Di acqua muoiono 7 milioni di persone all’anno

31 marzo 2013

Prendendo spunto dalla giornata mondiale dell’acqua, il 22 marzo, è opportuno occuparsi della vera e propria emergenza idrica che si verifica a livello mondiale. E’ sufficiente rilevare che quasi un miliardo di persone non hanno a disposizione acqua potabile e che per mancanza di acqua muoiono ogni anno tra i 6 e gli 8 milioni di persone.

In un articolo pubblicato su www.gruppoabele.org Toni Castellano analizza la citata emergenza idrica.

“Per essere nata il 22 marzo del 1992 la giornata mondiale dell’acqua è una ricorrenza che si può ritenere ‘giovane’. Ma le necessità e gli argomenti che promuove sono tutt’altro che recenti, così come non immediata appare, all’orizzonte, una possibile soluzione di fronte ai dati dell’emergenza idrica.

Quasi un miliardo di persone nel mondo non ha accesso all’acqua potabile e ben 2,5 miliardi sono coloro che non hanno a disposizione servizi igienici adeguati.

Di acqua (o meglio, per la mancanza di acqua potabile) muoiono ogni anno tra i 6 e gli 8 milioni di persone.

Un dato che non stupisce se si pensa che solo il 25% della popolazione mondiale ha accesso a questa risorsa, mentre la stragrande maggioranza della popolazione vive in quella metà del pianeta dove ‘bere un bicchiere d’acqua’ è tutt’altro che ‘facile’.

Secondo un rapporto di Un Water, l’organo delle Nazioni Unite che si occupa di ricerca e cooperazione in ambito idrico, oltre 700 milioni di persone in ben 43 Paesi sono colpiti dalla scarsità d’acqua.

La gran parte di queste persone vive nell’Africa Subsahariana il cui territorio è arido o semi-arido per il 66%, e 300 milioni di persone vivono sotto il fabbisogno necessario d’acqua. Qui ogni anno più di 1,8 milioni di bambini muoiono per malattie come tifo, colera, dissenteria, e gastroenterite. Queste sono dovute in gran parte al fatto che sono rare le forme minime di igiene dovute all’utilizzo di acqua pulita. L’accesso a fonti sicure ridurrebbe i tassi di mortalità infantile di oltre il 20%.

Di contro, l’Occidente, in piena crisi economica, conserva un comportamento improntato allo spreco. In Italia, ad esempio, vengono spesi circa 220 milioni di euro l’anno a causa della cattiva gestione delle risorse idriche. Una famiglia italiana in media utilizza ogni giorno circa 385 litri di acqua, contro i 285 dei francesi e i 20 di un nucleo familiare africano.

Eppure questi problemi non sono irrisolvibili. Le Nazioni Unite hanno spesso richiamato i governi nazionali ad un maggiore impegno: devono investire nella difesa dell’ambiente, e, in particolare per la salvaguardia delle risorse idriche, devono adottare programmi di manutenzione del territorio, piani per il recupero e riciclaggio delle acque predisponendo la realizzazione delle opere infrastrutturali necessarie e ancora mancanti per la depurazione.

La giornata del 22 marzo è stata un pretesto per sensibilizzare e promuovere il risparmio di una risorsa vitale per tutti gli esseri viventi. Un diritto umano che dovrebbe essere garantito mentre nelle zone più povere ancora non lo è e in quelle più ricche rischia di diventare oggetto di speculazioni economiche.

Sempre più spesso si sente parlare di ‘privatizzazione’ e il tema idrico viene introdotto tra quelli sottoposti alle logiche di mercato.

La 21° edizione della ‘giornata mondiale dell’acqua’, dedicata alla ‘cooperazione idrica’ (ovvero alla collaborazione e l’impegno comune per assicurare ad ogni persona l’accesso all’acqua potabile, riducendo gli sprechi) ha avuto come slogan ‘clean water for a healthy world’, ossia: per un mondo sano, c’è bisogno di acqua ‘pulita’. Un concetto da tenere a mente non solo a livello sanitario, ma anche, e forse soprattutto, etico”.

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468 i ragazzi nei carceri minorili e 2.000 in comunità

28 marzo 2013

Sono 468 i ragazzi detenuti nelle carceri minorili e 2.000 vivono in comunità. Oltre la metà sono colpevoli di reati contro il patrimonio. In un articolo pubblicato su www.improntalaquila.org è contenuta una “fotografia” della giustizia minorile in Italia.

“2.000 minori in comunità e 468 ragazzi detenuti negli istituti minorili, oltre la metà per reati contro il patrimonio.

Nello stesso giorno della visita a Casal del Marmo del Papa, che oggi celebrerà la Messa in coena domini nella cappella dell’istituto penale, ecco la fotografia della giustizia minorile italiana.

Le presenze giornaliere. Al 15 marzo 2013 sono 468 i ragazzi detenuti negli istituti penali: erano 508 nel 2012 (200 stranieri), 486 nel 2011 e 474 nel 2010.

Il 58,7% è imputato per reati contro il patrimonio, l’11,7% cento per violazione della legge sulla droghe, un altro 11,7% per reati contro la persona e il 2% per resistenza o oltraggio a pubblico ufficiale.

Sono dentro per furto e rapina 247 ragazzi, 56 per arresti legati al traffico di stupefacenti e 13 per omicidio volontario.

La sede con il più altro numero di presenze medie giornaliere è quella di Catania (con una media di 63), seguono Nisida (Na) con poco meno di 60, Milano (53) e Roma (46). Oltre 2.000, invece, i minori collocati in comunità (753 stranieri).

Gli ingressi. Gli ingressi negli istituti penali per minorenni sono in diminuzione nell’ultimo decennio, in linea con la ‘de-carcerizzazione’ in atto già dal 1975: se nel 1998 erano entrati nelle carceri 1.888 ragazzi, nel 2012 il dato è sceso a 1.252 di cui l’89% maschi e l’11% femmine, il 53,2% italiani e il 46,7% stranieri.

Anche per i Centri di prima accoglienza (Cpa), gli ingressi sono diminuiti di quasi il 50% nel giro di 14 anni, passando dalle 4.222 unità del 1998 alle 2.193 del 2012.

Le strutture. Il sistema della giustizia minorile in Italia è sotto la responsabilità del dipartimento per la giustizia minorile del ministero della Giustizia, costituito nel 2001.

I destinatari dei servizi sono i ragazzi e le ragazze che in età compresa tra i 14 e i 18 hanno infranto il codice penale.

Le strutture preposte all’esecuzione della pena sono i Centri per la giustizia minorile (Cgm), organi del decentramento amministrativo con funzioni di controllo e programmazione tecnico-economica; gli Istituti penali per i minorenni (Ipm) che assicurano l’esecuzione dei provvedimenti dell’autorità giudiziaria (custodia cautelare o espiazione di pena nei confronti di minorenni autori di reato); gli Uffici di servizio sociale per i minorenni (Ussm) che forniscono assistenza ai minorenni autori di reato in ogni stato e grado del procedimento penale e i Centri di prima accoglienza (Cpa) che ospitano i minorenni in stato di arresto, fermo o accompagnamento fino all’udienza di convalida.

Le Comunità ministeriali, insieme al sistema delle comunità private assicurano l’esecuzione dei provvedimenti dell’autorità giudiziaria nei confronti di minorenni autori di reato”.


In Italia 23.000 nati sordi

26 marzo 2013

Si è tenuto recentemente il convegno “Verso gli Stati Generali degli indicatori sociali della disabilità”, organizzato da Maria Antonietta Farina Coscioni, presidente onorario dell’associazione Luca Coscioni. Ci si è occupati soprattutto della disabilità uditiva.

In due articoli pubblicati su www.superabile.it sono stati esaminati i principali risultati del convegno.

“In Italia nascono 200/220 bambini sordi l’anno. Attualmente sono 23.000 i nati sordi nel nostro Paese, uno ogni 15/20 km quadrati.

Questi, i dati presentati durante il convegno “Verso gli Stati Generali degli indicatori sociali della disabilità”, tenutosi di recente a Roma alla Sala delle Colonne della Camera dei Deputati.

Ad aprire i lavori è stata Emma Bonino, vice presidente del Senato, e lo ha fatto lanciando uno slogan di Luca Coscioni: ‘Dal corpo dei malati al cuore della politica’.

‘Sta cambiando la composizione sociale e anagrafica di tutta Europa – ha affermato Bonino – e, non avendo messo in atto politiche di sostegno preventivo, ci troveremo di fronte a un grosso problema sociale’.

La disabilità è un tema ‘socialmente pesante e non eticamente sensibile. Deve trovare un’energia trasversale’.

Quello uditivo, in particolare, non è un problema di ‘categoria ma di cittadinanza dignitosa – ha aggiunto lo storico esponente dei Radicali – e deve diventare l’obiettivo di un’alleanza civile e virtuosa’.

L’organizzatrice dell’evento, Maria Antonietta Farina Coscioni, presidente onorario dell’associazione Luca Coscioni, ha voluto avvicinare, con questa iniziativa, l’opinione sociale al problema della sordità: ‘Si tratta di uscire dal tecnicismo e dal ghetto degli addetti ai lavori in cui indifferenza e non conoscenza della sordità hanno relegato la questione. Ci sono migliaia di persone che parlano senza emettere suoni, ascoltano senza udire: è una questione civile e sociale – ha concluso – ci vuole consapevolezza e conoscenza’”.

“…A rendere ancora più complesso il lavoro nelle aule parlamentari, ha spiegato Binetti, è stata anche la forte contrapposizione tra diversi approcci alla disabilità uditiva presenti nel nostro Paese.

‘La contrapposizione è arrivata anche in Parlamento – ha aggiunto -. Vedremo se in questa legislatura si potrà ripresentare la proposta. Tra i punti forti c’era la diagnosi precoce attraverso lo screening obbligatorio per tutti i bambini’. Una proposta che avrebbe potuto intervenire se non sulla prevenzione, ha spiegato Binetti, quanto meno avrebbe permesso di ‘prendere atto prima possibile del disagio’.

Sulla questione è intervenuto anche Giuseppe Gitti, del centro rieducazione ortofonica di Firenze, secondo cui ad oggi manca ancora una definizione certa della persona sorda.

‘Cerchiamo prima di capire quanti sono e chi sono per organizzare i servizi necessari – ha aggiunto -. I sordi veri, quelli che nascono sordi profondi e che la protesi non consente loro di udire sono lo 0,4 per mille. Sono pochissimi. In Toscana ne nascono 15 l’anno. A Firenze 2 o 3 l’anno. In Italia ne nascono 200-220 l’anno e in totale ci sono circa 23.000 nati sordi profondi, uno ogni 15-20 kmq’.

Tuttavia, ha affermato Gitti, ‘negli ultimi 10-15 anni si è affacciata una posizione culturale che afferma che la sordità non è un deficit, ma uno status e che il sordo non è una persona con un deficit, ma una persona normale, in quanto sorda. Una persona che ha una sua lingua, una cultura, che fa parte di una minoranza linguistica, insomma altro rispetto all’udente’.

Nonostante tutto, Gitti non si dice contrario alla lingua dei segni, ma chiede ai ministeri di ‘contribuire alla stesura di un protocollo che possa consentire a tutti di raggiungere un’adeguata competenza linguistica…’”.

Anche Adele Lapertosa, in un articolo pubblicato su www.ilfattoquotidiano.it, si è occupata del convegno.

“…Contrariamente a quello che ci hanno mostrato molti film, la lingua dei segni presenta parecchie criticità. Di fatto esistono tante Lis quante sono le città italiane – prosegue Gitti – . Inoltre è una lingua povera, che può contare su circa tre-quattromila vocaboli, non ha lo spelling né la doppia articolazione. Non si può dire che sia una lingua vera e propria ed è conosciuta da pochissime persone. Nessuno dei sordi sotto i 40 anni la conosce, così come i genitori di molti bambini non udenti, visto che il 95% di loro nasce in famiglie di udenti’.

Il che significa, secondo l’esperto, che si spendono inutilmente moltissimi soldi per gli interpreti Lis che compaiono in alcune edizioni del telegiornale. ‘Secondo un calcolo che abbiamo fatto – continua – per lo Stato la spesa è di oltre 400 milioni l’anno’.

Soldi che potrebbero essere spesi in altro modo secondo gli esperti, cioè in servizi, spesso carenti, e in un protocollo nazionale che garantisca a tutti i sordi di frequentare la scuola e integrarsi nella società. Dove mancano i servizi infatti, i bambini sordi non riescono a vivere una vita sociale adeguata, come invece potrebbero.

E in tema di servizi e presa in carico, c’è anche un altro problema non da poco. ‘La salute psicofisica della persona sorda e la diagnosi precoce – commenta Farina Coscioni – dovrebbero essere al centro della presa in carico da parte del servizio sanitario. Tuttavia nell’aggiornamento dei livelli essenziali di assistenza (lea), realizzato dal ministro della Salute Balduzzi, ma non ancora emanato come decreto, la diagnosi precoce per la sordità è assente. Ciò significa che sulla disabilità il nostro Paese è ancora al livello del 2001’.

Ma qual è il percorso che si trova davanti un genitore con un figlio sordo? ‘Molto difficile – commenta Gitti -. Intanto perché non esiste una diagnosi univoca di sordità profonda, e ogni specialista dice cose diverse dall’altro, e poi perché mancano i punti e i centri di riferimento.

Così molte famiglie devono vagare per anni prima di ricevere l’aiuto giusto’.

In realtà, il percorso ‘corretto’ vedrebbe appunto la diagnosi precoce (offerta da alcune Regioni) e l’impiego di protesi acustiche o impianti cocleari: solo con questi due punti base si può procedere alla riabilitazione per la lingua orale. In questo modo si evita che il bambino nato sordo diventi anche muto.

Per far sì che la partecipazione dei sordi alla vita sociale diventi sempre più una realtà, l’associazione ‘Trames ente culturale’ sta lavorando insieme ad enti analoghi di cinque Paesi europei (Portogallo, Belgio, Francia, Inghilterra e Irlanda) per trovare delle metodologie condivise e far emergere, sulla base delle indicazioni che arriveranno dagli stessi sordi e dalle associazioni, degli indicatori sociali di benessere.

‘La sordità è un limite superabile. Bisogna trovare con gli altri Paesi il modo per rendere i sordi partecipi – chiarisce Virginia Ravaioli, vicepresidente di Trames -. Con il progetto ‘Shape the change’ abbiamo avviato questo percorso per arrivare ad una definizione degli indicatori sociali di benessere da poter poi usare in ambito legislativo e culturale europeo’”.


I ginecologi obiettori molti di più di quelli “ufficiali”

24 marzo 2013

Secondo alcune associazioni i ginecologi obiettori, relativamente alla legge 194 sull’interruzione di gravidanza, sono molti di più di quelli rilevati dal ministero della Salute.

Di tale denuncia ci si occupa in un articolo pubblicato su www.sanita.ilsole24ore.com.

“L’obiezione di coscienza dilaga tra i ginecologi molto più di quanto i dati ministeriali rilevano (69%).

La denuncia, supportata da un’indagine condotta in alcune strutture lombarde, è partita a Milano da un gruppo di associazioni – Usciamo dal silenzio, Libera università delle donne e consultori privati laici – promotrici con il Comune del convegno ‘Legge 194: cosa vogliono le donne’.

Le indagini svolte dalla ricercatrice Sara Martelli a Como, Lecco, Lodi, Monza e Brianza e Sondrio smentiscono i dati ministeriali: la quota di sei obiettori su dieci attribuita alla Lombardia andrebbe corretta all’83%, otto punti in più rispetto a quella ufficiale (con scarti che arrivano anche a 34 punti percentuali a Monza e 21 punti a Lodi).

‘Questo obbliga il sistema sanitario a compensare con gettonisti e consulenti che costano di più e non sempre possono effettuare gli aborti terapeutici’, spiega Martelli.

Lo scarto rispetto alle cifre ufficiali è confermato dalla Laiga (Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194), riunita a congresso all’ospedale San Camillo di Roma.

Nel Lazio – dicono i ginecologi non obiettori – la forbice tra gli obiettori ufficiali (80%) ed effettivi (91%) è di undici punti.

Dieci strutture su 31 non effettuano interruzione volontaria di gravidanza, tra cui due centri universitari. Non è possibile effettuare aborti tardivi in tre province su cinque.

Risulta inoltre che i medici non obiettori si concentrano nella fascia di età tra i 35 e i 50 anni (alcuni si avviano verso l’età della pensione) mentre l’obiezione è diffusissima tra i più giovani e le più giovani.

L’esiguità dei camici bianchi disponibili fa sì che negli ambulatori si susseguano gli interventi, senza possibilità di fare prevenzione, informazione, tutela sociale.

‘L’applicazione della legge 194 oggi è solo parziale’, conclude Martelli.

Dalla  Laiga è stato lanciato il seguente appello: ‘Nessun ospedale pubblico o privato accreditato può sottrarsi all’applicazione della legge.

L’interruzione di gravidanza continua ad essere vissuta come la ‘cenerentola’ degli atti medici, un fastidioso problema per le organizzazioni sanitarie e la grande assente nel percorso formativo di medici e personale sanitario. Occorre restituirle dignità etica e scientifica. Chiediamo agli attori politici atti concreti’”.


La sclerosi multipla colpisce di più le donne

21 marzo 2013

Le donne sono colpite dalla sclerosi multipla 3 volte di più rispetto agli uomini. Pertanto l’Aism (associazione italiana sclerosi multipla) ha avviato dal 2007 il “Progetto Donne”.

In un articolo pubblicato su www.superabile.it viene esaminato il progetto in questione.

“1.200 donne ogni anno ricevono la diagnosi di sclerosi multipla. La malattia colpisce le donne con un rapporto di 3 a 1 rispetto agli uomini.

Per loro l’Aism ha avviato, dal 2007, il ‘Progetto Donne’, con l’obiettivo di offrire strumenti utili a capire e costruire la propria vita ‘nonostante la malattia’.

Sono importanti e circoscritti i temi sui quali le donne con sclerosi multipla chiedono attenzione e confronto: la fatica prima di tutto, che segna ferocemente. Poi la sessualità, la gravidanza, l’autostima, i diritti, la famiglia.

‘La sclerosi multipla produce bisogni che non riguardano il solo ambito fisico, ma anche psicologico e sociale. Ha un grande impatto in ogni ambito esistenziale: dal lavoro alla famiglia, dalla sfera intima ai progetti personali’ dice l’Aism.

Per questo il ‘Progetto donne’ è fatto di percorsi ad hoc – incontri sul territorio, seminari on-line, pubblicazioni editoriali, web quiz – con l’obiettivo di offrire strumenti mirati e attivare un canale di dialogo e conoscenza continua delle esigenze dello donne con sclerosi multipla, calibrato su temi e risvolti tipicamente femminili.

In materia di sessualità, è previsto un incontro a Bologna il 24 marzo.

‘La sclerosi multipla è malattia dal notevole impatto emotivo sulla relazione di coppia: le eventuali ripercussioni ricadono anche sul partner. Anche la vita di coppia, tuttavia, può crescere se la sessualità è affrontata senza timori’, dicono all’Aism.

Focalizzando sulla famiglia, emerge che chi si prende cura della persona con sclerosi multipla all’interno della famiglia è per il 60% dei casi la donna.

Per questo l’Aism ha realizzato, oltre a percorsi ad hoc per nuclei familiari, brevi video che coprono temi come le agevolazioni e i diritti di chi assiste, gli aspetti emotivi, l’importanza della riabilitazione e dell’utilizzo degli ausili, e includono molte testimonianze dirette di alcuni ‘caregiver’.

I video, come tutti i materiali informativi sui vari temi, sono disponibili sul sito www.aism.it”.


Una proposta di legge “popolare” per l’eutanasia

19 marzo 2013

E’ iniziata la raccolta delle firme sulla proposta di legge di iniziativa popolare per legalizzare l’eutanasia. Questa proposta è stata elaborata dall’associazione Luca Coscioni (www.associazionelucacoscioni.it). Saranno necessarie almeno 50.000 persone che firmino. Lo può fare chiunque, in qualunque parte d’Italia, anche nei paesini più piccoli e sperduti. E’ sufficiente scaricare il modulo dal sito http://www.eutanasialegale.it, fotocopiarlo in formato A3, portarlo in Comune a vidimare, apporre la propria firma. Nello stesso sito si possono trovare delle istruzioni dettagliate per la raccolta delle firme.

Intendo invitare tutti coloro che leggeranno questo post a firma la proposta in questione e ad attivarsi perché in ogni Comune vi siano i moduli.

La proposta di legge è la seguente (è denominata “Rifiuto di trattamenti sanitari e liceità dell’eutanasia”.

Relazione

Ben oltre la metà degli italiani, secondo ogni rilevazione statistica, è a favore dell’eutanasia legale, per poter scegliere, in determinate condizioni, una morte opportuna invece che imposta nella sofferenza.

I vertici dei partiti e la stampa nazionale, invece, preferiscono non parlarne: niente dibattiti su come si muore in Italia, tranne quando alcune storie personali si impongono: Eluana e Beppino Englaro, Giovanni Nuvoli, i leader radicali Luca Coscioni e Piero Welby.

Oggi, chi aiuta un malato terminale a morire – magari un genitore o un figlio che implora di porre fine alla sofferenza del proprio caro – rischia molti anni di carcere. Il diritto costituzionale a non essere sottoposti a trattamenti sanitari contro la propria volontà è costantemente violato, anche solo per paura, o per ignoranza. La conseguenza è il rafforzamento della piaga tanto dell’eutanasia clandestina che dell’accanimento terapeutico.

Per rimediare a questa situazione, proponiamo poche regole e chiare, che stabiliscano con precisione come ciascuno possa esigere legalmente il rispetto delle proprie decisioni in materia di trattamenti sanitari, ivi incluso il ricorso all’eutanasia.

“Rifiuto di trattamenti sanitari e liceità dell’eutanasia”

Articolo 1

Ogni cittadino può rifiutare l’inizio o la prosecuzione di trattamenti sanitari, nonché ogni tipo di trattamento di sostegno vitale e/o terapia nutrizionale. Il personale medico e sanitario è tenuto a rispettare la volontà del paziente ove essa:
1) provenga da soggetto maggiorenne;
2) provenga da un soggetto che non si trova in condizioni, anche temporanee, di incapacità di intendere e di volere, salvo quanto previsto dal successivo articolo 3;
3) sia manifestata inequivocabilmente dall’interessato o, in caso di incapacità sopravvenuta, anche temporanea dello stesso, da persona precedentemente nominata, con atto scritto con firma autenticata dall’ufficiale di anagrafe del comune di residenza o domicilio, “fiduciario per la manifestazione delle volontà di cura”.

Articolo 2

Il personale medico e sanitario che non rispetti la volontà manifestata dai soggetti e nei modi indicati nell’articolo precedente è tenuto, in aggiunta ad ogni altra conseguenza penale o civile ravvisabile nei fatti, al risarcimento del danno, morale e materiale, provocato dal suo comportamento.

Articolo 3

Le disposizioni degli articoli 575, 579, 580 e 593 del codice penale non si applicano al medico ed al personale sanitario che abbiano praticato trattamenti eutanasici, provocando la morte del paziente, qualora ricorrano le seguenti condizioni:
1) la richiesta provenga dal paziente, sia attuale e sia inequivocabilmente accertata;
2) il paziente sia maggiorenne;
3) il paziente non si trovi in stato, neppure temporaneo, di incapacità di intendere e di volere, salvo quanto previsto dal successivo articolo 4;
4) i parenti entro il secondo grado e il coniuge con il consenso del paziente siano stati informati della richiesta e, con il consenso del paziente, abbiano avuto modo di colloquiare con lo stesso;
5) la richiesta sia motivata dal fatto che il paziente è affetto da una malattia produttiva di gravi sofferenze, inguaribile o con prognosi infausta inferiore a diciotto mesi;
6) il paziente sia stato congruamente ed adeguatamente informato delle sue condizioni e di tutte le possibili alternative terapeutiche e prevedibili sviluppi clinici ed abbia discusso di ciò con il medico;
7) il trattamento eutanasico rispetti la dignità del paziente e non provochi allo stesso sofferenze fisiche. Il rispetto delle condizioni predette deve essere attestato dal medico per iscritto e confermato dal responsabile della struttura sanitaria ove sarà praticato il trattamento eutanasico.

Articolo 4

Ogni persona può stilare un atto scritto, con firma autenticata dall’ufficiale di anagrafe del comune di residenza o domicilio, con il quale chiede l’applicazione dell’eutanasia per il caso in cui egli successivamente venga a trovarsi nelle condizioni previste dall’art. 3, comma 5 e sia incapace di intendere e volere o manifestare la propria volontà, nominando contemporaneamente, nel modo indicato dall’art. 1, un fiduciario, perché confermi la richiesta, ricorrendone le condizioni.
La richiesta di applicazione dell’eutanasia deve essere chiara ed inequivoca e non può essere soggetta a condizioni. Essa deve essere accompagnata, a pena di inammissibilità, da un’autodichiarazione, con la quale il richiedente attesti di essersi adeguatamente documentato in ordine ai profili sanitari, etici ed umani ad essa relativi.
Altrettanto chiara ed inequivoca, nonché espressa per iscritto, deve essere la conferma del fiduciario.
Ove tali condizioni, unitamente al disposto di cui al precedente art. 3, comma 7 siano rispettate, non si applicano al medico ed al personale sanitario che abbiano attuato tecniche di eutanasia, provocando la morte le paziente, le disposizioni degli articoli 575, 579, 580 e 593.


40 proposte per i bambini consegnate ai parlamentari

17 marzo 2013

Save the Children ha consegnato ai 945 parlamentari eletti il “ParlaMemo”, un diario con 40 proposte da “votare” a favore dei bambini comprese alcune misure urgentissime per la loro “crescita”: mense scolastiche gratuite nelle scuole primarie; piano nazionale anti-povertà, cittadinanza ai minori nati da genitori stranieri; ascolto dei minori in Parlamento.

In un comunicato Save the Children ha illustrato questa sua iniziativa.

“130 pagine e una copertina poetica e profetica, a firma del vignettista Bruno Bozzetto: un gruppo di bambini si affolla intorno a una corda che dal basso sale fino a una stella luminosa e lungo la quale si arrampicano sorridenti e speranzosi.

Si presenta così il ParlaMemo, il diario un po’ speciale che Save the Children ha fatto trovare come ‘benvenuto’ ad ognuno degli eletti di Camera e Senato affinché si ricordino ogni giorno dell’importanza strategica dell’infanzia per il futuro del Paese.

Tra di essi circa una trentina – tra cui il venticinquenne Enzo Lattuca, il più giovane parlamentare, Luca Frusone, dell’M5S, Cecile Kyenge di origine congolese, Khalid Chaouki, il primo giovane di seconda generazione a varcare il portone di Montecitorio, Laura Boldrini già portavoce dell’Unhcr, la giornalista Alessia Rotta, Filippo Fossati già presidente Uisp (Unione Italiana Sport per Tutti), Paolo Beni già presidente Arci, Edoardo Patricarca, già presidente Centro Nazionale del Volontariato, Mario Marazziti già portavoce della Comunità di Sant Egidio – hanno ritirato personalmente il ParlaMemo dalle mani di una delegazione di ragazzi del progetto Under Radio di Save the Children a Piazza Montecitorio.

Chiuso in uno zainetto rosso, la consegna dello speciale diario ha richiamato il primo giorno di scuola. Un giorno importante, quale è l’insediamento di un nuovo Parlamento, composto da 945 eletti di cui 567 che vi entrano per la prima volta – il 60% del totale. 34 di essi hanno meno di 30 anni.

‘Il ParlaMemo va da marzo 2013 a marzo 2014 ed è concepito come un planning settimanale. Ad ogni settimana corrisponde un memo o delle comunicazioni dai bambini’, spiega Valerio Neri, Direttore Generale Save the Children.

‘Si va dal primo e fondamentale, mettere al centro i bambini, al memo combattere le povertà minorili, o istruire le politiche dell’istruzione, o ancora il memo: per una nuova agenda del millennio o il memo per il pieno rispetto della Convenzione sui Diritti dei Bambini.

Su ogni tema vengono presentate delle proposte concrete – in tutto 40 –  per lo sviluppo sociale, culturale, economico delle nostre giovani generazioni. Siamo a un passaggio cruciale per il loro futuro, che rischia di essere cancellato se non si interviene urgentemente prima di tutto sul piano politico, con misure e provvedimenti ormai necessari, sia nell’immediato che nel medio periodo’.

Per cominciare, subito un piano nazionale di lotta alla povertà minorile che preveda, tra l’altro, servizi di refezione scolastica gratuiti per bambini a rischio povertà e l’aumento del tempo pieno scolastico soprattutto in aree dove le condizioni socio-economiche delle famiglie sono più critiche.

‘In questo modo si aggredisce la povertà economica e quella d’istruzione, che sono fortemente interdipendenti’, spiega ancora Valerio Neri.“ 1 minore su 4 oggi è a rischio povertà, vive cioè in famiglie con un reddito troppo basso per garantirgli ciò di cui avrebbe bisogno per un sano e pieno sviluppo. Un dato che è il più alto degli ultimi 15 anni e ha uno spread, un differenziale rispetto agli adulti a rischio povertà, dell’8,2%. Un dato che cresce esponenzialmente se a capo della famiglia c’è una persona senza titolo di studio o con la sola licenza elementare: il 64,9%, cioè 2 minori su 3 in questo caso diventa a rischio povertà’.

Per quanto riguarda la dispersione scolastica, ‘sono quasi 800.000 i giovani tra 18-24 anni dispersi, che cioè hanno interrotto gli studi e sono fermi alla terza media.

E sono 314.000 i ‘disconnessi culturali’, bambini e adolescenti da 6 a 17 anni che negli ultimi 12 mesi non sono mai andati a cinema, non hanno aperto un libro, né un pc né Internet, né fatto uno sport. Ricordiamoci di loro in Parlamento!’, dice ancora Valerio Neri.

Che tra le altre misure da mettere subito nel calendario parlamentare, peraltro a costo zero, indica ‘il riconoscimento della cittadinanza ai minori nati in Italia da genitori stranieri e a quelli giunti da piccoli. L’attribuzione a questi bambini di pari diritti’, sottolinea Neri, ‘ne migliorerebbe sicuramente le condizioni sociali, economiche e culturali, a beneficio dell’intera popolazione. Dunque memo per i parlamentari: abbattere i muri, battere le discriminazioni’.

E abbattere i muri significa anche ricordarsi delle drammatiche condizioni dei minori nel mondo.
‘Ancora oggi quasi 7 milioni di bambini muoiono per cause facilmente prevenibili e curabili. 120 milioni non frequentano la scuola. 3 bambini su 4 subiscono violenza domestica. 150 milioni di bambine e ragazze e 73 milioni di bambini e ragazzi sono vittime ogni anno di violenza sessuale’, sottolinea il Direttore Generale Save the Children.

‘Il memo per i parlamentari è: ricostruire la cooperazione internazionale e spingere il Governo italiano a dare il suo contributo per combattere queste gravi violazioni dei diritti e raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio entro il 2015. Lo sforzo dovrà poi proseguire contribuendo attivamente alla definizione di una agenda politica internazionale, per combattere la povertà e garantire lo sviluppo umano oltre il 2015’.

E a costo zero ma di forte significato anche simbolico è la proposta di aprire il Parlamento ai bambini.

‘Bisogna modificare la prassi delle audizioni parlamentari garantendo ai minori di 18 anni la possibilità di accesso e il loro pieno diritto all’ascolto. La partecipazione dei giovani alla vita pubblica del paese è tra le risorse più importanti che abbiamo per realizzare una società più matura, più a misura di bambino e quindi più a misura di tutti. Sarebbe un segnale bellissimo vedere presto entrare dal grande portone di Montecitorio, accanto ai giovani neo-parlamentari, anche dei bambini’, conclude Valerio Neri”.