Costano troppo le scuole per l’infanzia

30 agosto 2012

Frequentare le scuole per l’infanzia (asili nido e mensa scolastica nelle scuole materne ed elementari), per l’anno scolastico 2021-2013, costerà, mediamente, alle famiglie italiane 324 euro al mese (3.240 euro l’anno), una somma piuttosto consistente quindi, che inciderà per il 10,1% sul budget netto familiare. Questo dato emerge da un’indagine dell’osservatorio periodico sulla fiscalità locale della Uil, servizio politiche territoriali, sui costi della scuola per l’infanzia nelle 21 città capoluogo di regione. L’indagine ha preso a campione una famiglia con circa 36.000 euro di stipendio pari ad un reddito Isee (indicatore della situazione economica equivalente) di 17.812 euro, composta da due lavoratori dipendenti, con due figli a carico.

Guglielmo Loy, segretario confederale della Uil, esamina più dettagliatamente i risultati dell’indagine.

Per la frequenza di un asilo nido comunale si spenderanno in media 251 euro mensili che equivalgono al 7,8% del reddito familiare, in aumento dell’1,6% rispetto a due anni fa.

Mentre per le mense scolastiche nelle scuole materne ed elementari la retta mensile costerà mediamente 73 euro equivalenti al 2,3% del reddito disponibile, in aumento del 4,3% rispetto a due anni fa.

Ovviamente i costi variano sensibilmente da città a città, anche in relazione ai servizi offerti.

Dai dati elaborati, spicca Bolzano dove frequentare le scuole dell’infanzia, tra asili nido e mensa scolastica nelle materne ed elementari, per la famiglia campione, costerà mediamente 478 euro mensili (il 14,9% del budget familiare), ad Aosta 459 euro (il 14,3% del budget familiare), a Torino 453 euro (il 14,1%), a Potenza 418 euro (il 13%), a Firenze 412 euro (il 12,8%).

Rette più basse a Catanzaro dove frequentare la scuola dell’infanzia costerà mediamente 138 euro (il 4,3% del budget familiare), a Roma 176 euro (il 5,5%), a Cagliari 214 euro (il 6,7%), a Bari 228 euro (il 7,1%), a Napoli 235 euro (il 7,3%).

Secondo Loy, l’alto costo delle rette, così come in molti casi gli aumenti tariffari, che sono solo in parte dovuti ai tagli dei trasferimenti agli enti locali, si ripercuotono in maniera piuttosto pesante sulla tenuta del potere di acquisto dei salari.

Senza considerare, inoltre, che questo problema, insieme all’ancora non sufficiente diffusione delle rete dei servizi per l’infanzia, soprattutto nel Mezzogiorno, ha delle pesanti ripercussioni dirette ed indirette anche sull’occupazione in generale e, in particolare su quella femminile.

C’è bisogno, quindi, rileva Loy, di una maggiore diffusione dei servizi per l’infanzia in tutto il territorio nazionale a iniziare dal Sud dove vanno resi da subito disponibili i 400 milioni di euro di fondi comunitari del piano per il Sud, oltre a un forte contenimento delle rette e delle tariffe locali in generale, perseguendo una politica di razionalizzazione della spesa pubblica a partire dai costi della politica.

I costi che le famiglie devono sostenere per le scuole dell’infanzia hanno raggiunto senza dubbio un livello troppo elevato. E, diversamente da quanto sostiene Loy, io credo che il motivo principale sia rappresentato dalla notevole riduzione dei trasferimenti concessi agli enti locali, che ha interessato anche i finanziamenti per le spese sociali, in seguito ad una politica di tagli indiscriminati, attuata ormai da diversi anni dai governi nazionali. Pertanto, in primo luogo, occorre interrompere una politica di questa natura, privilegiando realmente un’azione di revisione della spesa pubblica, l’ormai molto nota “spending review”, colpendo davvero gli sprechi.

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22.000 morti per infezioni ospedaliere

28 agosto 2012

In Italia nel triennio 2008-2010 sono state contratte complessivamente 2.269.045 infezioni ospedaliere, per un totale di 22.691 decessi, e per un costo a carico del servizio sanitario nazionale che oscilla tra 4,8 e 11,1 miliardi di euro. Mediamente un’infezione su tre è evitabile. È quanto emerge da una ricerca del centro studi Sic, Sanità in Cifre, di Federanziani, nella quale sono stati analizzati i dati relativi alle infezioni correlate all’assistenza (Ica) nell’ultimo triennio.

In una nota pubblicata su www.sanitaincifre.it vengono esaminati i principali risultati della ricerca.

Roberto Messina, presidente di Federanziani e responsabile del centro studi Sic, relativamente ai contenuti della ricerca, ha dichiarato: “Il triennio 2008-2010 rivela dati allarmanti per quanto riguarda le infezioni ospedaliere, i relativi costi e decessi.

Le vittime delle infezioni ospedaliere in Italia sono molte di più di quelle degli incidenti stradali, che nel triennio considerato, secondo l’Istat, sono state 13.052, a fronte dei 22.691 decessi legati alle infezioni ospedaliere.

Parallelamente, in tempo di spending review, di tagli alla sanità, di proclamata attenzione agli sprechi, i costi economici delle infezioni correlate all’assistenza (Ica) rappresentano un vero e proprio scandalo.

Parliamo di una cifra che nel triennio 2008-2010 oscilla tra 4,8 e 11,1 miliardi di euro. Si tratta di costi in larga parte evitabili, se si pensa che circa il 30% delle infezioni è potenzialmente prevenibile con l’adozione di misure preventive.

Ad esempio uno degli elementi centrali per proteggere il paziente dalla trasmissione di microrganismi è l’igiene delle mani. Eppure tra i professionisti sanitari il tasso di adesione a tale semplice pratica raramente supera il 50%”.

Messina ha poi aggiunto: “Il numero di infezioni ospedaliere stimato in Italia è compreso tra il 5 e l’8% dei ricoveri; ogni anno si verificano circa 450-700.000 infezioni (soprattutto infezioni urinarie, seguite da infezioni della ferita chirurgica, polmoniti e sepsi) e nell’1% dei casi si stima che esse siano la causa diretta del decesso del paziente.

Il rischio economico legato alle Ica ricade pesantemente sui vari sistemi sanitari regionali e nazionali, in quanto le infezioni aumentano le giornate di degenza e convalescenza del malato e c’è la necessità, nel caso di infezioni da ferite chirurgiche, di successivi controlli ambulatoriali.

Il carico economico che le infezioni si portano dietro, inoltre, deve comprendere anche i costi indiretti dovuti alle assenze lavorative o ai vari spostamenti sostenuti da questi pazienti per farsi curare”.

Così ha concluso Messina: “Proprio in ragione di tali esorbitanti costi sia in termini di salute che economici, occorre adoperare procedure standardizzate attraverso l’adozione di pratiche assistenziali sempre più sicure, ed è opportuno che anche il nostro Paese si doti di un sistema di sorveglianza delle infezioni correlate all’assistenza, poiché è dimostrato che in assenza di monitoraggio l’incidenza delle Ica tende ad aumentare drasticamente.

Può sembrare strano dover ribadire oggi quanto enunciato circa un secolo e mezzo fa da Florence Nightingale, ma il primo requisito di un ospedale dovrebbe essere quello di non arrecare danno al malato.

Come dire, ‘primum non nocere’. Ma oggi purtroppo l’evidenza dimostra che i nostri ospedali sono ben lontani dal possedere tale requisito, come ben sanno medici e pazienti, che assistono sempre più impotenti alla crescente incapacità del servizio sanitario nazionale di garantire il diritto alla salute dei cittadini solennemente sancito dalla Costituzione Italiana”.

Il problema delle infezioni ospedaliere non è nuovo. Da tempo se ne parla. Ma i dati resi noti dalla ricerca del centro studi Sanità in Cifre dimostrano che è necessario attivarsi con maggiore impegno per ridurre il numero di quelle infezioni. E la proposta avanzata dal presidente di Federanziani, realizzare un sistema di sorveglianza delle infezioni correlate all’assistenza, può effettivamente rivelarsi molto utile.


Piccoli schiavi invisibili

26 agosto 2012

In occasione della giornata Onu in ricordo del commercio degli schiavi e della sua abolizione che ricorre il 23 agosto, l’associazione “Save the Children”  ha diffuso un dossier “I piccoli schiavi invisibili” sul fenomeno della tratta e dello sfruttamento dei minori in Italia.

In un comunicato Save the Children illustra i principali contenuti del dossier.

Tra l’altro si può leggere: “In Italia si riscontra una mancanza cronica di dati aggiornati sul fenomeno, ma possono essere certamente considerati la punta dell’iceberg di questa schiavitù spesso invisibile alle statistiche i 280 minori identificati come vittime di tratta o riduzione in schiavitù attraverso procedimenti penali tra il 2004 e il 2011 – provenienti principalmente dall’Europa orientale e balcanica, in misura minore quelli di origine straniera nati in Italia e quelli provenienti da Africa e Asia -, al pari dei più di 100 minori vittime di tratta che hanno beneficiato di programmi di assistenza specifici lo scorso anno.

Si stima tra i 1.600 e i 2000 il numero di minori che si prostituiscono in strada, in gran parte vittime di tratta e sfruttamento.

A partire dall’esperienza diretta di Save the Children, desta particolare preoccupazione l’elevata esposizione al rischio di tratta e sfruttamento delle migliaia di minori non accompagnati sbarcati sulle coste italiane.

E’ questo il caso delle giovani nigeriane giunte fra il 2011 e l’agosto 2012 via mare, alcune delle quali si sono ritrovate vittime di uno sfruttamento sessuale su strada che nel nostro Paese non solo si dimostra come un fenomeno cronico, ma si segnala in crescita.

I gravi rischi di sfruttamento riguardano anche i circa 1.300 afgani che per loro volontà sono solo ‘in transito’ nel nostro Paese e quindi ‘invisibili’, o i circa 900 minori egiziani giunti in Italia tra il 2011 e il 2012 con un oneroso debito di viaggio da saldare in fretta e il desiderio di aiutare le famiglie di origine, tutti entrati in contatto con Save the Children al momento dello sbarco o successivamente”.

Raffaella Milano,  direttore programmi Italia Europa di Save the Children, ha dichiarato: “I conflitti e le situazioni di crisi vissute in tante parti del mondo spingono senza tregua verso l’Italia e gli altri paesi europei migliaia di minori non accompagnati, esposti concretamente al rischio di tratta e sfruttamento sessuale o lavorativo.

La tratta e lo sfruttamento degli esseri umani è mossa da un flusso economico paragonabile, nel mondo, a quello del commercio illegale di droga e di armi.

Un fenomeno odioso e dalle conseguenze devastanti per la vita di migliaia di ragazze e ragazzi.

Di fronte a questa situazione non è possibile voltarsi dall’altra parte.

Parliamo di piccoli schiavi che sono ‘invisibili’ solo per chi non vuole vedere, mentre questa condizione è visibilissima nelle nostre città e colpisce drammaticamente centinaia di bambini e adolescenti.

E’ necessario un rafforzamento delle misure di protezione per le vittime, sia al livello nazionale che internazionale, ed il coordinamento degli sforzi per bloccare chi specula su questa vera e propria schiavitù contemporanea”.

Cosa propone Save the Children per contrastare il fenomeno della tratta e dello sfruttamento dei minori?

Secondo Carlotta Bellini, responsabile protezione dei minori di Save the Children, “In Italia è stata finalmente messa a punto nel gennaio scorso da parte del ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali la prima bozza di un piano nazionale anti-tratta.

E’ assolutamente necessario che il piano venga attivato entro il 2012, come annunciato, e che si avvii l’osservatorio nazionale, come è importante che l’identificazione dei minori vittime di tratta comprenda non solo lo sfruttamento sessuale ma tutte le forme possibili di sfruttamento.

E’ inoltre indispensabile prevedere un sistema nazionale e transnazionale per la presa in carico e l’assistenza di tutte le vittime di tratta e sfruttamento, ma si dovrebbe anche, a livello preventivo, far fronte al costante flusso in entrata di minori migranti non accompagnati con un sistema di accoglienza nazionale strutturato e diffuso sul territorio, in grado di garantire accoglienza e protezione adeguate che possano evitare l’esposizione dei minori al loro adescamento”.

Non c’è alcun dubbio che il fenomeno della tratta e dello sfruttamento dei minori in Italia sia molto preoccupante e che siano necessari interventi efficaci, da attuare nel più breve tempo possibile. A tale proposito le proposte di Save the Children a me sembrano del tutto condivisibili e, pertanto, auspico che siano attuate, rapidamente, dalle autorità competenti.


500.000 posti di lavoro persi nell’edilizia

23 agosto 2012

L’edilizia è uno dei settori economici nei quali la crisi economica è più pesante. Particolarmente preoccupanti sono i problemi occupazionali. Infatti da quando la crisi ha avuto inizio sono andati perduti 500.000 posti di lavoro. E le prospettive, nei prossimi mesi, sono tutt’altro che rosee.

Lo sostiene Walter Schiavella, segretario generale della Fillea-Cgil.

Schiavella ha infatti dichiarato: “Per settembre tutte le previsioni parlano di un andamento dell’edilizia e delle costruzioni in linea con quello di luglio e dei mesi scorsi. Per l’autunno non vediamo all’orizzonte segnali di ripresa.

E ormai dall’inizio della crisi si sono persi 400.000 posti di lavoro, 500.000 considerando anche l’indotto, ed è andata in fumo anche il 25% del valore della produzione dell’intera filiera. Ma senza investimenti non ripartirà nulla”.

E per Schiavella ci sono tutti i presupposti per un autunno “caldo” per un settore che dovrebbe trainare la ripresa dopo la crisi.

Schiavella ha infatti aggiunto: “Non ci sono segnali di novità per il settore nè dal punto di vista del credito, nè degli investimenti pubblici, tutte le nostre perplessità le avevamo ribadite in occasione del presidio del 17 luglio davanti al ministero dello Sviluppo Economico.

Nel ‘decreto sviluppo’ ci sono delle azioni che avevamo richiesto ma niente che possa rappresentare una svolta”.

Quali interventi dovrebbero essere realizzare?

Secondo Schiavella dovrebbe ripartire gli investimenti pubblici. Infatti il blocco della spesa sta strangolando il settore.

E il segretario della Fillea-Cgil ha sottolineato: “Si deve riprendere a investire, puntando su edilizia sostenibile, risparmio energetico, riqualificazione urbana, messa in sicurezza del territorio”.

E cosa intende fare la Cgil?

A tale proposito Schiavella ha affermato: “Dal nostro punto di vista continueremo la nostra mobilitazione per chiedere degli interventi che possano dare ossigeno al settore.

E la vicenda dell’Ilva ha messo in evidenza che nel nostro Paese serve una riconversione produttiva, che è fondamentale per il nostro settore”.

L’importante, secondo Schiavella, è di non puntare a tornare ai livelli pre-crisi.

Infatti ha così concluso: “Le due chiavi per ripartire secondo noi sono investimenti e regolarità ma si deve capire che non si tornerà mai ai livelli pre-crisi, che sono stati il frutto di un sistema drogato, viziato dalla speculazione e dalla bolla immobiliare.

Si è costruito molto e male. L’unico modo per uscire dalla crisi è attraverso un’edilizia migliore. Si deve capire che la crisi ha segnato un punto di svolta: o si capisce che per tornare allo sviluppo si deve seguire una strada diversa o la ripresa è molto lontana”.

Non c’è dubbio che la crisi del settore edile è molto grave e che siano necessari interventi efficaci, nel breve periodo, per affrontarla. A tale proposito mi sembra molto interessante quanto propone Schiavella, quando rileva che non si deve tornare ad “un sistema drogato, viziato dalla speculazione e dalla bolla immobiliare”. E’ questa la strada che deve essere seguita.


Consumare meno consumare meglio

21 agosto 2012

Dal 23 al 26 agosto si terrà a Fanano, sull’Appennino modenese, l’incontro nazionale delle famiglie aderenti alla campagna “Bilanci di Giustizia”. Il tema di quest’anno sarà “Vogliamo crescere decrescendo”.

In una nota pubblicata su www.altraeconomia.it ci si occupa dei contenuti dell’incontro.

Giunta al suo diciannovesimo anno di età, la campagna mostra che un diverso stile di vita è possibile e assolutamente necessario, anche alla luce della grave crisi economica che attraversiamo.

Infatti dopo i precedenti incontri in cui sono stati approfonditi temi concreti, quali il consumo sostenibile, l’acqua, la finanza, l’energia, il lavoro, la politica e la Costituzione, quest’anno i “bilancisti” vogliono dimostrare che a loro questa crisi non mette paura, perché hanno tutti gli strumenti per affrontarla e superarla.

“In questo tempo di profonda trasformazione economica e culturale – ha affermato il loro coordinatore nazionale, don Gianni Fazzini – un migliaio di famiglie ‘bilanciste’ hanno attuato, nei 36 gruppi locali sparsi in tutta la penisola, percorsi di revisione dei consumi inseriti nelle diverse realtà territoriali.

Questi percorsi hanno in comune la metodica revisione del bilancio familiare attuata innanzitutto in famiglia e condivisa e confrontata poi mensilmente nel gruppo locale.

La riproposta dell’autoproduzione, in tutti i campi del quotidiano, il reinserirsi nei ritmi naturali, la ricostruzione del tessuto sociale a partire da iniziative locali, sono alcune delle piste di ricerca maggiormente sperimentate…

L’incontro di Fanano sarà per noi lo spazio per condividere ciò che si sta vivendo e per prendere consapevolezza del valore esistenziale e politico di questo movimento unico in Europa”.

Ospiti e relatori dell’incontro, che avranno anche il compito di stimolare la discussione, saranno: Emanuela D’Angelo (coautrice del libro “Gli alberi non crescono fino al cielo”), Maurizio Pallante del movimento per la decrescita, Francuccio Gesualdi del Centro nuovo modello di sviluppo di Vecchiano (Pisa) e un rappresentante di Sbilanciamoci, Antonella Valer, insegnante di economia e diritto presso le scuole superiori, nonché storica aderente alla campagna, relazionerà sul recente simposio organizzato dal Wuppertal Institute dal titolo: “L’economia della sufficienza: ciò che manca all’agenda di Rio”.

Visitando il sito www.bilancidigiustizia.it si possono acquisire maggiori informazioni relativamente alla campagna esaminata.

L’obiettivo principale è sperimentare, con un consistente numero di nuclei familiari, le possibilità di “spostamento” da consumi dannosi per la salute, per l’ambiente e per le popolazioni del Sud del mondo, a prodotti più sani, che non incidono in modo irreparabile sulle risorse naturali e che riducono i meccanismi di sfruttamento nelle regioni sottosviluppate.

Come suo strumento fondamentale la campagna ha scelto i bilanci mensili nei quali ogni famiglia deve indicare i suoi consumi “normali” e i suoi obiettivi di sostituzione di un prodotto considerato dannoso con un altro meno dannoso o valutato in termini positivi.

Prodotti del commercio equo e solidale, detersivi biologici, uso delle biciclette al posto dell’auto, acquisto di elettrodomestici a basso consumo energetico e che non usano i Cfc responsabili del “buco” nell’ozono sono solo alcuni degli esempi di “spostamenti” possibili e che in realtà possono non modificare i nostri livelli dei consumi.

In altri casi, peraltro, una attenta analisi dei prodotti può far emergere rapporti tra prezzi e calorie e tra costi e rischi che spingono anche a ridurre i consumi, tenendo presente che siamo tutti sovralimentati (e soffriamo delle malattie causate dal cibo in eccesso) e che è ormai evidente che una diminuzione dell’uso delle auto (e quindi del relativo inquinamento dell’aria) del 20% costituirebbe in realtà un miglioramento della nostra qualità della vita..

La campagna fu lanciata dai “Beati i Costruttori di Pace”, in occasione del quinto raduno del movimento tenutosi a Verona il 19 settembre 1993.

Ad oggi le famiglie impegnate sono più di 1200.

La campagna “Bilanci di giustizia” mi sembra un esperimento interessante e che dovrebbe estendersi. Certamente non potrà che rimanere un’esperienza minoritaria. Presenta senza dubbio i suoi limiti. Stupisce, però, che sia poco conosciuta. I mass media dovrebbero occuparsene molto di più per consentire, fra l’altro, a quanti ritenessero validi gli obiettivi che si propone, di aderire.


Dov’è inquinato il mare

19 agosto 2012

Sono stati resi noti i risultati dell’edizione 2012 di Goletta Verde, la campagna di Legambiente che ogni anno controlla lo stato di salute del mare italiano. Sono 120 i campioni risultati fuori legge – uno ogni 62 km di costa – su un totale di 205 analisi effettuate. Calabria, Liguria e Campania le regioni con maggiori problemi, con 19, 15 e 14 punti critici. In Sardegna e Toscana il mare più pulito.

Una sintesi dei risultati delle indagini di Goletta Verde è contenuta in un comunicato emesso da Legambiente:

“Sono 120 i campioni risultati fuori legge – uno ogni 62 km di costa – su un totale di 205 analisi microbiologiche effettuate dal laboratorio mobile di Goletta Verde nel mare italiano nell’estate 2012.

Ben 100 i prelievi risultati fortemente inquinati, cioè con concentrazioni di batteri di origine fecale pari ad almeno il doppio dei limiti di legge.

L’86% dei punti inquinati sono stati prelevati alle foci di fiumi, torrenti e canali, risultati i nemici numero uno del mare italiano, ma anche nei pressi di scarichi di depuratori malfunzionanti.

Ancora una volta sul podio del mare più inquinato troviamo la Calabria e la Campania, rispettivamente con 19 e 14 punti inquinati, mentre a sorpresa si piazza al secondo posto di questa poco onorabile classifica la Liguria con 15 prelievi risultati oltre i limiti di legge.

Sardegna e Toscana si confermano anche quest’anno le regioni col mare più pulito, rispettivamente con un campione inquinato ogni 433 e 200 km di costa”.

La principale causa dell’inquinamento del mare italiano è rappresentata dalla mancata o inadeguata depurazione dei reflui fognari che, stando alle elaborazioni di Legambiente su dati Istat, riguarda ancora 24 milioni di abitanti, che scaricano direttamente in mare o indirettamente attraverso fiumi e canali utilizzati come vere e proprie fognature.

Le regioni peggiori per numero di abitanti senza adeguata depurazione sono Sicilia, Lazio e Lombardia.

Un problema ambientale e sanitario che sta per diventare anche economico vista la condanna dell’Italia da parte della Corte di giustizia europea arrivata a fine luglio perché 109 agglomerati urbani medio grandi, distribuiti in 8 regioni, non si sono ancora adeguati alla direttiva europea sul trattamento delle acque reflue.

A tale proposito Stefano Ciafani, vicepresidente nazionale di Legambiente, ha dichiarato: “Il mare italiano continua ad essere minacciato da troppi scarichi fognari non depurati, nonostante siano trascorsi ben 36 anni dall’approvazione della prima legge sulla trattamento delle acque reflue.

Alla mancanza cronica di impianti di depurazione, soprattutto da parte dei comuni dell’entroterra, si aggiunge anche il carico inquinante dei reflui che non sono adeguatamente trattati dagli impianti in attività: si tratta di una situazione davvero imbarazzante che va sanata una volta per tutte.

Alla denuncia di Goletta Verde si affianca ora la sentenza di condanna europea che rischia di far pagare ai cittadini italiani multe milionarie con soldi che invece potrebbero essere investiti per aprire nuovi cantieri per la depurazione.

Bisogna investire subito e al meglio risorse adeguate, a partire da quelle stanziate dalla delibera Cipe dell’aprile scorso che prevede 1,8 miliardi di euro per le regioni del Mezzogiorno.

Realizzare sistemi efficienti e moderni per la raccolta e il trattamento degli scarichi civili – ha concluso Ciafani – è una priorità non solo per la tutela del mare e della salute dei cittadini e dei bagnanti, ma anche per l’economia nazionale. Si eviterebbero le imminenti sanzioni comunitarie e si rifarebbe partire l’economia grazie ad opere pubbliche davvero utili alla collettività”.

Non posso che concordare con quanto sostenuto dal vicepresidente nazionale di Legambiente e mi auguro che siano effettuati, il prima possibile, consistenti investimenti che migliorino la situazione degli impianti di depurazione che, come rilevato nel comunicato, è tutt’altro che ottimale.


Gli agricoltori si ammalano di Sla come i calciatori a causa dei pesticidi?

2 agosto 2012

Gli agricoltori si ammalano di sclerosi laterale amiotrofica come e più dei calciatori a causa del contatto continuo con i pesticidi: al momento è un’ipotesi sulla quale sta lavorando la Procura di Torino, la stessa che ha in esame i casi di Sla tra i calciatori. Un’ipotesi che spiegherebbe il meccanismo per cui l’incidenza di questa malattia sia così alta tra coloro che sono a contatto l’erba dei campi di calcio.

Riferisce di questa ipotesi Marta Albè in un articolo pubblicato su www.greenme.it.

E’ stato il pubblico ministero torinese Raffaele Guariniello a dichiarare che la Procura della Repubblica di Torino sta analizzando l’ipotesi in questione.

La correlazione tra le due tipologie professionali dipenderebbe dall’analogo tipo di pesticidi impiegato sia in agricoltura che per il trattamento dell’erba dei campi da calcio.

Sono stati alcuni esperti, consulenti di Guariniello, ad avanzare quella ipotesi, prendendo in considerazione alcune statistiche relative sia ai calciatori che agli agricoltori.

Secondo dati risalenti allo scorso decennio, i calciatori sarebbero colpiti da Sla ben 24 volte di più rispetto a coloro che non calpestano un campo da calcio.

Per quanto concerne gli agricoltori, destano forti sospetti i dati emersi negli ultimi giorni relativamente alla sola regione Piemonte, dove per l’anno 2011 sono stati conteggiati ben 123 contadini a cui è stata diagnosticata la Sla.

La Procura di Torino sta approfondendo i dati raccolti al fine di comprendere se le ipotesi di correlazione tra sclerosi laterale amiotrofica e pesticidi possano essere confermate.

In particolare ci si potrebbe occupare di comprendere quali siano i settori dell’agricoltura maggiormente coinvolti e se tra i pazienti che hanno contratto la Sla negli ultimi anni vi siano delle persone che abbiano svolto il mestiere dell’agricoltore in passato.

Il passo successivo potrebbe essere costituito dal comprendere quali siano esattamente le tipologie di pesticidi implicate nell’insorgere della malattia, sempre che essi risultino realmente coinvolti nella questione al momento ancora ipotetica.

E’ auspicabile che le indagini della Procura della Repubblica di Torino riguardo la possibile influenza esercitata dai pesticidi nel causare il diffondersi della Sla siano quanto prima approfondite. La sclerosi laterale amiotrofica è, come è noto, una malattia terribile e, ovviamente, se venisse individuata una delle sue possibili cause, verrebbe perseguito un obiettivo di estrema importanza.