Don Luigi Ciotti su mafia e antimafia

28 maggio 2017

Il 23 maggio, 25 anni dopo la strage di Capaci, si è svolta la commemorazione degli omicidi sia di Giovanni Falcone che di Paolo Borsellino, oltre che delle loro scorte. In occasione di tale commemorazione “Il Sole 24 ore” ha intervistato don Luigi Ciotti, presidente dell’associazione Libera.

L’intervista è molto interessante e, quindi, ho ritenuto opportuno riportarla integralmente. E non è assolutamente necessario aggiungere altro.

Cosa è rimasto nella cosiddetta società civile dell’insegnamento e dei principi di Falcone e Borsellino?

È rimasto molto in quella società che all’aggettivo civile associa quello di “responsabile”. Falcone e Borsellino ci hanno sollecitato – loro, magistrati straordinari – a guardare le mafie non solo come un fenomeno criminale, da combattere con le indagini e i processi, ma come un male culturale e politico, una piaga della democrazia provocata dalla crisi dell’etica pubblica e privata, da quella mancanza di amore per il bene comune senza il quale una società, e uno Stato, non stanno in piedi. La loro eredità morale richiede quindi un impegno a cui ciascuno deve contribuire, caratterizzato da condivisione, corresponsabilità e continuità. È quello che nel suo piccolo, con molti limiti ma anche molta passione, Libera cerca di fare da ventidue anni.

Come è cambiata (se è cambiata) Cosa nostra in questi ultimi 25 anni?

In molti affermano che Cosa nostra sia in crisi. Se la si paragona ad altre mafie come la ‘ndrangheta, o alla posizione che occupava nell’universo criminale tra gli anni Settanta e Novanta, è senz’altro vero. Ma se leggiamo con attenzione le analisi più attente e accreditate (a cominciare da quelle della Direzione investigativa e della Direzione nazionale antimafia) risulta che questa crisi è piuttosto un momento di profonda trasformazione.

Oggi la mafia siciliana non è più quella del passato. E’ una mafia governata in maniera più “collegiale”, con una struttura più agile e fluida, e “leadership” meno consolidate (pur nella forte alleanza tra le “famiglie” palermitane e trapanesi nel coprire la latitanza di Matteo Messina Denaro, riconosciuta figura di riferimento). Ma una mafia che non per questo perde potere. Come prima, anzi forse più di prima, Cosa nostra è in grado di condizionare il settore economico e in particolare quello degli appalti pubblici. Continua a ricavare enormi profitti da business tradizionali come il traffico di droga, il racket e l’usura, e investe – come risulta da recenti indagini sulla mafia nissena – in settori tradizionalmente “concessi” alle mafie straniere, come lo sfruttamento della prostituzione. Una mafia dunque tutt’altro che in crisi, in grado di sfaldare il tessuto sociale e d’inquinare quello economico, anche grazie a complicità in ambito politico-amministrativo e a consulenze in quello economico-finanziario. Oggi la forza di Cosa nostra – come quella della ‘ndrangheta, della Camorra e di altre mafie “emergenti” come quella pugliese del Gargano – sta nell’intreccio sempre più inestricabile tra criminalità organizzata, criminalità politica e criminalità economica.

Come è cambiata allora l’antimafia in questi ultimi 25 anni?

Bisogna riconoscere innanzitutto il positivo, i risultati raggiunti. C’è una consapevolezza più diffusa sul fenomeno mafioso, c’è stato un forte impegno a livello educativo e culturale nelle scuole e nelle università, sono stati smascherati luoghi comuni come quello della mafia come problema esclusivo di certe Regioni, di certe aree del Paese. Per restare alla Sicilia, Palermo non è più quella di un tempo, ma una città viva, con tante realtà positive, impegnate a dimostrare che c’è una parte rilevante di cittadini e di siciliani che non vuole essere associata a Cosa nostra e alle forme di omertà e complicità che la favoriscono.

Tutto questo comporta ovviamente un maggiore impegno della politica, che non sempre ha offerto risorse e strumenti all’altezza. Faccio solo due esempi: la legge sulla confisca e l’uso sociale dei beni dei mafiosi, approvata nel 1996 anche grazie a una petizione di Libera che raccolse 1 milione di firme, si è rivelata in molti casi un formidabile strumento di rigenerazione sociale, culturale e anche economica, ma raramente viene applicato in tutte le sue potenzialità, vuoi per eccessi di burocrazia, vuoi per un coordinamento non sempre adeguato delle realtà coinvolte nel processo di confisca, assegnazione e gestione dei beni. Si tratta certo di percorsi delicati e complessi, ma imprescindibili se vogliamo combattere alla radice le organizzazioni criminali mafiose, bonificare il terreno su cui costruiscono il loro potere. Il secondo esempio è la corruzione, che è l’avamposto delle mafie, la premessa della loro diffusione. Abbiamo strumenti legislativi puntuali e articolati, ma che rischiano di risultare inefficaci se non si mette mano con urgenza a una riforma della prescrizione. Con i criteri attuali, molti reati di corruzione rischiano di rimanere impuniti perché caduti in prescrizione.

Poi c’è un piano più generale, dove è richiesta una riflessione altrettanto profonda e rigorosa. In questi anni “antimafia” è diventata una parola sospetta, uno strumento usato spesso per dotarsi di una falsa credibilità, quando non un paravento per azioni illecite. Abbiamo scoperto che gli stessi mafiosi, in alcune circostanze, si sono presentati nel nome dell’antimafia. Ma l’antimafia è un fatto di coscienza, un impegno costruito e comprovato dai fatti, non una carta d’identità da esibire a seconda delle circostanze. Non possiamo permetterci queste ombre, queste ambiguità. Non ce lo permettono le tante realtà, laiche e di Chiesa, che s’impegnano per ridare speranza e opportunità in contesti anche molto difficili. Non ce lo permette il migliaio di vittime delle mafie, persone che sono state uccise per un ideale di giustizia e di democrazia che sta a noi realizzare.


Solo il 18% della popolazione tra i 25 e i 64 anni è laureata

24 maggio 2017

E’ stato, recentemente, presentato, da parte dell’associazione TreeLLLe un quaderno “Dopo la riforma: università italiana, università europea?”, nel quale si analizza approfonditamente la situazione delle università italiane, effettuando numerosi e utili confronti con quanto avviene negli altri Paesi europei.

Ho ritenuto opportuno riportare alcune parti dell’introduzione, scritta dal presidente dell’associazione in questione, Attilio Oliva, perché particolarmente interessanti.

“Va riconosciuto ai decisori pubblici del nostro Paese il merito, specie nella seconda metà del secolo scorso, di aver esercitato uno sforzo poderoso volto a recuperare il ritardo storico del nostro Paese: nel 1950 circa il 60% degli italiani era privo di titolo scolastico, o aveva al massimo il titolo di licenza elementare.

Persistono peraltro preoccupanti elementi di debolezza, rappresentati non solo dal deficit di laureati sulla popolazione, ma, ed anche più preoccupante, dal basso livello di ‘competenze funzionali’ rilevato dalle indagini internazionali.

Da queste indagini si evince che un terzo della popolazione italiana ha debolissime competenze funzionali (ovvero la capacità di comprendere e utilizzare testi scritti e di utilizzare strumenti matematici nei contesti di vita e lavoro quotidiano), che un altro terzo ha competenze fragili e a rischio di obsolescenza, e che solo un terzo delle persone è in grado di leggere, scrivere, discutere con un adeguato livello di conoscenze e competenze…

Ancora oggi, il 40% della popolazione di età compresa fra i 25 e i 64 anni possiede al massimo la licenza media, il 42% ha conseguito il titolo secondario superiore e solo il 18% ha un titolo di studio di livello universitario (mentre i laureati in Germania sono il 27%, in Francia il 33%, nel Regno Unito il 44%).

Il deficit italiano di laureati è particolarmente acuto per la totale assenza di lauree professionalizzanti, titoli conseguiti al termine di cicli di formazione, che sono invece fortemente diffuse in tutti gli altri Paesi…

Resta, peraltro, da spiegare una contraddizione: il sistema formativo produce un output di ‘format’ inferiore agli standard europei, ma il sistema produttivo non sembra assorbire neppure questi. Una domanda sorge legittima: dipende dalla inadeguatezza del primo o dalla scarsa propensione alla innovazione del secondo?

Nella seconda metà del secolo scorso, l’università italiana ha vissuto una grande fase di sviluppo: dai 300.000 iscritti del 1961, si è arrivati a oltre 1.800.000 nel 2008. A partire da allora, tuttavia, la domanda di formazione universitaria è progressivamente diminuita: la popolazione universitaria nel suo insieme oggi arriva a 1.650.000 studenti.

Hanno inciso su questa dinamica noti fattori demografici, il venir meno degli incentivi all’iscrizione in età adulta, l’impatto della crisi economica e un certo grado di sfiducia nei confronti dell’università come strumento per trovare occupazione e come ascensore sociale…

Ci sono anche altri fattori di debolezza, il più importante dei quali è costituito dallo storico sottofinanziamento del sistema universitario: appena l’1% del Pil contro l’1,4% della Ue-22 ed il 2,6% degli USA (dati 2015).

Sono necessarie nuove risorse per recuperare terreno in Europa, per fare in modo che le nostre università siano competitive sulla scena internazionale, per reclutare giovani ricercatori e per avviare da subito una offerta di istruzione superiore professionalizzante (sia universitaria che non-universitaria) che al momento, caso unico in Europa, è quasi del tutto inesistente.

La linea seguita dal Governo dal 2008 in poi è stata invece di segno opposto fatta di tagli particolarmente severi, sia sul piano finanziario che per il reclutamento di nuovo personale. E’ stato purtroppo vero che negli anni precedenti, ed in particolare a partire dal 2000, un numero significativo di università ha utilizzato male gli ampi margini di autonomia gestionale, finanziaria e didattica di cui disponeva: con la conseguenza di una crescita fuori controllo nel numero dei corsi e dei docenti e di pesanti squilibri finanziari.

Ma la cura è stata da cavallo: il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO), che nel 2009 era di 7,5 miliardi, è sceso nel 2016 a 6,9 miliardi, e cioè dell’8% in termini nominali e di quasi il 20% in termini reali.

Inoltre è stata prima bloccata, poi severamente regolamentata, la politica di assunzioni, con il risultato che i docenti di ruolo sono scesi del 20% (da 62.000 a 50.000), diminuzione solo in parte compensata dal reclutamento di nuovi ricercatori a tempo determinato. Questi interventi hanno peraltro inciso sia sulle realtà che avevano effettivamente abusato degli spazi di autonomia di cui godevano, sia su quelle decisamente più virtuose…”.

Oliva, al termine della sua introduzione, valuta positivamente la legge di riforma 240 del 2010, la cosiddetta legge Gelmini, “una riforma di vasta portata, frutto del coinvolgimento di differenti forze politiche, che ha ridisegnato i meccanismi fondamentali del funzionamento dell’università con l’obiettivo prioritario della promozione dell’efficienza, della sostenibilità economica, del merito.

Nonostante le forti resistenze legate alla rilevanza delle innovazioni che si volevano introdurre e al clima non favorevole causato dal taglio del FFO e dal blocco del turnover, sono state introdotti numerosi cambiamenti sostanziali alle regole del gioco creando le condizioni per la modernizzazione del sistema nella direzione della trasparenza e dell’efficacia…”.

“Si sono così realizzate in concreto le condizioni di base affinchè l’università italiana si sviluppi secondo modelli europei avanzati, ma esistono ancora zavorre di natura operativa e di costume che vanno rimosse.

La pervasività degli interventi deve peraltro indurre a riflettere sul fatto che l’università è stato l’unico settore della pubblica amministrazione che si sia sottoposto, partecipandovi peraltro attivamente attraverso la Conferenza dei Rettori (Crui), a una importante riforma.

E’ necessario ora che il Governo ridia fiducia al sistema con risorse aggiuntive: senza di queste, non solo l’Italia non riuscirà ad allinearsi all’Europa per il livello di investimenti nell’istruzione superiore, ma favorirà le resistenze di chi si oppone al processo di ammodernamento in corso.

La riforma, per essere attuata pienamente e interiorizzata da tutte le componenti del sistema universitario, richiederà comunque un certo tempo: ma questo potrà risultare più breve se fluidificato da risorse aggiuntive e da comportamenti esemplari e coerenti praticati da tutti i ruoli apicali della università.

Un aiuto lo darà anche il ricambio generazionale fra docenti che indebolisce le nostalgie del passato e le tentazioni di anacronistici ritorni alla situazione precedente. Le recentissime norme relative all’università inserite nella legge di stabilità 2017 sono un primo, modesto ma apprezzabile, segnale di rinnovata attenzione verso il sistema universitario da parte del Governo e del Parlamento…”.

Quindi, secondo l’associazione TreeLLLe l’obiettivo più importante da perseguire è rappresentato da un consistente aumento delle risorse finanziarie a disposizione delle università.

Ora, tale obiettivo è certamente condivisibile, anche perché lo Stato italiano spende per il sistema universitario molto meno di quanto fanno i principali Paesi europei.

Si tratta di verificare, però, se, in tutte le sue parti, la riforma Gelmini deve essere valutata positivamente o se sia necessario introdurre alcuni cambiamenti normativi. Soprattutto la problematica dei rapporti tra sistema universitario e sistema produttivo deve essere affrontata, senza dubbio, in modo molto più incisivo.


Amnesty International, la legge sul reato di tortura è inaccettabile

21 maggio 2017

Il Senato ha approvato una proposta di legge sull’introduzione del reato di tortura nell’ordinamento italiano, proposta che poi dovrà essere esaminata dalla Camera. Tale approvazione dovrebbe essere accolta positivamente, in quanto questa legge si attende da 28 anni. In realtà il testo approvato dal Senato è internazionalmente impresentabile. Lo sostengono la sezione italiana di Amnesty International, l’associazione Antigone ed anche il primo firmatario del disegno di legge, il senatore Luigi Manconi, presidente della commissione per i diritti umani.

I motivi alla base di tali critiche risultano evidenti e condivisibili, se si esaminano le dichiarazioni di queste associazioni e del senatore Manconi.

La sezione italiana di Amnesty International e l’associazione Antigone hanno reso pubblico un comunicato congiunto.

“Il Senato si avvia ad approvare una legge sulla tortura internazionalmente impresentabile, in cui la definizione del reato è in evidente contrasto con quanto imposto dalla convenzione internazionale contro la tortura, che ormai solo in apparenza quella legge ha lo scopo di attuare.

L’accanimento con cui si insiste nel limitare la tortura ai soli comportamenti ripetuti nel tempo (un’ipotesi ripudiata solo qualche anno fa dall’intero arco costituzionale) e a circoscrivere in modo inaccettabile l’ipotesi della tortura mentale è assurdo per chiunque abbia un minimo di conoscenza del fenomeno della tortura nel mondo contemporaneo. A questi limiti si accompagna la confusione di una definizione che pare scritta apposta per renderne difficile l’applicazione.

E’ davvero triste che il Parlamento stia perdendo un’occasione storica di porre in qualche modo rimedio a 28 anni di inerzia sul tema”.

Le valutazioni espresse da Luigi Manconi sono invece le seguenti.

In questo modo spiega perché non considera la proposta approvata dal Senato per nulla in linea con il disegno di legge di cui fu il primo firmatario:

“Il primo giorno della legislatura, il 15 marzo del 2013, presentai un disegno di legge sulla tortura. Quanto accaduto in questi anni è stato lo stravolgimento di quel testo, che ora non rispetta i requisiti e lo spirito profondo che aveva animato le convenzioni e i trattati internazionali sul tema.

Mi chiedo: ma perché la politica deve sempre accontentarsi? Se sarà approvata questa legge non sarà mediocre, peggio ancora. Un provvedimento pessimo, l‘ennesima occasione persa”.

Queste, nel dettaglio, sono le critiche espresse da Manconi:

“Innanzitutto perché il reato di tortura viene definito comune e non proprio, come vogliono invece tutte le convenzioni internazionali dal momento che si tratta di una fattispecie propria dei pubblici ufficiali o degli incaricati di pubblico servizio. Derivante, quindi, dall’abuso di potere di chi tiene sotto la propria custodia un cittadino.

Inoltre, nell’articolato precedente, si pretendeva che le violenze o le minacce gravi fossero ‘reiterate’ Questa formula è stata sostituita nel testo attuale da ‘più condotte’. Dunque il singolo atto di violenza brutale (si pensi a una sola pratica di ‘water boarding’) potrebbe non essere punito.

Ancora, la norma prevede perché vi sia tortura un verificabile trauma psichico. Ma i processi per tortura avvengono per loro natura anche a dieci anni dai fatti commessi. Come si fa a verificare dieci anni dopo un trauma avvenuto tanto tempo prima?

Tutto ciò significa che, ancora una volta, non si vuole seriamente perseguire la violenza intenzionale dei pubblici ufficiali e degli incaricati di pubblico servizio in danno delle persone private della libertà, o comunque loro affidate, quando invece è solo l’individuazione e la sanzione penale di chi commette violenze e illegalità a tutelare il prestigio e l’onore dei corpi e della stragrande maggioranza degli appartenenti”.

E’ auspicabile, pertanto, che alla Camera sia modificato il testo del progetto di legge in questione, nelle parti ben indicate da Manconi. Si allungheranno i tempi, certo, perché il disegno di legge dovrà ritornare al Senato, ma, almeno, si avrà una legge sull’introduzione del reato di tortura accettabile.


Il tasso di disoccupazione in Europa è il 9% o il 18%?

17 maggio 2017

In un recente studio della Bce (Banca centrale europea), presieduta da Mario Draghi, si sostiene che il tasso medio di disoccupazione, nell’eurozona – nei Paesi dell’Unione europea che adottano l’euro -, dato dal rapporto tra il numero di disoccupati e le forze di lavoro, sarebbe in realtà non il 9,5% ma il 18%. Quindi il numero effettivo dei disoccupati sarebbe circa il doppio di quello che viene rilevato dall’Eurostat.

Chi ha ragione? L’Eurostat o la Bce?

Innanzitutto, è opportuno verificare come la Bce arriva a quel tasso di disoccupazione.

La Bce considera anche un 3,5% della popolazione in età lavorativa, normalmente definiti “inattivi”, in gran parte quelli che sono chiamati “lavoratori scoraggiati”, cioè coloro che non stanno attivamente cercando lavoro, pur se sono disponibili a lavorare, in quanto ritengono che non ci siano posti di lavoro che soddisfino le loro esigenze.

Poi, la Bce tiene conto di un altro 3%, attualmente sotto-occupato, che lavora meno ore di quanto vorrebbe. E i sotto-occupati nei Paesi dell’eurozona sarebbero attualmente 7 milioni. Tra questi anche i molti lavoratori tedeschi occupati nei cosiddetti mini-job, circa 5 milioni, con uno stipendio medio mensile pari a 500 euro.

Ora in tutti i Paesi del mondo il tasso di disoccupazione viene calcolato tenendo conto dei criteri utilizzati dall’Eurostat. Anche l’Istat adotta gli stessi criteri.

Certamente, vengono forniti i dati sugli inattivi, le stime sui lavoratori scoraggiati e quelle su coloro che la Bce considera sotto-occupati, pur se dati precisi su queste due ultime categorie di persone è difficile  averli a disposizione.

Ma, ripeto, il numero dei disoccupati, ovunque, è determinato non considerando i lavoratori scoraggiati e i sotto-occupati.

E a me sembra corretto considerare tra i disoccupati solo coloro che cercano attivamente un lavoro, anche perché determinare quanti sono i cosiddetti lavoratori scoraggiati, come ho già rilevato, è tutt’altro che facile, e considerare fra gli occupati anche i cosiddetti sotto-occupati, perché, anche in questo caso, non è facile stabilire con certezza il loro numero.

Anche altre statistiche economiche, ad esempio quelle sul Pil, sono imprecise, frutto di convenzioni che gli statistici di tutto il mondo hanno ritenuto opportuno di adottare, perché è molto difficile quantificare certi fenomeni.

Ma se si adottassero altri criteri, i dati sarebbero ancora meno affidabili, essendo maggiormente imprecisi.

Pertanto, io ritengo che sia opportuno continuare, per quanto concerne il mercato del lavoro, e quindi anche il fenomeno della disoccupazione, a ritenere validi i dati forniti dall’Eurostat, pur non dimenticando che esistono i lavoratori scoraggiati, i sotto-occupati e tentando di fornire almeno delle stime sul loro numero, relative ai diversi Paesi europei.


Riformare il trattamento sanitario obbligatorio, per evitare altre morti

14 maggio 2017

I radicali italiani hanno elaborato una proposta di riforma del Tso (trattamento sanitario obbligatorio). Al centro della proposta l’introduzione di una difesa tecnica e quindi del diritto di informazione e di ricorso a beneficio di chi è sottoposto a Tso, lo stop alla contenzione meccanica, la garanzia del diritto di visita all’interno dei reparti psichiatrici, di poter comunicare con l’esterno, il limite al numero di rinnovi, oggi non previsto dalla legge, e la segnalazione di ogni rinnovo al garante dei diritti delle persone private della libertà personale.

Tale proposta è stata recentemente presentata in una conferenza stampa presso la Camera dei Deputati, insieme ai familiari di cittadini morti proprio nell’ambito di una procedura di Tso.

Tra questi, Grazia Serra, nipote di Franco Mastrogiovanni il maestro elementare morto nel 2009 nel reparto psichiatria dell’ospedale di Vallo della Lucania, al quale i radicali hanno intitolato simbolicamente l’iniziativa, Osvaldo Esposito e Adele Malzone, rispettivamente padre di Marcello e sorella di Massimiliano, entrambi deceduti nell’ambito di una procedura di Tso.

Infatti tale proposta è stata denominata “legge Mastrogiovanni”.

Il motivo principale della necessità di riformare il Tso è stato così evidenziato dai radicali italiani “a 39 anni dalla legge Basaglia nella sua applicazione concreta il Tso ha perpetuato una concezione manicomiale del trattamento psichiatrico”.

“Siamo di fronte a ‘un’emergenza culturale’. Psichiatri e giuristi tra i più illuminati segnalano come il ricorso al Tso sia spesso disposto con superficialità e sottovalutando la privazione della libertà che esso determina. Per questo vogliamo rafforzare il sistema di garanzie, introducendo per chi è sottoposto a Tso le stesse tutele previste per le persone in stato di arresto”, ha spiegato Michele Capano, tesoriere di Radicali Italiani, avvocato della famiglia Mastrogiovanni e capofila della proposta.

C’è “una straordinaria dissociazione culturale della normativa: chi si presuppone abbia commesso reato è tutelato dalle garanzie previste dall’art. 13 della Costituzione, per chi è vittima di eventuali patologie invece questo articolo si spegne e si assiste a una reificazione del corpo del malato mentale”, ha osservato il segretario dell’Unione delle camere penali Francesco Petrelli che ha preso parte alla conferenza.

Sulla stessa linea l’avvocato Gioacchino Di Palma, riferimento dell’associazione “Telefono Viola”: “Le persone sono trattate pregiudizialmente come malati, è una battaglia culturale”.

Una battaglia che il dottor Giorgio Antonucci, classe 1933, ha ingaggiato circa mezzo secolo fa al fianco di Franco Basaglia all’allora manicomio di Gorizia e che ancora oggi combatte nella convinzione che la “libertà è terapeutica”, come ha ribadito intervenendo telefonicamente a sostegno della “legge Mastrogiovanni”.

Ha portato un saluto anche Gilda Losito dell’ufficio del Garante nazionale dei detenuti, che ha elencato le 4 condizioni da rispettare: “il Tso deve rispondere a sintomi ben precisi, essere proporzionato alle condizioni di salute e definito un progetto terapeutico scritto e monitorato, e deve concludersi nel più breve tempo possibile”.

Lo stesso Garante nella sua relazione aveva denunciato la mancanza di statistiche specifiche sull’applicazione del Tso. Gli unici dati disponibili sono quelli relativi alle dimissioni, che descrivono un fenomeno enorme: quasi 11.000 solo nel 2015.

“Si tratta di 30 al giorno”, ha sottolineato il segretario di Radicali Italiani Riccardo Magi, “bisogna sottrarre questo tema allo scontro tra avvocati e psichiatri: le maggiori garanzie previste da questa riforma non pregiudicano l’efficacia della cura, a comprometterla sono invece gli automatismi burocratici e spersonalizzanti che ledono anche il lavoro dei medici.

L’obiettivo fondamentale è aprire il dibattito nel Paese su una questione trascurata da politica e media e la strada potrebbe essere una legge d’iniziativa popolare. Lo stiamo valutando”, ha concluso Magi.

Non solo. “Da quando abbiamo sollevato la questione abbiamo ricevuto diverse richieste di sostegno da parte di cittadini sottoposti a Tso, per questo stiamo anche pensando a un progetto di ‘soccorso civile’ per aiutare la verifica della legalità delle procedure”, ha annunciato Michele Capano.

Io condivido in pieno la necessità di riformare il Tso e concordo con i principali contenuti della proposta dei radicali italiani. Spero quindi che quanto prima sia approvata una legge che li contenga. E’, però, molto difficile che questo avvenga nel corso dell’attuale legislatura, ormai giunta al suo termini.


Spesa pubblica, quella corrente su e gli investimenti giù

10 maggio 2017

L’andamento della spesa pubblica è oggetto di notevole attenzione in Italia per i noti problemi che contraddistinguono il bilancio delle pubbliche amministrazioni nel nostro Paese. Vi è infatti, da molti anni ormai, la necessità di ridurre sia il deficit che il debito pubblico, e per raggiungere questi obiettivi la spesa pubblica dovrebbe ridursi e, inoltre, nell’ambito di tale spesa, sarebbe più che opportuno che aumentassero gli investimenti per accrescere il Pil e così anche l’occupazione.

Cosa è successo invece negli ultimi anni?

Tra il 2008 e il 2016, le spese correnti, al netto degli interessi sul debito, sono aumentate del 12%, mentre tali spese pubbliche erano quelle che dovevano diminuire.

Ciò dimostra che la cosiddetta spending review, la riqualificazione della spesa pubblica, tendente soprattutto ad eliminare gli sprechi, è risultata essere un sostanziale fallimento.

Peraltro se con la spending review si fosse riusciti a ridurre le spese correnti, sarebbe stata favorita la crescita degli investimenti pubblici, obiettivo importante per il motivo all’inizio specificato.

A determinare tale aumento delle spese correnti è stata soprattutto la crescita della spesa per la previdenza e per l’assistenza. E’ aumentata però, in misura minore ma comunque significativa, anche la spesa per gli acquisti.

Invece, sempre tra il 2008 e il 2016, la spesa pubblica per investimenti è diminuita del 25%, dai 48,6 miliardi del 2008 ai 35,1 del 2016. La riduzione più consistente si è verificata nel 2011, -22,6%.

Fra gli investimenti, a ridursi in misura maggiore sono stati i lavori pubblici, -36,4% dal 2008, e -11,8% anche nel 2016. In questo caso le cause più rilevanti che hanno determinato tale andamento negativo sono stati i tagli di bilancio, il patto di stabilità degli enti locali, la crisi di molte imprese di costruzione e, nel 2016, la difficile fase di rodaggio del nuovo codice degli appalti.

Gli investimenti in impianti, macchine e armamenti sono diminuiti, negli 8 anni considerati, del 25%, ma, mentre la spesa per armamenti è aumentata del 38%, le spese per impianti e macchinari hanno subìto un crollo pari al 57%, come del resto quelle per mezzi di trasporto (bus e treni), -76%.

Invece le spese per i prodotti di proprietà intellettuale (quasi per l’80% si tratta di ricerca e sviluppo) si sono ridotte di poco, -8,2%,

E’ utile aggiungere che, nel 2016, non è stata rispettata la cosiddetta “clausola investimenti”, la condizione che il governo Renzi avrebbe dovuto realizzare per ottenere da parte dell’Unione europea una maggiore flessibilità nella gestione dei conti pubblici, che consisteva nella necessità di non ridurre gli investimenti pubblici fissi lordi, che invece, rispetto al 2015, sono diminuiti del 4,5%.

Quindi, alla luce di quanto avvenuto negli ultimi anni, sarebbe necessario (il condizionale è purtroppo d’obbligo), nel prossimo futuro, che si riuscisse davvero a ridurre le spese correnti, tramite, finalmente, un’efficace politica di spending review e ad aumentare gli investimenti pubblici, sia per ridurre il deficit e il debito pubblico sia per intensificare il processo di crescita economica, determinando anche un forte aumento del numero degli occupati.


Per ridurre le liste d’attesa necessario abolire la libera professione negli ospedali

7 maggio 2017

Nella sanità italiana le liste di attesa per le visite specialistiche e per le diverse prestazioni sono spesso molto, troppo, lunghe, anche se la situazione non è affatto omogenea in tutto il territorio nazionale. Recentemente, il presidente della Giunta regionale della Toscana, Enrico Rossi, ha annunciato la presentazione di un disegno di legge che vieti la libera professione all’interno degli ospedali, il cosiddetto intramoenia, sostenendo che in questo modo scomparirebbero le liste di attesa.

Inoltre sono state presentate alla Camera dodici mozioni nelle quali è contenuta la stessa tesi.

Soprattutto la presa di posizione di Enrico Rossi ha suscitato numerose reazioni, spesso contrarie, provenienti prevalentemente dai medici ospedalieri.

Rappresentativa delle posizioni di chi è contrario all’abolizione della libera professione mi sembra quanto scritto il dottor Carlo Palermo, vicepresidente di un’associazione di medici ospedalieri,  l’Anaao.

Cosa sostiene Palermo?

“…Le liste d’attesa sono una caratteristica strutturale di tutti i sistemi sanitari pubblici ove i pazienti non sono chiamati a pagare le prestazioni di tasca  ed il tempo di accesso ai servizi, e non la disponibilità a pagare, ha il ruolo di trovare un equilibrio tra domanda ed offerta.

I tempi d’attesa rappresentano il risultato di fenomeni complessi quali la disponibilità di tecnologie diagnostiche e di terapie sempre più sofisticate, il cambiamento demografico ed epidemiologico in atto con l’aumento di malattie ad andamento cronico che richiedono frequenti controlli clinici, la crescente domanda di salute legata alla maggiore informazione e consapevolezza dei cittadini, ma anche l’influenza che su di essi esercita lo sviluppo di un (super)mercato della salute, esterno al servizio sanitario nazionale, che marcia indisturbato a grandi passi verso il trionfo inflazionistico della medicina e della medicalizzazione pervasiva della società…

I dati relativi alla libera professione in regime ambulatoriale indicano come essa rappresenti meno dell’8% dell’attività svolta in regime istituzionale mentre quella in regime di ricovero non supera lo 0,32% (esattamente 28.000 dimessi in libera professione contro 8.630.000 in regime ordinario e di day hospital)…

Per quanti sforzi mentali uno possa fare non si capisce come un numero così piccolo, possa influenzare gli importanti tempi di attesa presenti nel nostro sistema sanitario, per esempio in tutta la chirurgia di bassa complessità o per l’impianto di protesi in campo ortopedico, che oramai si misurano in anni. Si tratta di logica matematica, e politica…

Affermare poi che quello della libera professione sia il meccanismo principale che impedisce agli ammalati l’accesso equo ai servizi è un errore doloso.

Dove lo mettiamo il rilevante taglio delle risorse destinate al finanziamento del servizio sanitario nazionale dal 2011 al 2015? I 54 miliardi di tagli calcolati da Cittadinanzattiva non incidono sui diritti dei cittadini? I pensionamenti e le gravidanze del personale senza sostituzione, il massiccio taglio dei posti letto non degradano l’organizzazione dei servizi e non prolungano le liste d’attesa?…

Se il fenomeno liste di attesa , per quanto fisiologico nei sistemi sanitari universalistici, sta raggiungendo livelli patologici, da vergogna, lo si deve al combinato disposto della contrazione del numero dei professionisti impiegati e delle attività istituzionali, sia in regime di ricovero sia ambulatoriale.

Dirà qualcosa il calo di 9.000 medici e di 31.000 infermieri tra il 2009 e il 2015, la riduzione delle attività chirurgiche di bassa complessità o il numero di posti letto più basso d’Europa? La colpa è della libera professione o dei Governatori e delle Aziende sanitarie?…

Chiedere l’abolizione della libera professione per la presenza di limitati comportamenti truffaldini è come chiedere la chiusura di tutte le gioiellerie per il riscontro di una quota più o meno importante di evasione fiscale in questo settore commerciale…”.

Dopo l’intervento di Rossi anche Cittadinanzattiva ha espresso la sua posizione e in suo documento si può leggere:

“E’ urgente che le istituzioni se ne occupino subito e basterebbe iniziare da quattro interventi: approvazione di una norma nazionale che preveda l’obbligo di sospensione automatica dell’attività intramoenia, da parte di Regioni e Asl, quando i suoi tempi di attesa prospettati ai cittadini siano inferiori a quelli del canale istituzionale; verifica costante del rispetto sostanziale della normativa che già regola abbondantemente l’intramoenia come la legge 120 del 2007, ancora troppo disattesa; approvazione di un nuovo piano nazionale per il governo dei tempi di attesa, scaduto ormai da oltre 3 anni, prendendo a riferimento la buona pratica della Regione Emilia Romagna con il suo piano regionale sulle liste di attesa; l’implementazione sostanziale delle raccomandazioni dell’Anac (autorità anticorruzione) e verifica periodica. Queste sono solo alcune delle azioni che le istituzioni dovrebbero mettere in campo per poter dire di essere impegnate nella tutela di un servizio sanitario pubblico, universale, equo e solidale“.

In una sua successiva dichiarazione Enrico Rossi ha precisato meglio le sue opinioni:

“Abolire la libera professione è ormai una necessità assoluta per salvare la dignità e la credibilità del sistema sanitario pubblico, soprattutto agli occhi dei cittadini…

Lo dico da presidente di una Regione che ha realizzato tutte le strutture e tutti gli uffici moderni che la ministra denuncia mancare altrove. In Toscana abbiamo dato alla parola intramoenia il significato che le è proprio, riportare dentro le mura pubbliche delle aziende sanitarie la libera professione e regolarla con atti forti che, ricordo, sono stati impugnati dai sindacati sanitari che hanno regolarmente perso i ricorsi davanti al giudice. Proprio per l’esperienza che abbiamo avuto ribadisco la mia convinzione sulla necessità di superare questo regime…

Ci sono medici che con l’attività libero professionale ormai quintuplicano i loro stipendi perché operano in settori dove è possibile esercitare l’intramoenia. Ci sono altri medici, altrettanto bravi, che non vanno oltre il regolare stipendio, sia per scelta, perché preferiscono dedicarsi interamente al malato, sia perché nelle loro specialità è impraticabile l’attività libero professionale…

Questo produce sperequazioni e tensioni all’interno del mondo sanitario. Per le visite specialistiche si è registrata una diffusione così forte della libera professione che viene percepita dai cittadini come una sostanziale privatizzazione della sanità.

Infine, con la libera professione, per quante regole si possano mettere, niente potrà far uscire il servizio pubblico dall’imbarazzo di rivolgersi al cittadino con la risposta ormai classica che a pagamento la prestazione si ottiene in pochi giorni mentre nel regime pubblico ordinario occorrono a volte settimane e mesi. Questo è un colpo ferale non solo alla credibilità del servizio sanitario pubblico ma anche alla stessa dignità e autorevolezza del mondo medico e degli operatori sanitari..

Ad aggravare il quadro, si aggiungano le normative previste per gli extramoenisti, a cui è consentito servire due padroni in concorrenza tra loro. In tempi di esaltazione di tutto ciò che è privato, è persino troppo ovvio ricordare che nessun privato consentirebbe ai propri dipendenti di aprire bottega in proprio all’interno delle sue mura e ancor meno di essere per metà tempo alle dipendenze della concorrenza…

Quanto alle liste d’attesa è evidente che l’attività libero professionale intramoenia o extramoenia finirà per non giovare all’attività ordinaria a cui hanno accesso i cittadini che non possono permettersi di pagare. In tempi nei quali aumentano la povertà assoluta e relativa, l’intramoenia consolida e accentua le disuguaglianze, spingendo in alcuni casi persino a rinviare le cure.

L’obiezione di coloro che temono che alcuni professionisti potrebbero allontanarsi a causa dell’impossibilità di svolgere la libera professione è facilmente superabile: basta prevedere contratti speciali e esclusivi che premino, in base a valutazioni oggettive, i capaci e quelli che lavorano di più, i professionisti migliori…”.

Nonostante io ritenga che possano essere ritenute valide una parte delle considerazioni svolte dal rappresentante dei medici, mi sembra indispensabile, comunque, soprattutto quando le liste d’attesa sono molto lunghe, abolire la libera professione all’interno degli ospedali.

Infatti credo che con tale abolizione si dovrebbero ridurre considerevolmente le liste di attesa, pur se per la loro scomparsa saranno necessari anche altri interventi.