Wwf, stop al carbone

27 settembre 2017

Si è svolta a Roma una manifestazione, promossa dal Wwf, per chiedere la chiusura delle centrali a carbone entro il 2025, in vista della pubblicazione, prevista per le prossime settimane, da parte del Governo, della strategia energetica nazionale, con la quale si deciderà la politica energetica dell’Italia per almeno i prossimi 20 anni.

La richiesta del Wwf si basa su un dossier, realizzato dalla stessa associazione, denominato “Carbone: un ritorno al passato inutile e pericoloso”.

Mi sembra opportuno riportare alcune parti del sommario di questo dossier.

“L’attuale sistema energetico mondiale si regge sull’uso dei combustibili fossili: petrolio, carbone e gas naturale, che nel mix energetico mondiale, pesano per oltre l’81%. Si tratta di risorse preziose ma limitate e assai inquinanti che la Terra ha custodito per decine o centinaia di milioni di anni e che l’uomo, nell’ultimo secolo, sta estraendo e utilizzando a ritmi assolutamente insostenibili.

In poco più di un secolo i consumi energetici sono aumentati di quasi 14 volte e, secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia (Iea), questa crescita dovrebbe proseguire nei prossimi decenni, ma la disponibilità di fonti fossili è limitata.

Petrolio, gas e carbone si sono venuti a creare in specifiche condizioni geologiche e queste non si ripetono con tanta facilità, soprattutto non in tempi compatibili con gli attuali ritmi di prelievo.

Dalla combustione delle fonti fossili si libera circa il 90% del carbonio che si sta accumulando nell’atmosfera terrestre e che è responsabile dell’alterazione del clima e del conseguente riscaldamento globale, come evidenzia un’imponente mole di studi e ricerche.

Tra tutte le fonti fossili, il carbone rappresenta proprio la principale fonte di emissioni di gas serra: nel 2014, il 46% della CO2, corrispondente a circa 14,9 miliardi di tonnellate, è stata originata proprio dalla combustione del carbone…

Attualmente in Italia sono in funzione 11 centrali a carbone, assai diverse per potenza installata e anche per tecnologia impiegata. Questi impianti nel 2015 hanno contribuito a soddisfare il 13,2% del consumo interno lordo di energia elettrica con circa 43.201 GWh.

A fronte di questi dati, tutto sommato abbastanza modesti, gli impianti a carbone hanno prodotto quasi 39 milioni di tonnellate di CO2 corrispondenti a ben oltre il 40% di tutte le emissioni del sistema elettrico nazionale.

Il carbone usato da questi impianti è sostanzialmente tutto d’importazione, dal momento che il nostro Paese non dispone di risorse carbonifere adeguate allo sfruttamento, sia in termini quantitativi sia qualitativi…

L’uso del carbone non solo rappresenta la principale minaccia per il clima del pianeta ma è anche una delle maggiori fonti d’inquinamento con impatti assai gravi sulla salute di persone, organismi viventi ed ecosistemi. E’ noto, infatti, come dai processi di combustione si liberino numerose sostanze tossiche, alcune bioaccumulabili, altre cancerogene…

Si tratta di elementi da tenere in grande considerazione quando si orientano le scelte energetiche internazionali o anche di un singolo Paese. Soprattutto quando quel Paese non dispone di adeguate riserve di combustibili fossili…

Le stesse riserve di carbone, seppur maggiori rispetto a quella di altri combustibili fossili, sono comunque limitate e localizzate, aspetto che riduce la sicurezza negli approvvigionamenti e che rende i prezzi destinati inesorabilmente ad aumentare mano a mano che si riduce la disponibilità del minerale.

L’Italia nel 2015, con una potenza installata di 116.955 MW, a fronte di una punta massima assoluta della domanda di 60.491 MW, continua ad avere una sovra capacità di produzione di energia elettrica tale da costringere le centrali a funzionare a scartamento ridotto e, quindi, non ha bisogno di investire in nuovi impianti a carbone, ma farebbe meglio a puntare su un diverso modello energetico incentrato sul risparmio, l’efficienza e le fonti rinnovabili, partendo dalla generazione distribuita in piccoli impianti alimentati sempre più da energie rinnovabili allacciate a reti intelligenti (Smartgrids) integrate con efficaci sistemi di accumulo.

Il modello fondato su grandi centrali e lo sfruttamento dei combustibili fossili è già entrato in crisi, il tentativo di perpetuarlo attraverso impianti che usano il vecchio combustibile che promosse la rivoluzione industriale, ma ha causato (e causa tuttora) enormi problemi ambientali è antistorico e sottopone la collettività a rischi e costi inammissibili e duraturi.

La pigrizia imprenditoriale e le rendite di posizione non possono e non devono essere più premiate: la transizione verso il nuovo modello energetico e la nuova economia è iniziata.

Speriamo che il Paese sappia prendere la strada giusta abbandonando sia gli eventuali progetti di nuovi impianti a carbone sia chiudendo le centrali a carbone ancora in attività, iniziando da quelle più vecchie e dannose”.

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Save the Children, i quattro mostri che tolgono la pace ai bambini

24 settembre 2017

In occasione della recente giornata internazionale della pace, Save the Children, con un comunicato, ha voluto ricordare i milioni di bambini che ogni giorno rischiano di non conoscerla mai. La pace è una condizione data da elementi sociali, relazionali e politici e, nella vita di milioni di bambini, sono molti i fattori e le situazioni che rischiano di lederla drammaticamente e irreversibilmente.

E secondo Save the Children sono però soprattutto quattro le cause, definite mostri, che fanno sì che milioni di bambini rischino ogni giorno di non conoscere mai la pace.

“La guerra

L’infanzia dovrebbe essere una soltanto, per ogni bambino, in ogni luogo. Purtroppo non è così e sono tantissimi quelli costretti a diventare adulti troppo presto, perché nascono e crescono in zone di guerra. Ci sono bambini siriani, ad esempio, che ci hanno raccontato che ‘vorrebbero morire per andare in paradiso per trovare cibo e calore’.

Alcuni non hanno mai conosciuto la pace, ad altri è stata tolta con l’infanzia stessa. Sono infatti almeno 3 milioni i bambini che hanno oggi sei anni e non hanno mai conosciuto altro che la guerra e quelli che hanno meno di 12 hanno passato già la metà della loro vita in una condizione di continuo imminente pericolo. Molti di loro soffrono di incubi notturni e hanno difficoltà ad addormentarsi per il terrore di non svegliarsi più. Altri hanno visto i propri cari morire e hanno provato più dolore di quanto ognuno di noi possa sopportare.

La povertà

Sono 570 milioni i bambini che vivono in condizioni di estrema povertà nel mondo e 750 milioni sono vittime di deprivazioni di vario tipo. La povertà tra i minori è uno dei fenomeni centrali del nostro tempo ed è molto più pervasiva di quanto si creda. Rischia di creare gravi danni al futuro di centinaia di milioni di bambini e della nostra intera società.

I bambini poveri non possono conoscere pace, perché a causa del circolo vizioso che la povertà stessa genera, si ritroveranno a dover lavorare, a doversi sposare troppo presto per garantire il proprio sostentamento e quello della famiglia, le bambine a diventare madri troppo precocemente e la maggior parte di loro non potranno studiare rimanendo così esposti a rischi di esclusione sociale, economica e a disuguaglianze politiche ed istituzionali.

La malnutrizione

Nel mondo sono 156 i milioni di bambini che soffrono di problemi di crescita a causa della malnutrizione. La malnutrizione cronica nei primi 1000 giorni di vita può avere effetti irreversibili sulla crescita e mettere i bambini nelle condizioni di dover affrontare difficoltà nell’educazione e nel lavoro.

Questo tipo di malnutrizione ritarda la crescita del bambino mettendolo in una condizione di svantaggio per il resto della sua vita, rallentando il suo andamento a scuola e diminuendo la propria produttività in età adulta portandolo ad un guadagno minore e ad un più alto rischio di malnutrizione rispetto ad un bambino ben nutrito. Per le bambine, la malnutrizione cronica nei primi anni di vita può avere delle conseguenze sui neonati che daranno alla luce, i quali avranno maggiori possibilità di nascere sottopeso ed essere malnutriti durante gli anni di crescita, avviando così un circolo vizioso destinato a non finire e che priverà i bambini di una vita dignitosa e pacifica.

La mancanza di educazione

Il diritto all’educazione è la premessa fondamentale per lo sviluppo e la stabilità dell’individuo ed è lo strumento più valido per combattere povertà, emarginazione e sfruttamento. 263 milioni di bambini nel mondo non frequentano la scuola: più di 1 bambino su 6 in età scolare. Garantire il diritto all’educazione, significa dare la possibilità di superare le condizioni di svantaggio. Attraverso un’educazione adeguata i bambini possono crescere, formarsi e scegliere cosa diventare favorendo così lo sviluppo della propria comunità e del proprio paese. Grazie a una buona istruzione potranno contribuire a superare conflitti, povertà, fame, per costruire un mondo di pace”.

E, conclude Save the Children, è importante ricordare che è solo lottando contro questi mostri che milioni di bambini potranno ritrovare la pace perduta o mai avuta.


I vestiti alla moda? La maggior parte finisce nei rifiuti

20 settembre 2017

In occasione della settimana della moda a Milano, Greenpeace ha pubblicato il rapporto “Fashion at the crossroads” per denunciare il consumo eccessivo di materiale tessile. Per questo motivo l’industria della moda deve mettere un freno alla produzione.

Su www.redattoresociale.it ci si è occupati di questo rapporto.

L’industria della moda deve “mettere un freno” alla produzione e “allungare la vita dei capi d’abbigliamento”. Non basta il riciclo, occorre ridurre la quantità di rifiuti.

Questa è una delle principali conclusioni a cui si perviene con il rapporto citato.

Viene sottolineato inoltre  che “il consumo eccessivo di prodotti tessili è il problema ambientale più grande da affrontare”.

Non solo. “La promozione del mito della circolarità, secondo cui gli indumenti possono essere riciclati all’infinito, sarebbe addirittura controproducente perché potrebbe incentivare un consumo privo di sensi di colpa”.

Secondo Greenpeace “nei Paesi in cui il consumismo eccessivo è predominante, la stragrande maggioranza degli abiti a fine vita viene smaltito insieme ai rifiuti domestici finendo nelle discariche o negli inceneritori. E’ questo ad esempio il destino per più dell’80% degli indumenti gettati via nell’Ue”.

Nel rapporto vengono proposti anche modelli alternativi di produzione, già esistenti.

Sono 12 i passi che l’industria della moda, in particolare i grandi marchi, dovrebbe compiere per ridurre il suo impatto negativo sulla Terra.

Possono essere sintetizzati in quattro parole: rallentare, impatto, circolarità e sistema.

“Rallentare” significa che la produzione deve utilizzare meno materiale tessile nuovo e allungare il ciclo di vita degli abiti. Per fare questo deve contribuire a “porre fine all’accumulo di vestiti negli armadi delle persone” sviluppando servizi di riparazione, condivisione e leasing di abiti e rivendita degli usati. E poi smettere di incentivare col marketing e la pubblicità l’attuale modello di consumo basato sull’usa-e-getta tipico del fast fashion.

Per “ridurre l’impatto” l’industria della moda dovrebbe impiegare più cotone biologico e certificato “fairtrade” e meno fibre sintetiche come il poliestere e in generale derivanti dal petrolio.

La “circolarità” richiederebbe alla aziende di adottare strategie di produzione che curino tutto il ciclo di vita di un abito, quindi anche la sua raccolta e il suo riciclo.

Inoltre andrebbe incentivato l’utilizzo delle fibre riciclate rispetto alle fibre vergini.

E’ il “sistema” di produzione e promozione che dovrebbe insomma cambiare e diventare sempre più trasparente.

“I grandi marchi dovrebbero assumere il ruolo di leader per fare in modo che la trasparenza e la tracciabilità delle filiere diventi la norma per tutti” mentre ai governi spetta il compito di incentivare sistemi di produzione e commercio più virtuosi.


Gli ambientalisti contro le fonti energetiche rinnovabili

17 settembre 2017

In teoria gli ambientalisti dovrebbero essere a favore delle fonti energetiche rinnovabili. In Italia in realtà, sempre più spesso, nascono comitati locali contro quelle fonti. O contro gli impianti a biomasse, o contro le centrali geotermiche, o contro l’eolico o contro il fotovoltaico. Tale situazione mi sembra del tutto paradossale.

Infatti nel nostro Paese vi è l’estrema necessità di accrescere notevolmente l’utilizzo di energie rinnovabili sia per ridurre l’impatto ambientale negativo causato dalle fonti tradizionali sia per motivi economici e politici, tra i quali l’obiettivo di diminuire la dipendenza dell’Italia da Paesi esteri, relativamente all’approvvigionamento energetico.

Certo gli impianti relativi alle rinnovabili in certi casi determinano un impatto ambientale negativo, ma spesso molto limitato.

Invece l’opposizione che, soprattutto a livello locale, si manifesta nei confronti di quegli impianti è assolutamente sproporzionata rispetto agli effetti ambientali negativi che si possono manifestare.

Sarebbe opportuno che i vari comitati, sorti qua e là per l’Italia, dimostrassero maggiore ragionevolezza, anche se, talvolta, dietro l’opposizione a quegli impianti si celano altri interessi, non esclusi quelli economici.

E mi sembra, pertanto, opportuno riportare alcune parti di un articolo, pubblicato da “Il Sole 24 ore”, di Silvia Pieraccini, “Geotermia, l’Italia scende al sesto posto ma prepara il rilancio con impianti green”, che anche molti ambientalisti dovrebbero leggere.

“Nel 2016 l’Italia è scesa dal quinto al sesto posto nella classifica mondiale dei produttori di energia geotermica, con 815 Mw di capacità installata dietro Usa (3.567 Mw), Filippine (1.930), Indonesia (1.375), Messico (1.069) e Nuova Zelanda (973), e davanti a Islanda (665 Mw), Turchia (637), Kenya (607) e Giappone (533)….

L’Italia – primo Paese al mondo a sfruttare l’energia geotermica per la produzione di elettricità (nel 1907), prima a costruire un impianto geotermico (a Larderello, in provincia di Pisa, nel 1913) e fino al 1958 unica al mondo a produrre elettricità dalla geotermia – rischia dunque di perdere terreno, proprio ora che le nuove tecnologie permettono impianti ‘puliti’.

‘Negli ultimi sette anni in Turchia sono stati sviluppati progetti geotermici di nuova generazione, che prevedono la completa reiniezione del fluido geotermico e nessuna emissione di gas in atmosfera, per 1.000 megawatt – spiega Pietro Cavanna, presidente del settore idrocarburi e geotermia di Assomineraria Confindustria – mentre nello stesso periodo, in Italia, non è arrivato al traguardo neppure uno dei progetti pilota basati sulle nuove tecnologie a basso impatto ambientale, e presentati sulla base del decreto 22 del 2010 che assegna la competenza al ministero dello Sviluppo economico d’intesa con le Regioni’.

Il motivo dello stop alla ventina di progetti-pilota è un mix di burocrazia, ostacoli territoriali e comitati ambientalisti.

‘Eppure qui abbiamo tecnologie all’avanguardia e aziende pronte a operare, dalle perforazioni all’impiantistica di superficie’, aggiunge Cavanna.

Il ministero per lo sviluppo economico annuncia la volontà di proseguire su questa strada: ‘Una delle due linee di sviluppo sulla geotermia – spiega Gilberto Dialuce, capo della direzione per la sicurezza dell’approvvigionamento e le infrastrutture energetiche – è andare avanti con i progetti-pilota diretti a ridurre l’impatto ambientale, vincendo le resistenze che ci sono’…

In questo modo la geotermia si candida a dare un contributo alla strategia energetica nazionale, che al 2030 prevede il 27% da fonti rinnovabili (oggi è il 17%)…”.

Una domanda sorge però spontanea: riuscirà l’Italia, tenendo conto delle considerazioni svolte nella parte iniziale di questo post, a raggiungere effettivamente, nel 2030, l’obiettivo del 27% dell’energia ottenuta da fonti rinnovabili?


Meglio Gentiloni di Renzi come leader del Pd

13 settembre 2017

Meglio Gentiloni di Renzi  come leader, o meglio come candidato a premier in occasione delle prossime elezioni politiche. Per la verità, poiché il sistema elettorale con il quale si andrà a votare avrà, molto probabilmente, un carattere proporzionale, non ci dovrebbero essere candidati a premier, presentati dai diversi partiti, perché il governo, se sarà possibile formarlo, sarà il frutto di un’alleanza fra diverse forze politiche. Comunque tutti i partiti si presenteranno con dei propri candidati a premier.

Quindi anche il Pd dovrà scegliere un candidato.

Per la verità è stato da tempo individuato Renzi, anche perché lo statuto del Pd prevederebbe la coincidenza tra la figura del segretario  e quella del candidato a premier. In realtà, in seguito alle elezioni del 2013, il candidato a premier non fu Bersani e, successivamente, fu scelto Letta, anche quando segretario era diventato Renzi.

Ma, al di là delle questioni statutarie, politicamente sarebbe opportuno, per il Pd e per il Paese, che il candidato a premier non fosse Renzi.

Infatti Renzi è del tutto inadeguato a svolgere quel ruolo perché ha compiuto molti errori, negli ultimi anni, tra i quali quello di non aver effettuato alcuna analisi della sconfitta subìta in occasione del referendum costituzionale.

Renzi, poi, è un leader “divisivo” e del tutto contrario anche solo a concepire un’alleanza con le altre liste, a sinistra del Pd, che si presenteranno.

Una parte considerevole dell’elettorato potenzialmente a favore del Pd  non lo “sopporta” più, principalmente per le sue numerose promesse mancate.

Quindi, se si vuole davvero che il Pd ottenga un buon successo elettorale, presupposto essenziale affinchè ci possa essere un governo di centro sinistra alla guida dell’Italia, Renzi non deve essere il candidato a premier di quel partito.

E chi al posto di Renzi?

Chi meglio di Gentiloni?

Il comportamento di Gentiloni è quasi l’opposto di quello di Renzi, e già questo rappresenta un elemento importante e positivo.

Gentiloni sta, inoltre, dimostrando di essere un buon presidente del Consiglio, piuttosto apprezzato come si può rilevare da diversi sondaggi recentemente effettuati.

Le sue relazioni con movimenti e partiti a sinistra del Pd sono piuttosto buoni, comunque migliori di quelle di Renzi.

Tali considerazioni mi sembrano più che sufficienti per sostenere l’opportunità che sia Paolo Gentiloni il candidato a premier del Pd e che guidi questo partito nel corso della campagna elettorale, indipendentemente dai risultati che si verificheranno nelle prossime elezioni regionali in Sicilia.


L’Italia e il mondo è dei mediocri

10 settembre 2017

Il mondo è dei mediocri? Sembra legittimo porsi questa domanda, se si legge sia un articolo dell’economista Michele Boldrin “L’Italia si sta suicidando per proteggere la sua mediocrità” sia un’intervista al filosofo canadese Alain Denault, autore del libro “La mediocrazia”.

 Cosa sostiene tra l’altro Boldrin?

“Importiamo braccia, esportiamo cervelli: fa male dirlo, ma il declino del Belpaese si fonda su questo scambio. A sua volta indotto dalla nostra incapacità di valorizzare il merito. E dalla nostra difesa a oltranza del parassitismo e delle rendite di posizione…

Sono convinto da decenni che i flussi umani da/per l’Italia siano, al contempo, il miglior indicatore del declino ed uno dei suoi motori principali.

Francesco Cancellato riporta una frase del presidente del Ciad: ‘Perdiamo persone, perdiamo braccia valide’ notando che Gentiloni avrebbe potuto dire altrettanto.

Vero, ma con un distinguo importante: avrebbe dovuto sostituire ‘braccia’ con ‘cervelli’. Ed è lì che sta il punto: l’Italia importa braccia ed esporta cervelli…

Non è vero che tutti gli eccellenti emigrano: in ogni data professione molti, o alcuni, rimangono. Ma son sempre meno e, in certi campi, sono oramai una minoranza.

Non è nemmeno vero che importiamo solamente ‘braccia con poco cervello’: fra gli immigrati, che invece di transitare per l’Italia alla ricerca di più verdi pascoli vi son rimasti, ci sono anche moltissimi capaci che hanno contribuito professionalità ed imprenditorialità al nostro Paese. Ma sono una minoranza…

D’altro canto, un Paese dove il merito non viene compensato e dove chi chiede d’esserlo più della media – perché fa e produce sopra di essa – viene guardato malamente, tenderà ad allontanare questo tipo di persone…

L’italiano medio (l’80% della popolazione se devo dare ascolto ad inchieste, intenzioni di voto e programmi dei partiti) ha deciso di costruire e difendere un sistema che espelle ed espellerà le eccellenze in praticamente tutti i campi, premiando invece le mediocrità.

Questo processo ha il suo motore immobile nella politica: mai, credo, si era vista in parlamento una peggior masnada di incompetenti, chiacchieroni, arruffoni, faccendieri, svitati, ignoranti, bugiardi, arrampicatori sociali e megalomani. Costoro non sono stati scelti né da Merkel né da occulte potenze straniere ma dalla maggioranza del popolo italiano che, evidentemente, in essi si riconosce.

Questa la realtà con cui l’italiano medio si rifiuta di fare i conti: se, per proteggere te stesso e la tua scarsa voglia o capacità di competere, premi ovunque e sempre mediocrità, fancazzismo e parassitismo diffuso, la minoranza che fancazzista e mediocre non è cercherà di andarsene mentre i furbetti, i fancazzisti ed i mediocri che stanno fuori accoreranno all’Eldorado.

E siccome la mediocrità riproduce e premia se stessa, quella politica, da ‘sopra’, e quella dell’elettorato, da ‘sotto’, hanno concorso in questi decenni ad imporsi in ognuna delle professioni che determinano l’immagine verso l’estero ed il funzionamento interno del Paese: dal giornalismo all’accademia, dalla burocrazia pubblica all’imprenditoria privata sino alla produzione culturale ed alle professioni.

Mediocrità, disdegno per la competenza, parassitismo congenito e ricerca di favori sulla base di connessioni politiche o familiari sono le regole che dominano quella ‘convoluzione’ dei fattori di produzione che menzionavo prima e ne seleziona, quindi, natura e qualità…

Tutto questo, caro concittadino medio, lo puoi risolvere, nei decenni a venire, solo mettendo da parte i mediocri per lasciar spazio agli eccellenti. Comincia ora, comincia da te che forse è già troppo tardi”.

Denault, in alcune risposte alle domande che gli vengono rivolte, formula delle considerazioni che non valgono solo per l’Italia.

“Perché bisogna temere la mediocrazia?

Perché fa soffrire. Chiede a persone impegnate nel servizio pubblico di gestire come si trattasse di una organizzazione privata, così si trovano in conflitto perché avevano un’etica diversa; chiede a ingegneri di progettare oggetti che si rompano in maniera deliberata perché vengano sostituiti, chiede ai medici di diagnosticare malattie che potrebbero diventare davvero pericolose a 130 anni… Senza parlare della manipolazione dei consumatori da parte del marketing.

La mediocrazia è l’anticamera di dittature, anche edulcorate?

La dittatura è psicotica, la mediocrazia è perversa. Psicotica perché la dittatura non ha alcun dubbio su chi deve decidere. Hitler, Mussolini, Tito sono stati tutti personaggi ipervisibili, affascinanti, che schiacciano con le loro parole; la mediocrazia è perversa perché cerca di dissolvere l’autorità nelle persone facendo in modo che la interiorizzino e si comportino come fosse una volontà loro.

Tecnologia, social, colossi del web. Anche lì domina la mediocrazia?

‘Dobbiamo immunizzarci da un certo lessico che parla di progresso, innovazione, eccellenza. Mi interessa che si utilizzino questi strumenti ma si deve analizzare l’impatto che hanno su pensiero, morale, politica. Un utilizzo mirato dei social media, per esempio durante le elezioni, può rendere le persone estremamente manipolabili.

Il contrario del mediocre è il superuomo, l’eroe?

No. L’antidoto è il pensiero critico, perché smaschera l’ideologia, che è un discorso di interessi sotto la parvenza di scienza. E fa subire un trattamento critico analitico a una nozione che qualcuno ci vuole ficcare nel cervello, per esempio l’inevitabilità della vendita di armi o di una nuova autostrada.

E’ più ottimista sul futuro?

Qualsiasi impegno politico è a metà tra lo scoraggiamento e la speranza. Ed è proprio quando la situazione è scoraggiante che ci vuole il coraggio”.

Sono d’accordo sia con le valutazioni di Boldrin che con quelle di Denault. Purtroppo descrivono ciò che realmente avviene. E aggiungo che la situazione dell’Italia mi sembra decisamente peggiore rispetto a quella che caratterizza molti altri Paesi, europei e non.


Partiti e sindacati contro i giovani

6 settembre 2017

E’ ben noto che in Italia la disoccupazione giovanile è molto elevata, che il sistema formativo presenta problemi di notevole rilievo (l’ultimo reso noto la tendenza alla crescita di quanti dispongono solamente del diploma di scuola media inferiore). Ma, da diversi anni ormai, le politiche rivolte ad affrontare le problematiche giovanili sono del tutto inadeguate. Perché?

I motivi sono senza dubbio diversi.

A me sembra, però, che la causa principale sia rappresentata dal disinteresse che, oggettivamente, i partiti ed anche i sindacati dimostrano nei confronti dei problemi dei giovani.

Infatti, in considerazione soprattutto del progressivo incremento del processo di invecchiamento della popolazione, i giovani sono una componente sempre più ridotta, in termini quantitativi, dei residenti nel nostro Paese.

Inoltre, fra i giovani, è più diffuso il fenomeno dell’astensionismo elettorale.

Quindi, innanzitutto, per i partiti i giovani contano poco e il sistema politico quindi è molto più interessato alle problematiche degli anziani, o quanto meno di quanti hanno superato i 50 anni, soprattutto di coloro che sono vicini alla pensione o che sono già pensionati.

Pertanto il Parlamento e il Governo destinano risorse finanziarie insufficienti agli interventi tendenti ad affrontare i problemi dei giovani.

Non esiste da tempo una politica del lavoro, specifica, rivolta a ridurre considerevolmente la disoccupazione giovanile ed anche a diminuire, in modo significativo, i contratti precari che contraddistinguono, spesso, il lavoro dei giovani.

Inoltre le risorse finanziarie destinate al sistema formativo sono del tutto insufficienti, in tutte le scuole, come si diceva un tempo, di ogni ordine e grado. Preoccupante la difficile situazione dell’università italiana, soprattutto se si considera che il numero dei laureati, in rapporto alla popolazione complessiva, è in Italia ai livelli più bassi in Europa.

Poi, gli stessi sindacati, nell’ambito dei quali una componente molto importante degli iscritti è rappresentata dai pensionati, sono poco interessati ai giovani e non si battono, nella misura necessaria, per risolvere i loro problemi.

E tutto questo anche perché, sempre di più, sia i partiti che i sindacati, si propongono prevalentemente obiettivi di breve periodo (soprattutto ottenere più voti alle prossime elezioni oppure aumentare il numero degli iscritti) e sono poco interessati, oggettivamente, al futuro del Paese.

Cambierà tale situazione, nel breve periodo?

Mi sembra molto difficile.