Liberate Rossella, liberate Giovanni, liberate Maria Sandra, liberateli tutti!

29 febbraio 2012

Oggi più di 200 blogger pubblicheranno dei post con i quali sarà richiesta la liberazione di Rossella Urru e di altri cooperanti che sono stati rapiti in varie parti del mondo. Io ho deciso di pubblicare un post scritto da Sabrina Ancarola, una delle promotrici dell’iniziativa, sul suo blog www.sabrinaancarola.blogspot.com:

“Stando alle notizie che ho trovato in rete sono attualmente 10 gli italiani rapiti nel mondo in mano a bande terroriste.

In questi giorni con un gruppo di blogger stiamo cercando di mantenere viva l’attenzione riguardo a Rossella Urru cooperante del Cisp (Comitato italiano sviluppo dei popoli) rapita nella notte fra il 22 e il 23 ottobre insieme ai suoi colleghi spagnoli: Ahinoa Fernandez e Enric Gonyalons in un campo profughi in Algeria.

Come per Rossella s’ipotizza che il rapimento di Maria Sandra Mariani sia da attribuire ad una cellula di Al Quaeda. Maria Sandra Mariani è da più di un anno, (02.02.2011) in mano ai suoi rapitori.

Ricordo che all’inizio di questo fatto se ne parlava, soprattutto nel tg3 della mia regione, ma da tempo le luci si sono spente sulla sua vicenda. Io non so come ‘girino’ le notizie, il perché su tutte le riviste compaiano persone che in realtà sono abbastanza insignificanti.

Rossella Urru ha deciso di dedicare la sua vita a servizio degli altri, ha coraggio, è un esempio di rara umanità. Lei e Maria Sandra Mariani meriterebbero più attenzione da parte dei mass media, l’Italia dovrebbe avere più cuore verso queste due donne e verso gli altri 8 suoi connazionali di cui da tempo non abbiamo più notizie.

Quando un militare muore in quelle che vengono chiamate, con involontaria ironia, missioni di pace i telegiornali e i giornali ne parlano, i politici partecipano ai funerali (sempre ripresi dalle tv) e molte persone comuni fanno la fila per vegliare le loro bare nelle camere ardenti.

Queste missioni sono finanziate con i nostri soldi, i militari sono pagati, questo è il loro lavoro e voglio ricordare che in Italia nello scorso anno sono morte sul lavoro nel silenzio 1100 persone.

 Un generale americano che partecipò alla liberazione della Sicilia durante la II guerra mondiale disse che gli uomini erano diventati scienziati riguardo alla guerra e totalmente ignoranti riguardo alla pace.

Gli Stati investono i nostri soldi in spese militari, nonostante la crisi, nonostante che una buona parte di cittadini sia senza occupazione e che molti non abbiano più la certezza di un futuro lavorativo.

Il Sipri (Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma) ha stimato nel 2008 che con il 10% dei soldi destinati alle spese militari, almeno per quell’anno, si potevano risolvere i problemi legati alla malnutrizione e alla fame, si poteva offrire la scolarizzazione ad ogni bambino del pianeta, si poteva fermare la diffusione di Aids e malaria, si potevano fare enormi passi per l’emancipazione delle donne.

I media sono ovviamente manipolati dai soliti abbienti e dai loro amici, Rossella e Maria Sandra non fanno notizia, come non fa notizia la storia di Giovanni Lo Porto cooperante rapito a Multan nel Pakistan lo scorso 19 Gennaio.

Pochissime persone conoscono Franco Molinara, scomparso il 12 Maggio 2011 dal Nord Ovest della Nigeria dove si trovava per lavoro.

Non sono stato ancora liberati i 18 membri dell’equipaggio della nave petroliera Enrico Ievoli rapiti nelle acque dell’Oman il 21 aprile, di cui 6 sono italiani e si chiamano Valerio Longo, LetterioLa Maestra, Agostino Musumeci, Valentino Longo, Daniele Grasso e Carmelo Sortino.

Possiamo dare un segnale di vicinanza a tutti i familiari che vivono giorni di grande apprensione riguardo le sorti dei loro 10 cari.

La rete può fare la differenza, può far circolare liberamente le notizie perché persone come noi che non lavorano per i giornali, che non hanno amici potenti (e neanche sono interessati ad averli), che non sono ricattabili perché non contano niente, possono far circolare le notizie.

Nessuno c’impone cosa scrivere, il 29 Febbraio circa 60 blogger (e il numero è fermo al momento in cui scrivo per cui reputo che saranno molti di più) scriveranno i loro articoli riguardo la vicenda di Rossella Urru.

Cogliamo l’occasione per creare noi la notizia parlando di Rossella, Maria Sandra, Giovanni, Franco, Valerio, Letterio, Agostino. Valentino, Daniele e Carmelo”.

A quanto scritto da Sabrina aggiungo solamente che il ministro Terzi si è giustamente precipitato in India per cercare di risolvere il problema determinatosi con l’arresto dei due marò imbarcati su un peschereccio italiano. Due pesi e due misure. Non mi sembra, infatti, che la stessa attenzione da parte del ministero degli Esteri e, soprattutto da parte del ministro, via sia nei confronti dei cooperanti rapiti. Così vanno le cose, purtroppo. Però, vanno male e dovrebbero andare in modo diverso…


Ici-Chiesa: annunciata la legge, trovato l’inganno

28 febbraio 2012

In seguito ad una esplicita richiesta dell’Unione europea, non in base ad una scelta del tutto autonoma, il governo Monti ha stabilito che anche la Chiesa dovrà pagare l’Imu (l’ex Ici) per le attività commerciali che gestisce. Un primo interrogativo è stato evidenziato da più parti, principalmente dalle scuole cattoliche: queste scuole dovranno pagare l’Imu? Monti ha dichiarato che le scuole no profit non dovranno pagarla, mentre quelle che svolgono attività commerciali sì. Ma tale dichiarazione non chiarisce con precisione la situazione. Infatti quali sono le scuole che svolgono attività commerciali? Di questa incertezza, che poi non si rileva tale se si approfondisce la questione, si occupa in una nota l’Uaar (l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti):

“Il premier Monti aveva annunciato di voler finalmente imporre l’Ici-Imu sulle proprietà ecclesiastiche a uso anche solo parzialmente commerciali.

Vescovi e scuole cattoliche hanno subito elevato alti lamenti. E il governo sembra proprio volerne prendere atto.

Tutto ruota, infatti, alla definizione di ‘commerciale’.

Come ha spiegato Lorenzo Salvia su ‘Il Corriere della Sera’, è sufficiente che le scuole paritarie non producano utili per essere ‘salvate’ dalla tassazione.

E l’interpretazione potrebbe estendersi a ospedali e alberghi.

Come sa bene chiunque abbia consultato qualche bilancio, per far uscire un risultato in pareggio non occorrono grandi voli pindarici. Anche quando, facendo un giro su internet, si può incappare in scuole primarie già foraggiate da Stato e Regione che chiedono 2.655 euro + 900 euro per rette e mensa.

Del resto, il provvedimento era malvisto da gran parte della maggioranza che sostiene il governo.

L’esponente ultracattolico del Pd Giorgio Merlo aveva già ieri invitato l’esecutivo a non cedere alle pressioni ‘laiciste e anticlericali’. Beppe Fioroni, leader di quella corrente, ha lanciato a sua volta l’allarme dalle colonne de ‘Il Messaggero’: ‘chiuderebbero tutte le materne gestite dai religiosi’.

Ma anche l’house organ di casa Berlusconi, ‘Il Giornale’, ha aperto con un apologetico editoriale del direttore Alessandro Sallusti dal titolo ‘L’Ici alla Chiesa ha il sapore della vendetta’.

Insomma, sembra proprio che anche questa volta la lobby cattolica ce l’abbia fatta.

Come ha ricordato Luciana Littizzetto a ‘Che tempo che fa’,la Chiesarimane al momento l’unica realtà non toccata dal governo Monti. O governo Bagnasco che dir si voglia.

Come dimenticare il conflitto d’interessi della sottosegretario all’Istruzione Elena Ugolini, preside del liceo privato ‘Malpighi’ di Bologna?”.

A quanto rilevato nella nota si può aggiungere che secondo “Il Sole 24 ore” le scuole che non svolgono attività commerciali sarebbero quelle che rispettano tre criteri: devono svolgere un’attività paritaria rispetto a quella statale con un servizio assimilabile a quello pubblico sul piano dei programmi di studio, del contratto applicato agli insegnanti e dell’accoglimento degli alunni con disabilità; devono garantire che tutti i cittadini abbiano parità di accesso; devono avere un bilancio che destini gli eventuali avanzi all’attività scolastica. Pur ipotizzando che quest’ultima definizione di scuola “non commerciale” sia quella valida,  resterebbero ampi margini di discrezionalità ed è comunque possibile che tutte le scuole cattoliche non debbano pagare l’Imu. Io ritengo invece che tutte le scuole cattoliche dovrebbero pagare l’Imu. Esse richiedono per la frequenza delle rette molto elevate e, a mio avviso, è sufficiente questo per concludere che svolgono un’attività commerciale. E se passasse invece l’interpretazione di Monti per le scuole, come rilevato nella nota dell’Uaar, potrebbe verificarsi che anche agli ospedali, e perché no, agli alberghi gestiti dalla Chiesa cattolica sia consentito di non pagare l’Imu. Io spero solamente che l’Unione europea vigili con attenzione e che quindi impedisca questo vero e proprio stravolgimento dell’emendamento inserito nel decreto liberalizzazioni per far pagare l’Imu alle attività commerciali gestite dalla Chiesa.


Rifondare la politica: sarà possibile?

27 febbraio 2012

L’associazione Libertà e Giustizia ha, recentemente, lanciato un appello, denominato “Dipende da noi. Dissociarsi per riconciliarci”, con il quale evidenzia la necessità di rifondare la politica, in un periodo nel quale la debolezza della politica è sempre maggiore, debolezza la cui manifestazione più esplicita è stata la nascita del “governo tecnico”. Ecco alcune parti dell’appello:

“Il ‘governo tecnico’ è un segno dei tempi: tempi di debolezza della politica e d’inettitudine dei partiti politici. Tra di loro si deve distinguere ma certo, nell’insieme, in Italia il sistema politico e la sua ‘classe dirigente’ hanno fallito, arretrando di fronte alle loro responsabilità…

Nello stallo della politica, l’ascesa della tecnica al governo è apparsa l’unica alternativa al disastro finanziario, economico e sociale. La dobbiamo accettare come pharmakon.

Ma la medicina che guarisce può diventare il veleno che uccide. Dobbiamo sapere che un governo può essere tecnico nelle premesse, ma non nelle conseguenze delle sue azioni…

Dire ‘tecnico’, significa privare la politica della libertà. Libertà e Giustizia, che ha in passato denunciato i pericoli del populismo, cioè della neutralizzazione e dell’occultamento della politica dietro pratiche di seduzione demagogica, non può ignorare che la tecnica esercita anch’essa una forza ideologica che può diventare anti-politica.

Allora, quello che inizialmente è farmaco diventa veleno: senza politica, non ci può essere libertà e democrazia; senza democrazia, alla fine ci aspettano soluzioni basate non sul libero consenso ma sull’imposizione.

Che si tratti di medicina o di veleno, non sappiamo.

Sappiamo invece che dipende da noi.

Libertà e Giustizia, associazione di cultura politica, ha sempre operato per la difesa della dignità della politica e, proprio per questo, ha denunciato i casi di svilimento, di corruzione e di asservimento a interessi privati, di chiusura corporativa e autodifesa di casta.

Oggi, quando la distanza tra i cittadini e i partiti non è mai stata così grande, proprio oggi è urgente un’opera di riconciliazione nazionale con la politica…

Siamo persuasi che la rifondazione della politica debba partire dalla sua decontaminazione dalla corruzione che, tra tutte le cause, è quella che più ha contribuito a imbrattarne la figura…

Questo sistema, prima che con le riforme legislative, può essere incrinato solo dall’interno. La connivenza può rompersi solo con la dissociazione e la denuncia. Le tante persone che, nei partiti e nella pubblica amministrazione avvertono la nobiltà della loro attività, escano allo scoperto, ripuliscano le loro stanze, si rifiutino di avallare, anche solo col silenzio, il degrado della politica…

La legge sui partiti è una necessità di cui si parla da troppo tempo. Oggi, gli scandali quotidiani, l’hanno resa urgente. ‘Subito la legge ecc.’, si è detto. Ma possiamo crederci, se prima non cambiano coloro che la legge dovrebbero farla?

L’anno che ci separa dalle elezioni si annuncia ricco di propositi riformatori delle istituzioni. Non è una novità, ma l’auto-riforma si è dimostrata finora un’auto-illusione.

Può essere che sia la volta buona per contrastare la caduta di consenso ed evitare lo ‘sciopero elettorale’ che da diverse parti si minaccia. Ma si vorrebbe sapere con chiarezza che cosa ci viene promesso.

Chiusura o apertura? L’alternativa è nelle cose, anzi nelle azioni. Non si può nasconderla con le parole. Libertà e Giustizia ritiene di rappresentare un’elementare esigenza democratica, chiedendo di conoscere, in pubblico dibattito, se i contatti e gli accordi preliminari che si vanno stringendo tra partiti mirano a corazzare il sistema politico esistente, chiudendolo su se stesso, oppure se finalmente si avverte l’esigenza di aprirlo alle istanze diffuse dei cittadini, d’ogni ceto e d’ogni orientamento politico; se la ‘società politica’ ritiene di fare a meno della tanto disprezzata ‘società civile’, oppure se ritiene di dover mettersi in discussione…

Sulla riforma della legge elettorale: quale che sia il meccanismo prescelto, esso non deve essere pensato come strumento dei maggiori partiti e della loro dirigenza per ‘dividersi le spoglie’.

Se c’è una legge nell’interesse primario dei cittadini, non dei politici, questa è proprio la legge elettorale…

La riforma elettorale, anzi le elezioni con la nuova legge elettorale devono precedere ogni altra riforma.

Come possiamo accettare che un parlamento tanto screditato qual è quello scaturito dalla legge elettorale attuale possa mettere mano alla Costituzione? I frutti sono il prodotto dell’albero. Nessuna speranza può esserci che i frutti siano buoni se l’albero è malato. In ogni caso, Libertà e Giustizia chiede, come elementare esigenza, che le eventuali riforme possano essere sottoposte al controllo del corpo elettorale in un referendum di particolare significato: come difesa d’una democrazia aperta contro i possibili tentativi d’ulteriore involuzione autoreferenziale dell’attuale sistema politico.

Libertà e Giustizia è un’associazione di cultura politica, ma non un’associazione politica, fiancheggiatrice di questo o quel partito.

Essa si rivolge ai cittadini che vorrebbero amare la politica e, per questo, la desiderano più dignitosa e rispettata.

Poiché in questo momento la società italiana è ricca di energie che chiedono rinnovamento e desiderano essere rappresentate, l’invito a tutti è a non disperdersi nella sterile protesta e a non dividersi nell’infecondo protagonismo, geloso di se stesso, ma a unire le forze perché il difficile momento che vive il nostro Paese possa essere superato nel segno della democrazia, della libertà e della giustizia”.

Sulla necessità che si debba rifondare la politica non c’è alcun dubbio. Sulla necessità che i partiti dovrebbero essere essenziali per il nostro Paese non c’è alcun dubbio. Sulla necessità che a tal fine si dovrebbero attivare anche coloro i quali, all’interno dei partiti, ritengono importante quell’obiettivo non c’è alcun dubbio. Sulla necessità che molto dipende da noi, che dovrebbero impegnarsi, notevolmente, i cittadini, all’esterno dei partiti, non c’è alcun dubbio. E’ però legittimo nutrire dei forti dubbi sulla effettiva volontà, di chi è all’interno dei partiti  e di chi è all’esterno di essi, di impegnarsi con forza per perseguire gli obiettivi indicati da Libertà e Giustizia. Io sono molto scettico a riguardo. Ho comunque firmato l’appello. Staremo a vedere. Forse, affinchè sia possibile modificare radicalmente, la politica italiana ed il comportamento quotidiano dei singoli cittadini, dovrebbe verificarsi una crisi della politica, ed anche della società italiana, ancora maggiore di quella già esistente. Forse sarà necessario che un “governo tecnico” svolga ancora la sua attività per un periodo piuttosto lungo. Certo, dipende da noi…


I tassisti e i farmacisti sono più forti dei sindacati

26 febbraio 2012

Il decreto del governo Monti sulle liberalizzazioni è all’esame del Parlamento, per essere approvato. Numerosi sono gli emendamenti, proposti dai diversi gruppi parlamentari, volti, ovviamente, a modificare, almeno in parte, i contenuti del decreto. I partiti, sostenitori di quegli emendamenti, si sono fatti portatori, generalmente, delle esigenze delle singole categorie colpite, senza quindi migliorare il decreto, senza estendere le liberalizzazioni, ponendosi invece l’obiettivo di ridurne la portata.

Alcuni degli emendamenti presentati dovrebbero essere accettati dal Governo, senza alcun dubbio quello riguardante i tassisti, per i quali le eventuali nuove autorizzazioni dovrebbero essere decise di nuovo dai Comuni e non più dalla costituenda Autorità dei trasporti.

E poichè nell’ambito delle Amministrazioni Comunali svolgono un ruolo determinante i rappresentanti dei partiti, costoro potrebbero essere molto più sensibili alle richieste dei tassisti, invece che alle esigenze dei cittadini utenti.

L’obbligo di presentare, da parte dei liberi professionisti, un preventivo ben preciso e dettagliato per loro prestazioni è “saltato”.

Per quanto concerne le farmacie, soprattutto il Pdl sostiene un emendamento che tende a ridurre l’aumento del numero delle farmacie previsto dal decreto. In questo caso non è ancora certo l’atteggiamento del Governo, se favorevole o meno nei confronti dell’emendamento.

Altre categorie, adeguamente rappresentate in Parlamento, quali gli avvocati e i notai, spingono per modificare le parti che li riguardano del più volte citato decreto.

Del resto già i contenuti originari del decreto non determinavano poi dei cambiamenti radicali rispetto alla situazione esistente. Alcune proposte volte a  incidere più pesantemente sui privilegi delle categorie, a cui si è già fatto riferimento, furono accantonate.

Inoltre le banche, e il sistema finanziario nel suo complesso, non sono state toccate in misura considerevole, come necessario, dal decreto del Governo.

Si può legittimamente sostenere che, in generale, le famose “lenzuolate” dell’allora ministro Bersani, sostenute dal governo Prodi, produssero cambiamenti di maggiore rilievo, relativamente alle  liberalizzazioni.

Del resto è anche improprio definire il decreto all’esame del Parlamento come un decreto sulle liberalizzazioni. Infatti liberalizzare un determinato mercato significa consentire il libero accesso di nuovi operatori. Con il decreto del governo Monti, in diverse parti, si consente solamente di aumentare il numero dei soggetti economici che operano in alcuni mercati.

Quindi si può rilevare che alcune categorie, quali i tassisti e i farmacisti ad esempio, si dimostrano, almeno per ora, più forti dei sindacati dei lavoratori dipendenti, il cui parere contrario nei confronti della riforma delle pensioni non è stato invece tenuto in considerazione e le cui proposte riguardo il mercato del lavoro, e in primo luogo le modifiche all’articolo 18, non sembrano essere condivise dal Governo.

Certamente gli effetti sull’intero sistema economico della riforma delle pensioni, al di là delle valutazioni positivi o negative che possono essere espresse su tale riforma, sono molto più rilevanti rispetto a quelli esercitati dagli interventi nei confronti, ad esempio, di tassisti e farmacisti, che possono incidere in modo rilevante su queste categorie, ma non sull’intero sistema.

Ma, a parte il fatto che i provvedimenti inerenti le liberalizzazioni riguardo a tassisti e farmacisti, e ad altri soggetti economici, hanno un elevato valore simbolico circa l’effettiva volontà di liberalizzare i mercati anche con interventi successivi a quelli previsti nel decreto, occorre riconoscere che delle vere ed estese liberalizzazioni possono rendere i mercati realmente più concorrenziali e così ridurre considerevolmente i prezzi, determinando un consistente aumento del potere d’acquisto soprattutto dei ceti sociali più deboli, contribuendo così a favorire la crescita economica e la riduzione della disoccupazione.

Occorre aggiungere, per la verità, che i sindacati dei lavoratori dipendenti hanno, oggettivamente, una minore capacità di rappresentare quei lavoratori, rispetto a quanto avveniva in passato.

Comunque è indispensabile che, con il decreto sulle liberalizzazioni e con altri interventi, il Governo non tema di colpire gli interessi corporativi di certe categorie. Del resto se i sacrifici devono essere effettuati, come necessario, li devono fare tutti, nessuno escluso. Invece, almeno fino ad ora, i costi da sostenere per uscire dalla crisi economica ed occupazionale del nostro Paese, hanno riguardato soprattutto un parte della società italiana o almeno non hanno interessato tutti nello stesso modo, con la stessa intensità. E, a mio avviso, tale situazione deve essere modificata, il prima possibile.


Marcegaglia, il bue dice cornuto all’asino…

24 febbraio 2012

Emma Marcegaglia, presidente della Confindustria, nel corso dell’assemblea nazionale di Federmeccanica svoltasi a Firenze, nel suo intervento ha dichiarato, fra altro, che non vorrebbe dei sindacati che proteggessero assenteisti, fannulloni e ladri. Ovviamente questa dichiarazione è stata interpretata rilevando che l’opinione di Marcegaglia fosse che, effettivamente, i sindacati proteggono ladri ed assenteisti. Su quanto detto dalla presidente di Confindustria ho scritto un articolo pubblicato su www.agoravox.it:

“Ormai l’affermazione di Emma Marcegaglia, secondo la quale la presidente di Confindustria non vorrebbe dei sindacati che proteggessero assenteisti e ladri, è stata oggetto di numerose polemiche, di richieste di smentita, provenienti da rappresentanti dei sindacati ed anche di partiti di sinistra.

Alcuni hanno tentato di spiegare le motivazioni di un’affermazione di quella natura, rilevando che sarebbe il frutto di una situazione di insofferenza che oltre ai sindacati riguarda anche le associazioni imprenditoriali, circa la possibilità che il governo abolisca la cassa integrazione straordinaria, che porterebbe alla volontà, anche della Confindustria, di esasperare gli animi al fine di accrescere l’opposizione nei confronti delle intenzioni del governo.

Altri hanno sostenuto che Marcegaglia, il cui mandato è in scadenza, ha colto l’occasione per togliersi qualche sassolino nelle scarpe, relativamente alle sue effettive valutazioni circa il comportamento dei sindacati.

Io vorrei soffermarmi, brevemente, su un punto.

E’ grave soprattutto l’aver sostenuto che i sindacati proteggono i ladri, anche se si potrebbe sostenere che l’affermazione potrebbe essere intesa in questo modo: i ladri che sarebbero protetti dai sindacati sarebbero coloro che non lavorano, che sono degli assenteisti, e che quindi ‘rubano’ il proprio stipendio o salario.

Ma vorrei aggiungere che il presidente della Confindustria non è affatto legittimato ad accusare nessuno di essere o di proteggere un ladro o più ladri.

Infatti un ladro o chi protegge un ladro può, e soprattutto è credibile se lo fa, accusare altri di essere ladri o di proteggere dei ladri? Io credo che non possa.

E la Confindustria, della quale fanno parte imprese industriali che sono dei grandi evasori fiscali, che portano all’estero illecitamente ingenti somme di denaro, è credibile quando accusa i sindacati di proteggere dei ladri?

Non lo è affatto.

Del resto la Confindustria siciliana non era affatto credibile quando sosteneva di contrastare la mafia finchè il presidente regionale dell’associazione imprenditoriale in questione non affermò esplicitamente che avrebbe espulso da Confindustria le imprese aderenti che avessero rapporti con la mafia.

E quindi la Confindustria nazionale, il suo presidente seppure in scadenza di mandato, non è credibile, e non si può permettere di accusare altri di proteggere dei ladri finchè non dichiarerà che le imprese aderenti che evadono il fisco, che inviano denaro all’estero, saranno immediatamente espulse. Forse fino ad ora una dichiarazione del genere non c’è stata perché, in quel caso, il numero delle imprese aderenti a Confindustria si ridurrebbe ai minimi termini?


No allo “steminio” dei diritti dei disabili

23 febbraio 2012

“No allo sterminio dei diritti dei disabili”. Questo uno degli slogan più utilizzati nel corso della manifestazione, recentemente tenutasi a Roma in piazza Montecitorio, per protestare soprattutto contro l’articolo 5 della legge “Salva Italia” con il quale verrebbero ulteriormente peggiorate le condizioni dei disabili. Un resoconto della manifestazione è contenuto in un articolo pubblicato su www.cronacalive.it:

“‘No allo sterminio dei diritti dei disabili’ e chiedere al governo di fare marcia indietro.

Per queste ragioni un gruppo di manifestanti del movimento disabili rinnovamento democratico e del gruppo ‘disabili in lotta’ si è radunato a Roma in piazza davanti a Montecitorio con cartelli al collo, slogan e manifesti.

‘Fate la carità’ piuttosto che ‘Fermiamo lo sterminio dei diritti sociali’. Magliette con il codice a barre e un numero; non una coincidenza, ma un vero e proprio richiamo alla strage, o meglio sterminio, che avvenne durante la seconda guerra mondiale.

I manifestanti stanno intonando cori chiedendo al governo ‘indennità’ e ‘parità’ di trattamento tra i disabili e i privati cittadini.

Dall’anno scorso i fondi destinati alle cure sanitarie e assistenziali sono drasticamente diminuiti.

Non solo gli stipendi di mantenimento alle famiglie, ma anche le ore di assistenza scolastica, il numero di medicinali rimborsabili.

‘Non possiamo vivere così – dice una signora -. Non arriviamo a fine mese. Io non posso più lavorare perché l’assistente ci è stata praticamente negata. Ora lavora solo mio marito perché io devo badare al bambino; aumenta tutto e noi siamo ormai ridotti al minimo. E’ una vergogna’.

‘Abbiamo aperto la manifestazione permanente dei disabili contro un disegno del governo che ci porterebbe indietro di 50 anni’ dice il coordinatore del movimento, Michele Lastilla, che chiede ‘venga stralciato l’articolo 5 del Salva Italia nella parte relativa ai disabili, per evitare che il calcolo dell’Isee rimanga legato al reddito personale del disabile, che l’indennità di accompagnamento venga concessa al solo titolo della minorazione, che le provvidenze relative alla disabilità siano tenute fuori dall’Isee’…”

Per comprendere meglio i motivi della protesta è utile leggere l’articolo di Elisabetta Proietti, pubblicato su www.superabile.it:

“Quali sono i temi cruciali al centro della protesta?

‘I disabili, pur fra grandi sacrifici, protestano anche fisicamente, contro i 3 ‘No’ del governo ribaditi anche nell’incontro del 31 gennaio con alcune associazioni: no alla indennità di accompagnamento concessa al solo titolo della minorazione come diritto inviolabile; no alla esclusione dall’Isee delle provvidenze legate alla disabilità; no alla eliminazione delle parti relative ai disabili dall’articolo5’.

Prosegue il movimento delle persone disabili: ‘Per il governo, questi punti faranno reddito e quindi sono a rischio: la indennità di accompagnamento, le pensioni di invalidità e quelle dei ciechi civili e sordomuti; i servizi come l’assistenza domiciliare, la riabilitazione, la permanenza nei centri diurni, i trasporti agevolati, il badantato, l’assistenza infermieristica, il sostegno scolastico, l’assegno sociale, l’assegno di cura, insomma, tutte le altre provvidenze legate alla disabilità’.

Alla luce di questo, i disabili chiedono che: a) dall’articolo 5 della legge 23/12/2011 n.214 venga stralciata la parte relativa ai disabili; b) la indennità di accompagnamento venga ancora concessa al solo titolo della minorazione e sia considerata diritto inviolabile;c) tutte le provvidenze relative alla disabilità siano tenute fuori dall’Isee; d) tutte le spese dei servizi forniti alle persone con disabilità dal sistema sanitario nazionale siano gratuite; e) gli ausili per la mobilità, la comunicazione, l’autonomia, per la vita indipendente devono essere forniti dallo Stato con la compartecipazione agevolata da parte dell’interessato in base al reddito personale; f) deve essere garantito il sostegno scolastico ed extrascolastico e il diritto al lavoro’

‘Noi disabili – prosegue il manifesto della mobilitazione – non consentiremo di essere rigettati alle condizioni di vita degli anni Cinquanta e per questo lotteremo ad oltranza contro lo sterminio, contro il negazionismo dei nostri diritti e contro la cancellazione della convenzione dell’Onu sui diritti delle persone con disabilità ratificata dal governo italiano. Chiamiamo alla solidarietà e alla lotta tutti i cittadini e i lavoratori dei servizi sociosanitari e del comparto della disabilità’”.

I disabili hanno pienamente ragione. Non è accettabile che nemmeno una parte dei loro diritti, già acquisiti, siano cancellati. Certamente, se vengono accertate delle vere e proprie truffe relative alle provvidenze a favore dei disabili, esse devono essere perseguite. Ma non è ipotizzabile che, pur in un periodo come quello attuale nel quale un obiettivo fondamentale  dell’azione di governo è giustamente la riduzione del deficit e del debito pubblico, si continui nella politica dei tagli indiscriminati alle spese sociali, e quindi anche alle spese rivolte ai disabili. Se si deve ridurre la spesa pubblica, è necessario diminuire, come possibile, altre voci di spesa. Stupisce che un governo di tecnici, al cui interno dovrebbero essere presenti ministri che conoscono le problematiche dei disabili, abbia solo concepito interventi che peggiorano considerevolmente le loro condizioni. Comunque, ora  necessario che quegli interventi siano eliminati. Subito.

 


In Italia il primato dei furti di reperti archeologici

21 febbraio 2012

Attualmente risultano essere stati rubati almeno 5.330 oggetti di particolare rilievo artistico.  Solo nel 2009 sono stati compiuti 882 furti, in quello che è il quarto business mondiale dopo armi, droga e riciclaggio. L’Italia è uno dei crocevia delle attività illecite di traffici archeologici. Perché? Forse anche per via delle pene troppo leggere per chi commette questi reati. Serve una nuova legge, che il governo Monti deve scrivere e far approvare, rapidamente. Dei furti di reperti archeologici si occupa Manlio Lilli in un articolo pubblicato su www.linkiesta.it:

“Al museo del Louvre un olio su tela, dipinto da Hubert Robert prima del 1758, rappresenta Alessandro Magno davanti alla tomba di Achille. Il Macedone in armi é rappresentato stante, mentre alcuni operai sono intenti a scavare una tomba costruita, di forma circolare, a cui è appena stato sollevato il coperchio, un episodio non infrequente nell’antichità classica.

Non mancano le testimonianze sulla realizzazione di ricerche finalizzate al rinvenimento di materiali di pregio, dai nekrokorinthia, gli oggetti trovati ed immessi sul mercato dai romani che dopo il146 a. C. si insediarono sul sito di Corinto, ai recipienti fittili scoperti a Capua al tempo di Cesare.

Un problema, quello dei beni di particolare rilevanza illecitamente sottratti, che ha continuato a sussistere attraverso i secoli e che ancora fa capolino.

Un tema su cui i riflettori non si accendono quasi mai, offuscato dalle tante emergenze del Paese in difficoltà.

Il sito Internet dei Carabinieri, che alle opere di particolare rilevanza, tra i ‘Beni culturali illecitamente sottratti’ riporta, al momento, 5.330 oggetti.

Come, non diversamente, si evince dal ‘Rapporto sulle archeomafie’ redatto dai Carabinieri del Comando tutela patrimonio artistico. Considerando che solo nel 2009, secondo i dati del rapporto Ecomafia 2010, sono stati compiuti 882 furti di opere d’arte e trafugati 13.219 oggetti.

Per le relazioni dell’Ufficio delle Nazioni Unite di Vienna, il traffico illegale di opere d’arte è il quarto business del crimine mondiale dopo i traffici di droga, armi e denaro riciclato.

Insomma gli interessi che ruotano intorno al commercio di opere d’arte sono tanti e sempre più di frequente il guadagno delle vendite non è esclusiva del tombarolo di turno, ma di associazioni criminali.

 L’esempio più eclatante è quello del 2009 quandola Direzioneinvestigativa antimafia sequestrò all’italo-canadese Beniamino Zappia, in carcere dal 2007, oltre 345 dipinti di immenso valore, tra tele di Guttuso, De Chirico, Dalì, Sironi, Morandi, Campigli.

Nel libro ‘L’impero della camorra’, scritto da Simone Di Meo, si legge che nel corridoio della villa dei boss Nuvoletta, appesi alla pareti, c’erano vari quadri della scuola pittorica napoletana. Ma vale la pena ricordare anche il caso della Natività di Caravaggio, rubata nel 1969 nell’Oratorio di San Lorenzo a Palermo ed esposto durante le riunioni della Cupola, almeno secondo quanto riferito dal pentito Totò Cancemi.

E ancora nel gennaio 2010 è stato sventato un traffico internazionale di reperti archeologici, realizzato attraverso una rete criminale capace di muoversi tra l’Italia,la Spagna,la Francia,la Germaniae il Lussemburgo. La refurtiva recuperata dai militari era composta di 1.248 reperti archeologici e centinaia di fossili, per un valore stimato in 4 milioni e 350.000 euro.

 Così corredi tombali protostorici, statue ed esemplari ceramografici greci, sarcofagi e mosaici romani, viaggiano dai tanti siti italiani in direzione di diversi Paesi europei, degli Stati Uniti.

Probabilmente il proliferare di questo import-export illegale, di cui l’Italia continua ad essere uno dei paesi più interessati, si deve anche ad un vulnus legislativo: mancano normative che tutelino il bene prevedendo pene severe per i trasgressori.

Nel novembre dello scorso anno lo spagnolo El Mundo in un’inchiesta sulla questione, dall’inequivocabile titolo ‘Italia, saccheggio del paradiso dell’arte’, denunciava l’incapacità da parte delle autorità di contrastare in maniera efficace il fenomeno. Più di 3.500 musei e circa 2.000 siti archeologici a rischio furti. Potenzialmente esposti a depredamenti di varia entità.

Come dimostrano, argomentando la tesi con una casistica tristemente assai ricca, anche alcuni libri-inchiesta pubblicati negli ultimi anni, come ‘I predatori dell’arte perduta. Il saccheggio dell’archeologia in Italia’ di Fabio Isman e ‘Vandali, l’assalto alle bellezze d’Italia ‘di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo.

Fra le storie da raccontare c’è senz’altro quella di Giacomo Medici che, come si legge sul sito dei Carabinieri ‘è stato condannato, il 15 luglio 2009, anche in secondo grado, a otto anni di reclusione, in relazione ad un vasto traffico di reperti archeologici, provento da scavi clandestini effettuati in Italia e poi rivenduti in tutto il mondo a collezionisti e musei’. Le indagini su Medici sono partite molti anni fa, addirittura nel 1995 e, sempre secondo i Carabineri, ‘consentirono di sequestrare, presso il Porto Franco di Ginevra, oltre tremila reperti e moltissimi documenti e fotografie polaroid’.

La spiegazione di tutto questo é nel Codice dei Beni culturali varato dal governo Berlusconi e dal ministro Giuliano Urbani il 22 gennaio 2004. Codice che in realtà acquisiva il Decreto legislativo 29 ottobre 1999, impostato dal governo D’Alema.

Strumento che non si pone in maniera decisa contro ‘i predoni dell’arte’, prevedendo pene forse troppo blande: multe risibili e una reclusione massima di tre anni. Da sottolineare è che la carcerazione non é prevista se non dopo la condanna definitiva. In pratica in galera per reati identificabili con il saccheggio del patrimonio artistico non ci va proprio nessuno. Per una ‘stortura’ legislativa, per la mancata considerazione, sempre, delle aggravanti previste per gli altri tipi di furto.

Alla necessità di un cambiamento che prevedesse un inasprimento delle pene, si era decisamente orientato il ministro Galan. Il 20 settembre dello scorso anno aveva portato in Consiglio dei Ministri un disegno di legge per raddoppiare le pene da tre a sei anni e quindi consentire l’arresto, la custodia cautelare, l’allungamento dei tempi per la prescrizione e le intercettazioni. La caduta del governo ha cancellato quel tentativo”.

Il fatto che in Italia siano numerosi i furti di reperti archeologici, innanzitutto, e anche di altre opere d’arte, non stupisce. Infatti il nostro Paese, nonostante abbia, molto probabilmente, il patrimonio storico-artistico di maggiore ampiezza di tutto il mondo, trascura questo patrimonio, le cui potenzialità economiche peraltro potrebbero essere ben più rilevanti di quanto siano attualmente. E non posso non condividere la proposta che il governo Monti vari, rapidamente, un disegno di legge che determini un inasprimento delle pene e che sia approvato quanto prima dal Parlamento. Ma ciò non è sufficiente. I musei, i siti archeologici, dovrebbero essere dotati di sistemi di sicurezza molto più efficaci di quelli esistenti (per la verità non sempre sono presenti) ed anche nell’azione repressiva dovrebbero essere impiegate maggiori risorse umane e finanziarie.