India, 200.000 contadini suicidi a causa del cotone Ogm

28 aprile 2014

L’introduzione del cotone prodotto dalla multinazionale Monsanto ha avuto conseguenze disastrose nella regione del Maharashtra: 200.000 persone si sono tolte la vita nell’ultimo decennio. Infatti moltissimi contadini hanno perso il lavoro, si sono trovati in grandi difficoltà economiche e una parte di loro hanno deciso di suicidarsi.

Di questa tragica vicenda ci si occupa in un articolo pubblicato su www.redattoresociale.it.

“In India si consuma un dramma silenzioso. Nell’ultimo decennio migliaia di contadini si sono suicidati nello stato del Maharashtra. Si parla addirittura di 200.000 persone, il 70% nella regione del Vidarbha, un tempo conosciuta per i suoi abbondanti raccolti di cotone ed oggi diventata sinonimo di morte per i piccoli produttori.

Sotto accusa la multinazionale statunitense Monsanto e l’introduzione di coltivazioni Ogm che, presentate come convenienti, hanno finito per trascinare i coltivatori nel baratro. Ne parla un reportage fotografico di Isabell Zipfel pubblicato dal mensile dei gesuiti ‘Popoli’.

Il primo grosso colpo ai coltivatori di cotone è arrivato nel 1998. In quell’anno la liberalizzazione del mercato esterno ed interno del prodotto, sollecitata dalla World Trade Organization portò ad un consistente calo dei prezzi.

Pochi anni dopo, nel 2002, arrivo il cotone Bt, una pianta geneticamente modificata, prodotta dal colosso Monsanto. L’introduzione dell’Ogm doveva essere una svolta in positivo ma i risultati furono molto diversi dal previsto.

I semi del cotone Bt sono molto più costosi di quelli tradizionali (22 euro contro 2,5 al chilo) e soprattutto generano semi sterili che non possono essere ripiantati. Di conseguenza le sementi devono essere ricomprate ogni anno. Richiedono inoltre un apporto maggiore di pesticidi e fertilizzanti.

A questi investimenti iniziali dovevano seguire maggiori guadagni che non sono mai arrivati, soprattutto a causa di un inadeguato sistema di irrigazione. Il cotone Bt non è adatto a terreni non irrigati mentre il 90% dei campi in quella regione dipende solo dall’apporto delle piogge.

Per i contadini del Maharashtra questo ha significato una rapida rovina.

Ma nonostante questo i campi coltivati con il cotone Bt sono passati dai 50.000 ettari nel 2002 ai 12 milioni di ettari nel 2011 e oggi la Monsanto opera in un regime di quasi assoluto monopolio ed è quasi impossibile tornare ad utilizzare i semi tradizionali.

Molti contadini ormai stanno abbandonando i campi per trasferirsi nelle metropoli, oppure rinunciano a coltivare direttamente la terra e diventano braccianti.

L’articolo è integrato da un’opinione di Ignacimuthu Savarimuthu, gesuita indiano, botanico, specializzato in genetica all’Università di New Delhi che non vede alcuna correlazione tra l’introduzione del cotone Bt e l’alto numero dei suicidi nel Maharashtra.

Anzi, secondo Ignacimuthu l’introduzione della pianta ogm ha portato ad un miglioramento delle condizioni dei contadini limitando le spese per i pesticidi e quadruplicando i profitti. ‘I contadini che si sono suicidati – dice – in molti casi non coltivavano cotone Bt, ma altri prodotti, per i quali hanno avuto pesanti spese per i pesticidi, effettuate con prestiti, e anche perdite nei raccolti’”.

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I Comuni che vogliono un casinò

27 aprile 2014

Almeno un casinò per ogni regione, oltre i quattro già esistenti: questa è la proposta dell’Anit, un’associazione di Comuni nei quali in passato esistevano tali strutture. Si creerebbero centinaia di nuovi posti di lavoro. L’associazione Libera è decisamente contraria a questa proposta per le infiltrazioni mafiose che si potrebbero determinare.

In un articolo pubblicato su www.linkiesta.it Andrea Monti esamina questa proposta.

“Aggiungere ai quattro casinò esistenti almeno una sala da gioco per ogni regione italiana, creando centinaia di posti di lavoro più per l’indotto.

Lo propone l’Anit, associazione di Comuni che in passato hanno ospitato strutture di questo tipo e vorrebbero riaprirle. L’obiettivo, più che attirare ‘turisti della roulette’, sarebbe offrire intrattenimento a chi in Italia verrebbe comunque, affascinato da arte, natura ed enogastronomia.

Le organizzazioni antimafia Libera e Avviso Pubblico sono contrarie, preoccupate dalle patologie legate all’azzardo e soprattutto dalle infiltrazioni del crimine organizzato.

L’associazione nazionale per l’incremento turistico è stata fondata nel 1969. Oggi riunisce 15 municipi sparsi per la penisola: da Lignano Sabbiadoro a Taormina, passando per Montecatini Terme, Anzio e Tropea.

In alcuni Comuni i casinò aprirono a inizio ’900 e chiusero in epoca fascista; in altri nacquero e morirono negli anni ’40. ‘Il primo costituito in Italia è stato anche l’ultimo a provare a riaprire – dice Gianfranco Bonanno, portavoce Anit -. Parlo di Bagni di Lucca, costruito nel 1837 e attivo fino al 1953. Nel 1981 l’allora sindaco Tintori lo re-inaugurò: le puntate durarono venti minuti, fino all’arrivo della polizia’.

Da decenni le sale da gioco aperte nel nostro Paese sono quattro: Campione d’Italia, Saint-Vincent, Sanremo e Venezia.

Anit chiede che ci sia almeno un casinò in ogni regione.

‘Può essere un volano per l’economia turistica dei territori. Sappiamo che la nostra penisola non ha bisogno di strutture di questo tipo per attirare visitatori. L’obiettivo è presentare a queste persone un’offerta organica, che comprenda il gioco e non solo. I locali a cui pensiamo possono ospitare spettacoli, mostre di pittura, rassegne letterarie e cinematografiche. In Francia c’è chi va al casinò per una semplice cena, senza toccare tavoli e macchinette. Insomma, vogliamo un intrattenimento a 360 gradi, inserito in una politica turistica adeguata’.

Bonanno ricorda le difficoltà economiche affrontate negli ultimi anni dai quattro casinò esistenti.

‘Se riuscissero a intercettare l’1% degli stranieri che vengono in Italia non avrebbero problemi. In questo senso sarebbe d’aiuto se gli albergatori applicassero una strategia per ridurre i prezzi. Bisogna dare una scossa al mercato’.

Ma in che modo le sale da gioco attuali beneficerebbero di nuove aperture? ‘Ogni locale sarebbe in grado di dare lavoro a 60-70 persone, più un indotto molto superiore in hotel, ristoranti, imprese di pulizia eccetera’. Negli scorsi anni i dipendenti dei casinò italiani sono diminuiti: inaugurare altre strutture – dice Bonanno – offrirebbe opportunità agli addetti in esubero.

Al momento non si sa esattamente quanti stranieri vengono a giocare nelle nostre sale, né quanti italiani vanno in cerca di fortuna all’estero. ‘Sicuramente i clienti che arrivano da oltreconfine sono pochi, e lo sono sempre stati. Fa eccezione Venezia, che attira persone da tutto il mondo per altri motivi. In generale i maggiori frequentatori delle strutture del nostro Paese sono sempre stati siciliani, calabresi, sardi’.

E quali mete preferiscono gli italiani che passano la frontiera? ‘Oggi soprattutto Malta, la Costa Azzurra e la Slovenia. Nei primi anni 2000 gli Stati dell’Est Europa. Costante il flusso verso Las Vegas, scelta da giocatori più ricchi’.

I dati sul fatturato italiano del settore parlano di quasi 90 miliardi l’anno: una grossa fetta arriva da slot machine e gioco online. ‘Neanche 100 casinò – ammette Bonanno – creerebbero un giro d’affari simile, ma non costringerebbero lo Stato a spendere per curare le patologie connesse’.

Nel 2013 il comparto ha portato circa otto miliardi nelle casse pubbliche: sei sarebbero stati usati per rimediare ai danni socio-sanitari.

Nuovi casinò non peggiorerebbero la situazione? ‘Un conto è avere l’azzardo a disposizione nel bar sotto casa, o direttamente sul proprio pc. Un altro doversi mettere una giacca e prendere l’auto. Serve una motivazione diversa, ci si muove con una consapevolezza differente. Le strutture che promuoviamo hanno orari, a differenza del web, e sono obbligate a impedire l’accesso a una persona se i familiari ne hanno segnalato la dipendenza da gioco’.

Infine c’è il rischio criminalità organizzata. ‘In Italia i casinò sono concepiti come proprietà degli enti locali – dice Bonanno -. Il fatto che siano in mano ai Comuni dovrebbe tutelarli da infiltrazioni. E se un municipio viene infestato dalle mafie la legge permette di scioglierlo. Non si può usare sempre questo alibi’.

Le rassicurazioni di Anit non convincono Daniele Poto, che ha curato il dossier ‘Azzardopoli’ per Libera.

‘L’ultimo rapporto dell’Antimafia dice che a fronte di otto miliardi incassati dallo Stato nel 2013 le mafie ne hanno guadagnati 30. Vogliamo aprire un nuovo filone di penetrazione nei casinò? È vero che in queste strutture ci sarebbe più possibilità di controllo, con una regolamentazione interna che eviti la rovina dei malati patologici o di chi lo sta per diventare. Questo piccolo deterrente positivo, però, non fa sperare che le sale da gioco debbano necessariamente aumentare’.

Poto contesta anche le ragioni economiche spiegate da Bonanno.

‘I casinò sono risorse campanilistiche di piccole dimensioni e inefficaci. Nella Penisola ci sono tanti luoghi fisici e online non dichiarati, che farebbero concorrenza ai nuovi locali. L’industria dell’azzardo sostiene di dare lavoro a 120.000 persone, con un giro d’affari di 85 miliardi: non è una proporzione enorme. Il nostro settore automobilistico, quando era al top, aveva un milione di addetti e 46 miliardi di fatturato’.

L’associazione Avviso Pubblico riunisce ‘enti locali e Regioni per la formazione civile contro le mafie’. ‘Aprire casinò in tutte le regioni – dice il coordinatore nazionale Pierpaolo Romani – significherebbe esporsi al rischio che siano strumenti di riciclaggio. Rispetto a slot e gioco online consentirebbero un controllo maggiore contro le patologie, ma ne vale la pena? Quali sono costi e benefici? La storia insegna che forse i primi sono di più. Atti giudiziari dimostrano che i casinò attirano la criminalità organizzata. L’Italia ha un patrimonio artistico enorme e punte di eccellenza nell’industria: per far crescere l’economia può sicuramente percorrere altre vie’.

Quella che porta a nuove sale da gioco resta sbarrata, almeno per ora”.


Dai un lavoro ai down

23 aprile 2014

#downlavoro. Con questo hashtag viene denominata l’iniziativa dell’Aipd – associazione italiana persone down – che con i protagonisti della trasmisssione “Hotel 6 Stelle” invita le aziende a “dare un lavoro” alle persone con sindrome di Down: 36 finora le disponibilità arrivate sulla scia del programma tv. Da giovedì, in vista della festa dei lavoratori, campagna video sui social network.

In un articolo pubblicato su www.redattoresociale.it viene illustrata questa iniziativa.

“Si legge ‘Dà un lavoro’, si scrive #downlavoro.

Sull’onda del successo di ‘Hotel 6 Stelle’, la trasmissione di Rai 3 che ha raccontato il tirocinio in un grande hotel di sei ragazzi, parte ora – in vista del Primo maggio, festa dei lavoratori – una campagna di comunicazione tutta dedicata all’inserimento lavorativo.

La lancia l’Associazione italiana persone Down (Aipd), che a partire dal 24 aprile pubblicherà delle clip video in cui i sei protagonisti della fortunata trasmissione di Rai 3, oltre ai rappresentanti di alcune aziende, chiederanno lavoro per tutte le persone con sindrome di Down.

Un messaggio, quello che invita a ‘dare’ un lavoro, che su Twitter e Facebook sarà accompagnato dall’hashtag #downlavoro.

La campagna sviluppa il tema del diritto al lavoro riproponendo il medesimo messaggio lanciato con la trasmissione tv: le persone con sindrome Down possono lavorare ma devono essere messe nelle condizioni di poterlo fare. Fondamentale, dunque, la disponibilità delle aziende.

In seguito agli appelli lanciati su Rai 3, sono state 36 finora le aziende che hanno contattato l’Aipd per dirsi disponibili ad iniziare un percorso finalizzato all’assunzione di persone con sindrome di Down: ci sono realtà del settore manifatturiero e di quello alberghiero, della ristorazione e del terzo settore, insieme a catene della grande distribuzione e a piccoli chioschi stagionali.

Non sono tutte offerte di assunzione a tempo indeterminato: ci sono anche offerte di stage, di lavori stagionali o di contratti a tempo determinato, ma tutti sono in un modo o nell’altro finalizzati all’inserimento lavorativo. Disponibilità che nel corso di queste settimane vengono vagliate dagli operatori dell’Osservatorio sul mondo del lavoro dell’Aipd per poter individuare la persona adatta a svolgerle.

Le 36 disponibilità arrivate finora sono la cartina di tornasole del successo della docu-fiction prodotta da Magnolia e andata in onda a febbraio e marzo scorsi sulla terza rete del servizio pubblico radiotelevisivo: un’affermazione di pubblico e di critica che non rimarrà un caso isolato, dal momento che si è già parlato apertamente di una possibile seconda edizione del programma.

Per il momento, i sei protagonisti continuano a distanza di due mesi a partecipare come ospiti a trasmissioni televisive (l’ultima in ordine di tempo è stata la loro presenza a ‘Domenica In’, su Rai 1, nel giorno di Pasqua), occasioni per raccontare la loro esperienza e promuovere il diritto al lavoro.

Di loro, che a stage finito sono tornati alle attività originarie, al momento lavora (part time) solamente Emanuele, cuoco alla ‘Locanda dei Girasoli’ di Roma: gli altri cinque fanno attività formativa in centri di formazione professionale o aspettano nuove occasioni di stage o di lavoro.

La stessa situazione di tantissime altre persone con sindrome di Down: in Italia, dove se ne stimano circa 40.000 (l’aspettativa di vita è di 62 anni), il tasso di occupazione è attestato intorno al 13%”.


Malattie rare, si farà qualcosa?

21 aprile 2014

A breve ci sarà la firma del ministro Lorenzin su un piano relativo alle malattie rare che disegna una strategia nazionale e pianifica le attività, piano di cui si attende l’approvazione da molti anni ormai. Si dovrà aspettare ancora però per aggiornare l’elenco delle malattie riconosciute, vecchio di 13 anni: oltre cento patologie sono tuttora ignorate.

In un articolo pubblicato su www.superabile.it si esaminano i principali contenuti di questo piano.

“Un percorso durato anni che arriva finalmente a conclusione. Si sta limando in queste ore il testo del piano nazionale per le malattie rare che il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, firmerà a breve.

E’ un atto atteso da tempo, che mira a dare coerenza e unitarietà alle azioni che sul tema vengono intraprese nel nostro paese e punta a definire una vera e propria strategia nazionale di pianificazione delle attività.

‘Tutti i malati affetti da patologie rare – ha detto il ministro Lorenzin nel corso di un incontro con i pazienti al Policlinico Umberto I di Roma – hanno lo stesso problema: le famiglie sono troppo sole, il territorio non è coordinato in modo uniforme, sono persone che quando stanno male hanno bisogno di un’assistenza coordinata. Non per tutti ci sarà una cura, ma per tutti deve esserci un percorso di accompagnamento per poter vivere meglio’.

Il che significa anche ‘uniformità a livello nazionale sul piano delle diagnosi’, in particolare in età infantile, quando la diagnosi appropriata e in tempi brevi è fondamentale.

Il piano nazionale era stato presentato, in bozza, nell’ottobre 2012, e affidato al confronto degli addetti ai lavori (associazioni di malati, società scientifiche, presidi della rete nazionale delle malattie rare).

In esso trova spazio anzitutto il tema dell’assistenza, ad iniziare dall’organizzazione della rete dei presidi, dal sistema di monitoraggio (il registro nazionale) e dal percorso diagnostico e assistenziale (una diagnosi tempestiva consente un trattamento appropriato fin dalla fase iniziale con un sensibile miglioramento della qualità di vita).

Viene affrontato anche il tema della formazione professionale degli operatori sanitari (le associazioni in tal senso si sono espresse per l’obbligatorietà dello studio delle malattie rare nei percorsi di studio dei medici).

L’approvazione del piano, insieme con l’implementazione della nuova legge sugli screening neonatali, rappresentano ‘due atti di fondamentale importanza’ per l’Osservatorio Malattie Rare, che tuttavia fa notare come il piano fosse stato previsto a costo zero: ‘L’ideale – afferma il direttore dell’Omar, Ilaria Ciancaleoni Bartoli – sarebbe trovare dei fondi per finanziarlo almeno in parte’.

Attualmente l’elenco delle malattie rare per le quali è prevista l’esenzione dal costo delle prestazioni sanitarie risale al 2001, anno nel quale fu approvato il decreto del presidente del Consiglio dei ministri che definiva i Lea, i livelli essenziali di assistenza.

Da allora non è stato più aggiornato, con grave svantaggio per coloro che sono stati colpiti da patologie non ancora esplicitamente contemplate in quell’elenco.

Da questo punto di vista, neppure l’approvazione del piano nazionale comporterà novità: poiché infatti la disciplina delle malattie rare è ricondotta ai Lea, lo strumento giuridico per l’aggiornamento è quello definito dalla legge, cioè il decreto del presidente del Consiglio dei ministri, di concerto con il ministro dell’Economia e Finanzia e d’intesa con la Conferenza Stato-Regioni.

Uno schema di decreto, che prevede appunto l’aggiornamento dell’elenco delle malattie rare con l’inclusione di oltre cento nuove patologie, è stato a suo tempo predisposto e inviato per le valutazioni del caso al ministero dell’Economia.

Per tentare di velocizzare l’iter, un mese fa la Camera dei Deputati ha approvato una mozione unitaria che impegna il governo in vari punti, tra cui l’istituzione del Comitato Nazionale delle Malattie Rare, l’inserimento nell’elenco delle malattie rare riconosciute di altre 109 patologie, con previsione di un effettivo aggiornamento dell’elenco stesso ogni due anni. La stessa mozione, inoltre, impegnava il governo a stabilire anche la defiscalizzazione delle spese per la ricerca e a garantire un accesso universale allo screening neonatale”.


Un bluff chiamato Equitalia

18 aprile 2014

Equitalia, la società partecipata dall’Agenzia delle Entrate e dall’Inps, che si occupa della riscossione di diverse imposte e contributi sociali, secondo quanto scrive Giovanni La Torre su www.linkiesta.it, sarebbe un ente inutile, da chiudere quindi, soprattutto perché le somme che riscuote sono complessivamente molto limitate rispetto a quanto contribuisce economicamente l’amministrazione finanziaria alla gestione di Equitalia.

Così scrive La Torre:

“Dopo la presentazione da parte del movimento 5 stelle di una proposta di legge tendente ad abolire Equitalia, mi è venuta la curiosità di saperne di più. Sono allora andato sul sito della società partecipata da Agenzia delle Entrate (51%) e dall’Inps (49%) e ho guardato i dati di bilancio: non l’avessi mai fatto!

Si è spalancata una realtà che non so fino a che punto è a conoscenza del legislatore.

L’ultimo bilancio approvato è quello del 2012 e da questo emerge che in quell’anno Equitalia ha riscosso, si fa per dire, 7,5 miliardi di euro, mentre nel 2011 ne aveva riscossi 8,6 miliardi.

Mi sono allora spostato sul sito del ministero dell’Economia e ho verificato che negli stessi anni le entrate dello stato e degli enti locali per imposte dirette, indirette e contributi sociali, le fonti da cui scaturisce il ‘lavoro’ per Equitalia, sono state rispettivamente 700,2 e 670 miliardi: in sostanza la società di riscossione ha riscosso, scusate il bisticcio, poco più dell’1%, precisamente l’1,07% nel 2012 e l’1,29% nel 2011.

Se scendiamo nei dettagli scopriamo che quella percentuale può essere così scorporata:

2012

– entrate erariali 1,02%

– contributi sociali 0,90%

–  enti non statali 2,03%

2011

– entrate erariali 1,11%

– contributi sociali 1,24%

–  enti non statali 3,2%

Nell’intero periodo 2004-2012 Equitalia ha riscosso complessivamente 58,4 miliardi, cioè in media di 6,5 miliardi all’anno.

Probabilmente bisognerebbe fare calcoli più sofisticati … non so mettere a confronto gli incassi con le entrate pubbliche di anni precedenti, e non con quelle dello stesso anno, o cose di questo genere, ma significherebbe al massimo variare di qualche decimale un risultato che comunque al sottoscritto appare già illuminante.

Ad ogni buon conto da questi dati si possono trarre le seguenti considerazioni:

1)  appare alquanto dubbia l’utilità di una struttura ad hoc, con propri organi sociali e management, per un lavoro alquanto limitato. All’amministrazione finanziaria costa più di un miliardo l’anno di aggio. Oltre tutto avere una struttura addetta alla riscossione diversa da quella che ha fatto l’accertamento comporta disfunzioni soprattutto in termini di dialogo-trattativa con il contribuente moroso;

2) la presunta ‘lotta all’evasione’, come abbiamo già detto altre volte, esiste solo nelle comparsate mediatiche dei ministri di turno e di Befera. Inoltre, ha ragione l’ex ministro Visco, il quale una volta ebbe a dire che la metà di quei 12-13 miliardi che vengono strombazzati ogni anno come derivanti dalla sedicente lotta all’evasione, non è altro che la conseguenza di errori contenuti nelle dichiarazioni, e che vengono prontamente ripianati dagli stessi contribuenti. Infatti le somme incassate ogni anno da Equitalia equivale proprio alla differenza non coperta dagli errori;

3) va comunque precisato, per correttezza, che non compete a Equitalia la lotta all’evasione, perché essa si limita a riscuotere quanto già accertato dall’Agenzia delle Entrate e messo a ruolo. Equitalia combatte solo la cosiddetta ‘evasione da riscossione’. Ma qui non si sta imputando a Equitalia l’inefficacia della lotta all’evasione, si stanno semplicemente mettendo in discussione le ragioni della sua esistenza. Anche perché vorrei per esempio sapere quanto di quegli incassi avvengono a seguito di un semplice invio di raccomandata, senza alcun comportamento attivo.

Temo che nella lista degli enti inutili debba finire prima o poi anche la società presieduta da Attilio Befera”.


27 milioni di bambini a rischio povertà in Europa, molti in Italia

16 aprile 2014

In Europa sono ormai 27 milioni i bambini a rischio povertà. In 4 anni, dal 2008 al 2012, sono aumentati di un milione, evidentemente a causa della crisi economica. In Italia la percentuale dei minori a rischio povertà sul totale, pari a 33,8%, è una delle più elevate, superata solo da quelle che si verificano nei paesi dell’Est. Questi dati sono contenuti in un rapporto redatto da “Save the Children”.

In un comunicato emesso da “Save the Children” sono contenuti i principali dati riportati nel rapporto.

“Sono 27 milioni i bambini a rischio povertà o esclusione sociale in Europa, con una crescita di quasi 1 milione in 4 anni (2008-2012), mezzo milione in un solo anno, tra il 2011 e il 2012.

Si tratta di una parte consistente della popolazione al di sotto dei 18 anni, più di 1 minore su 4 (28%) nei Paesi Ue28, e riguarda tutte le nazioni,  compresi i Paesi nordici, tradizionalmente egualitari e con un forte welfare. In Norvegia, Svezia, Danimarca, Finlandia e Islanda, infatti, ma anche in Slovenia, Olanda, Germania, Svizzera e Repubblica Ceca, la percentuale dei minori è a rischio povertà o esclusione varia dal 12 al 19%, in Italia raggiunge il 33,8%, in Grecia, Ungheria e Lettonia varia tra 35 e 41%, per superare addirittura la metà del totale (52%) in Romania e Bulgaria.

Un gap sempre più ampio rispetto agli obiettivi stabiliti dall’Europa per una crescita sostenibile e inclusiva, che prevedono l’affrancamento di almeno 20 milioni di individui dal rischio povertà o esclusione sociale entro il 2020.

Questi alcuni dei dati in evidenza nel rapporto ‘Povertà ed esclusione sociale minorile in Europa – In gioco i diritti dei bambini’ diffuso da Save the Children, che fa luce sulle pesanti conseguenze per bambini e adolescenti della crisi economico-finanziaria iniziata nel 2008 e ancora persistente, e fa appello a tutti i Paesi europei, alle istituzioni Ue e ai politici perché vengano stabilite strategie e piani mirati per la riduzione della povertà minorile, con un approccio multi-settoriale, che parta dalla difesa dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.

‘L’impatto della crisi colpisce soprattutto i bambini, maggiormente esposti degli adulti al rischio di povertà o esclusione sociale in quasi tutti i paesi Ue, e condiziona pesantemente due aspetti determinanti: il lavoro dei genitori e i servizi di welfare’ ha dichiarato Valerio Neri, direttore Generale di Save the Children Italia.

‘L’Europa deve prendere atto dei gravi danni che la crisi ha prodotto sulle condizioni di vita e di crescita dell’infanzia pressoché in tutti i Paesi, anche se in misura diversa, e mettere tra le sue priorità la lotta alla povertà minorile’…

‘Il reddito dei nuclei familiari è una delle principali discriminanti rispetto al rischio di povertà minorile, ma la povertà non è soltanto mancanza di denaro, è una realtà multidimensionale ed è tra le cause maggiori della violazione dei diritti dei bambini in Europa.

Non si tratta infatti solo della mancata soddisfazione dei diritti di base, come l’alimentazione, il vestiario e l’abitazione, ma esiste una relazione diretta anche con l’esclusione sociale e l’inaccessibilità ai servizi per l’infanzia o ad un’educazione adeguata, e, spesso, con l’impossibilità, per bambini e adolescenti, di partecipare alle attività sociali e culturali con i loro coetanei. La povertà per i bambini europei è soprattutto disuguaglianza’ continua Valerio Neri…

Rispetto alle responsabilità e alle capacità di contrasto e prevenzione della povertà o dell’esclusione sociale minorile da parte dell’Unione Europea e dei singoli Paesi, il rapporto presentato da Save the Children sottolinea l’importanza delle politiche redistributive, oltre a quella delle possibilità di impiego per i genitori.

Anche i Paesi con un Pil elevato, infatti, a differenza di quanto si possa pensare, mostrano una significativa percentuale di minori a rischio povertà o esclusione sociale…

‘In Europa, sono proprio i Paesi con la maggior disuguaglianza lavorativa o quelli incapaci di ridistribuire adeguatamente le risorse in favore dei bambini più svantaggiati a segnare le percentuali più elevate di povertà o esclusione sociale minorile.

Una redistribuzione efficace deve partire dagli investimenti per il sostegno diretto delle famiglie, con misure come edilizia popolare, accesso all’impiego e al congedo parentale, salario minimo, indennità di disoccupazione, deduzioni fiscali e accesso universale ai servizi e all’educazione per l’infanzia con un sostegno per i più vulnerabili…’ sottolinea ancora Neri…

Il prossimo 12 maggio, Save the Children lancerà in Italia ‘Illuminiamo il futuro’, una grande  campagna per far conoscere e affrontare l’altra faccia della povertà, la povertà educativa, che sta privando i bambini e gli adolescenti, nei quartieri svantaggiati di molte città italiane, di tutte le opportunità di crescita formativa e culturale. L’organizzazione presenterà un programma nazionale di intervento a sostegno dei bisogni educativi di bambini e adolescenti.

Nelle conclusioni del rapporto europeo su povertà ed esclusione sociale minorile Save the Children raccomanda che:

– tutte le strategie, i piani e gli interventi siano volti a ridurre o prevenire la povertà minorile devono partire sempre dai diritti dei bambini e dalla comprensione dei bisogni e contesti reali dell’infanzia e dell’adolescenza.

– gli investimenti sulla tutela e la promozione dell’infanzia e dell’adolescenza a livello europeo, nazionale, regionale e locale, devono rientrare in una golden rule, ovvero la definizione di criteri in base ai quali le spese destinate all’infanzia e alle famiglie vengano scomputate dal calcolo dell’indebitamento del paese, riconoscendo così che costituiscono un beneficio per l’intera società, nel presente e nel futuro. Questo significa che molte delle risorse destinate ai minori devono essere considerate un investimento nel futuro della società, quindi come parte del deficit strutturale a lungo termine e non come un costo attuale.

– tutti i Paesi membri Ue devono implementare la Raccomandazione della Commissione Europea ‘Investing in Children: breaking the cycle of disadvantage’, attraverso piani di azione per il contrasto e la prevenzione della povertà e per l’annullamento delle disuguaglianze.

– tutti i Paesi membri Ue insieme ad Islanda, Norvegia e Svizzera,  devono adottare misure per assicurare un reddito minimo alle famiglie (superiore alla soglia della povertà relativa), l’educazione gratuita di qualità per tutti i bambini e il sostegno ai servizi e all’educazione per l’infanzia e il rinforzo il sistema sanitario universale, in particolare per i bambini più vulnerabili o emarginati. Devono inoltre garantire pari accesso alla giustizia per tutti i bambini, inclusi i minori migranti, come indicato dalle Linee Guida del Consiglio d’Europa sulla Giustizia e misura di bambino”.


In crescita i senza dimora

14 aprile 2014

Sempre più persone chiedono aiuto ai 37 sportelli dell’associazione “Avvocato di strada”. Sei su dieci sono stranieri, aumentano le donne. La maggior parte ha problemi legati alla residenza e al lavoro. È il rapporto 2013 di Avvocato di strada. “Si vedono sempre di più gli effetti della crisi”.

Questo rapporto viene analizzato in un articolo pubblicato su www.redattoresociale.it.

“Sono 2.718 le pratiche aperte dagli sportelli dell’associazione Avvocato di strada nel 2013. Erano 2.575 l’anno precedente.

‘Una crescita esponenziale, soprattutto se si considera che si tratta di casi nuovi’, precisa Antonio Mumolo, presidente dell’associazione che conta 37 sedi sparse in tutta Italia. Chi si rivolge a uno sportello, una volta risolto il caso, infatti, non vi ritorna. Numeri grandi quindi, anche togliendo quelli delle nuove sedi aperte nell’anno (Parma, Verona, Firenze, Genova, Andria e un nuovo sportello cittadino a Roma). ‘Significa che sono tante le persone finite in strada in quest’ultimo anno’, continua Mumolo. Effetto della crisi, soprattutto.

Ma chi si rivolge ad Avvocato di strada e per quali motivi?

Dal rapporto 2013 dell’attività dell’associazione, presentato a Roma, emerge che 6 persone su 10 tra quelle che si sono rivolte a uno degli sportelli sono straniere, gli uomini sono il 64% del totale e quasi la metà delle pratiche riguarda il diritto civile (residenza, lavoro, sfratti e separazioni, in primis), seguono diritti dei migranti (30%), il diritto amministrativo (12%) e quello penale (11%).

Confrontando i dati con quelli del 2012, si nota subito un aumento degli italiani, 905 assistiti (pari al 33% del totale) rispetto ai 729 dell’anno precedente (pari al 28% del totale). L’8% è rappresentato da cittadini comunitari.

Cresce anche il numero delle donne: se nel 2012 erano 767 (30% del totale), l’anno scorso sono state 964 (il 36% del totale). ‘Un indice bruttissimo, perché la strada è difficile per tutti, ma per una donna lo è ancora di più’, precisa Mumolo. Molte di quelle che hanno chiesto aiuto ad Avvocato di strada sono di origine straniera, arrivate in Italia per lavorare come badanti e che poi hanno perso il lavoro.

Tra le cause civili, le problematiche relative alla residenza anagrafica si confermano come quelle più frequenti: sono 270 le persone che, nel 2013, si sono viste negare dal proprio Comune il rilascio della residenza (erano 191 nel 2012). Senza di essa le persone non possono votare, non possono curarsi, non possono accedere ai servizi sociali.

‘Una questione che potrebbe essere aggravata dall’entrata in vigore del decreto Lupi che vieta di dare la residenza di uno stabile alle persone che lo occupano, senza dire come risolvere la questione – dice il presidente di Avvocato di strada -. Sono molte le famiglie che, non avendo altre possibilità, hanno occupato edifici abbandonati ma senza la residenza non possono mandare i figli a scuola o trovare un lavoro’. Per risolvere la questione basterebbe dare loro la residenza in una via fittizia, come accade in molte città per le persone senza fissa dimora. ‘Confidiamo che la norma venga modificata, perché potrebbe produrre ulteriori problemi sociali per le persone più povere’.

Il lavoro è l’altra causa più frequente di accesso dei senzatetto agli sportelli di Avvocato di strada (191 nel 2013). Rimane alto il numero delle persone con problemi di sfratto (181) e aumentano le questioni di diritto di famiglia.

In calo – anche per la chiusura dell’Emergenza Nord Africa – le pratiche relative ai diritti dei migranti: sono passate da 1.149 nel 2012 (il 45% del totale) a 829 nel 2013 (il 30%). La maggior parte ha riguardato problematiche relative al rilascio o al rinnovo del permesso di soggiorno (313).

In leggera diminuzione quelle sulla protezione internazionale (301 casi), anche se, fanno sapere dall’Associazione, ‘le posizioni dei profughi arrivati dalla Libia nel 2011, sono ancora monitorate dai diversi sportelli, in quanto in molti casi l’Avvocatura dello Stato ha impugnato le ordinanze favorevoli ottenute da Avvocato di strada nei diversi tribunali italiani e pertanto si stanno tenendo in questi primi mesi del 2014 le udienze di appello’.

Sono state 330 le pratiche di diritto amministrativo (il 12% del totale), di cui la maggior parte relative a sanzioni per mancanza del biglietto sui mezzi pubblici. Spesso, infatti, i luoghi di accoglienza e i servizi sono decentrati rispetto al centro cittadino e le persone senza dimora sono obbligate a utilizzare i mezzi senza avere i soldi per il biglietto. Tra gli altri casi risaltano quelli relativi alle cartelle esattoriali per mancato pagamento di imposte, tasse e tributi (60 nel 2013). Calano invece i fogli di via, molto spesso usati indebitamente contro le persone senza dimora: da 59 nel 2012 a 33 nel 2013.

Infine, sono 296 le pratiche di diritto penale (l’11% dell’attività dell’associazione), la maggior parte per procedimenti in qualità di persona offesa (45) ovvero vittime di aggressioni, minacce e molestie. Un dato che, dicono dall’Associazione, ‘rovescia il pregiudizio secondo il quale chi vive in strada sarebbe più portato a delinquere rispetto ad altri. È vero invece il contrario: chi vive in strada è spesso vittime di aggressioni perché è debole e indifeso e anche perché considerato ‘colpevole’ di essere povero’”.