Le 10 principali violazioni dei diritti umani in Arabia Saudita

17 gennaio 2019

Nelle ultime settimane si è manifestata una certa attenzione, comunque insufficiente, nei confronti della situazione dei diritti umani in Arabia Saudita sia per l’omicidio del giornalista Khashoggi sia, soprattutto, per lo svolgimento della partita di calcio della cosiddetta Supercoppa, tra Juventus e Milan, a Gedda. In effetti in Arabia Saudita si assiste ad una pesante violazione dei diritti umani, ben sottolineata da Amnesty International.

Amnesty International ha individuato le dieci principali violazioni dei diritti umani che contraddistinguono quello che Amnesty definisce “il regno della crudeltà”.

Guerra devastante nello Yemen

La coalizione guidata dall’Arabia Saudita ha contribuito in modo significativo a una guerra che ha devastato lo Yemen negli ultimi tre anni e mezzo, uccidendo migliaia di civili, compresi i bambini, bombardando ospedali, scuole e case.

I ricercatori di Amnesty hanno documentato ripetute violazioni del diritto internazionale umanitario, compresi i crimini di guerra. Nonostante ciò, l’Italia e altri Paesi come gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Francia continuano a fare affari lucrosi con i sauditi.

Incessante repressione contro attivisti pacifici, giornaliste e accademici

Da quando il principe ereditario Mohammed Bin Salman è salito al potere, molti attivisti sono stati arrestato o condannati a lunghe pene detentive semplicemente per aver esercitato pacificamente il loro diritto alla libertà di espressione, associazione e assemblea.

Le autorità hanno preso di mira la piccola ma rumorosa comunità di difensori di diritti umani, anche usando le leggi anti-terrorismo e contro il cyber-crimine per sopprimere il loro attivismo pacifico come strumento di opposizione alle violazioni dei diritti umani.

Arresti di difensori di diritti umani delle donne

All’inizio del 2018, una serie di eminenti difensori dei diritti delle donne sono stati arrestati  durante la repressione messa in atto dal governo saudita. A maggio, Loujain al-Hathloul, Iman al-Nafjan e Aziza al-Yousef sono stati arrestati arbitrariamente. Dopo il loro arresto, il governo ha lanciato una campagna diffamatoria per screditarli come “traditori”. Ora rischiano una lunga pena detentiva.

Esecuzioni

L’Arabia Saudita emette ogni anno moltissime condanne a morte, spesso eseguite con macabre decapitazioni pubbliche.

Amnesty ritiene che la pena di morte violi il diritto alla vita e sia crudele, inumana e degradante. Inoltre, nonostante sia dimostrato come la condanna a morte non scoraggi le persone dal commettere reati, l’Arabia Saudita continua a emettere queste sentenze e a eseguirle, a seguito di processi gravemente iniqui.

Nel 2018, l’Arabia Saudita ha giustiziato 108 persone, quasi la metà delle quali per reati legati alla droga.

Punizioni crudeli, inumane e degradanti

Le corti dell’Arabia Saudita continuano a imporre condanne di flagellazione come punizione per molti reati, spesso a seguito di processi iniqui. Raif Badawi è stato condannato a 1.000 frustate e 10 anni di carcere semplicemente per aver scritto un blog. Amputazioni e amputazioni incrociate, che invariabilmente costituiscono tortura, sono anche eseguite come punizione per alcuni crimini.

Tortura e maltrattamenti

L’uso della tortura come strumento punitivo, e altri maltrattamenti da parte delle forze di sicurezza rimangono comuni e diffusi, mentre i responsabili non sono mai chiamati a giustificare i propri comportamenti di fronte alla giustizia.

Discriminazione sistematica delle donne

Le donne e le ragazze sono discriminate e legalmente subordinate agli uomini in relazione al matrimonio, al divorzio, alla custodia dei figli, all’eredità e ad altri aspetti. Sotto il sistema di tutela, una donna non può prendere decisioni per conto proprio, bensì è un parente maschio a decidere tutto a suo nome.

Discriminazione religiosa

I membri della minoranza scita del Regno continuano a essere discriminati: limitato il loro accesso ai servizi pubblici e all’occupazione. Decine di attivisti sciiti sono stati condannati a morte o a lunghe pene detentive per la loro presunta partecipazione a proteste antigovernative nel 2011 e nel 2012.

“Ciò che succede nel Regno, resta nel Regno”

E’ noto che le autorità saudite intraprendono azioni punitive, anche attraverso i tribunali, contro attivisti pacifici e familiari di vittime che per chiedere aiuto contattano organizzazioni indipendenti per i diritti umani, come Amnesty International, o diplomatici e giornalisti stranieri.

L’omicidio di Jamal Khashoggi

Dopo l’orribile uccisione di Jamal Khashoggi, Amnesty International ha chiesto al segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres di istituire un’indagine indipendente delle Nazioni Unite sulle circostanze che hanno portato all’esecuzione extragiudiziale di Khashoggi, l’eventuale tortura e altri crimini e violazioni commessi al suo caso.

Annunci

Amnesty International, il governo italiano viola i diritti umani

12 dicembre 2018

Secondo Amnesty International, in base a quanto rilevato da Elisa De Pieri e Matteo De Bellis, ricercatori dell’ufficio regionale per l’Europa dell’associazione, il governo italiano si è reso colpevole di gravi violazioni dei diritti umani, relativamente alle politiche portate avanti nei confronti dei migranti. 

Infatti, per chi da anni osserva la situazione nel Mediterraneo centrale, rotta che decine di migliaia di donne, uomini e bambini hanno percorso a bordo di barche fatiscenti, in particolare dal 2013 al 2017, per sfuggire a guerre e persecuzioni o alla ricerca di un futuro più dignitoso, il 2018 si è contraddistinto come “l’anno della Diciotti”.

Oltre ai drammatici incidenti in mare, purtroppo già accaduti in passato, nel 2018 il nuovo governo italiano insediatosi a giugno ha infatti deciso di assicurare e spettacolarizzare il blocco di nuovi arrivi di persone straniere via mare, fino a impedire a una nave della guardia costiera italiana, la Diciotti, di sbarcare in Italia persone soccorse in mare, trattenendole per giorni senza una base legale o un ordine della magistratura.

Oltre a violare la proibizione di detenzione arbitraria ai danni di 177 persone, l’incidente della Diciotti ad agosto ha rappresentato il culmine della politica dei “porti chiusi”, che il governo ha attuato senza averla deliberata né formalmente comunicata alle autorità competenti e senza riguardo né per la salute e la sicurezza delle persone coinvolte, né per i propri obblighi internazionali.

Dopo il rifiuto di sbarcare imposto alle navi di diverse Ong e a navi commerciali e militari straniere, col caso Diciotti si è arrivati al paradosso del rifiuto allo sbarco nei confronti di una nave militare italiana, il cui personale aveva adempiuto ai propri obblighi di soccorso dettati da leggi nazionali e internazionali.

Ma c’è di più.

Col caso Diciotti si è chiuso il cerchio di una strategia, efficacemente riattivata dal governo precedente ma originariamente intrapresa (benché con mezzi parzialmente diversi) già dal governo Berlusconi, che si poneva il medesimo obiettivo finale: la riduzione degli approdi di rifugiati e migranti in Italia mediante la delega del controllo delle frontiere marittime italiane ed europee alle autorità libiche.

Dieci anni fa, con la firma di un trattato di amicizia tra Italia e Libia, il governo Berlusconi diede inizio a una politica di cooperazione per il controllo delle frontiere che, sorretta da argomenti politici molto simili agli attuali, prevedeva la cessione di imbarcazioni dall’Italia alla Libia e culminò con lo scempio dei respingimenti verso la Libia, ossia lo sbarco in un luogo pericoloso di persone intercettate in mare.

Tale politica, che violava palesemente il diritto internazionale, fu interrotta a seguito del conflitto in Libia ma questo non esonerò l’Italia nel 2012 da una pesantissima condanna da parte della Corte europea dei diritti umani, proprio per quei respingimenti le cui vittime erano state riconsegnate alla Libia e dunque esposte al rischio di subire nuove violenze e abusi.

Cinque anni fa, in reazione all’orrore per le 368 vittime del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013 e soltanto otto giorni dopo per le oltre 200 vittime del così detto “naufragio dei bambini”, che mostrò come i rimpalli di competenze con Malta potevano costare la vita a centinaia di persone, il governo Letta scelse di lanciare una grande operazione umanitaria, Mare Nostrum, per soccorrere in mare quante più persone possibile.

Mare Nostrum, andando a rafforzare il costante impegno della guardia costiera italiana, garantì il salvataggio di decine di migliaia di vite, abbassando notevolmente il tasso di mortalità in mare e ridando onore a corpi dello stato ancora feriti dall’onta dei respingimenti e della relativa condanna.

Per fare fronte all’aggravarsi della crisi dei rifugiati siriani e al collasso dello stato libico, l’Italia e l’Unione europea avrebbero dovuto accompagnare questo primo passo, di tipo umanitario, con riforme strutturali delle loro politiche migratorie, che comprendessero l’apertura di canali sicuri e regolari per rifugiati e migranti, in misura adeguata alla gravità della situazione.

Ciò avrebbe potuto limitare il numero di persone che, nella pressoché totale assenza di opportunità di ottenere un visto per entrare in Europa regolarmente, rischiavano la vita nella pericolosissima traversata del Mediterraneo centrale.

Purtroppo, le continue richieste in questo senso da parte del mondo non-governativo e dell’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, rimasero inascoltate.

L’Italia, spalleggiata dagli altri governi europei, preferì investire su politiche di chiusura. Alla fine del 2014, Mare Nostrum fu sostituita con operazioni europee di carattere securitario e militare (Triton e, dall’estate 2015, EunavForMed Sophia), per le quali il salvataggio in mare, pur rimanendo tra i compiti necessari perché imposti dal diritto internazionale, non costituiva più la finalità principale della missione.

Dal 2016, Italia ed Europa iniziarono a investire nel rafforzamento della capacità delle autorità marittime libiche di pattugliare le loro coste, intercettare in mare rifugiati e migranti diretti verso l’Europa e riportarli in Libia, oltre che a stringere accordi informali con milizie coinvolte nel traffico dei rifugiati e migranti.

Questa strategia ha prodotto i risultati che si prefiggeva, riducendo partenze e arrivi: da luglio 2017, il numero di rifugiati e migranti approdati in Italia è diminuito drasticamente, passando dai 182.877 registrati nei 12 mesi precedenti (agosto 2016 – luglio 2017), ai 42.700 dei 12 mesi successivi (agosto 2017 – luglio 2018). Al minor numero di partenze è corrisposto anche, logicamente, un numero minore di vittime in mare.

Gli effetti di questa politica sono però stati drammatici per le persone riportate in Libia, non solo perché le autorità libiche non sono ancora in grado di tutelare le persone che intercettano in mare e spesso le maltrattano (come nel caso di Josefa, la donna ritrovata in mare dalla Ong Proactiva Open Arms lo scorso luglio) ma soprattutto perché quelle persone vengono sbarcate in Libia e immediatamente trasferite in centri di detenzione, dove vengono trattenute arbitrariamente e a tempo indefinito, in assenza di un ordine e di qualunque controllo giurisdizionale, e dove sono sistematicamente esposte a condizioni agghiaccianti oltre che a torture, stupri, maltrattamenti e sfruttamenti di ogni tipo.

Violazioni dei diritti umani, queste, di cui l’Italia si è resa complice perché, pur conoscendo la situazione, ha continuato a offrire aiuto materiale a chi le perpetra e non ha richiesto alle autorità libiche di porre fine agli abusi, come condizione previa per la fornitura di tale assistenza.

A partire dal 2017, la guardia costiera libica, forte del decisivo supporto italiano e dell’Unione europea, è stata in grado di intercettare in mare una fetta crescente di coloro che partivano. Migliaia di donne, uomini e bambini sono stati poi riportati nei centri di detenzione in Libia e sottoposti a maltrattamenti spietati.

Di fronte a questa situazione, nel 2018, il governo Conte avrebbe potuto fare la cosa giusta, usando l’influenza italiana in Libia per promuovere un’agenda di riforme focalizzata sulla protezione dei diritti umani nel paese, a partire dalla chiusura dei centri di detenzione per rifugiati e migranti, e investendo nella riforma delle politiche migratorie italiane ed europee e nell’apertura di canali sicuri e regolari per rifugiati e migranti, compresi quelli imprigionati in Libia.

Purtroppo, la decisione è stata invece quella di continuare a ergere muri per fermare una “crisi migratoria” che, visto il netto calo degli approdi in Italia già dal 2017, ormai esiste solo nelle dichiarazioni di politici disonesti e sulle colonne di giornali di propaganda.

Le conseguenze della politica dei “porti chiusi” e della complementare strategia di criminalizzazione e denigrazione delle Ong, sono ormai evidenti: con l’annichilimento delle flotte non governative votate al soccorso in mare, nei mesi estivi si è registrato uno spaventoso aumento del tasso di mortalità in mare, che ha addirittura superato il 20% a settembre, oltre che delle persone trattenute arbitrariamente nei centri di detenzione in Libia, passate dalle 4.400 di marzo alle 10.000 di agosto.

Nel frattempo, il governo Conte si è ben guardato dal portare avanti anche quelle minime misure positive per alleviare le sofferenze dei rifugiati intrappolati in Libia, che il governo precedente aveva tentato, in particolare con l’evacuazione di 312 rifugiati dalla Libia in Italia tra dicembre 2017 e febbraio 2018. Negli otto mesi successivi alle elezioni di marzo, il governo italiano non ha realizzato alcuna evacuazione, fino a quella di 44 rifugiati, avvenuta il 7 novembre.

L’ostilità del governo verso i diritti delle persone straniere si è manifestata anche con l’adozione del così detto decreto sicurezza a settembre e degli emendamenti allo stesso presentati dal governo durante la sua successiva conversione in legge.

La drastica riduzione della possibilità di offrire uno status regolare temporaneo a persone che non possono essere rimpatriate, pur non essendo giuridicamente qualificabili come rifugiate, significa che queste si trovano ad affrontare lunghi periodi di irregolarità e inevitabilmente di deprivazione materiale ed esclusione sociale.

La riduzione dell’accoglienza dignitosa dei richiedenti asilo nei centri Sprar si tradurrà probabilmente in maggiori ostacoli all’inclusione di queste persone e in un rafforzamento dell’immagine di rifugiati e richiedenti asilo come problema da contenere in centri separati dalla comunità ospitante.

Il linguaggio istituzionale, poi, nel 2018 si è incattivito, in particolare attraverso la vera e propria crociata fatta sui social network del ministro dell’Interno nei confronti di rifugiati e migranti, delle associazioni che li assistono e financo di rappresentanti istituzionali che hanno cercato di suggerire forme per la loro migliore integrazione, come il sindaco di Riace, o di tutelarne i diritti contro gli abusi dello stato, come il procuratore di Agrigento.

Questa continua diffusione d’odio ha contribuito a creare condizioni propizie per la preoccupante serie di crimini d’odio contro persone di colore, quali la tentata strage di Macerata a febbraio e altri crimini violenti riportati dalla stampa durante l’anno, da Sassari a Brindisi, da Aprilia a Morbegno, da Castel Volturno a Moncalieri.


Amnesty International, codici identificativi per le forze di polizia

7 novembre 2018

La sezione italiana di Amnesty International il 6 novembre ha rivolto un appello al ministro dell’Interno Matteo Salvini e al capo della Polizia Franco Gabrielli per lanciare una campagna affinchè le forze di polizia siano dotate di codici identificativi alfanumerici durante le operazioni di ordine pubblico.

La richiesta cade a distanza di 17 anni dal G8 di Geno­va del 2001: benché le violazioni gravi e sistematiche dei diritti umani commesse in occasione di quell’evento siano state accerta­te in giudizio, molti fra gli appartenenti alle forze di polizia coinvolti sono rimasti impuniti, in parte proprio perché non fu possibile risalire all’identità di tutti gli agenti presenti.

Non è la prima volta che Amnesty Italia chiede l’utilizzo di codici identificativi ben visibili sulle uniformi degli agenti impegnati in attività di ordine pubblico.

Già nel 2011, in occasione del 10° anniversario del G8 di Genova, fu promossa la campagna “Operazione trasparenza. Diritti umani e polizia in Italia” in cui si chiedeva anche al Governo di esprimere pubblicamente una condanna e delle scuse verso le vittime per le violazioni dei diritti umani perpetrate dalle forze di polizia a Genova nel 2001 e di garantire indagini rapide e accurate e processi equi nei casi in cui c’era stata violazione dei diritti umani da parte delle forze di polizia.

Nel 2012 il Parlamento europeo approvò una risoluzione sulla situazione dei diritti fondamentali nell’ Unione europea ) in cui, alla raccomandazione n. 192, si sollecitavano gli Stati membri “ a garantire che il personale di polizia porti un numero identificativo”.

Diversi Stati dell’Unione europea hanno dato seguito a questa richiesta, ma non l’Italia.

Nel corso delle passate legislature, numerose iniziative parlamentari hanno sottolineato la necessità di rendere più agevole l’individuazione, laddove necessaria, dei singoli agenti adibiti a funzioni di ordine pubblico in occasione di manifestazioni.

Tuttavia queste proposte non hanno avuto esito positivo.

Amnesty Italia, pertanto, ritiene ormai urgente che sia varata una normativa in linea con gli standard internazionali, che preveda l’utilizzo di codici identificativi alfanumerici ben visibili sulle uniformi degli agenti impegnati in attività di ordine pubblico e che stabilisca che l’inosservanza di detto obbligo venga sanzionata.

L’auspicio di Amnesty è quello di intavolare un dialogo costruttivo con tutte le parti interessate, compresi i sindacati delle forze di polizia.

Alla campagna hanno aderito anche “A Buon Diritto”, Antigone, l’associazione Stefano Cucchi Onlus e Cittadinanzattiva.

“Questa campagna non è contro le forze di polizia, che sono attori chiave nella protezione dei diritti umani. Affinchè questo ruolo sia riconosciuto nella sua importanza e incontri la piena fiducia di tutti, è però fondamentale che eventuali episodi di uso ingiustificato o eccessivo della forza siano riconosciuti e sanzionati adeguatamente senza che si frappongano ostacoli all’accertamento delle responsabilità individuali” ha sottolineato Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia.

“L’introduzione di misure come i codici identificativi per gli agenti impegnati in operazioni di ordine pubblico rappresenta non solo una garanzia per il cittadino, ma anche una forma di tutela per gli stessi appartenenti alle forze di polizia: una misura che non dovrebbe essere tenuta né avversata da chi svolge il proprio lavoro in maniera conforme alle norme e agli standard internazionali sui diritti umani”, ha concluso Marchesi.

Per sostenere questa richiesta della sezione italiana di Amnesty International si può firmare una specifica petizione utilizzando il link https://www.amnesty.it/appelli/inserire-subito-i-codici-identificativi/.


Amnesty International, una campagna elettorale piena di odio

22 marzo 2018

La sezione italiana di Amnesty International, in occasione della campagna elettorale recentemente conclusasi, ha promosso un’iniziativa denominata “Conta fino a 10. Barometro dell’odio in campagna elettorale”. Circa 600 attivisti, tra appartenenti a gruppi territoriali, volontari reclutati per il progetto specifico e componenti del gruppo di lavoro-task force “hate speech”, hanno monitorato i profili facebook e twitter di 1.419 candidati per tre settimane dall’8 febbraio al 2 marzo.

Tramite la compilazione di una scheda on line, gli attivisti hanno segnalato l’uso di stereotipi, le dichiarazioni offensive, razziste, discriminatorie e il discorso di odio, che avevano come bersaglio categorie vulnerabili quali migranti e rifugiati, immigrati, rom, persone lgbti, donne, comunità ebraiche e islamiche.

787 sono state le segnalazioni: razzismo e xenofobia l’83%, discriminazione religiosa il 10%, discriminazione di genere il 7%.

Quali le riflessioni Amnesty Italia sui risultati ottenuti?

“Lo immaginavamo e ne abbiamo avuto conferma. Per quasi un mese abbiamo ascoltato centinaia di voci, letto migliaia di frasi, analizzato parole e significati.

Il discorso di odio è parte del discorso politico italiano. Molte forze politiche italiane si sono servite di stereotipi e incitazioni all’odio per fare propri diffusi sentimenti populisti, identitari e xenofobi.

Abbiamo visto come è facile rafforzare gli schemi dell’intolleranza e della discriminazione nei confronti di minoranze e gruppi vulnerabili – migranti e rifugiati, donne, persone lgbti – trasformandole in categorie bersaglio.

La fabbrica della paura che produce odio, a maggior ragione in periodo di campagna elettorale, si è nutrita della narrativa dell’‘invasione’, dell’‘emergenza’ e della pericolosa retorica del ‘noi contro loro’.

Col suo corredo di ‘fake news’, i social media hanno rafforzato i pregiudizi già esistenti contro gruppi e minoranze, creando divisioni e intolleranza.

Abbiamo colto nel segno e toccato nervi scoperti, esponenti politici molto rilevanti hanno citato il nostro lavoro, chiesto chiarimenti e incontri.

Ma siamo fermi nell’andare avanti. Crediamo che le politiche dell’odio favoriscano sempre gravi passi indietro nei confronti dei diritti umani, di tutti, con conseguenze deleterie sul tessuto sociale e il vivere comune.

Per questo crediamo, e l’ultimo mese di lavoro fatto insieme ne ha dato ampia conferma, che il discorso di odio debba essere attentamente monitorato e contrastato”.

Ed Amnesty cosa intende fare nel prossimo futuro, a tale proposito?

“Il barometro dell’odio in campagna elettorale ha prodotto dati ed evidenze che analizzeremo, anche con il supporto di università e centri di ricerca, e condivideremo con tutti coloro che hanno contribuito ad un lavoro complesso e straordinario.

Sulla base di queste analisi e riflessioni individueremo nuove modalità di attivazione e ‘campaigning’. è una sfida nuova e difficile, per questo allargheremo la riflessione anche ad altre sezioni di Amnesty.

Torneremo a presidiare l’arena politica, coinvolgeremo il mondo dell’educazione e della formazione, continueremo il dialogo con i giornalisti e proveremo ad aprire un dialogo con i social media.

Nelle prossime settimane la campagna ‘Conta fino a 10’ si allargherà ad altri temi e contenuti”.


Amnesty International, no al bullismo

25 ottobre 2017

La sezione italiana di Amnesty International ha deciso di promuovere una campagna contro il bullismo. Per finanziare le iniziative che intende realizzare ha deciso di rivolgersi anche ai cittadini italiani, chiedendo delle donazioni specifiche tramite l’invio di un sms oppure con una chiamata da rete fissa al 45542.

Lo slogan adottato da Amnesty International è il seguente:

Insulti, umiliazioni, violenza fisica: il bullismo non è uno scherzo.

Il bullismo è una violazione dei diritti umani.

I nostri figli possono essere vittime, autori o testimoni.

Aiutaci a dire no al bullismo.

Perché la sezione italiana di Amnesty ha deciso di contrastare il bullismo?

Dall’ultima indagine italiana, effettuata su larga scala, quella dell’Istat risalente al 2014, si può rilevare che poco più del 50% degli 11-17enni ha subìto qualche episodio offensivo, non rispettoso e/o violento da parte di altri ragazzi o ragazze nei 12 mesi precedenti.

Il bullismo mina l’autostima e la dignità dei ragazzi e alla lunga può portare a situazioni di depressione e di ansia e comportamenti autolesivi.

L’esperienza nelle scuole dimostra un forte legame tra il bullismo e la discriminazione basata sul sesso, la razza, l’orientamento sessuale o altre caratteristiche uniche per l’identità di una persona. Come in ogni altra lotta contro la discriminazione, i diritti umani forniscono la giusta prospettiva per affrontare il fenomeno.

Per Amnesty International il bullismo è una violazione dei diritti umani. Toglie agli studenti il rispetto e la dignità e impedisce di poter godere di diritti fondamentali quali l’inclusione, la partecipazione e la non discriminazione.

E quali sono le caratteristiche del progetto di Amnesty International, rivolto alle scuole italiane?

L’impegno  di Amnesty nelle scuole vuole prevenire e ridurre i casi di bullismo in tutti i settori della vita scolastica.

La sezione italiana di Amnesty International ha svolto, insieme a quelle di Irlanda, Polonia e Portogallo, un ruolo di capofila nell’introduzione di percorsi di educazione ai diritti umani per prevenire e contrastare il bullismo nelle scuole.

Il progetto pilota avviato nel 2016 ha impegnato quasi 3.000 persone tra insegnanti, personale parascolastico, studenti e genitori, coinvolti con eventi formativi, attività di sensibilizzazione e azioni mirate a creare partecipazione e networking.

E grazie alla generosità degli italiani la sezione italiana di Amnesty intende aumentare il numero di scuole coinvolte in tali iniziative contro il bullismo e la discriminazione e impegnarsi per il miglioramento dei luoghi scolastici all’interno dei quali gli studenti svolgono le principali attività.


I genitori di Regeni: la decisione del Governo italiano una resa al dittatore egiziano

17 agosto 2017

La decisione del Governo italiano di rimandare l’ambasciatore in Egitto è, a mio avviso, vergognosa. E’ stata anche criticata, pesantemente e giustamente, dai genitori di Giulio Regeni. Fortemente critica, inoltre, Amnesty International.

Su quella decisione la posizione dei genitori di Giulio, Paola e Claudio Regeni, è chiara e ampiamente condivisibile: “La decisione di rimandare l’ambasciatore in Egitto ora, nell’obnubilamento di ferragosto, ha il sapore di una resa confezionata ad arte”.

I Regeni hanno espresso la loro indignazione soprattutto per “le modalità, la tempistica e il contenuto”, di quanto deciso dal Governo.

I genitori di Regeni hanno così continuato: “A oggi, dopo 18 mesi di lunghi silenzi e sanguinari depistaggi, non vi è stata nessuna vera svolta nel processo sul sequestro, le torture e l’uccisione di Giulio. Solo quando avremo la verità l’ambasciatore potrà tornare al Cairo senza calpestare la nostra dignità”.

Anche il presidente della sezione italiana di Amnesty International, Antonio Marchesi, ha criticato la scelta del Governo, definendola grave: “L’Italia rinuncia all’unico strumento di pressione per ottenere verità nel caso di Giulio Regeni di cui l’Italia finora disponeva. Ora tocca al Governo dimostrare che questa mossa temeraria può servire davvero, come è stato sostenuto, a ottenere ‘verità per Giulio’. E che non si tratta solo di una giustificazione maldestra della scelta di sacrificare i diritti umani sull’altare di altri interessi”.

Io  credo, però, che non ci siano dubbi: la decisione del Governo italiano è stata dovuta alla volontà di migliorare i rapporti con la dittatura egiziana, soprattutto al fine di migliorare le relazioni con una parte dei clan libici, fedeli all’Egitto.

Incredibile, poi, che la decisione si sia verificata il giorno prima di ferragosto.

Quindi il Governo italiano ha dimostrato il proprio scarso interesse per i diritti umani.

Prima vengono gli interessi politici e quelli economici (infatti la presenza dell’Eni in Egitto è molto forte).

Infine, chi intendesse firmare l’appello di Amnesty International “Verità per Giulio Regeni”, può utilizzare il link https://www.amnesty.it/appelli/corri-con-giulio/.


Nel 2017 oltre 2.000 i migranti morti nel Mediterraneo

12 luglio 2017

Amnesty International ha presentato, in occasione del vertice dei ministri degli Esteri dell’Unione europea a Tallin, una ricerca dal titolo molto esplicito “Una tempesta perfetta. Il fallimento delle politiche europee nel Mediterraneo centrale”.

L’Unione europea ha voltato le spalle ai migranti e ai rifugiati mentre aumentano il numero dei morti nel Mediterraneo e le terribili violenze nei centri di detenzione della Libia.

Questa è una delle principali conclusioni a cui si perviene con la ricerca di Amnesty International, poco sopra citata.

John Dalhuisen, direttore di Amnesty International per l’Europa, ha dichiarato a proposito dei risultati della ricerca: “Invece di agire per salvare vite e fornire protezione, i ministri degli Esteri europei stanno vergognosamente dando priorità a irresponsabili accordi con la Libia nel disperato tentativo d’impedire a migranti e rifugiati di raggiungere l’Italia”.

Sempre secondo la ricerca di Amnesty International, le misure adottate nell’aprile 2015 dai leader europei per rafforzare le operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo avevano fortemente ridotto il numero delle morti in mare, grazie al maggior numero di imbarcazioni messo a disposizione da diversi Paesi europei e posizionato in prossimità delle acque territoriali libiche.

Di lì a poco, tuttavia, i governi europei hanno dato priorità a contrastare il traffico di esseri umani e impedire le partenze dalla Libia: una strategia fallimentare che ha dato luogo a viaggi in mare ancora più pericolosi e all’aumento dei tassi di mortalità in mare dallo 0,89% della seconda metà del 2015 al 2,7% del 2017.

I cambi di tattica dei trafficanti e l’aumentato ricorso a imbarcazioni inadatte alla navigazione e prive di qualsiasi dotazione di salvataggio, hanno reso le traversate ancora più pericolose.

Nonostante l’aumento del numero delle morti in mare – oltre 2.000 nei primi sei mesi del 2017 – l’Unione europea continua a non promuovere un’operazione umanitaria dotata di risorse adeguate nei pressi delle acque territoriali libiche, preferendo rafforzare la capacità operativa della Guardia costiera libica nell’impedire le partenze ed intercettare i migranti e i rifugiati in mare.

L’impostazione utilizzata da Amnesty International per la questione dei migranti che dalla Libia si recano prevalentemente in Italia mi sembra corretta e pertanto condivisibile.

Infatti il principale problema è rappresentato dalla necessità di ridurre il numero dei morti, fino ad arrivare ad azzerarlo, oltre a quello del miglioramento delle condizioni dei migranti che attendono di partire dalla Libia, condizioni attualmente inaccettabili.

Non ci si può occupare solamente di indirizzare le imbarcazioni dei migranti anche verso altri porti europei, e non solo verso quelli italiani.

Ma l’obiettivo prioritario rimane, o dovrebbe rimanere, quello di ridurre considerevolmente il numero dei morti fino ad arrivare ad azzerarlo.

Nei prossimi anni, anche se venissero realizzati effettivamente efficaci interventi di aiuto economico nei Paesi da dove soprattutto provengono i migranti, è più che probabile che il loro numero rimanga comunque consistente.

E, ripeto per la terza volta, ma è anche poco, l’obiettivo prioritario dovrà essere quello di ridurre il numero dei morti fino ad arrivare ad azzerarlo.