Svimez, nel Sud aumento della povertà e crescita incerta

2 agosto 2018

E’ stato presentato il rapporto 2018 della Svimez (associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno). La crescita dell’economia meridionale nel triennio 2015-2017 ha solo parzialmente recuperato il patrimonio economico e anche sociale disperso dalla crisi nel Sud. Si è ampliato il disagio sociale, tra famiglie in povertà assoluta e lavoratori poveri. Soprattutto nel 2019  si rischia un forte rallentamento dell’economia meridionale. 

In una comunicato emesso dalla Svimez sono evidenziati i principali contenuti del rapporto 2018.

Nel 2017 il Pil è aumentato nel Sud dell’1,4%, rispetto allo 0,8% del 2016. Ciò grazie al forte recupero del settore manifatturiero (5,8%), in particolare nelle attività legate ai consumi, e, in misura minore, delle costruzioni (1,7%). La crescita è stata solo marginalmente superiore nel Centro-Nord (+1,5%).

Gli investimenti privati nel Mezzogiorno sono cresciuti del 3,9%, consolidando la ripresa dell’anno precedente: l’incremento è stato lievemente superiore a quello del Centro-Nord (+3,7%).

Preoccupante, invece, la contrazione della spesa pubblica corrente nel periodo 2008-2017, -7,1% nel Mezzogiorno, mentre è cresciuta dello 0,5% nel resto del Paese.

Il triennio di ripresa 2015-2017 ha confermato che la recessione è ormai alle spalle per tutte le regioni italiane, e tuttavia gli andamenti sono alquanto differenziati.

Il grado di disomogeneità, sul piano regionale e settoriale, è estremamente elevato nel Mezzogiorno.

Nel 2017, Calabria, Sardegna e Campania sono le regioni meridionali che hanno fatto registrare il più alto tasso di sviluppo, rispettivamente +2%, +1,9% e +1,8%.

Si tratta di variazioni del Pil comunque più contenute rispetto alle regioni del Centro-Nord, se confrontate al +2,6% della Valle d’Aosta, al +2,5% del Trentino Alto Adige, al +2,2% della Lombardia.

In base alle previsioni elaborate dalla Svimez, nel 2018, il Pil del Centro-Nord dovrebbe crescere dell’1,4%, in misura maggiore di quello delle regioni del Sud, +1%.

Ma è soprattutto nel 2019 che si rischia un forte rallentamento dell’economia meridionale: la crescita del prodotto sarà pari a +1,2% nel Centro-Nord e +0,7% al Sud.

In due anni, un sostanziale dimezzamento del tasso di sviluppo.

La crescita del Mezzogiorno, al di là della rilevanza dei fattori locali, che pure hanno una loro rilevanza, è fortemente influenzata dall’andamento dell’economia nazionale, e viceversa.

La crescita del Centro-Nord, al di là della sua maggiore integrazione nei mercati internazionali, è altrettanto dipendente, per diverse ragioni, dagli andamenti del Mezzogiorno.

Lo dimostra il fatto che nel periodo 2000-2016 le due macro-aree hanno condiviso la stessa dinamica stagnante del Pil pro capite: +1,1% in media annua.

Il ritmo di crescita è risultato del tutto insufficiente ad affrontare le emergenze sociali nell’area.

Anche con la ripresa si sono allargate le disuguaglianze: è aumentata l’occupazione, ma vi è stata una ridefinizione al ribasso della sua struttura e della sua qualità: i giovani sono stati tagliati fuori, sono aumentate le occupazioni a bassa qualifica e a bassa retribuzione. Pertanto la crescita dei salari è stata “frenata” e non in grado di incidere su livelli di povertà crescenti, anche nelle famiglie in cui la persona di riferimento risulta occupata.

Il divario nei servizi pubblici, la cittadinanza “limitata” connessa alla mancata garanzia di livelli essenziali di prestazioni, ha inciso sulla tenuta sociale dell’area e ha rappresentato il primo vincolo all’espansione del tessuto produttivo.

E’ proseguita nel 2017, sia pur con un rallentamento a fine anno, la crescita dell’occupazione: nel Mezzogiorno è aumentata di 71.000 unità (+1,2%) e di 194.000 nel Centro-Nord (+1,2%).

Ma nel Sud è stata ancora insufficiente a colmare il crollo dei posti lavoro avvenuto nella crisi: nella media del 2017 l’occupazione nel Mezzogiorno è stata di 310.000 unità inferiore al 2008, mentre nel complesso delle regioni del Centro-Nord è stata superiore di 242.000 unità.

In questi anni si è profondamente ridefinita la struttura occupazionale, a sfavore dei giovani, testimoniata dall’invecchiamento della forza lavoro occupata.

Il dato più eclatante è il drammatico dualismo generazionale: il saldo negativo di 310.000 occupati tra il 2008 e il 2017 nel Sud è la sintesi di una riduzione di oltre mezzo milione di giovani tra i 15 e i 34 anni (-578.000), di una contrazione di 212.000 occupati nella fascia adulta 35-54 anni e di una crescita concentrata quasi esclusivamente tra gli ultra 55enni (+470.000 unità).

Nel Mezzogiorno si è delineata una netta cesura tra dinamica economica che, seppur in rallentamento, ha ripreso a muoversi dopo la crisi, e una dinamica sociale che ha escluso una quota crescente di cittadini dal mercato del lavoro, ampliando le sacche di povertà e di disagio a nuove fasce della popolazione.

Il numero di famiglie meridionali con tutti i componenti in cerca di occupazione è raddoppiato tra il 2010 e il 2018, da 362.000 a 600.000 (nel Centro-Nord sono state 470.000). Il numero di famiglie senza alcun occupato è cresciuto anche nel 2016 e nel 2017, in media del 2% all’anno, nonostante la crescita dell’occupazione complessiva, a conferma del consolidarsi di aree di esclusione all’interno del Mezzogiorno, concentrate prevalentemente nelle grandi periferie urbane.

Si tratta di sacche di crescente emarginazione e degrado sociale, che scontano anche la debolezza dei servizi pubblici nelle aree periferiche.

Preoccupante la crescita del fenomeno dei working poors: la crescita del lavoro a bassa retribuzione, dovuto alla complessiva dequalificazione delle occupazioni e all’esplosione del part time involontario, una delle cause, in particolare nel Mezzogiorno, per cui la crescita occupazionale nella ripresa non è stata in grado di incidere su un quadro di emergenza sociale sempre più allarmante.

Ancora oggi al cittadino del Sud, nonostante una pressione fiscale pari se non superiore per effetto delle addizionali locali, mancano (o sono carenti) diritti fondamentali: in termini di vivibilità dell’ambiente locale, di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura per la persona adulta e per l’infanzia.

In particolare, nel comparto socio-assistenziale il ritardo delle regioni meridionali riguarda sia i servizi per l’infanzia che quelli per gli anziani e per i non autosufficienti.

Più in generale, l’intero comparto sanitario presenta differenziali in termini di prestazioni che sono al di sotto dello standard minimo nazionale come dimostra la griglia dei livelli essenziali di assistenza nelle regioni sottoposte a piano di rientro: Molise, Puglia, Sicilia, Calabria e Campania, sia pur con un recupero negli ultimi anni, risultano ancora inadempienti su alcuni obiettivi fissati.

I dati sulla mobilità ospedaliera interregionale testimoniano le carenze del sistema sanitario meridionale, soprattutto in alcuni specifici campi di specializzazione, e la lunghezza dei tempi di attesa per i ricoveri. Le regioni che mostrano i maggiori flussi di emigrazione sono Calabria, Campania e Sicilia, mentre attraggono malati soprattutto la Lombardia e l’Emilia Romagna.

I lunghi tempi di attesa per le prestazioni specialistiche e ambulatoriali sono anche alla base della crescita della spesa sostenuta dalle famiglie con il conseguente impatto sui redditi.

Strettamente collegato è il fenomeno della “povertà sanitaria”, secondo il quale sempre più frequentemente l’insorgere di patologie gravi costituisce una delle cause più importanti di impoverimento delle famiglie italiane, soprattutto nel Sud: nelle regioni meridionali sono il 3,8% in Campania, il 2,8% in Calabria, il 2,7% in Sicilia; all’estremo opposto troviamo la Lombardia con lo 0,2% e lo 0,3% della Toscana.

I divari si confermano anche per quel che riguarda l’efficienza degli uffici pubblici in termini di tempi di attesa all’anagrafe, alle Asl e agli uffici postali.

La Svimez ha costruito un indice sintetico della performance nelle pubbliche amministrazioni nelle regioni sulla base della qualità dei servizi pubblici forniti al cittadino nella vita quotidiana: fatto 100 il valore della regione più efficiente (Trentino-Alto Adige) emerge che quelle meridionali, ad eccezione della Campania che si attesta a 61, della Sardegna a 60 e dell’Abruzzo a 53, sono al di sotto della metà Calabria 39, Sicilia 40, Basilicata 42, Puglia 43.

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Cresce il divario nel reddito tra Nord e Sud

29 marzo 2018

Non è certo una novità la notevole differenza tra le regioni settentrionali e quelle meridionali per quanto riguarda il reddito. Nelle prime il valore del reddito pro capite è da sempre più elevato rispetto a quello che si verifica nelle seconde. Ma tale divario si è accresciuto negli ultimi 10 anni, cioè negli anni della crisi.

A tale conclusione si può pervenire anche utilizzando i dati forniti dal dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia, relativi ai redditi Irpef dichiarati dai contribuenti nel 2016.

Infatti se si confrontano tali dati con quelli del 2006, si può rilevare che, tra il 2006 e il 2016, il reddito è diminuito dello 0,2% nelle regioni settentrionali e del 3,0% in quelle meridionali. La riduzione verificatasi nelle regioni del centro Italia è stata invece pari all’1,0%.

E ciò dimostra chiaramente che il divario nel reddito, nel periodo considerato, si è accresciuto, tra il Nord e il Sud dell’Italia.

Le diminuzioni più accentuate, tra le regioni meridionali, si sono verificate in Sicilia (-3,5%) e in Campania (-2,8%).

Pertanto risulta confermato che la crisi ha accresciuto le diseguaglianze economiche anche all’interno del nostro Paese, come verificatosi in altre nazioni.

Inoltre, se si considerano i valori, espressi in euro, assunti dal reddito medio, dato dal rapporto tra il reddito complessivamente dichiarato e il numero dei contribuenti, nel 2016, nelle diverse regioni italiane, risulta evidente che il divario tra regioni settentrionali e quelle meridionali è particolarmente consistente.

Valle d’Aosta 22.260

Piemonte 22.490

Lombardia 24.750

Trentino-Alto Adige 22.413

Friuli 21.890

Veneto 21.990

Emilia Romagna 23.020

Toscana 21.520

Umbria 19.750

Marche 19.640

Lazio 22.910

Abruzzo 17.830

Molise 16.030

Campania 17.140

Puglia 16.230

Basilicata 16.080

Calabria 14.950

Sicilia 16.270

Sardegna 17.730

Questa crescita nel divario, relativo al reddito, tra Nord e Sud, può assumere anche un significato politico: può essere considerata una delle cause che hanno determinato il diverso comportamento elettorale manifestatosi, nelle recenti elezioni politiche, nelle regioni settentrionali e in quelle meridionali.


Un minore su due in povertà relativa vive al Sud

28 febbraio 2018

E’ stata recentemente presentata la ricerca “La povertà minorile ed educativa. Dinamiche territoriali, politiche di contrasto, esperienze sul campo”, realizzata da Srm (centro studi collegato al gruppo Intesa Sanpaolo) con il supporto di Fondazione Banco di Napoli e Compagnia di San Paolo. L’obiettivo della ricerca è stato quello di illustrare il quadro statistico-economico della relazione tra povertà minorile e povertà educativa a livello europeo, nazionale e del Mezzogiorno in particolare.

Un altro obiettivo è stato quello di tracciare un quadro delle politiche pubbliche e degli interventi per contrastare il rischio di povertà dei minori mediante l’approfondimento dei principi generali, degli obiettivi assunti e degli strumenti utilizzati a livello comunitario e nazionale.

La ricerca ha poi avuto l’ulteriore obiettivo di riportare alcuni esempi di esperienze, iniziative e progetti che sono nati nel nostro Paese, proponendo anche un confronto con esperienze estere.

Quali sono i principali risultati della ricerca?

Nell’Unione europea sono circa 25 milioni i bambini a rischio povertà o esclusione sociale.

In Italia quasi 1,3 milioni di minori vivono in condizioni di povertà assoluta e quasi 2,3 milioni sono in situazioni di povertà relativa.

Nel Mezzogiorno circa 500.000 vivono in condizioni di povertà assoluta e 1,2 milioni sono in situazioni di povertà relativa (rispettivamente il 39% e il 52% del totale nazionale). Un minore su due in povertà relativa vive al Sud.

Poco più di un europeo su 10 tra i 18 e i 24 anni (il 10,8%) non consegue il diploma di scuola superiore e lascia prematuramente ogni percorso di formazione (early school leavers), percentuale che sale al 13,8% per l’Italia e al 18,4% per il Mezzogiorno.

In Italia i Neet (Not in education, employment or training), i giovani che non studiano e che non lavorano, sono oltre 3,2 milioni, (il 26% della fascia dei giovani tra i 15 e i 34 anni). Nel Mezzogiorno sono 1,8 milioni, oltre la metà del totale nazionale.

E’ bene precisare che la povertà relativa è un parametro che esprime le difficoltà economiche nella fruizione di beni e servizi, riferita a persone o ad aree geografiche, in rapporto al livello economico medio di vita dell’ambiente o della nazione.

Questo livello è individuato attraverso il consumo pro-capite o il reddito medio, ovvero il valore medio del reddito per abitante, quindi, la quantità di denaro di cui ogni cittadino può disporre in media ogni anno e fa riferimento a una soglia convenzionale adottata internazionalmente che considera povera una famiglia di due persone adulte con un consumo inferiore a quello medio pro-capite nazionale.

Questo tipo di povertà si distingue dal concetto di povertà assoluta, che indica invece l’incapacità di acquisire i beni e i servizi, necessari a raggiungere uno standard di vita minimo accettabile nel contesto di appartenenza.

Infine, con la nozione di povertà educativa, s’intende sottolineare che esistono anche disuguaglianze nelle competenze e nelle conoscenze acquisite durante i processi formativi.


Abbandono scolastico in calo ma forte divario tra Nord e Sud

14 gennaio 2018

Il fenomeno della dispersione scolastica è in calo, ma resta il divario fra Nord e Sud. Sia nella scuola secondaria di I che di II grado. I maschi sono più coinvolti delle femmine, così come percentuali più alte si registrano fra studentesse e studenti di cittadinanza non italiana che non sono nati in Italia. Questo il quadro che emerge sulla dispersione scolastica dalla pubblicazione curata dall’ufficio statistica e studi del ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.

L’indicatore utilizzato per la quantificazione del fenomeno della dispersione scolastica è quello degli “early leaving from education and training” (elet) con cui si prende a riferimento la quota dei giovani tra i 18 e i 24 anni d’età con al più il titolo di scuola secondaria di I grado o una qualifica di durata non superiore ai 2 anni e non più in formazione.

Per l’Italia tale indicatore mostra un miglioramento  attestandosi, per l’anno 2016, al 13,8%. Nel 2006 era al 20,8%. L’Italia si avvicina dunque all’obiettivo Europa 2020, al raggiungimento del livello del 10%. Il dettaglio regionale evidenzia il divario fra Nord e Sud con Sicilia, Campania, Sardegna, Puglia, Calabria, sopra la media nazionale della dispersione.

Per quanto riguarda la scuola secondaria di I grado, nell’anno scolastico 2015/2016, 14.258 ragazze e ragazzi, pari allo 0,8% di coloro che frequentavano questa scuola, hanno abbandonato gli studi in corso d’anno o nel passaggio fra un anno e l’altro.

Al Sud la propensione all’abbandono è maggiore, con l’1% (l’1,2% nelle isole e 0,9% al Sud). Mentre nel Nord Est la percentuale è più contenuta, con lo 0,6%. Tra le regioni con maggiore dispersione spiccano la Sicilia con l’1,3%, la Calabria, la Campania e il Lazio con l’1%. La percentuale più bassa si evidenzia in Emilia Romagna e nelle Marche con lo 0,5%.

I maschi abbandonano più delle femmine.

La dispersione scolastica colpisce maggiormente i cittadini stranieri rispetto a quelli italiani: dispersione al 3,3%, contro lo 0,6% relativo agli alunni con cittadinanza italiana. Gli stranieri nati all’estero, con una percentuale del 4,2%, sembrano essere in situazione di maggiore difficoltà rispetto agli stranieri di seconda generazione, i nati in Italia, che hanno riportato una percentuale di abbandono complessivo del 2,2%.

L’abbandono è più frequente, poi, fra coloro che sono in ritardo con gli studi: la ripetenza può essere considerato un fattore che precede, e in certi casi preannuncia, l’abbandono. La percentuale di alunni che hanno abbandonato il sistema scolastico è pari al 5,1% per gli alunni in ritardo, e allo 0,4% per gli alunni in regola.

L’abbandono nella scuola di II grado è del 4,3% (112.240 ragazze e ragazzi). L’abbandono è molto elevato nel primo anno di corso (7%).

I maschi abbandonano più delle femmine, anche in questo caso.

Il Mezzogiorno ha una percentuale più elevata della media nazionale (4,8%). Tra le regioni con maggiore abbandono spiccano Sardegna, Campania e Sicilia, con punte rispettivamente del 5,5%, del 5,1% e del 5,0%. Mentre le percentuali più basse si evidenziano in Umbria con un valore del 2,9% e in Veneto e Molise con valori del 3,1%.

Considerando il dettaglio della cittadinanza degli alunni, anche per  quest’ordine scolastico è evidente come il fenomeno della dispersione scolastica colpisca maggiormente i cittadini stranieri rispetto a quelli italiani.

Analizzando il fenomeno dal punto di vista della regolarità del percorso scolastico, come prevedibile la percentuale di abbandono che appare nettamente più elevata è quella degli alunni con ritardo scolastico (14,5% contro 1,2% degli alunni in regola).

L’abbandono complessivo più contenuto si è registrato per i licei che hanno presentato mediamente una percentuale del 2,1%. Per gli istituti tecnici la percentuale è stata del 4,8% e per gli istituti professionali dell’8,7%. La percentuale di abbandono più elevata è relativa ai percorsi IeFP (corsi di Istruzione e formazione professionale realizzati in regime di sussidiarietà presso le scuole), con un abbandono complessivo del 9,5%.

“La dispersione scolastica – ha sottolineato la ministra Valeria Fedeli – è un fenomeno che va contrastato con forza, perché dove la dispersione è alta vuol dire che non sono garantite a sufficienza pari opportunità alle ragazze e ai ragazzi. Nel nostro Paese, come evidenziano anche i dati raccolti dal ministero, il fenomeno è in calo, c’è stato un miglioramento negli ultimi anni. Ma restano forti divari sociali e territoriali rispetto ai quali serve un’azione importante che parta dal Miur, ma che coinvolga anche tutti gli altri attori in campo: le famiglie, il terzo settore, i centri sportivi, l’associazionismo, le istituzioni del territorio. Per mettere insieme questa rete e per far emergere le buone pratiche che già esistono e che possono essere prese a modello – ha spiegato Fedeli – abbiamo voluto un apposito gruppo di lavoro, una cabina di regia guidata da Marco Rossi Doria che ha una lunga esperienza in materia, anche come ex sottosegretario all’Istruzione”.

“Il gruppo in questi mesi ha lavorato anche sulla base dei dati resi pubblici ed entro dicembre consegnerà al Paese delle linee guida per il contrasto e la prevenzione della dispersione. Un piano d’azione che avrà come punto di riferimento l’articolo 3 della nostra Costituzione, che in questi mesi abbiamo sempre messo al centro del nostro lavoro, nella convinzione che garantire pari opportunità alle ragazze e ai ragazzi sia il compito principale del sistema di istruzione”, ha concluso Fedeli.


Oltre 3 milioni i malati di diabete

23 luglio 2017

L’Istat ha recentemente presentato un rapporto sulla diffusione del diabete in Italia. Sono 3,2 milioni i malati. Nel Sud si registrano più casi. La mortalità è calata del 20%, nell’ultimo decennio, e rispetto al 2000 i diabetici sono aumentati di un milione.

Quindi, secondo l’Istat, nel 2016 erano oltre 3 milioni e 200.000 in Italia le persone che dichiaravano di essere affette da diabete, il 5,3% dell’intera popolazione (16,5% fra le persone di 65 anni e oltre).

La diffusione del diabete è quasi raddoppiata in trent’anni (coinvolgeva il 2,9% della popolazione nel 1980). Anche rispetto al 2000 i diabetici sono un milione in più e ciò è dovuto sia all’invecchiamento della popolazione che ad altri fattori, tra cui l’anticipazione delle diagnosi (che porta in evidenza casi prima sconosciuti) e l’aumento della sopravvivenza dei malati di diabete.

Nell’ultimo decennio, infatti, la mortalità per diabete si è ridotta di oltre il 20% in tutte le classi di età.

Inoltre, confrontando le generazioni, nelle coorti di nascita più recente la quota di diabetici aumenta più precocemente che nelle generazioni precedenti, a conferma anche di una progressiva anticipazione dell’età in cui si diagnostica la malattia.

Il diabete è una patologia fortemente associata allo svantaggio socio-economico. Tra le donne le disuguaglianze sono maggiori in tutte le classi di età: le donne diabetiche di 65-74 anni con laurea o diploma sono il 6,8%, le coetanee con al massimo la licenza media il 13,8% (i maschi della stessa classe di età sono rispettivamente il 13,2% e il 16,4%).

Lo svantaggio socio-economico si conferma anche nella mortalità ed è più evidente nelle donne, al contrario di quanto si osserva per le altre cause di morte: le donne con titolo di studio basso hanno un rischio di morte 2,3 volte più elevato delle laureate.

Questa patologia è più diffusa nelle regioni del Mezzogiorno dove il tasso di prevalenza standardizzato per età è pari al 5,8% contro il 4,0% del Nord. Anche per la mortalità il Mezzogiorno presenta livelli sensibilmente più elevati per entrambi i sessi.

Obesità e sedentarietà sono rilevanti fattori di rischio per la salute in generale, ancora di più per la patologia diabetica. Tra i 45-64enni la percentuale di persone obese che soffrono di diabete è al 28,9% per gli uomini e al 32,8% per le donne (per i non diabetici rispettivamente 13,0% e 9,5%). Nella stessa classe di età il 47,5% degli uomini e il 64,2% delle donne con diabete non praticano alcuna attività fisica leggera nel tempo libero.

Considerando i dati da cui emerge che lo svantaggio socio-economico è una delle cause della diffusione del diabete, si rileva la necessità di intervenire soprattutto riguardo alle persone e alle aree territoriali più svantaggiate.

Per quanto concerne quest’ultimo aspetto ancora una volta si evidenzia che la situazione sanitaria del nostro Paese è notevolmente diversificata all’interno del territorio italiano, sia per la diffusione delle patologie che per la qualità delle cure. Nelle regioni meridionali la situazione è decisamente peggiore.

Pertanto uno degli obiettivi prioritari della politica sanitaria governativa, nei prossimi anni, dovrebbe essere proprio quello di ridurre tali diseguaglianze le quali, sempre di più, risultano del tutto inaccettabili.


La disoccupazione è alta nel Sud, nel Centro-Nord molto meno

14 dicembre 2016

disoccupati

Il valore del tasso di disoccupazione in Italia è più elevato rispetto al valore medio che si verifica nei Paesi dell’Unione europea. In realtà ad essere particolarmente alto è il tasso di disoccupazione nelle regioni meridionali. Nelle regioni del Centro-Nord, invece, questo tasso assume un valore inferiore al valore medio relativo ai Paesi dell’Unione.

Questi dati, riferiti al 2015, riguardanti il tasso di disoccupazione lo dimostrano:

Abruzzo 12,6%

Molise 14,3%

Campania 19,8%

Puglia 19,7%

Basilicata 13,7%

Calabria 22,9%

Sicilia 21,4%

Sardegna 17,4%

Sud 19,4%

Centro-Nord 8,8%

Italia 12,6%

Paesi Unione europea 9,0%

Paesi euro 10,4%

E’ bene precisare che il tasso di disoccupazione è dato dal rapporto percentuale tra il numero dei disoccupati e il numero delle forze di lavoro e queste ultime sono costituite dalla somma tra occupati e disoccupati.

Quindi, è evidente che, in Italia, il problema della disoccupazione è soprattutto un problema delle regioni meridionali.

Certo, anche nel Centro-Nord si deve ridurre il tasso di disoccupazione.

Ma è soprattutto nel Sud che sarebbe necessario intervenire per diminuire considerevolmente il valore assunto da quel tasso. Si consideri solamente un dato: nel 2015 il tasso di disoccupazione nelle regioni meridionali era vicino al 20%.

Pertanto, la situazione del mercato del lavoro nel Sud del nostro Paese rappresenta un’ulteriore dimostrazione di quanto sia indispensabile attuare un’efficace politica economica rivolta soprattutto a favorire la crescita economica delle regioni meridionali, tale da aumentare notevolmente il numero degli occupati.

Fino ad ora una tale politica economica non è stata realizzata o, quanto meno, è stata insufficiente.

La nomina di Claudio De Vincenti a ministro per la coesione territoriale e per il Sud, nel governo Gentiloni, potrebbe – il condizionale è d’obbligo – rappresentare la volontà di attuare, da parte del nuovo governo, una politica di maggiore rilievo, rispetto a quanto avvenuto in passato, per affrontare i problemi economici ed occupazionali delle regioni meridionali.


La sanità italiana agli ultimi posti in Europa

20 novembre 2016

sanita

E’ stato pubblicato l’annuale rapporto, elaborato da “The European House-Ambrosetti” che misura le “performances” dei sistemi sanitari europei ed anche delle regioni italiane. Considerando 14 Paesi dell’Unione europea, la sanità italiana occupa il terz’ultimo posto.

Nel rapporto si può infatti leggere, tra l’altro:  “L’Italia manifesta un sensibile ritardo dalla media europea sul fronte dell’efficienza e appropriatezza dell’offerta sanitaria e sul fronte della capacità di risposta del sistema sanitario ai bisogni di salute. Sul fronte della qualità dell’offerta sanitaria siamo in linea con l’Europa mentre sul fronte dello stato di salute mostriamo (ancora) una performance migliore della media europea”.

Stato di salute della popolazione, qualità dell’offerta sanitaria e “responsivnesss” del sistema, capacità di risposta del sistema sanitario ai bisogni di salute, efficienza-appropriatezza dell’offerta sanitaria, questi i 4 indicatori del cosiddetto Meridiano Index che valuta i sistemi sanitari dei diversi Paesi europei, un indice che sintetizza i 4 indicatori.

Nella seguente tabella sono riportati i valori che il Meridiano Index assume nei 14 Paesi dell’Unione europea presi in considerazione:

Svezia 8,4

Olanda 7,2

Finlandia 6,5

Belgio 6,2

Francia 6,2

Regno Unito 5,9

Danimarca  5,9

Spagna 5,8

Ue-14 5,7

Irlanda 5,3

Germania 5,2

Austria 4,9

Italia 4,7

Portogallo 4,7

Grecia 3,5

Tra le regioni italiane primeggia l’Emilia Romagna, seguita dalla Lombardia. Tutte le regioni del Sud sono contraddistinti invece da valori inferiori alla media nazionale.

Nel rapporto si rileva, fra l’altro: “Mettendo in relazione le performances dei sistemi sanitari regionali con il relativo livello di spesa sanitaria, pubblica e privata, emerge una relazione positiva tra le due grandezze: le regioni con le performances migliori (quelle del Nord) sono anche caratterizzate da un livello di spesa maggiore e ricchezza maggiore”.

Nella successiva tabella sono riportati i valori che il Meridiano Index assume nelle diverse regioni italiane:

Emilia Romagna 7,2

Lombardia 7,0

Trentino Alto Adige 6,9

Toscana 6,7

Piemonte 6,4

Umbria 6,3

Valle d’Aosta 6,3

Veneto 6,2

Marche 6,2

Friuli Venezia Giulia 6,1

Lazio 5,7

Liguria 5,6

Sardegna 5,1

Abruzzo 5,0

Molise 4,7

Basilica 4,7

Puglia 4,6

Sicilia 4,5

Calabria 4,1

Campania 4,0

Da questa tabella risulta che sono, quasi esclusivamente, le regioni meridionali a presentare un valore dell’indice analizzato inferiore al valore medio dei 14 Paesi dell’Unione europea considerati.

Ancora una volta, cioè, si dimostra che è la situazione dei sistemi sanitari delle regioni del Meridione ad essere particolarmente critica, mentre i sistemi sanitari delle regioni del Centro-Nord sono contraddistinti da performances più che accettabili.

Nel rapporto poi si evidenzia come “dal punto di vista dello stato di salute, anche se l’Italia si posiziona ancora tra i primi posti in Europa, si evidenziano alcuni campanelli d’allarme. Nel 2015 per la prima volta in 10 anni è diminuita la speranza di vita alla nascita, il tasso di mortalità è stato il più alto dal dopoguerra ad oggi e, inoltre, continuano a calare gli anni vissuti in buona salute. In aggiunta al fenomeno dell’invecchiamento demografico, oggi l’Italia deve affrontare altre importanti sfide per la salute delle persone”.

“La sfida di gran lunga più importante per i sistemi sanitari e sociali è quella delle patologie croniche – ricorda inoltre il rapporto – che rendono necessaria una specificità di organizzazione e un impegno di risorse molto importanti”.

Altra preoccupazione il calo delle vaccinazioni. “Nel 2015 la copertura nazionale media per le vaccinazioni contro poliomielite, tetano, difterite, epatite B pertosse e ‘Haemophilus influenzae’ è stata del 93,4%; con un decremento di 1,3 punti percentuali rispetto al 2014 e di quasi 3 punti percentuali rispetto al 2011. Particolarmente preoccupanti sono i dati di copertura vaccinale per morbillo e rosolia che hanno perso 5 punti percentuali dal 2011 al 2015, passando dal 90,1% all’85,3%”.

Cosa si deve fare quindi, secondo il rapporto?

“A fronte di tutte queste sfide che minacciano la sostenibilità del servizio sanitario nazionale, l’intero sistema di welfare e la capacità di crescita economica, occorre investire di più in sanità.

L’investimento in prevenzione ha un impatto positivo sulla spesa sanitaria: un euro investito in prevenzione genera 2,9 euro di risparmio nella spesa per prestazioni terapeutiche e riabilitative e che l’orizzonte temporale nel quale l’investimento in prevenzione manifesta i suoi impatti sulla spesa per prestazioni curative e riabilitative, in percentuale della spesa sanitaria totale, è di 10 anni.

Ad oggi l’Italia spende in prevenzione 98,4 euro pro capite. Se il nostro Paese investisse quanto la Germania (126,4 Euro) la spesa sanitaria al 2050 sarebbe l’8,9% del Pil con un risparmio di 4 miliardi di Euro l’anno”.