Approvare le leggi sul testamento biologico e sulla cannabis

4 ottobre 2017

Si è concluso a Torino il XIV Congresso dell’associazione Luca Coscioni a Torino, con la definizione dei nuovi obiettivi per il prossimo anno e la riconferma degli organi dirigenti. Tra i molti temi trattati anche la richiesta che il Parlamento approvi, prima del termine della legislatura, le leggi sul testamento biologico, l’utilizzo degli embrioni sovrannumerari per la ricerca scientifica e la cannabis.

Provare a immaginare le conseguenze che potranno avere sulle generazioni future le decisioni che prendiamo oggi. Questo l’obiettivo principale della tre giorni appena conclusasi del XIV Congresso dell’associazione Luca Coscioni, dal titolo “Scienza e non violenza, disobbedienza civile e ricerca per nuove libertà”, dal 29 settembre al 1 ottobre a Torino.

Tanti i temi esaminati, con l’avvicendarsi di più di 96 relatori – tra i quali  Vladimiro Zagrebelsky, Elena Cattaneo, Mikel Mancisidor, Francisco Thoumi, Cesare Galli, Giulio Cossu, Roberto Defez, Amedeo Santosuosso, Cesare Romano, Marilisa DAmico – e con la partecipazione di Carmen, la mamma di Dj Fabo (Fabiano Antoniani) e Valeria, la fidanzata,Valentina e Fabrizio e Maria Cristina e Armando, neogenitori grazie alle battaglie nei tribunali condotte insieme all’associazione Luca Coscioni contro gli assurdi divieti imposti dalla Legge 40 – coinvolti in un dibattito sulla libertà di ricerca scientifica in Italia che ha sviscerato in particolare il tema della scienza come diritto umano universale e inalienabile, seppur spesso negato, delineando azioni per affermarlo in tutto il mondo.

In Italia, e non solo, troppe ideologie e fondamentalismi, troppi immobilismi politici, ostacolano l’avanzamento di ricerche che potrebbero portare concreti benefici per persone affette da malattie che oggi non lasciano speranza di vita.

Gli ultimi mesi della XVII Legislatura potrebbero consentire l’adozione in Italia di norme strutturali per la libertà di scelta individuale, la ricerca scientifica e il diritto alla salute.

Dal congresso è stato dunque lanciato un appello ai parlamentari affinché le leggi sul testamento biologico, l’utilizzo degli embrioni sovrannumerari per la ricerca scientifica e la cannabis possano finire il proprio iter prima dello scioglimento delle Camere. Questo per evitare che venga perpetrata anche in questi casi una sorta di abiura della politica nei confronti della libertà di ricerca scientifica e di auto-determinazione, come di fatto continua ad avvenire nel caso della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza e della Legge 40 sulla fecondazione medicalmente assistita, leggi diverse ma ugualmente prese oggi d’attacco da ripetuti tentativi di sabotaggio.

“Il termine ‘nonviolenza’ evoca innanzitutto il dialogo – ha dichiarato in apertura del congresso Filomena Gallo, segretario dell’associazione Luca Coscioni – il confronto che gli stessi scienziati devono essere disponibili ad affrontare, per smontare le barriere ideologiche che spesso vanno sotto il nome di ‘principio di precauzione’ e che alimentano lo scontro tra soggetti che non si vogliono ascoltare. Ma naturalmente nonviolenza non è solo dialogo. In particolare, sui temi delle libertà civili, di fronte a una politica paralizzata, è la disobbedienza civile che ci può servire per creare nuove libertà”.

Il congresso ha evocato non violenza, disobbedienza civile e impegno di scienziati e pazienti come metodo per sbloccare la politica quando è affossata da giochi di potere e manipolazioni ideologiche, votando, alla fine della tre giorni, una mozione, contenente i punti chiave che caratterizzeranno l’impegno dell’associazione Luca Coscioni nel corso del 2017-18, per indicare nel rafforzamento del diritto alla scienza un elemento fondamentale per l’affermazione dello Stato di diritto e un antidoto alle derive anti-liberali che sempre più connotano le cosiddette democrazie sviluppate, ponendosi l’obiettivo, tra i tanti altri, di convocare la quinta riunione del congresso mondiale per la libertà di ricerca scientifica al Parlamento europeo dall’11 al 13 aprile 2018.

Dalla libertà di ricerca scientifica sulle cellule staminali a quella sulla modificazione del genoma, dall’eutanasia all’interruzione volontaria di gravidanza, dalla fecondazione medicalmente assistita all’uso terapeutico della cannabis, dal nomenclatore tariffario degli ausili e delle protesi e i livelli essenziali di assistenza ai temi della disabilità, delle malattie rare il rispetto delle regole europee sulla sperimentazione animale, dalla libera ricerca sulla sostanze psicotrope fino alla questione dei finanziamenti alla ricerca, l’associazione Luca Coscioni ha ribadito l’urgenza di un confronto pubblico laico, tenendo sempre al centro il peso della malattia e della speranza di cura che risiede in quella libertà di ricerca scientifica sempre più spesso soffocata da questioni che non riguardano la scienza.

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Ridurre gli scioperi e i disservizi nel trasporto pubblico locale

9 luglio 2017

Giovedì passato, di nuovo, a causa di uno sciopero indetto da sindacati scarsamente rappresentativi dei lavoratori del settore, il trasporto pubblico locale, in molte città italiane è andato in tilt. Per la verità, anche nei giorni in cui non ci sono scioperi, si registrano frequentemente, soprattutto in alcune città, in primo luogo Roma, dei notevoli disservizi, del tutto inaccettabili.

Non è la prima volta che sindacati scarsamente rappresentativi promuovendo degli scioperi, le cui motivazioni peraltro spesso risultano incomprensibili, determinano quasi il blocco totale nel trasporto pubblico locale.

Ogni volta che ciò accade, esponenti del governo e dei partiti dichiarano che vi è la necessità di cambiare la normativa esistente, in modo tale che non sia consentito a sindacati scarsamente rappresentativi di proclamare degli scioperi tali da bloccare le attività nei servizi pubblici essenziali.

Ma, alle dichiarazioni non seguono fatti concreti. Non mi risulta nemmeno che siano all’esame del Parlamento disegni di legge che abbiano i contenuti prima esposti.

Peraltro quei sindacati non capiscono che continuando a proclamare quegli scioperi, con le caratteristiche già evidenziate, determinano un crescente malcontento fra gli utenti a danno degli stessi lavoratori. E non considerano che anche gli utenti hanno diritti che vanno tutelati, il più possibile, senza certo mettere in discussione il diritto di sciopero, ma tentando di contemperare le esigenze degli utenti con quelle dei lavoratori.

Per quanto riguarda i disservizi quotidiani, riscontrabili nel trasporto locale, essi derivano dalla gestione inefficiente ed inefficace delle aziende pubbliche che lo gestiscono. Non si riesce, anche in questo caso in Parlamento, a far approvare una legge che sviluppi la concorrenza nei servizi pubblici locali, favorendo, se necessario, anche la loro privatizzazione.

La crescita della concorrenza in quei servizi, infatti, sarebbe uno degli strumenti migliori per migliorare la situazione esistente.

I partiti, però, soprattutto a livello locale, sono contrari perché la gestione pubblica dei servizi in questione li rendono, anche, un importante “serbatoio” di voti, quindi una importante componente del loro sistema di potere (non a caso generalmente i di pendenti occupati in quei servizi sono in eccesso rispetto alle effettive necessità).

Pertanto, se si intende davvero migliorare la qualità dei servizi offerti nel trasporto pubblico locale, è assolutamente necessario che il Parlamento approvi delle leggi che, da un lato, limitino la possibilità di proclamare scioperi da parte di sindacati scarsamente rappresentativi, e dall’altro tendano davvero ad accrescere la concorrenza.


Irresponsabili i partiti a favore delle elezioni anticipate

4 giugno 2017

Ormai è quasi certo: sarà approvata entro luglio una nuova legge elettorale, simile a quella utilizzata in Germania, soprattutto per consentire lo svolgimento di elezioni politiche anticipate a settembre o a ottobre. Un’ampia maggioranza dei partiti sembra essere favorevole, ma io credo che il loro comportamento sia del tutto irresponsabile. Infatti andare alle elezioni anticipate con una legge elettorale proporzionale comporta dei rischi molto pericolosi.

Se fosse possibile che dopo le elezioni anticipate si riuscisse in breve tempo a dare vita a un governo tali rischi non ci sarebbero.

Ma con una legge elettorale come quella che dovrebbe essere approvata sarà molto difficile che in breve tempo si formi un governo e, anzi, è probabile che non si possa dare vita a nessun governo e che quindi si debba di nuovo ricorrere alle urne.

Quindi si verrebbe a creare una situazione di ingovernabilità, di forte instabilità, che creerebbe notevoli problemi, soprattutto di natura economica.

In primo luogo perché entro la fine dell’anno il Parlamento dovrebbe approvare la nuova legge di bilancio, tramite la quale verrebbe predisposta una manovra economica tale da rispettare le regole relative al bilancio pubblico, stabilite dall’Unione europea, anche per evitare il verificarsi delle cosiddette clausole di salvaguardia, di fatto per impedire un aumento dell’Iva.

E, una volta che fossero indette le elezioni anticipate, è improbabile che il governo Gentiloni possa varare la nuova legge di bilancio e farla approvare dal Parlamento ed è altrettanto improbabile che il nuovo governo, che potrebbe non esistere, quanto meno per alcuni mesi, la possa predisporre e che il nuovo Parlamento la possa approvare, nei tempi previsti.

La non approvazione della legge di bilancio da un lato potrebbe determinare l’esercizio provvisorio del bilancio pubblico, con evidenti conseguenze negative, l’applicazione di sanzioni da parte dell’Unione europea e, soprattutto, la reazione dei mercati finanziari, tale da causare un forte aumento dei tassi di interesse, che comporterebbe notevoli problemi allo Stato stesso, alle imprese, alle banche e alle famiglie.

E tutto ciò potrebbe causare un’attenuazione dei ritmi della crescita economica, peraltro ancora molto debole, un aumento della disoccupazione e forti perdite per i risparmiatori.

Mi sembra del tutto evidente, pertanto, che sia, realmente, da considerare irresponsabile il comportamento di quei partiti che puntano ad elezioni anticipate, con la legge elettorale già citata, dal Pd, al movimento 5 Stelle, a Forza Italia, alla Lega, al movimento Democratici e Progressisti, a Sinistra Italiana.

Nonostante, però, sia del tutto evidente quanto sia irresponsabile il loro comportamento, a questo punto, sembra che non ci siano più ostacoli relativamente alla possibilità che si tengano elezioni anticipate a settembre o a ottobre, purtroppo.


10 anni dalla morte di Piergiorgio Welby

18 dicembre 2016

welby

Il 20 dicembre 2006 morì Piergiorgio Welby. Sono già passati 10 anni. Mi sembra doveroso, quindi, ricordarlo. E non posso non iniziare, purtroppo, rilevando che sono sì passati 10 anni dalla morte di Piergiorgio ma, in Italia, non c’è ancora né una legge sul testamento biologico né tanto meno una legge sull’eutanasia.

Welby fin da giovane fu colpito da una grave malattia, una distrofia che progredì lentamente. Nel 1997, in seguito ad una crisi respiratoria, fu sottoposto ad una tracheotomia.

Questa sua condizione lo spinse a chiedere più volte che gli venisse “staccata la spina”, ma la sua richiesta non fu accolta, in quanto ritenuta in contrasto con leggi in vigore.

E Welby si impegnò a favore della possibilità che, in certi casi, anche in Italia fosse consentita l’eutanasia, insieme a sua moglie Mina e all’associazione Luca Coscioni, di cui fu eletto co-presidente. E la sua vicenda determinò, nel nostro Paese, un acceso dibattito sulle questioni del fine vita.

Chiese ufficialmente la sua morte nel 2006. Nel settembre di quell’anno inviò una lettera-aperta al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, chiedendo il riconoscimento del diritto all’eutanasia.

Il 20 dicembre, sempre del 2006, Welby fu sedato e gli fu staccato il respiratore. E l’anestetista Mario Riccio dichiarò di averlo aiutato a morire. Riccio fu imputato per “omicidio del consenziente” ma il 23 luglio 2007 un magistrato di Roma, Zaira Secchi, lo prosciolse definitivamente, ordinando il non luogo a procedere perché il fatto non costituiva reato.

E oggi, a dieci anni dalla morte di Piergiorgio, in Italia, nonostante numerose richieste, provenienti soprattutto dall’associazione Luca Coscioni, non esiste ancora né una legge sul testamento biologico né una legge sull’eutanasia.

Qual è la situazione attuale?

Lo si può desumere da una dichiarazione di Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni e di Matteo Mainardi, coordinatore della campagna “Eutanasia legale”, dopo che l’onorevole Donata Lenzi, relatrice del provvedimento riguardante le disposizioni anticipate di trattamento (il cosiddetto testamento biologico) ha recentemente affermato di “potercela fare” ad approvare il testo entro la fine della legislatura “tanto più se l’opinione pubblica ci sostenesse”.

Questa è la dichiarazione di Cappato e di Mainardi:

“Come associazione Luca Coscioni, a prescindere dai miglioramenti che ancora si potranno e dovranno apportare al testo, ci auguriamo – come affermato dalla relatrice – il proseguimento dei lavori in Commissione e in Aula in tempi brevi per approvare una riforma di civiltà attesa da anni.

Parallelamente alla discussione del testo, rilanciamo il nostro appello al ministero della Salute affinché intervenga con una circolare che dia indicazioni precise affinché non sia più necessario l’intervento di un giudice per far rispettare le volontà della persona malata che chiede solo il rispetto di un diritto costituzionalmente garantito, così come affermato nella sentenza del Tribunale di Cagliari sul ricorso presentato da Walter Piludu.

Di tutto ciò – in presenza della relatrice Lenzi, della presidente Boldrini, di Emma Bonino, Mina Welby, Beppino Englaro e insieme agli altri protagonisti della campagna per il riconoscimento dei diritti di libertà collegati al fine vita -, discuteremo alla Camera dei Deputati il 20 dicembre  in occasione del decennale della morte di Piergiorgio Welby”.


Amnesty International, introdurre il reato di tortura in Italia

27 giugno 2016

tortura

In occasione della giornata internazionale per le vittime della tortura, il presidente di Amnesty International Italia, Antonio Marchesi, ha inviato ai Senatori una lettera aperta sul reato di tortura in Italia.

Cosa scrive Marchesi nella lettera?

“Qualcuno di voi, poco più di un anno fa, aveva ipotizzato che il Parlamento potesse approvare definitivamente, entro la ricorrenza di oggi, una legge introduttiva di una fattispecie di tortura nel nostro ordinamento.

Noi, forse ingenuamente, abbiamo sperato. Invece, non soltanto quella previsione non si è avverata, ma poco dopo, l’argomento è scomparso dall’agenda del Senato.

Il Parlamento italiano non ha dedicato più un solo minuto del proprio tempo – da un anno a questa parte – all’introduzione di norme che permettano finalmente di punire adeguatamente (e così facendo di prevenire) la tortura nel nostro Paese.

Eppure un certo senso di urgenza sarebbe giustificato.

Sono passati quasi trent’anni da quando l’Italia ha ratificato la convenzione contro la tortura delle Nazioni Unite, senza mai onorare compiutamente gli impegni presi.

Ne sono passati circa 25 da quando il Parlamento ha cominciato a discutere della definizione del reato di tortura, senza concludere nulla, non essendo riuscito, in un quarto di secolo, ad approvare una norma introduttiva della fattispecie.

Ed è da tempo immemorabile che il nostro Paese viene rimproverato, in tutte le occasioni possibili da tutti gli organi di controllo del sistema delle Nazioni Unite, per tale lacuna.

A questi rimproveri si sono aggiunte poi le vere e proprie condanne, sia per tortura che per mancata punizione della stessa, da parte della Corte europea dei diritti umani…

Ci saremmo aspettati altresì un maggiore impegno da parte del Parlamento, nel quale, anche in questa legislatura è mancato il dialogo tra i due rami, che hanno dato vita, come in passato, a una specie di “ping-pong” istituzionale, senza trovare – e apparentemente senza neppure cercare – un accordo su un testo che possa superare il vaglio di entrambi.

E anche in questa legislatura è perdurato il grave equivoco, forse alimentato dalle numerose audizioni di sindacati delle forze di polizia, che l’introduzione di un reato specifico di tortura possa andare contro gli interessi di queste ultime (e non essere, invece, nell’interesse di tutti, a cominciare dalle stesse forze di polizia)…

Nel frattempo, mentre le istituzioni del nostro Paese mostrano di non essere in grado di affrontare adeguatamente la questione, un numero significativo di processi per atti di tortura (tali secondo la definizione internazionale di quest’ultima – per espressa ammissione delle sentenze), celebrati di fronte ai giudici italiani, si sono conclusi con l’accertamento dei fatti e la mancata punizione dei responsabili.

Non sono stati puniti i paracadutisti della Folgore riconosciuti colpevoli di avere praticato la tortura in Somalia nel lontano 1993.

Non sono stati puniti molti dei responsabili delle brutalità commesse nella scuola Diaz di Genova nel 2001.

Non sono stati puniti gli agenti di polizia penitenziaria che hanno praticato la tortura nel carcere di Asti nel 2004.

E non sarà processato, perché non sarà estradato in Argentina, il cappellano militare accusato di avere preso parte a sessioni di tortura in quel Paese.

E l’elenco potrebbe essere ben più lungo.

Il motivo è sempre lo stesso: non si fa in tempo, perché le fattispecie generiche a cui si deve (per mancanza di meglio) fare riferimento si prescrivono e il reato si estingue (e dunque non si può né punire i colpevoli né, eventualmente, estradare gli accusati).

Noi di Amnesty International siamo convinti che l’introduzione di un reato di tortura, definito in modo compatibile con la convenzione delle Nazioni Unite, punito con pene adeguate alla gravità del reato e che abbia un termine di prescrizione sufficientemente lungo perché la tortura possa essere, oltre che accertata, anche punita (sia in Italia che in altri Paesi, grazie alla collaborazione italiana), sia un obiettivo ancora possibile.

E crediamo che non sia troppo tardi per raggiungerlo, sempre che lo si voglia, entro la fine di questa legislatura.

Per questo chiediamo, a nome delle vittime di tortura di cui oggi si celebra la giornata internazionale, di voltare pagina.

Chiediamo di rimediare all’impunità strutturale per fatti di tortura che caratterizza tuttora il nostro ordinamento giuridico e di porre rapidamente fine a una  situazione inaccettabile per qualunque Paese che voglia essere pienamente rispettoso dei diritti umani internazionalmente riconosciuti.

E chiediamo a Lei di fare la sua parte”.

Io non posso che associarmi alle richieste formulate dal presidente di Amnesty International Italia.


Ilaria Cucchi: introdurre il reato di tortura in Italia

1 maggio 2016

ilariacucchi

Il reato di tortura non è stato ancora introdotto nel codice penale italiano, nonostante il nostro Paese abbia ratificato, fin dal 1989, la convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura. Un disegno di legge, i cui contenuti peraltro non sono pienamente condivisibili, è da tempo fermo in Parlamento. Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, ha quindi deciso di promuovere una petizione per chiedere l’introduzione del reato di tortura nel nostro ordinamento entro il 2016.

Ecco il testo della petizione:

“Mi chiamo Ilaria, ho 42 anni e due figli.

Vivo a Roma e di Roma è tutta la mia famiglia. E’ qui che sono cresciuta: non da sola, ma insieme a mio fratello Stefano, quello “famoso””. Stefano Cucchi, “famoso” perché morto tra sofferenze disumane quando era nelle mani dello Stato e, soprattutto, per mano dello Stato.

Mio malgrado, sono molte le persone che mi conoscono in questo Paese. Sanno come sono fatta. Sanno – perché da sette anni ormai non mi stanco di ripeterlo – che sono in ottima forma fisica e che sono viva. Al contrario di mio fratello, che pesava quanto me ma che vivo non è più.

Nell’ottobre del 2009 non sono stata picchiata. Non mi hanno pestato, non mi hanno rotto a calci la schiena, non ho avuto per questo bisogno di cure mediche. Non mi hanno torturato. Sono viva. Sono viva e combatto con una giustizia che ha dimenticato i diritti umani.

Sono viva e da allora mi batto per non smettere di credere. Ecco perché chiedo che Parlamento e Governo approvino finalmente, ed entro quest’anno, il reato di tortura in Italia.

Stiamo chiedendo all’Egitto verità per Giulio Regeni. Dobbiamo farlo. Ma ricordiamoci che lo facciamo dall’alto del fatto di essere l’unico Paese d’Europa a non avere una legge contro le brutalità di Stato. La corte di Strasburgo ha già condannato l’Italia per gli orrori del G8 di Genova nel 2001. E ci ha imposto l’introduzione nel nostro codice penale del reato di tortura.

Che aspettiamo?

Nonostante tutto io alla giustizia ci credo ancora.

In questi giorni di preparazione alle elezioni amministrative in grandi città come Roma, Milano, Torino, Bologna, Napoli, ho lanciato delle provocazioni. Ho provato a richiamare l’attenzione della politica di qualsiasi colore su qualcosa che da sette anni fa parte della mia vita. Perché da sette anni sono una donna che chiede giustizia per l’abuso di cui è stato vittima suo fratello. E da sette anni sono una cittadina che chiede che la sfera pubblica dia finalmente risposte di civiltà.

Ho sempre creduto e continuo a credere nonostante tutto all’uguaglianza sostanziale di ognuno di noi di fronte alla legge. Vedo la politica litigare con la magistratura, i giudici scontrarsi con i governi ma non vedo, continuo a non vedere la base. E la base può essere solo quella di ripartire dai diritti umani.

Voglio che si riaccendano le luci non solo su questioni che riguardano la memoria di Stefano, ma che hanno a che fare con tutti noi. Penso a Giulio Regeni, Giuseppe Uva, Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini. Tutte queste storie, tutte le persone dietro a queste storie ci testimoniano, con la loro morte che è una morte di Stato, che uno Stato di diritto senza diritto è una banda di predoni.

In questo nostro Stato manca un fondamento: quello del reato di tortura. Non è uno Stato di diritto quello che permette che un uomo, Andrea Cirino, venga torturato in carcere. E che permette che per questo orrore disumano non ci sia alcuna condanna, perché il reato di tortura non c’è.

Per quale motivo l’associazione nazionale magistrati che è sempre così giustamente sensibile ai problemi che la legislazione in materia di lotta alla corruzione e alla mafia può creare, mai e dico mai, è intervenuta sul tema degli abusi e della violazione dei diritti civili e della mancata approvazione di una legge sulla tortura?

Se non si parte proprio da questo a nulla può portare il confronto tra le istituzioni: sono scontri di potere a danno dei cittadini, che vengono schiacciati, non tutelati.

Ogni tassello rimesso a posto rende più vicina la verità.

Per Stefano, per Giuseppe, per Marcello, per Giulio, per Riccardo e per tutti gli altri: approviamo il reato di tortura in Italia entro il 2016!”.

Invito tutti a firmare questa petizione: https://www.change.org/p/contro-ogni-tortura-l-italia-approvi-la-legge-entro-il-2016-stoptortura-matteorenzi-andreaorlandosp


Ente nazionale sordi: un passo in avanti per il riconoscimento della lingua italiana dei segni

12 marzo 2016

sordi

Da tempo sono all’esame del Parlamento diversi disegni di legge per il riconoscimento della lingua italiana dei segni. Un importante passo in avanti, per arrivare all’approvazione di una legge, è stato compiuto, secondo quanto rilevato dall’Ente nazionale sordi, con la redazione di una proposta di testo unificato quale testo base per il riconoscimento della lingua italiana dei segni, che ha unificato i disegni di legge assegnati alla commissione affari costituzionali del Senato.

Il relatore di questa proposta è il senatore Francesco Russo, segretario e segretario d’aula del gruppo Pd, docente universitario friulano, membro altresì della commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani.

La proposta ha recepito, con alcune integrazioni, il testo presentato dell’Ente nazionale sordi e subito depositato dal senatore Giorgio Pagliari e da numerosi altri parlamentari, sia in Senato che alla Camera.

La dirigenza dell’Ente ha, a tale proposito, auspicato che “il tanto atteso riconoscimento della lingua italiana dei segni e le diverse norme a garanzia del diritto alla libertà di scelta delle persone sorde, dell’inclusione sociale e dell’abbattimento delle barriere della comunicazione arrivi presto a compimento”.

Il senatore Francesco Russo ha illustrato in commissione affari costituzionali la proposta di testo unificato.

L’articolo 2 mi sembra particolarmente significativo e pertanto lo riporto integralmente:

“La Repubblica riconosce il diritto di libera scelta delle persone sorde, sordo-cieche e con disabilità uditiva in genere e delle loro famiglie in merito alle modalità di comunicazione, ai percorsi educativi e agli ausili utilizzati per il raggiungimento della piena integrazione sociale.

La Repubblica assicura le garanzie necessarie affinché le persone sorde, sordo-cieche e con disabilità uditiva in genere possano, liberamente, fare uso della lingua italiana dei segni o dei mezzi di sostegno alla comunicazione orale in tutti i settori pubblici e privati, al fine di rendere effettivo l’esercizio dei loro diritti e delle libertà costituzionali e in maniera particolare il libero sviluppo della personalità, la formazione nel rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali, nonché il diritto alla educazione e alla piena partecipazione alla vita politica, economica, sociale e culturale.

Nessuna persona può essere discriminata né trattata in maniera diseguale, direttamente o indirettamente, mentre esercita il suo diritto di opzione all’uso della lingua italiana dei segni o di mezzi di sostegno alla comunicazione orale in qualsiasi ambito, sia pubblico sia privato”.

Ma che cos’è la lingua italiana dei segni?

Questa la definizione utilizzata da Wikipedia:

“è una lingua naturale veicolata attraverso il canale visivo-gestuale ed utilizzata nel territorio italiano da parte dei componenti della comunità sorda, che possono essere sordi, sordi e udenti, segnanti nativi o tardivi”.

Io spero che quanto prima sia approvata dal Parlamento italiano quella proposta di legge.

Determinerebbe, infatti, un significativo miglioramento della situazione che contraddistingue le persone sorde.

Perché, quindi, non approvarla rapidamente?