.

Quindi per il ruolo che da anni ha svolto, e che svolge anche ora, all’interno dell’Anas, Ciucci può essere messo sullo stesso piano di Ercole Incalza il quale, per molti anni e sotto vari governi, è stato il “dominus” incontrastato del ministero dei Trasporti.

Staremo a vedere se, come avvenuto nel caso di Incalza, anche Ciucci sarà indagato per eventuali comportamenti illeciti da lui realizzati.

Al di la di questo, sarebbe necessario, considerando anche che ha quasi raggiunto i 65 anni di età, sostituire Ciucci e nominare ai vertici dell’Anas persone più giovani, anche esterne all’azienda.

Fino ad ora nemmeno Renzi che ha cambiato diversi dirigenti pubblici, ai massimi livelli di enti e società, ci è riuscito.

Ci riuscirà nei prossimi mesi? O Ciucci è davvero inamovibile?


Gli italiani, un popolo di raccomandati

24 marzo 2015

Circa 4,2 milioni di cittadini sarebbero ricorsi a una raccomandazione o all’aiuto di un parente, amico e conoscente, per ottenere un’autorizzazione o accelerare una pratica della pubblica amministrazione. E 800.000 avrebbero fatto un regalo a dirigenti pubblici per avere in cambio un favore. E’ quanto emerge dai principali risultati della ricerca “La composizione sociale dopo la crisi”, realizzata dal Censis.

Come commentare questi dati?

E’ necessaria, però, una premessa iniziale. Non sono convinto che quei dati corrispondano, con precisione, alla realtà.

Infatti, probabilmente, sono il frutto di un’indagine campionaria che, per essere attendibile, dovrebbe rispettare certi criteri, tra i quali quello di utilizzare un campione sufficientemente ampio e rappresentativo dell’“universo” che si vuole analizzare, in questo caso l’intera popolazione italiana.

Supponiamo quindi che quei dati siano attendibili, anche perché corrispondono a quanto possiamo verificare quotidianamente.

Quei dati possono essere valutati in due modi.

In Italia moltissime sono le persone che sono disponibili a utilizzare le raccomandazioni affinchè una pratica possa essere accelerata.

Oppure, in molti settori della pubblica amministrazione se non si ricorre alle raccomandazioni l’iter di una pratica diviene, volutamente, tortuoso e lungo.

Io credo che entrambe le valutazioni siano valide.

Non c’è dubbio che molti dipendenti della pubblica amministrazione di fatto impongano l’utilizzo di raccomandazioni, per trarne dei vantaggi personali, di vario genere. Ed è altrettanto evidente che sia necessario punire quei dipendenti e modificare radicalmente questi inaccettabili metodi di funzionamento della pubblica amministrazione.

Io però vorrei soffermarmi sull’altra valutazione che ho esposto.

Ci sono molti italiani che cercano “scorciatoie” illecite, per accelerare una pratica, o per raggiungere obiettivi più importanti, come l’ottenimento di un lavoro per se stessi o per i loro figli.

E, soprattutto in questo caso, le raccomandazioni sono rivolte non solo verso chi opera nella pubblica amministrazione, soprattutto a livello politico, ma anche nei confronti dei rappresentanti delle aziende private, quando queste ultime sono intenzionate ad assumere nuovo personale.

Non a caso diversi studiosi hanno rilevato che in Italia prevale, da molti anni, il cosiddetto “familismo amorale”, cioè la tendenza ad aiutare in tutti i modi i componenti della propria famiglia, anche in modi illeciti.

Quindi, per essere più chiari, l’ex ministro Lupi non è il solo, ovviamente, che ha aiutato il proprio figlio a trovare un lavoro, raccomandandolo.

Ma c’è un esercito di italiani che, quanto meno, tentano di fare lo stesso, di raccomandare i propri figli o se stessi, perché no, per trovare un lavoro o per raggiungere altri obiettivi.

Certo se ci fosse una pubblica amministrazione o un settore privato in cui fossero bandite le raccomandazioni, l’esercito di italiani che provano ad utilizzare le raccomandazioni si ridurrebbe, forse, ad una pattuglia.

Ma sarebbe opportuno, anche dal punto di vista etico, che si riducesse considerevolmente il numero di italiani che chiedono di essere raccomandati.

Pertanto, sarebbe necessario che il senso civico degli italiani si accrescesse considerevolmente.

Ma, per il momento, il nostro senso civico è poco sviluppato e ciò, peraltro, si manifesta anche in altri comportamenti, diversi da quelli che si traducono nella ricerca di raccomandazioni.

E anche in questo caso ci sono numerosi studi che testimoniano che, da molti anni, il senso civico degli italiani è decisamente insufficiente, per usare un eufemismo.

Sarebbe necessaria una vera e propria rivoluzione culturale, per la cui realizzazione sono inevitabili tempi molto lunghi.

A me sembra, però, che noi non intendiamo nemmeno iniziarla questa rivoluzione culturale.

 


20 anni di Libera con don Luigi Ciotti

22 marzo 2015

Si è svolta il 21 marzo, a Bologna, la ventesima edizione della giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie, promossa dall’associazione Libera, presieduta e fondata da don Luigi Ciotti. Ma l’edizione di quest’anno ha assunto un significato particolare. Infatti nel 2015 Libera compie 20 anni. Fu fondata infatti il 25 marzo del 1995.

Ho ritenuto opportuno, per individuare le motivazioni alla base della nascita di Libera, riportare alcune dichiarazioni di don Ciotti, pronunciate in un seminario svoltosi presso l’università statale di Milano.

Don Ciotti ha affermato: “C’era la necessità di fare di più, essere più presenti e vicini in certi territori, non lasciare mai più solo chi era in prima linea nella lotta alle mafie. Era necessario far prendere coscienza all’intero Paese, che non poteva più soltanto commuoversi, doveva muoversi”.

Don Luigi ha poi così proseguito: “All’anagrafe, Libera nasce il 25 marzo 1995, ma dopo le stragi del 1992 era già tutto chiaro.

Cosa potevamo fare concretamente? Scegliemmo come prima cosa di star vicini ai familiari delle vittime, persone che ancora oggi avrebbero l’autorità per scegliere una data della memoria, il 21 marzo, mentre certi politici si oppongono.

Raccogliemmo, poi, la lezione di Nino Caponnetto, secondo cui la scuola spaventa la mafia più della giustizia, iniziando ad andare negli istituti, nelle università come avviene anche oggi”.

E don Ciotti ha poi rilevato: “Il terzo sogno era quello di Pio La Torre, la famosa legge Rognoni-La Torre sulla confisca e il riuso sociale dei beni sottratti ai mafiosi.

Volevamo iniziare la raccolta firme a Corleone, la stessa Corleone dove si erano incontrati Pio La Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa, ma non fu possibile.

Tornammo dopo pochi mesi e riuscimmo finalmente a far firmare la nostra proposta di legge, poi divenuta realtà, grazie all’aiuto di persone straordinarie come Saveria Antiochia”.

E gli obiettivi futuri?

Così li ha indicati sempre don Ciotti: “Una lotta dura e infida percorre l’Italia. Una lotta che, come nessun’altra, deciderà della sua storia, delle sue forme economiche e civili, della sua democrazia. E’ quella tra lo stato di diritto e la criminalità mafiosa.

E’ in atto una guerra invisibile alla carta universale dei diritti umani e alla nostra Costituzione.

Niente sarà più come prima, la povertà sempre più diffusa è un effetto della cattiva politica, ma la cattiva politica non è altro che complicità morale delle mafie.

Una politica senza coraggio è gestione del consenso. L’Italia non può più permetterselo, c’è una Liberazione da completare.

Va sconfitta la piattezza culturale, il cinismo. Dobbiamo unirci, rinforzare il ‘noi’.

Non è, dopo 20 anni, una strada facile, ma è l’unica percorribile”.


Ma chi comanda? I funzionari o i ministri?

18 marzo 2015

La vicenda che vede coinvolto, insieme a molti altri, il dirigente ministeriale Ercole Incalza, è stata generalmente considerata come l’ennesimo fenomeno di corruzione che ha interessato la pubblica amministrazione italiana. E’ stato trascurato un altro aspetto, però. La vicenda dimostra, ancora una volta, che nei ministeri ci sono dei dirigenti, inamovibili o quasi, che hanno ricoperto il proprio ruolo in molti governi, anche di segno politico diverso, il cui potere è davvero notevole, eccessivo.

Ed è quindi legittimo porsi una domanda: il loro potere è stato maggiore di quello dei vari ministri che si sono succeduti?

Indubbiamente è un fatto positivo che i vertici dei ministeri non siano sempre modificati, con il cambiare dei governi.

In altri Paesi è in vigore il cosiddetto “spoil system”, un sistema in seguito al quale quando cambia un governo, cambia l’intera struttura di vertice dei ministeri che, in quel caso, diventa di esclusiva nomina politica. E in un Paese come l’Italia lo “spoil system” potrebbe produrre degli effetti negativi di notevolissimo rilievo.

Ma non si deve nemmeno cadere nell’errore opposto e cioè l’esistenza di un certo numero di funzionari ministeriali, appunto inamovibili, che assumono su di sé un potere eccessivo, senza il cui apporto i ministri potrebbero fare ben poco.

Tale situazione non solo favorisce il verificarsi di fenomeni di corruzione ma può anche incidere negativamente sulla qualità dell’azione amministrativa.

Restano ai vertici dei ministeri determinati funzionari non tanto per le loro competenze, ma per il potere che hanno accumulato negli anni e che, oggettivamente, condizionano, in misura eccessiva, l’attività amministrativa, ostacolando inoltre i cambiamenti, anche quando sarebbero indispensabili.

Sarebbe quindi necessario contrastare tale situazione, impedendo fra l’altro che gli stessi dirigenti ricoprano lo stesso ruolo per molti anni e favorendo invece il loro trasferimento in altri ministeri, ad esempio.

Io non credo, lo ribadisco, che si debba promuovere un sistema del tutto opposto a quello attualmente esistente, lo “spoil system” già citato, perché in questo caso il potere dei politici diventerebbe eccessivo, soprattutto in Italia.

Ma ripeto, è da valutare altrettanto negativamente la situazione che spesso si è verificata e si verifica, e cioè la presenza di una “casta” – non la si può definire diversamente – di alti burocrati, inamovibile e dotata di un potere anch’esso eccessivo.

Peraltro il sistema prevalente oggi, in Italia, va giudicato negativamente, anche perché non esiste, nel nostro Paese, diversamente da quanto avviene altrove, ad esempio in Francia, una burocrazia molto qualificata, che dia ampie garanzie di competenza e di onestà.


Perchè sono in crisi i pronto soccorso?

17 marzo 2015

I pronto soccorso degli ospedali sono spesso in crisi. O meglio sono in crisi i pazienti che vi si rivolgono. Soprattutto nelle città più grandi, quanti si rivolgono ai pronto soccorso sono costretti a sopportare lunghe attese, prevalentemente prima di essere ricoverati nei reparti.

Le cause che determinano questa situazione sono esaminate in un articolo pubblicato su www.quotidianosanita.it.

Innanzitutto è bene precisare che, diversamente da quanto si potrebbe pensare, gli accessi ai pronto soccorso sono in calo.

E allora?

Tre sono i motivi principali che causano i problemi dei pronto soccorso.

Nell’articolo citato si può leggere:

“Prima di tutto la progressiva riduzione della dotazione di posti letto in corsia (- 71.000 dal 2000 a oggi, ai quali si aggiungeranno altri 3.000 posti letto che saranno tagliati a seguito dei nuovi standard del Patto per la salute), che ha drasticamente ridotto la possibilità di assorbire i ricoveri d’emergenza non programmati come sono quelli provenienti dai pronto soccorso.

Poi il blocco del turn over per il personale, che impedisce il ricambio generazionale (quasi 24.000 unità in meno nel servizio sanitario nazionale dal 2009 ad oggi), con carichi di lavoro sempre più pesanti che si ripercuotono ovviamente di più nell’attività dei pronto soccorso.

E infine, nonostante i progressi, l’ancora zoppicante riforma dell’assistenza  territoriale dalla quale ci si aspettava un “filtro” dell’emergenza con la possibilità di gestire a domicilio o in strutture ambulatoriali le piccole emergenze, riducendo così gli accessi ai pronto soccorso ospedalieri, soprattutto quelli “impropri” che sono ancora il 30% del totale”.

A tutto ciò si deve aggiungere che l’attribuzione all’influenza della responsabilità del caos dei pronto soccorso non è supportata da alcun dato epidemiologico.

Le cause che determinano i problemi dei pronto soccorso rappresentano la dimostrazione più evidente che, anche nel settore della sanità, non è stata realizzata un’efficace politica di “spending review”, di revisione della spesa cioè.

Solo tagli indiscriminati e invece insufficiente eliminazione degli sprechi.

Sono state diminuite quindi anche spese indispensabili.

E, fino ad ora, anche il governo Renzi non sembra che stia portando avanti una politica di revisione della spesa pubblica veramente incisiva.

Troppi gli interessi coinvolti, che non si vogliono colpire.

E’ sufficiente citare le cosiddette società partecipate degli enti locali: il loro numero è eccessivo come del resto il loro personale.

Negli ultimi anni, gli enti locali hanno potuto effettuare, direttamente, poche assunzioni.

Ma gli amministratori locali, soprattutto per motivi clientelari, generalmente, hanno provveduto ad assumere molte persone tramite appunto le società partecipate.

Più facile effettuare tagli indiscriminati alla sanità pubblica ed, infatti, è solo un esempio, lo ribadisco, i governi non hanno provveduto a ridurre il numero delle società partecipate.