Carceri, tornano a crescere i detenuti. Cosa fare per diminuirli?

31 luglio 2016

carcere

L’associazione Antigone ha presentato il pre-rapporto 2016 sulla situazione delle carceri italiane. Dal rapporto emerge, tra l’altro, che i numeri della popolazione detenuta tendono a salire di nuovo, dopo un paio di anni di decrescita. E lo fanno essenzialmente nella quota che riguarda i detenuti in custodia cautelare.

Secondo gli estensori del rapporto, i numeri salgono a legislazione invariata e nonostante non crescano i numeri delle denunce pervenute all’autorità giudiziaria.

La crescita della popolazione detenuta – dovuta principalmente all’aumento degli stranieri, in particolare nella fase del primo giudizio – è dunque l’esito dell’operato delle forze di Polizia e della magistratura più orientato al ricorso al carcere rispetto agli anni precedenti.

Probabilmente c’è più leggerezza nell’uso della custodia cautelare ritenendo meno grave la condizione di affollamento delle carceri.

I principali contenuti del rapporto e le considerazioni formulate relativamente ad essi, sono inseriti in un comunicato emesso dalla stessa associazione Antigone.

E come si potrebbe ottenere, nel breve periodo, un riduzione del numero dei detenuti?

Attraverso una riduzione dell’impatto della custodia cautelare, attraverso la concessione di misure alternative per chi ha meno di tre anni di carcere da scontare, attraverso un uso ridotto dello strumento disciplinare che incide negativamente sugli sconti di pena, attraverso una nuova disciplina delle droghe.

Esaminando più nel dettaglio i dati del rapporto, si può rilevare che al 30 giugno 2016 i detenuti erano 54.072. In un anno i detenuti sono cresciuti di 1.318 unità. Erano infatti 52.754 alla stessa data del 2015. La capienza regolamentare secondo il Ministero della Giustizia è pari a 49.701 posti.

Al 30 giugno 2016 erano 9.120 i detenuti in attesa di primo giudizio. Erano 8.878 al 30 giugno 2015.

4.566 i detenuti appellanti, contro i 4.618 del 30 giugno 2015. 3.841 i ricorrenti in Cassazione al 30 giugno 2016, contro i 3.107 di un anno prima 1.381 erano i detenuti con più posizioni giuridiche contemporanee, contro i 1.227 dell’anno precedente.

Complessivamente erano 18.908 i detenuti in custodia cautelare, pari al 34,9% della popolazione detenuta. Al 30 giugno del 2015 erano 17.830, pari al 33,7% della popolazione reclusa. Dunque vi è stata una crescita dell’1,2%.

E’ qui la spiegazione della crescita globale della popolazione detenuta nell’anno trascorso: crescono i presunti innocenti.

Inoltre, al 30 giugno 2016 erano 23.850 le persone in misura alternativa. Erano 23.377 un anno prima. I numeri delle misure alternative crescono lievemente, come hanno fatto anche negli anni precedenti, ma rimangono tuttavia troppo bassi rispetto alle potenzialità.

E quasi 20.000 detenuti potrebbero andare in misura alternativa. Infatti 19.812 detenuti devono scontare una pena residua inferiore ai tre anni e dunque potrebbero accedere (almeno una parte di essi) alle misure alternative. In termini percentuali, il 56,2% dei detenuti condannati in via definitiva deve scontare una pena breve facilmente sostituibile con una misura diversa dal carcere.

Alla data del 30 giugno i detenuti stranieri erano 18.166, rappresentativi del 33,5% della popolazione reclusa. L’anno precedente gli stranieri ristretti erano 17.207, ovvero il 32,6% del totale dei detenuti. I detenuti in totale sono cresciuti in un anno di 1.318 unità.

Gli stranieri hanno contribuito notevolmente a tale crescita. I detenuti stranieri in più rispetto al 2015 sono infatti pari a 959 unità, così rappresentando il 72,7% della crescita totale.

Poi, secondo il dossier “Morire di carcere” di Ristretti Orizzonti, a oggi il 2016 ha visto 23 suicidi nelle carceri italiane. Nell’intero 2015 i suicidi in carcere erano stati 43.

Fra gli italiani, i detenuti di origine campana sono i più rappresentati, pari a 9.847, seguiti dai 7.011 siciliani e dai 3.885 pugliesi. Solo 14 i valdostani, 70 i molisani e 90 i trentini.

Crescono a 1.673 gli ergastolani, di cui solo 98 stranieri. Erano 1.603 l’anno precedente.

18.941 sono le persone detenute per violazione della legge sugli stupefacenti. Erano 629 in meno l’anno precedente. Se fosse approvata la proposta di legge dell’integruppo “Cannabis legale” molte di queste sarebbero scarcerate.

Le detenute madri con figli a seguito sono 39 di cui 24 straniere. 43 i bambini sotto i 3 anni in carcere con le loro mamme. Erano 33 le mamme e 35 i bambini il 30 giugno del 2015.

Nella parte di popolazione detenuta per la quale l’indagine è stata effettuata (per quasi la metà non ci sono dati al proposito), 514 erano i detenuti laureati al 30 giugno 2016, ma i tassi di alfabetizzazione sono ancora molto bassi. 16.203 avevano un diploma di scuola media inferiore mentre 5.720 solo un diploma di scuola elementare. 1.103 i detenuti senza alcun titolo di studio e addirittura 593 gli analfabeti.

Erano addirittura 689 gli ultrasettantenni che ipoteticamente potrebbero avere la detenzione domiciliare.

Rispetto a chi è nel sistema penitenziario si calcola che oltre il 50% dei detenuti assume terapie farmacologiche per problemi psichiatrici. La normativa prevede la creazione di appositi servizi di assistenza psichiatrica in carcere e l’apertura di reparti di “Osservazione psichiatrica”, sezioni specializzate nell’osservazione e nella cura dei detenuti affetti da patologie psichiatriche per stabilire la loro compatibilità con il regime penitenziario.

Antigone ha avviato una attività di osservazione specifica rilevando una situazione molto critica.

Lo strumento del trasferimento in un “reparto psichiatrico” è utilizzato in modo indebito e poco trasparente. In generale, si ha la percezione che questi reparti vengano usti come “valvole di sfogo” per ospitare (e contenere) detenuti problematici (ma senza patologie psichiatriche conclamate) che hanno problemi di convivenza nelle sezioni ordinarie.


Sicurezza stradale, nel Sud è insufficiente

28 luglio 2016

cinture

Sono 9 su 10 i motociclisti che indossano il casco, 4 su 10 gli automobilisti che usano il seggiolino per bambini, al Sud soltanto 1 su 3 usa le cinture di sicurezza e quasi nessuno (1 su 10) utilizza le cinture posteriori. Sono questi alcuni dei risultati del sistema di sorveglianza su strada dell’uso dei dispositivi di sicurezza effettuato nell’ambito del progetto Ulisse, condotto dall’Istituto superiore di sanità in collaborazione con il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

In un comunicato emesso dall’ Istituto superiore di sanità sono contenuti alcuni dati sulla sicurezza stradale, molto interessanti, rilevati nell’ambito del progetto Ulisse.

La rete di rilevazione ha consentito di disporre di osservazioni sull’uso delle cinture di sicurezza anteriori, cinture di sicurezza posteriori, casco sulle due ruote motorizzate, seggiolini per bambini e cellulare alla guida provenienti da 19 città distribuite su tutto il territorio nazionale che interessano una popolazione residente di oltre 9 milioni di abitanti, pari al 14,8% della popolazione italiana.

Le rilevazioni del sistema Ulisse hanno interessato oltre 185.000 utenti e per la maggior parte si tratta di osservazioni relative all’uso delle cinture anteriori e al cellulare durante la guida di un autoveicolo.

L’uso del casco è ovunque estremamente elevato (superiore al 90%). Tuttavia, soprattutto nelle regioni meridionali, una parte consistente degli utenti delle 2 ruote motorizzate, pur indossando il casco, lo teneva slacciato o non correttamente allacciato.

Il rapporto mostra che le aree di criticità sono relative all’uso delle cinture posteriori che mediamente si attesta ad una percentuale poco superiore al 10%, l’uso dei seggiolini per bambini (attorno al 40% medio di utilizzo) e nel Sud anche le cinture di sicurezza nei passeggeri sui sedili anteriori (meno del 35%).

Un discorso a parte meritano i dati sull’uso del cellulare alla guida.

La prevalenza d’uso del cellulare si attesta attorno ad una media di poco superiore al 5%. Questa percentuale, in base a quanto emerge da indagini svolte tramite questionari o indagini telefoniche, sembra sottostimata.

Una considerazione specifica fa fatta in merito all’uso delle cinture di sicurezza sui sedili anteriori, ovvero all’unico dispositivo di sicurezza che, assieme al casco, è stato sempre presente nelle rilevazioni di Ulisse.

Prima dell’entrata in vigore della patente a punti (luglio 2003), l’uso delle cinture di sicurezza dei passeggeri anteriori era assai modesto.

La modifica del codice della strada ha prodotto immediati risultati, il primo dei quali è stato il repentino incremento dell’uso dei dispositivi di sicurezza, cinture e casco. L’uso delle cinture di sicurezza, in particolare, è più che raddoppiato, passando dal 30% al 70% a livello nazionale.

Ma mentre al Nord nel tempo l’uso sembra essere rimasto costante, in media attorno all’80% e il Centro presenta una leggera ma progressiva flessione dell’ordine di 5 punti percentuali, il Sud, invece, mostra un allarmante crollo dell’uso delle cinture, di oltre 20 punti percentuali, tanto che oggi si è più vicini ai valori osservati prima della patente a punti che non a quelli immediatamente successivi alla sua introduzione.


Cosa fare contro il gioco d’azzardo

26 luglio 2016

gioco

E’ stato presentato lo Year Book 2016 del Cnca (Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza), “Rischi da giocare”, dedicato al gioco d’azzardo. E’ uno strumento molto interessante perché questa pubblicazione contiene numerose informazioni sul gioco d’azzardo: dati, leggi italiane ed europee, progetti di prevenzione e cura, associazioni.

Don Armando Zappolini, in occasione della presentazione ha dichiarato: “L’incontro quotidiano con persone che soffrono di dipendenza patologica da gioco d’azzardo, i percorsi di riabilitazione che abbiamo accompagnato e la soddisfazione di aver assistito alla rinascita di molti sono la prima motivazione del nostro lavoro; a partire da queste esperienze abbiamo deciso di costruire la proposta progettuale di ‘Rischi da giocare’, perché esperienze così dolorose non si ripetano più o perché si sappia intervenire prima per non dovere farlo dopo”.

La pubblicazione nasce dal progetto “Rischi da giocare”, finanziato al Cnca nel 2015 dal Ministero del lavoro e politiche sociali con i fondi della legge 383/2000, la cui finalità è il contrasto del gioco d’azzardo con l’obiettivo di diminuire il numero di persone esposte al rischio di sviluppare comportamenti problematici e patologici attraverso un mix di strategie (comunicative e di sensibilizzazione, d’intervento psicosociale e di sviluppo di comunità) articolate su base territoriale nelle federazioni regionali del Cnca.

Il lavoro rappresenta una prima presa di posizione del Cnca per aprire il confronto e la riflessione su un fenomeno complesso al quale non è semplice avvicinarsi per le diverse articolazioni degli approcci che vanno dalla totale cancellazione di tutti gli strumenti, le opportunità e le possibilità di gioco d’azzardo (No slot e divieto di qualsiasi gioco) alla possibilità di educazione al “gioco responsabile” ed alla regolazione dei tempi, dei luoghi e delle modalità di accesso ai giochi, nonché della presa in carico di chi perde questa capacità.

A ciò si aggiunge la drammaticità dei problemi connessi all’azzardo che il Cnca si trova ad affrontare sui territori e che produce differenti gradi di dipendenza e/o difficoltà di gestione delle crisi familiari, rischi connessi di indebitamento, usura, fino al coinvolgimento della criminalità.

Il volume, proprio per restituire la complessità del fenomeno, declina vari aspetti connessi al gioco d’azzardo e lo fa con un’attenzione speciale alle trasformazioni culturali che hanno interessato il gioco d’azzardo negli ultimi anni, offrendo un utile spaccato dei vari giochi disponibili sul mercato e mettendo in evidenza le differenze, le cifre e i rischi specifici.

Una parte consistente è dedicata alla statistica, con dati nazionali che presentano un quadro generale del fenomeno, della sua diffusione, in particolare tra i giovani, delle differenze a livello regionale, della relazione tra dati epidemiologici e presenza di interventi da parte di associati al Cnca.

Uguale attenzione è rivolta alla letteratura scientifica sul gioco d’azzardo, con l’analisi di studi e ricerche su caratteristiche dei giocatori, fattori di rischio associati allo sviluppo di comportamenti problematici e conseguenze che ne derivano.

La legislazione europea, nazionale e regionale italiana e la maniera in cui il fenomeno è normato in diversi Stati della Unione europea è un altro importante contributo presente nello Year Book.

Nella parte conclusiva del volume trovano spazio un contributo sull’utilizzo dei media per realizzare interventi informativi e formativi e sul ruolo della valutazione nei progetti di prevenzione, con indicazioni sulle evidenze di efficacia nelle diverse strategie di prevenzione.

E’ opportuno citare alcuni dati, senza dubbio significativi.

In Italia quasi 17 milioni di 15-64enni (equivalente ad una prevalenza del 42,9%) ha giocato d’azzardo almeno una volta e di questi oltre 5,5 milioni sono giovani adulti di 15-34 anni (pari al 42,7%).

Poco meno del 15% dei giocatori 15-64enni ha un comportamento di gioco definibile “a basso rischio”, il 4% è “a rischio moderato” e l’1,6% “problematico”, mostrando una percentuale superiore tra i giocatori di genere maschile (6% contro 4% delle donne).

Poco meno della metà degli studenti di 15-19 anni (48,5%, pari a circa 1,2 milioni studenti) ha giocato d’azzardo almeno una volta nella vita e che il 41,7% (poco più di 1 milione) l’ha fatto nell’anno antecedente la rilevazione.

Secondo i Monopoli di Stato alle Slot sono stati persi 6.230 milioni di euro e alle Vlt (videolottery) 2.779 milioni di euro; dividendo queste somme per il numero di apparecchi in Italia (380.000 slot e 50.000 Vlt), e quindi i soldi persi dai giocatori in una singola slot sono stati 16.394 euro, mentre i soldi persi in ogni Vlt sono pari a 55.580 euro.

Infine, nel solo 2014 in Italia sono stati venduti 1.902.937.618 tagliandi di Gratta e Vinci, pari a 60,3 biglietti per ogni secondo di ogni giorno e di ogni notte dell’anno, corrispondenti ad un totale di 5,2 milioni di Gratta e Vinci venduti in Italia ogni giorno.


Gli infermieri sono troppo pochi

24 luglio 2016

infermieri

Gli infermieri sono troppo pochi per garantire sicurezza ed efficienza dei servizi: ne mancano circa 47.000 per raggiungere livelli accettabili. Per di più, tagli alla spesa e blocchi del turn over ne hanno fatti perdere in cinque anni – tra il 2009 e il 2014 – quasi 7.500, con un’emorragia più forte nelle Regioni in piano di rientro: Campania, Lazio e Calabria da sole in questo periodo ne hanno 5.439 in meno, il 72,5% del totale.

E’ questa la fotografia scattata dalla federazione Ipasvi, la federazione dei collegi degli infermieri, che ha condotto un’approfondita analisi Regione per Regione della condizione 2014 della forza lavoro infermieristica nelle Regioni italiane in base ai dati presenti nell’ultimo Conto annuale della Ragioneria generale dello Stato.

L’indagine dell’Ipasvi viene esaminata in un articolo pubblicato su www.quotidianosanita.it.

Così continua l’indagine: “Chi lavora lo fa con mille difficoltà: retribuzioni ridotte in valore assoluto nei cinque anni di 70 euro, ma in termini di potere di acquisto almeno del 25%;  un rapporto infermieri/medici che a livello ottimale sarebbe di 3 a 1, ma in alcune Regioni (ancora quelle in piano di rientro come Campania, Calabria e Sicilia) si ferma a malapena a 2; turni massacranti testimoniati, sempre nelle Regioni in piano di rientro, da un significativo aumento  della spesa per straordinari (dove il personale manca, chi c’è deve lavorare di più) che raggiunge punte anche di oltre il 4,5% della retribuzione contro un peso che sfiora al massimo il 2% nelle Regioni ‘virtuose’, cosiddette benchmark e che in media a livello nazionale vale nelle Regioni con piani di rientro e, in particolare, in quelle commissariate il 2,7% della retribuzione, mentre nelle Regioni con piano di rientro senza commissario circa l’1,8% e nelle altre Regioni a statuto ordinario non va oltre l’1,4%.

Dall’indagine Ipasvi emergono anche altri dati come quello dell’età media dei professionisti “che aumenta per il mancato ricambio generazionale, con una percentuale di infermieri over 50 – meno adatti a turni pesanti e a manovre rischiose per se stessi e i pazienti – che pesano il 69% circa sugli infermieri fino a 65 anni di età, potenzialmente, quindi, ‘operativi’.

E la necessità di un’assistenza capillare, caratteristica della professione infermieristica, sul territorio dove i cittadini over 60 (ma la situazione è diversa tra le Regioni) sfiora ormai il 30% e dove i pazienti non autosufficienti, cronici e comunque fragili che hanno bisogno di assistenza h24 sono oltre 16 milioni.

Per questi, calcola l’Ipasvi, servono almeno 30.000 infermieri ‘dedicati’ che non possono essere davvero né i più anziani, né i meno esperti”.


E’ morto Max Fanelli. Noi stiamo con Max

21 luglio 2016

fanelli

E’ morto, a 56 anni, a Senigallia, Max Fanelli. Dal 2013 lottava contro la Sla (sclerosi laterale amiotrofica). Con grande impegno si è battuto affinchè anche in Italia fosse approvata una legge sul fine vita.

Marco Cappato, promotore della campagna  “Eutanasia legale”, promossa dall’associazione Luca Coscioni ha rilasciato, in occasione della morte di Max, la seguente dichiarazione:

“Con la morte di Max Fanelli, ci ha lasciato una persona che si è battuta fino all’ultimo per la libertà.

Anche prima di ammalarsi, Max Fanelli aveva vissuto aiutando gli altri, in particolare insieme alla sua compagna Monica con la onlus ‘gli amici di Jeneba’ per aiutare i bambini africani.

Con lo stesso spirito e lo stesso coraggio ha affrontato la Sclerosi Laterale Amiotrofica, come fece Luca Coscioni: offrendo il proprio corpo e la propria malattia come strumento di conoscenza, di dibattito e di lotta per la riforma di leggi ingiuste, che impediscono la libertà e responsabilità delle scelte sulla fine della vita.

E’ anche grazie alla sua scelta di iniziativa nonviolenta di autoriduzione dei farmaci, nonché di esposizione pubblica del suo corpo malato che ha ricevuto la visita di tantissime personalità della politica e della società, se il Parlamento italiano ha avviato – pur con grande lentezza – la discussione sul testamento biologico e sull’eutanasia.

Nell’inviare un grande abbraccio a Monica, che ha reso possibile l’organizzazione della campagna ‘#iostoconmax’, prendiamo l’impegno, come radicali dell’associazione Luca Coscioni, a continuare la lotta che Max ha portato avanti, fino a quando quel Parlamento, dove in tanti suoi amici e sostenitori hanno fatto risuonare le sue parole in questi anni, non si sarà assunto le proprie responsabilità di una buona legge per vivere liberi fino alla fine.

Oggi più che mai, noi stiamo con Max”.


Nel Sud la sanità è malata

19 luglio 2016

sanità

Nel Sud si muore di più e si vive di meno, ci si ammala di più e si guarisce di meno, si viaggia spesso alla ricerca di speranze, insieme trasferendo risorse alle Regioni più ricche. Lo sostiene Costantino Troise, segretario nazionale di un sindacato di medici, l’Anaao Assomed.

In un articolo pubblicato su www.quotidianosanita.it, Troise è molto esplicito e, tra l’altro, scrive:

“La legge sarà anche uguale per tutti, ma la salute non lo è, legata come è, sempre di più, alle 2 R di residenza e reddito.

Al Sud si muore di più e si vive di meno, ci si ammala di più e si guarisce di meno, di più si viaggia alla ricerca di speranze, insieme trasferendo risorse alle regioni più ricche, la garanzia dei Lea è più spesso un optional.

Le diseguaglianze partono dai criteri di finanziamento dei sistemi sanitari regionali, che assegnano risorse dello Stato, e quindi di tutti i cittadini italiani, in maniera punitiva per il Meridione.

Con il facile alibi della inefficienza delle classi dirigenti locali, che non di rado hanno lo stesso colore politico di quelle nazionali, si continua a fare parti diseguali tra diseguali.

Troppi Governatori dimenticano che le loro fortune, anche elettorali e di governo, poggiano su queste fondamenta e, con una arroganza degna di miglior causa, emanano indirizzi contrattuali, per il personale che tiene in piedi quello che resta della sanità pubblica, in cui c’è solo ciò che vogliono avere ma non quello che intendono dare.

Se si vuole evitare che le differenze diventino divaricazioni, e che al tempo del lutto e della rassegnazione segua quello della ribellione, anche elettorale, occorre intervenire con urgenza e decisione.

A cominciare dal rilanciare quella grande infrastruttura civile e sociale che è la filiera della salute, investendo nella rete dei presidi e nel lavoro dei medici e dirigenti sanitari.

Non vogliamo aspettare una epidemia di raffreddore per fare risuonare la parola salute nelle aule parlamentari, dopo che è stata espulsa dalle dichiarazioni programmatiche di ben tre primi ministro.

La sanità del Sud è un nuovo aspetto della questione meridionale che chiama in causa diritti e sicurezza che il Governo prima che le Regioni, deve garantire in maniera omogenea in tutte le aree del Paese”.

Le responsabilità della situazione in cui versa la sanità nelle regioni meridionali, oltre a quelle descritte da Troise, potranno essere anche altre ed in parte potranno interessare gli stessi medici.

Ma le principali sono quelle indicate da Troise.

Ed è soprattutto condivisibile la necessità che il Governo garantisca le stesse prestazioni sanitarie in tutte le aree del nostro Paese, quindi anche nel Sud.


In Italia gli ortodossi più numerosi dei musulmani

17 luglio 2016

ortodossi

Secondo le più recenti stime della fondazione Ismu (Iniziative e studi sulla multietnicità) gli stranieri residenti in Italia al 1° gennaio 2016 che professano la religione cristiana ortodossa sono i più numerosi (oltre 1,6 milioni), seguiti dai musulmani (poco più di 1,4 milioni), e dai cattolici (poco più di un milione).

Ci si occupa di tale stime in un articolo pubblicato suwww.redattoresociale.it.

Molto probabilmente gran parte degli italiani credono che tra gli stranieri prevalgano nettamente i musulmani.

Ed invece non è così, a dimostrazione che molti italiani non conoscono bene le caratteristiche degli stranieri residenti nel nostro Paese.

Se si considerano, poi, le appartenenze religiose minori, i buddisti stranieri sono stimati in 182.000, i cristiani evangelisti in 121.000, gli induisti in 72.000, i sikh in 17.000, i cristiano-copti sono circa 19.000.

Per quanto riguarda le incidenze percentuali i musulmani sono il 2,3% della popolazione complessiva (italiana e straniera), i cristiano-ortodossi il 2,6%, i cattolici l’1,7%.

Per quanto riguarda le provenienze, si stima che la maggior parte dei musulmani residenti in Italia provenga dal Marocco (424.000), seguito dall’Albania (214.000), dal Bangladesh (100.000), dal Pakistan (94.000), dalla Tunisia (94.000) e dall’Egitto (93.000).

La regione in cui la presenza di stranieri di fede cristiano-ortodossa è maggiore è la Lombardia, con 265.000 presenze, segue il Lazio (260.000), il Veneto (176.000), il Piemonte (163.000), l’Emilia Romagna (157.000) e la Toscana (116.000).

Le incidenze maggiori si registrano nel Lazio in cui i cristiano-ortodossi stranieri sono il 4,4% della popolazione complessiva, in Umbria (4%), in Piemonte (3,7%) e in Veneto (3,6%).

La regione in cui vivono più stranieri residenti di fede musulmana, minorenni inclusi, è la Lombardia: sono 368.000 (pari al 26% del totale degli islamici presenti in Italia).

Al secondo posto troviamo l’Emilia Romagna con 183.000 musulmani (pari al 12,8% del totale degli islamici in Italia), al terzo il Veneto dove i musulmani sono 142.000 (pari al 10% del totale), al quarto il Piemonte con 119.000 presenze.

La regione italiana in cui vivono più immigrati cattolici è la Lombardia, con 277.000 presenze, seguita dal Lazio (152.000), dall’Emilia Romagna (95.000), dalla Toscana (84.000), dal Veneto (78.000) e dal Piemonte (78.000).

In Liguria e in Lombardia gli stranieri cattolici residenti son il 2,8% della popolazione residente totale italiana e straniera, nel Lazio sono il 2,6% e in Umbria il 2,4%.