Migranti, 8 “bufale” da sfatare

29 marzo 2017

Vi è sempre maggiore attenzione sul fatto che nei media e, soprattutto nei social, sono molto diffuse le “fake news”, insomma vere e proprie “bufale”. E numerose bugie riguardano i migranti. I radicali italiani hanno realizzato un prontuario, ideato da Emma Bonino, nel quale sono individuate 8 grandi bugie, proprio relative ai migranti.

Di seguito, riporto le 8 “bufale” individuate in questo prontuario. E per ognuna si spiega qual è invece la realtà.

Siamo di fronte a un’invasione

Nell’Unione Europea, su oltre 500 milioni di residenti di ogni età (510 milioni) nel 2015, solo il 7% è costituito da immigrati (35 milioni), mentre gli autoctoni sono la stragrande maggioranza (93%, pari a 473 milioni). La quota di stranieri varia notevolmente tra i Paesi europei (il 10% in Spagna, il 9% in Germania, l’8% nel Regno Unito e in Italia, il 7% in Francia). È curioso, però, che i Paesi più ostili all’accoglienza degli immigrati sono quelli che ne hanno di meno: la Croazia, la Slovacchia e l’Ungheria, ad esempio, che ne hanno circa l’1%.

Ma non c’è lavoro neanche per gli italiani, non possiamo accoglierli

Per mantenere sostanzialmente inalterata la popolazione italiana dei 15-64enni nel prossimo decennio, visto che tra il 2015 e il 2025 gli italiani diminuiranno di 1,8 milioni, è invece necessario un aumento degli immigrati di circa 1,6 milioni di persone: si tratta di un fabbisogno indispensabile per compensare la riduzione della popolazione italiana in età lavorativa.

Sì, ma questi ci rubano il lavoro

Agli immigrati sono riservati solo i lavori non qualificati, in gran parte rifiutati dagli italiani: gli stranieri non riducono l’occupazione degli italiani, ma occupano progressivamente le posizioni meno qualificate abbandonate dagli autoctoni, soprattutto nei servizi alla persona, nelle costruzioni e in agricoltura: settori in cui il lavoro è prevalentemente manuale, più pesante, con remunerazioni modeste e con contratti non stabili. Dai dati più aggiornati del 2015, infatti, emerge che oltre un terzo degli immigrati svolge lavori non qualificati (36% contro il 9% degli italiani).

Sarà, però ci tolgono risorse per il welfare

I costi complessivi dell’immigrazione, tra welfare e settore della sicurezza, sono inferiori al 2% della spesa pubblica.  Dopodiché, gli stranieri sono soprattutto contribuenti: nel 2014 i loro contributi previdenziali hanno raggiunto quota 11 miliardi, e si può calcolare che equivalgono a 640.000 pensioni italiane. Col particolare che i pensionati stranieri sono solo 100.000, mentre i pensionati totali oltre 16 milioni.

Comunque i rifugiati sono troppi, non c’è abbastanza spazio in Europa

Dei 16 milioni complessivi solo 1,3 milioni sono ospitati nei 28 Paesi dell’Unione europea (8,3%), tra cui l’Italia (118.000, pari allo 0,7%). I Paesi che ospitano il maggior numero di rifugiati nel 2015 sono la Turchia (2,5 milioni), il Pakistan (1,6 milioni), il Libano (1,1 milioni) e la Giordania (664.000).

Certo e allora li ospitiamo negli alberghi

I centri di accoglienza straordinaria sono strutture temporanee cui il ministero dell’Interno ha fatto ricorso, a partire dal 2014, in considerazione dell’aumento del flusso: le prefetture, insieme alle Regioni e agli enti locali, cercano ulteriori posti di accoglienza nei singoli territori regionali, e quando non li trovano si rivolgono anche a strutture alberghiere. Si tratta di una gestione straordinaria ed emergenziale, spesso criticata in primo luogo da chi si occupa di asilo, perché improvvisata, in molti casi non conforme agli standard minimi di accoglienza e quindi inadatta ad attuare percorsi di autonomia. Quindi sono uno scandalo non gli alberghi, ma la mala gestione e l’assenza di servizi forniti in quei centri improvvisati.

E diamo loro 35 euro al giorno per non fare niente

In Italia, nel 2014, sono stati spesi complessivamente per l’accoglienza 630 milioni di euro, e nel 2015 circa 1 miliardo e 162 milioni. Il costo medio per l’accoglienza di un richiedente asilo o rifugiato è di 35 euro al giorno (45 per i minori) che non finiscono in tasca ai migranti ma vengono erogati agli enti gestori dei centri e servono a coprire le spese di gestione e manutenzione, ma anche a pagare lo stipendio degli operatori che ci lavorano. Della somma complessiva solo 2,5 euro in media, il cosiddetto “pocket money”, è la cifra che viene data ai migranti per le piccole spese quotidiane (dalle ricariche telefoniche alle sigarette).

Sì però i terroristi islamici stanno sfruttando i flussi migratori per fare attentati e conquistare l’Europa

Limitando l’osservazione al terrorismo islamista, i primi 5 Paesi con la maggiore quota di morti sono l’Afghanistan (25%), l’Iraq (24%), la Nigeria (23%), la Siria (12%), il Niger (4%) e la Somalia (3%). Le vittime dell’Europa occidentale rappresentano una quota residuale, inferiore all’1%. L`Italia è terra d’immigrazione con molti cristiani ortodossi: oltre 2 milioni tra ucraini, romeni, moldavi e altre nazionalità. Seguono circa 1 milione e 700.000 persone di religione musulmana (compresi gli irregolari e minori), meno di un terzo del totale degli oltre 5 milioni di stranieri in Italia. In Europa solo il 5,8 per cento della popolazione è di religione islamica.

Mi limito ad osservare che questo prontuario dovrebbe essere ampiamente diffuso, perché mi sembra molto utile per “smontare” le principali “bufale” che riguardano i migranti. Forse, se ciò avvenisse, diminuirebbe anche la paura che contraddistingue una parte consistente della popolazione europea, proprio a causa della presenza dei migranti.


Movimento 5 Stelle, nonostante gli errori aumentano i consensi. Perchè?

26 marzo 2017

La gran parte dei sondaggi elettorali attribuiscono al Movimento 5 Stelle, negli ultimi periodi, una crescita dei consensi, fino a considerarlo il primo partito in Italia, soprattutto dopo la scissione avvenuta nel Pd. E questa crescita dei consensi si sarebbe verificata nonostante gli errori, i problemi, che hanno caratterizzato, recentemente, l’azione di molti esponenti del Movimento 5 Stelle. Come mai non si è manifestata invece una riduzione dei consensi?

E’ bene ricordare, innanzitutto, che non sempre i sondaggi, in passato, in Italia, si sono dimostrati corrispondenti ai risultati delle diverse elezioni o referendum.

Ma, questa volta, credo che tale tendenza all’aumento dei consensi rivolti al Movimento 5 Stelle, nonostante tutto, sia realistica.

E quali sono i motivi alla base di quella tendenza?

In primo luogo, il comportamento degli altri partiti, soprattutto del Pd, che, oggettivamente, va considerato il principale avversario del Movimento.

Gli altri partiti, in primo luogo appunto il Pd, non hanno dimostrato di volersi rinnovare davvero, di voler rinnovare realmente la politica italiana, di perseguire anche l’interesse generale, di affrontare efficacemente i principali problemi dell’Italia.

E poiché da tempo, fra gli italiani, è sempre più diffusa una notevole sfiducia nella politica che, oltre a provocare un aumento dell’astensionismo, ha determinato i successi elettorali del Movimento 5 stelle, ritenuto l’unico partito in grado di rinnovare la politica italiana, nonostante i problemi di questo Movimento, considerando appunto che gli altri partiti hanno continuato a comportarsi come in passato, il Movimento 5 Stelle è rimasto, per molti elettori, l’unica alternativa, quanto meno per quelli più sfiduciati nei confronti della politica e più colpiti dalla crisi economica e sociale che si manifesta ancora nel nostro Paese.

Un motivo, però di secondaria importanza, è rappresentato, a mio avviso, dal fatto, che la maggior parte degli elettori compiono le loro scelte in base ai comportamenti, alle scelte, e alle promesse, dei diversi partiti, più evidenti, più comprensibili, e considerano più importanti i problemi che li colpiscono direttamente (ad esempio la mancanza di sicurezza, la disoccupazione).

Questa situazione, peraltro, si è sempre verificata, anche in passato.

Inoltre solo una minoranza degli elettori sono informati, in modo approfondito, di quanto avviene nel sistema politico e in quello economico.

D’altra parte non sempre i partiti riescono a comprendere fino in fondo gli orientamenti degli elettori, i problemi da loro ritenuti di maggiore rilievo. Lo stesso avviene per i mass media, soprattutto per i giornali tradizionali.

E quindi sono stati trascurati da molti elettori alcuni errori del Movimento 5 Stelle come, ad esempio, l’iniziale decisione dei loro parlamentari europei di aderire al gruppo dei liberali.

Poi, i partiti tradizionali hanno dimostrato, spesso, di non essere più in sintonia con le esigenze, i problemi, di una parte consistente degli elettori, di non riuscire più nemmeno a comprendere tali esigenze e tali problemi.

Peraltro questa situazione si è manifestata anche in altri Paesi. L’esempio più singificativo è stata la vittoria di Trump nelle elezioni presidenziali americane. Trump è stato ampiamente sottovalutato dal Partito Democratico e dai più “influenti” mass media.

Quindi se gli altri partiti, di nuovo soprattutto il Pd, vorranno contrastare efficacemente la crescita dei consensi del Movimento 5 Stelle, dovranno davvero rinnovarsi, dovranno riuscire a comprendere molto meglio le esigenze, i problemi, della maggioranza degli elettori.

Lo vorranno fare? Saranno in grado di farlo?

A me sembra difficile che ciò avvenga, nel breve periodo.

E, considerando le probabili caratteristiche della legge elettorale e la volontà del Movimento 5 Stelle di non allearsi con nessun altro partito, è possibile che, in seguito alle elezioni politiche, che è ormai quasi certo che si terranno nel 2018, non si riesca a dare vita ad un governo, con tutte le notevoli conseguenze negative che ciò comporterebbe, soprattutto a livello economico.


Primarie del Pd, probabile una scarsa partecipazione

21 marzo 2017

Il 30 aprile si terranno le primarie per l’elezione del nuovo segretario del Pd. I candidati saranno Matteo Renzi, Andrea Orlando e Michele Emiliano. E’ più che probabile che la partecipazione degli elettori del Pd sarà sensibilmente inferiore rispetto a quanto avvenuto in occasione delle precedenti primarie.

Alle primarie che furono vinte da Matteo Renzi parteciparono circa 2.800.000 elettori. Io credo che il numero di coloro che il prossimo 30 aprile voteranno per uno dei tre candidati sarà considerevolmente più basso.

Ritengo che i partecipanti non saranno più di un milione o di un milione e mezzo.

Devo ammettere che anche io, che oltre ad essere un elettore del Pd sono iscritto a questo partito, non so se mi recherò a votare.

Ma a parte le considerazioni che sono alla base della mia incertezza, vorrei occuparmi dei motivi che potrebbero, in generale, determinare la scarsa partecipazione che ho già evidenziato come più che probabile.

Innanzitutto i tre candidati risultano essere, per molti, inadeguati a svolgere l’incarico di segretario del Pd.

Renzi è stato sonoramente sconfitto dalla schiacciante vittoria del No nel referendum costituzionale del 4 dicembre e non ha, almeno pubblicamente, analizzato approfonditamente le cause che hanno determinato quella sconfitta.

E non ha nemmeno elaborato un progetto credibile di rinnovamento del Pd, necessario sia per accrescere i consensi nei confronti di quel partito sia – e questo è molto più importante – per affrontare i notevoli problemi che contraddistinguono attualmente l’Italia.

Neanche Orlando ed Emiliano hanno presentato un progetto di rinnovamento del Pd che avesse quelle caratteristiche, a mio avviso indispensabili.

Inoltre la partecipazione alle primarie potrebbe essere piuttosto limitata anche perché il Pd, nelle sue diverse articolazioni, sia nel governo nazionale che nel governo degli enti locali, generalmente – ci sono però delle eccezioni soprattutto a livello locale che non vanno trascurate – non ha dimostrato di essere in grado di attuare quel processo di profondo cambiamento della politica, ritenuto indispensabile da molti italiani, né di fornire risposte adeguate ai principali problemi del nostro Paese.

Quindi la fiducia nel Pd è andata via via riducendosi e potrebbe avere come esito appunto la scarsa partecipazione alle primarie.

Del resto queste caratteristiche del Pd sono alla base del consistente numero di coloro che si astengono nelle diverse elezioni e del notevole consenso che continua a riscuotere il Movimento 5 Stelle, nonostante i numerosi errori compiuti negli ultimi periodi.

E una scarsa partecipazione alle primarie del prossimo 30 aprile non sarebbe solamente un problema per il Pd.

Infatti sarebbe la dimostrazione dell’aumento della sfiducia fra i cittadini italiani nei confronti di strumenti democratici importanti come le primarie, che potrebbe poi trasformarsi in un aumento dell’astensionismo in occasione delle elezioni politiche che si terranno nel 2018.

E tutto ciò non sarebbe per nulla un fatto positivo.


Il 21 marzo a Locri la giornata della memoria delle vittime delle mafie

19 marzo 2017

Si svolgerà a Locri il 21 marzo e in contemporanea in 4.000 luoghi in tutta Italia la XXII Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, promossa da Libera e Avviso Pubblico, in collaborazione con la Rai Responsabilità Sociale, Conferenza Episcopale Calabra e con il patrocinio del Comune di Locri e sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica.

Il tema della giornata, “Luoghi di speranza e testimoni di bellezza”, richiama proprio l’importanza di saldare la cura dell’ambiente e dei territori con l’impegno per la dignità e la libertà delle persone. Esercitando al contempo le nostre responsabilità di persone, di cittadini, di abitanti – ospiti e custodi – della Terra.

Perché è stata scelta Locri?

La risposta la si può ottenere leggendo una parte di un comunicato emesso da Libera.

“Locri, come piazza principale, per stare vicino a chi – in Calabria , come in altre regioni – non si rassegna alla violenza mafiosa, alla corruzione e agli abusi di potere.

Per la forza e l’attualità della ‘ndrangheta, che oggi è l’organizzazione criminale più attiva. Ed è la più forte non solo per il numero degli affiliati, ma anche per il consenso che riesce ad avere in molti strati sociali. È l’organizzazione criminale italiana più diffusa nel mondo e quella che meglio può riciclare all’estero i profitti illeciti.

Perché Libera, che a quella terra è particolarmente legata, vuole testimoniare e valorizzare il positivo di tante realtà, laiche e cattoliche, istituzionali e associative, impegnate per il bene comune, per la dignità e la libertà delle persone.

Una edizione quest’anno, importante , perché lo scorso 1° marzo 2017, con voto unanime alla Camera dei Deputati, è stata approvata la proposta di legge che istituisce e riconosce il 21 marzo quale “Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie”.

La lettura dei nomi delle vittime innocenti delle mafie e i tanti momenti di ricordo e approfondimento, nello stesso giorno, alla stessa ora unirà Locri con i 4.000 luoghi in tutta Italia e in Europa e in America Latina.

Un 21 marzo diffuso su tutto territorio nazionale, da Verbania a Olbia , attraversando Rimini, Prato, Ostia, Napoli, Bari, Trapani.

E che supera i confini nazionali. Attraverso la rete latinoamericana di Alas – América Latina Alternativa Social, il 21 Marzo sarà condiviso con le associazioni messicane, colombiane e argentine rispettivamente a Città del Messico, Bogotà e Buenos Aires.

In Europa invece le iniziative previste riguarderanno Parigi, Morges e Losanna , Berlino, Madrid e Bruxelles.

A sottolineare – non solo simbolicamente – che per contrastare le mafie e la corruzione occorre sì il grande impegno delle forze di polizia e di molti magistrati, ma prima ancora occorre diventare una comunità solidale e corresponsabile, che faccia del “noi” non solo una parola, ma un crocevia di bisogni, desideri e speranze.


La legge sulla povertà un importante passo in avanti, ma…

14 marzo 2017

Il 9 marzo il Parlamento ha approvato definitivamente, con il voto dei senatori, la legge delega sulla povertà. Secondo l’Alleanza contro la povertà con l’approvazione di questa legge “per la prima volta nella storia del nostro Paese il Parlamento ha definito una reale misura di contrasto alla povertà assoluta. Si tratta di un deciso passo in avanti, pur nella consapevolezza della necessità di una decretazione attuativa all’altezza della sfida: vale a dire uno strumento di lotta alla povertà capace di includere le persone e le famiglie più povere”.

L’Alleanza contro la povertà, nata nel 2013, raggruppa 35 associazioni che hanno deciso di unirsi per contribuire alla costruzione di adeguate politiche pubbliche contro la povertà assoluta in Italia.

In una nota l’Alleanza esprime le proprie valutazioni su tale legge.

“Va riconosciuto l’impegno del Parlamento e delle forze politiche che, anche attraverso l’ascolto dell’appello della Alleanza contro la povertà in Italia dello scorso 28 dicembre, hanno sostenuto – in diversi modi – questa battaglia. Così come vanno ricordate con gratitudine le parole d’incoraggiamento che, in occasione del suo messaggio di fine d’anno, il Presidente della Repubblica, ha rivolto a chi si batte per contrastare la povertà in Italia.

La sfida che emerge dall’approvazione della legge delega è duplice: sviluppare una decretazione efficace per una misura che è contestualmente di sostegno al reddito e di inclusione sociale; dall’altra, predisporre un piano nazionale contro la povertà che definisca strategie attuative e di finanziamento incrementali, che consentano il progressivo ampliamento dell’utenza sino a raggiungere tutta la popolazione in povertà assoluta…

L’Alleanza ha sempre sollecitato l’adozione di uno strumento fondato su due pilastri: il sostegno economico a chi vive in povertà assoluta e la presa in carico da parte dei servizi territoriali.

Una misura priva della dimensione dei servizi e che eroga solo sussidi sarebbe, infatti, inadeguata, poiché si scontrerebbe con la forte carenza dei medesimi in vaste aree dell’Italia, risulterebbe avere natura meramente assistenziale e perderebbe quel carattere inclusivo che rappresenta il vero punto di svolta nella lotta alla povertà e all’emarginazione sociale.

Vi sono dunque alcuni elementi principali che riteniamo debbano essere incorporati nei successivi decreti delegati per garantire l’efficacia della misura:

– Assicurare che il fondo povertà sia articolato sulle due componenti complementari: contributi economici e servizi alla persona, garantiti attraverso il welfare locale. Ai servizi alla persona dovrebbe essere assicurato un finanziamento adeguato: solo così, infatti, il reddito d’inclusione può risultare effettivamente inclusivo e capace di modificare le condizioni di vita delle persone.

– Assicurare eque condizioni di accesso alla misura, attraverso un utilizzo dello strumento dell’Isee e sulla base del reddito disponibile, che dovrà servire da riferimento per la quantificazione del beneficio, tenendo anche conto dei costi dell’abitare.

– Garantire assistenza tecnica a tutti i territori coinvolti, così da porli nelle migliori condizioni per costruire percorsi d’inclusione. Sempre a tal fine, prevedere forme associate di gestione del reddito d’inclusione tra i comuni di un medesimo ambito territoriale.

– Assicurare un incisivo sistema di monitoraggio e valutazione dei servizi, per verificarne l’efficacia, la crescita incrementale e la qualità.

L’obiettivo è l’effettiva universalità della prestazione, dentro una strategia di potenziamento incrementale del sistema dei servizi e della loro capacità di una presa in carico efficace e inclusiva.

L’Alleanza, come ormai fa dal 2013, continuerà ad accompagnare, sia con la propria rappresentanza sociale sia con la propria competenza e iniziativa, l’introduzione di questa misura a livello nazionale e locale”.

Le valutazioni dell’Alleanza mi sembrano condivisibili.

Sarà soprattutto necessario aumentare i fondi a disposizione affinchè i benefici previsti dalla legge possano essere utilizzati da tutte le persone in povertà assoluta.


In difesa della sanità pubblica

12 marzo 2017

La Rete sostenibilità e salute, a cui hanno aderito 26 associazioni, ha redatto un manifesto per la difesa del servizio sanitario nazionale che sarà presentato in occasione della giornata mondiale della salute, il 7 aprile. Tra gli obiettivi della Rete il più importante è rappresentato dalla necessità di contrastare la volontà politica di ridimensionare la sanità pubblica.

In una nota della Rete si può leggere “Secondo le valutazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità degli ultimi dieci anni, gli indicatori di salute dimostrano che il sistema sanitario in Italia è stato efficace e meno costoso che nella maggior parte dei Paesi occidentali ad alta industrializzazione. Le varie forme assicurative integrative o sostitutive, invece, rischiano di produrre livelli differenti di copertura sanitaria che colpirebbero profondamente il solidarismo del sistema sanitario basato sulla fiscalità generale, con aumento del consumismo sanitario e riduzione dell’appropriatezza degl’interventi”.

E la nota così prosegue “La salute non equivale alla quantità di prestazioni erogate: pertanto bisogna favorire l’informazione perché i cittadini non credano che il mantenimento della salute dipenda dal numero di visite specialistiche ed esami diagnostici effettuati o dal consumo di farmaci. Un sistema sanitario sostenibile persegue il fine di determinare la migliore e più adatta risposta ai differenti bisogni di ciascuno, considerando criteri di documentata efficacia. Secondo l’articolo 32 della Costituzione, la gratuità delle prestazioni in funzione del bisogno è dovuta in quanto il servizio sanitario è sostenuto dalla fiscalità generale secondo la logica della progressività; ciò ha un valore ancora maggiore in fase di crisi economica per consentire a tutti l’accesso alle cure”.

Tra le 26 associazioni aderenti alla Rete si possono citare, tra le altre, Medicina Democratica, Psichiatria Democratica e Slow Food.

Il manifesto della Rete è composto da 10 punti.

– Non è vero che la sanità pubblica è insostenibile. Un sistema sanitario è tanto sostenibile quanto si vuole che lo sia. Secondo le valutazioni dell’Oms degli ultimi dieci anni, gli indicatori di salute dimostrano che il sistema sanitario in Italia è stato efficace e meno costoso che nella maggior parte dei Paesi occidentali ad alta industrializzazione. Un sistema sanitario sostenibile non prevede l’utilizzo illimitato delle risorse ma persegue il fine di determinare la migliore e più adatta risposta ai differenti bisogni.

– Le varie forme assicurative integrative o sostitutive di ogni natura ed il cosiddetto secondo welfare rischiano di produrre livelli differenti di copertura sanitaria che potrebbero colpire profondamente il solidarismo del sistema sanitario basato sulla fiscalità generale, tendendo ad aumentare il consumismo sanitario e a non migliorare l’appropriatezza degli interventi. Gli attuali 35 miliardi di euro della spesa sanitaria privata italiana potrebbero costituire solo la spesa iniziale in un mercato privato che ha come sua principale finalità la massimizzazione degli utili e la minimizzazione del rischio d’impresa: la tendenza che ne risulterebbe potrà aumentare di conseguenza anche la spesa sanitaria complessiva scaricando sempre sul pubblico gli interventi più complessi e costosi (emergenza-urgenza, rianimazione, oncologia, patologie cronico-degenerative).

– E’ deleteria l’ideologia della salute equivalente alla quantità di prestazioni erogate che significa indurre la popolazione a credere che il mantenimento della salute dipenda dal numero di visite, esami, indagini e dal consumo di farmaci: ciò è solo funzionale al sistema medico-industriale nella logica di una crescita economica illimitata ed indiscriminata e dell’accrescimento dei profitti.

– La prevenzione primaria, intesa come andare alle cause che producono malattie e disagi nell’ambiente di vita e di lavoro, deve tornare ad essere elemento fondamentale del sistema sanitario e non può essere confusa né sostituita da pratiche di diagnosi precoce, pur se dimostrate utili. Altrettanto importanti sono le azioni di promozione della salute e del benessere, da perseguire in modo intersettoriale con approccio di ‘salute in tutte le politiche’: prevedere interventi di cura per poi riportare le persone nei luoghi di provenienza senza modificare le condizioni che le hanno fatte ammalare contraddice il buon senso, l’efficacia e la giustizia sociale.

– La dimensione relazionale è centrale al rapporto di cura, e coinvolge il paziente come persona all’interno delle proprie reti familiari e sociali. Per questo serve un approccio multidisciplinare, in stretta sinergia con l’ambito d’intervento sociale.

– Secondo l’articolo 32 della Costituzione, la gratuità delle prestazioni in funzione del bisogno è dovuto in quanto il servizio sanitario è sostenuto dalla fiscalità generale secondo la logica della progressività; ciò vale specialmente in fase di crisi economica che riduce una crescente percentuale della popolazione sotto il livello di povertà.

– Il ricorso a forme di assistenza privatistica in ambito pubblico deve essere profondamente rivisto incentivando da un lato l’effettiva continuità assistenziale del processo di cura dei pazienti, dall’altro valorizzando gli operatori sanitari che aderiscano a progetti con questa finalità. L’obiettivo di riduzione delle liste d’attesa non può prescindere dalla valutazione dell’efficacia degli interventi.

– Il servizio sanitario è un sistema che si realizza nel decentramento territoriale: appare opportuno che i responsabili siano conosciuti e identificati dai cittadini in modo tale che questi ultimi possano esercitare forme partecipate di controllo. Tale possibilità, finora peraltro mai contemplata, diventa sempre più ardua a causa della continua estensione territoriale delle Asl che allontanano sempre più dai territori locali i responsabili istituzionali.

– Il servizio sanitario deve essere riformato dai principi costituzionali di cui agli articoli 3, 32, 41 della Costituzione, ripresi ed estesi dagli articoli 1 e 2 della legge di riforma sanitaria del 23 dicembre 1978.

– Una nuova riforma sanitaria e sociale non può prescindere da una riforma del sistema di formazione dei professionisti della salute, che comprenda i criteri e le procedure di reclutamento, selezione e accesso (riduzione del gradiente sociale); gli approcci metodologici (formazione al pensiero critico); i contenuti (multidisciplinarietà); le sedi di formazione (territorio, comunità); e le modalità operative (lavoro integrato in equipe all’interno di un sistema sanitario pubblico).

Il principale obiettivo della Rete, è cioè la necessità di contrastare la volontà di ridimensionare la sanità pubblica, mi sembra più che condivisibile, ed anche i contenuti del manifesto sono molto interessanti e degni di notevole attenzione.

Aggiungo però che non si debbano sottovalutare i problemi della sanità pubblica italiana, che contraddistinguono soprattutto le regioni meridionali. Ritengo pertanto che si debbano intensificare le iniziative per ridurre considerevolmente tali problemi.


Yemen, molti bambini stanno morendo

8 marzo 2017

Nello Yemen è in corso da tempo una guerra civile, poco conosciuta, una guerra “dimenticata”, che ha già provocato numerosi morti e nella quale le parti in causa sono sostenute dai governi di altri Paesi, tra i quali l’Arabia Saudita e i suoi alleati. Questi ultimi stanno ostacolando da mesi la consegna di aiuti umanitari da parte di Save the Children, nonostante la carestia stia minacciando buona parte del Paese e il sistema sanitario sia sull’orlo del collasso. E l’impossibilità di raggiungere migliaia di persone con gli aiuti medici e sanitari urgenti ha già causato la morte di molti bambini che si sarebbero potuti salvare.

E Save the Children è intervenuta con un comunicato per denunciare quanto sta avvenendo, a tale proposito, nello Yemen.

Solo tra gennaio e febbraio 2017, la coalizione saudita ha già impedito che tre grosse spedizioni di aiuti medici salvavita dell’organizzazione potessero arrivare al principale porto del Paese ad Hodeida, obbligandole a cambiare destinazione e ritardando così il loro arrivo di quasi tre mesi.

“Questi ritardi stanno uccidendo i bambini. I nostri operatori sono alle prese con epidemie di colera, e bambini colpiti da diarrea, morbillo, malaria e malnutrizione, e potrebbero essere curati con gli aiuti bloccati invece dalla coalizione saudita, che sta usando il controllo di queste spedizioni come un’arma di guerra,” ha dichiarato Grant Pritchard, direttore in Yemen di Save the Children.

E’ bene rilevare che sette milioni di persone sono in grave carenza di cibo in Yemen e più di 2 milioni di bambini sotto i 5 anni soffrono di malnutrizione acuta, tra cui quasi mezzo milione è ormai in pericolo di vita.

Nove zone del paese, inclusa Hodeida, sono classificate IPC-4 (Integrated Food Security Phase Classification), l’ultimo livello di emergenza prima della carestia.

A questo si aggiungono più della metà delle strutture medico-sanitarie in 16 dei 22 governatorati monitorati che sono inservibili o solo parzialmente funzionanti, lasciando 14,8 milioni di persone, inclusi 8,1 milioni di bambini, senza i minimi servizi di base.

Non può che essere considerato inaccettabile tale comportamento della coalizione saudita.

Ed è auspicabile quindi che i governi dei Paesi occidentali, alleati dell’Arabia Saudita, e le istituzioni internazionali si attivino rapidamente affinchè l’Arabia cessi di ostacolare l’arrivo di aiuti umanitari destinati alla popolazione yemenita.