Amnesty International, codici identificativi per le forze di polizia

7 novembre 2018

La sezione italiana di Amnesty International il 6 novembre ha rivolto un appello al ministro dell’Interno Matteo Salvini e al capo della Polizia Franco Gabrielli per lanciare una campagna affinchè le forze di polizia siano dotate di codici identificativi alfanumerici durante le operazioni di ordine pubblico.

La richiesta cade a distanza di 17 anni dal G8 di Geno­va del 2001: benché le violazioni gravi e sistematiche dei diritti umani commesse in occasione di quell’evento siano state accerta­te in giudizio, molti fra gli appartenenti alle forze di polizia coinvolti sono rimasti impuniti, in parte proprio perché non fu possibile risalire all’identità di tutti gli agenti presenti.

Non è la prima volta che Amnesty Italia chiede l’utilizzo di codici identificativi ben visibili sulle uniformi degli agenti impegnati in attività di ordine pubblico.

Già nel 2011, in occasione del 10° anniversario del G8 di Genova, fu promossa la campagna “Operazione trasparenza. Diritti umani e polizia in Italia” in cui si chiedeva anche al Governo di esprimere pubblicamente una condanna e delle scuse verso le vittime per le violazioni dei diritti umani perpetrate dalle forze di polizia a Genova nel 2001 e di garantire indagini rapide e accurate e processi equi nei casi in cui c’era stata violazione dei diritti umani da parte delle forze di polizia.

Nel 2012 il Parlamento europeo approvò una risoluzione sulla situazione dei diritti fondamentali nell’ Unione europea ) in cui, alla raccomandazione n. 192, si sollecitavano gli Stati membri “ a garantire che il personale di polizia porti un numero identificativo”.

Diversi Stati dell’Unione europea hanno dato seguito a questa richiesta, ma non l’Italia.

Nel corso delle passate legislature, numerose iniziative parlamentari hanno sottolineato la necessità di rendere più agevole l’individuazione, laddove necessaria, dei singoli agenti adibiti a funzioni di ordine pubblico in occasione di manifestazioni.

Tuttavia queste proposte non hanno avuto esito positivo.

Amnesty Italia, pertanto, ritiene ormai urgente che sia varata una normativa in linea con gli standard internazionali, che preveda l’utilizzo di codici identificativi alfanumerici ben visibili sulle uniformi degli agenti impegnati in attività di ordine pubblico e che stabilisca che l’inosservanza di detto obbligo venga sanzionata.

L’auspicio di Amnesty è quello di intavolare un dialogo costruttivo con tutte le parti interessate, compresi i sindacati delle forze di polizia.

Alla campagna hanno aderito anche “A Buon Diritto”, Antigone, l’associazione Stefano Cucchi Onlus e Cittadinanzattiva.

“Questa campagna non è contro le forze di polizia, che sono attori chiave nella protezione dei diritti umani. Affinchè questo ruolo sia riconosciuto nella sua importanza e incontri la piena fiducia di tutti, è però fondamentale che eventuali episodi di uso ingiustificato o eccessivo della forza siano riconosciuti e sanzionati adeguatamente senza che si frappongano ostacoli all’accertamento delle responsabilità individuali” ha sottolineato Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia.

“L’introduzione di misure come i codici identificativi per gli agenti impegnati in operazioni di ordine pubblico rappresenta non solo una garanzia per il cittadino, ma anche una forma di tutela per gli stessi appartenenti alle forze di polizia: una misura che non dovrebbe essere tenuta né avversata da chi svolge il proprio lavoro in maniera conforme alle norme e agli standard internazionali sui diritti umani”, ha concluso Marchesi.

Per sostenere questa richiesta della sezione italiana di Amnesty International si può firmare una specifica petizione utilizzando il link https://www.amnesty.it/appelli/inserire-subito-i-codici-identificativi/.

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Amnesty International, una campagna elettorale piena di odio

22 marzo 2018

La sezione italiana di Amnesty International, in occasione della campagna elettorale recentemente conclusasi, ha promosso un’iniziativa denominata “Conta fino a 10. Barometro dell’odio in campagna elettorale”. Circa 600 attivisti, tra appartenenti a gruppi territoriali, volontari reclutati per il progetto specifico e componenti del gruppo di lavoro-task force “hate speech”, hanno monitorato i profili facebook e twitter di 1.419 candidati per tre settimane dall’8 febbraio al 2 marzo.

Tramite la compilazione di una scheda on line, gli attivisti hanno segnalato l’uso di stereotipi, le dichiarazioni offensive, razziste, discriminatorie e il discorso di odio, che avevano come bersaglio categorie vulnerabili quali migranti e rifugiati, immigrati, rom, persone lgbti, donne, comunità ebraiche e islamiche.

787 sono state le segnalazioni: razzismo e xenofobia l’83%, discriminazione religiosa il 10%, discriminazione di genere il 7%.

Quali le riflessioni Amnesty Italia sui risultati ottenuti?

“Lo immaginavamo e ne abbiamo avuto conferma. Per quasi un mese abbiamo ascoltato centinaia di voci, letto migliaia di frasi, analizzato parole e significati.

Il discorso di odio è parte del discorso politico italiano. Molte forze politiche italiane si sono servite di stereotipi e incitazioni all’odio per fare propri diffusi sentimenti populisti, identitari e xenofobi.

Abbiamo visto come è facile rafforzare gli schemi dell’intolleranza e della discriminazione nei confronti di minoranze e gruppi vulnerabili – migranti e rifugiati, donne, persone lgbti – trasformandole in categorie bersaglio.

La fabbrica della paura che produce odio, a maggior ragione in periodo di campagna elettorale, si è nutrita della narrativa dell’‘invasione’, dell’‘emergenza’ e della pericolosa retorica del ‘noi contro loro’.

Col suo corredo di ‘fake news’, i social media hanno rafforzato i pregiudizi già esistenti contro gruppi e minoranze, creando divisioni e intolleranza.

Abbiamo colto nel segno e toccato nervi scoperti, esponenti politici molto rilevanti hanno citato il nostro lavoro, chiesto chiarimenti e incontri.

Ma siamo fermi nell’andare avanti. Crediamo che le politiche dell’odio favoriscano sempre gravi passi indietro nei confronti dei diritti umani, di tutti, con conseguenze deleterie sul tessuto sociale e il vivere comune.

Per questo crediamo, e l’ultimo mese di lavoro fatto insieme ne ha dato ampia conferma, che il discorso di odio debba essere attentamente monitorato e contrastato”.

Ed Amnesty cosa intende fare nel prossimo futuro, a tale proposito?

“Il barometro dell’odio in campagna elettorale ha prodotto dati ed evidenze che analizzeremo, anche con il supporto di università e centri di ricerca, e condivideremo con tutti coloro che hanno contribuito ad un lavoro complesso e straordinario.

Sulla base di queste analisi e riflessioni individueremo nuove modalità di attivazione e ‘campaigning’. è una sfida nuova e difficile, per questo allargheremo la riflessione anche ad altre sezioni di Amnesty.

Torneremo a presidiare l’arena politica, coinvolgeremo il mondo dell’educazione e della formazione, continueremo il dialogo con i giornalisti e proveremo ad aprire un dialogo con i social media.

Nelle prossime settimane la campagna ‘Conta fino a 10’ si allargherà ad altri temi e contenuti”.


Amnesty International, no al bullismo

25 ottobre 2017

La sezione italiana di Amnesty International ha deciso di promuovere una campagna contro il bullismo. Per finanziare le iniziative che intende realizzare ha deciso di rivolgersi anche ai cittadini italiani, chiedendo delle donazioni specifiche tramite l’invio di un sms oppure con una chiamata da rete fissa al 45542.

Lo slogan adottato da Amnesty International è il seguente:

Insulti, umiliazioni, violenza fisica: il bullismo non è uno scherzo.

Il bullismo è una violazione dei diritti umani.

I nostri figli possono essere vittime, autori o testimoni.

Aiutaci a dire no al bullismo.

Perché la sezione italiana di Amnesty ha deciso di contrastare il bullismo?

Dall’ultima indagine italiana, effettuata su larga scala, quella dell’Istat risalente al 2014, si può rilevare che poco più del 50% degli 11-17enni ha subìto qualche episodio offensivo, non rispettoso e/o violento da parte di altri ragazzi o ragazze nei 12 mesi precedenti.

Il bullismo mina l’autostima e la dignità dei ragazzi e alla lunga può portare a situazioni di depressione e di ansia e comportamenti autolesivi.

L’esperienza nelle scuole dimostra un forte legame tra il bullismo e la discriminazione basata sul sesso, la razza, l’orientamento sessuale o altre caratteristiche uniche per l’identità di una persona. Come in ogni altra lotta contro la discriminazione, i diritti umani forniscono la giusta prospettiva per affrontare il fenomeno.

Per Amnesty International il bullismo è una violazione dei diritti umani. Toglie agli studenti il rispetto e la dignità e impedisce di poter godere di diritti fondamentali quali l’inclusione, la partecipazione e la non discriminazione.

E quali sono le caratteristiche del progetto di Amnesty International, rivolto alle scuole italiane?

L’impegno  di Amnesty nelle scuole vuole prevenire e ridurre i casi di bullismo in tutti i settori della vita scolastica.

La sezione italiana di Amnesty International ha svolto, insieme a quelle di Irlanda, Polonia e Portogallo, un ruolo di capofila nell’introduzione di percorsi di educazione ai diritti umani per prevenire e contrastare il bullismo nelle scuole.

Il progetto pilota avviato nel 2016 ha impegnato quasi 3.000 persone tra insegnanti, personale parascolastico, studenti e genitori, coinvolti con eventi formativi, attività di sensibilizzazione e azioni mirate a creare partecipazione e networking.

E grazie alla generosità degli italiani la sezione italiana di Amnesty intende aumentare il numero di scuole coinvolte in tali iniziative contro il bullismo e la discriminazione e impegnarsi per il miglioramento dei luoghi scolastici all’interno dei quali gli studenti svolgono le principali attività.


I genitori di Regeni: la decisione del Governo italiano una resa al dittatore egiziano

17 agosto 2017

La decisione del Governo italiano di rimandare l’ambasciatore in Egitto è, a mio avviso, vergognosa. E’ stata anche criticata, pesantemente e giustamente, dai genitori di Giulio Regeni. Fortemente critica, inoltre, Amnesty International.

Su quella decisione la posizione dei genitori di Giulio, Paola e Claudio Regeni, è chiara e ampiamente condivisibile: “La decisione di rimandare l’ambasciatore in Egitto ora, nell’obnubilamento di ferragosto, ha il sapore di una resa confezionata ad arte”.

I Regeni hanno espresso la loro indignazione soprattutto per “le modalità, la tempistica e il contenuto”, di quanto deciso dal Governo.

I genitori di Regeni hanno così continuato: “A oggi, dopo 18 mesi di lunghi silenzi e sanguinari depistaggi, non vi è stata nessuna vera svolta nel processo sul sequestro, le torture e l’uccisione di Giulio. Solo quando avremo la verità l’ambasciatore potrà tornare al Cairo senza calpestare la nostra dignità”.

Anche il presidente della sezione italiana di Amnesty International, Antonio Marchesi, ha criticato la scelta del Governo, definendola grave: “L’Italia rinuncia all’unico strumento di pressione per ottenere verità nel caso di Giulio Regeni di cui l’Italia finora disponeva. Ora tocca al Governo dimostrare che questa mossa temeraria può servire davvero, come è stato sostenuto, a ottenere ‘verità per Giulio’. E che non si tratta solo di una giustificazione maldestra della scelta di sacrificare i diritti umani sull’altare di altri interessi”.

Io  credo, però, che non ci siano dubbi: la decisione del Governo italiano è stata dovuta alla volontà di migliorare i rapporti con la dittatura egiziana, soprattutto al fine di migliorare le relazioni con una parte dei clan libici, fedeli all’Egitto.

Incredibile, poi, che la decisione si sia verificata il giorno prima di ferragosto.

Quindi il Governo italiano ha dimostrato il proprio scarso interesse per i diritti umani.

Prima vengono gli interessi politici e quelli economici (infatti la presenza dell’Eni in Egitto è molto forte).

Infine, chi intendesse firmare l’appello di Amnesty International “Verità per Giulio Regeni”, può utilizzare il link https://www.amnesty.it/appelli/corri-con-giulio/.


Nel 2017 oltre 2.000 i migranti morti nel Mediterraneo

12 luglio 2017

Amnesty International ha presentato, in occasione del vertice dei ministri degli Esteri dell’Unione europea a Tallin, una ricerca dal titolo molto esplicito “Una tempesta perfetta. Il fallimento delle politiche europee nel Mediterraneo centrale”.

L’Unione europea ha voltato le spalle ai migranti e ai rifugiati mentre aumentano il numero dei morti nel Mediterraneo e le terribili violenze nei centri di detenzione della Libia.

Questa è una delle principali conclusioni a cui si perviene con la ricerca di Amnesty International, poco sopra citata.

John Dalhuisen, direttore di Amnesty International per l’Europa, ha dichiarato a proposito dei risultati della ricerca: “Invece di agire per salvare vite e fornire protezione, i ministri degli Esteri europei stanno vergognosamente dando priorità a irresponsabili accordi con la Libia nel disperato tentativo d’impedire a migranti e rifugiati di raggiungere l’Italia”.

Sempre secondo la ricerca di Amnesty International, le misure adottate nell’aprile 2015 dai leader europei per rafforzare le operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo avevano fortemente ridotto il numero delle morti in mare, grazie al maggior numero di imbarcazioni messo a disposizione da diversi Paesi europei e posizionato in prossimità delle acque territoriali libiche.

Di lì a poco, tuttavia, i governi europei hanno dato priorità a contrastare il traffico di esseri umani e impedire le partenze dalla Libia: una strategia fallimentare che ha dato luogo a viaggi in mare ancora più pericolosi e all’aumento dei tassi di mortalità in mare dallo 0,89% della seconda metà del 2015 al 2,7% del 2017.

I cambi di tattica dei trafficanti e l’aumentato ricorso a imbarcazioni inadatte alla navigazione e prive di qualsiasi dotazione di salvataggio, hanno reso le traversate ancora più pericolose.

Nonostante l’aumento del numero delle morti in mare – oltre 2.000 nei primi sei mesi del 2017 – l’Unione europea continua a non promuovere un’operazione umanitaria dotata di risorse adeguate nei pressi delle acque territoriali libiche, preferendo rafforzare la capacità operativa della Guardia costiera libica nell’impedire le partenze ed intercettare i migranti e i rifugiati in mare.

L’impostazione utilizzata da Amnesty International per la questione dei migranti che dalla Libia si recano prevalentemente in Italia mi sembra corretta e pertanto condivisibile.

Infatti il principale problema è rappresentato dalla necessità di ridurre il numero dei morti, fino ad arrivare ad azzerarlo, oltre a quello del miglioramento delle condizioni dei migranti che attendono di partire dalla Libia, condizioni attualmente inaccettabili.

Non ci si può occupare solamente di indirizzare le imbarcazioni dei migranti anche verso altri porti europei, e non solo verso quelli italiani.

Ma l’obiettivo prioritario rimane, o dovrebbe rimanere, quello di ridurre considerevolmente il numero dei morti fino ad arrivare ad azzerarlo.

Nei prossimi anni, anche se venissero realizzati effettivamente efficaci interventi di aiuto economico nei Paesi da dove soprattutto provengono i migranti, è più che probabile che il loro numero rimanga comunque consistente.

E, ripeto per la terza volta, ma è anche poco, l’obiettivo prioritario dovrà essere quello di ridurre il numero dei morti fino ad arrivare ad azzerarlo.


Amnesty International, la legge sul reato di tortura è inaccettabile

21 maggio 2017

Il Senato ha approvato una proposta di legge sull’introduzione del reato di tortura nell’ordinamento italiano, proposta che poi dovrà essere esaminata dalla Camera. Tale approvazione dovrebbe essere accolta positivamente, in quanto questa legge si attende da 28 anni. In realtà il testo approvato dal Senato è internazionalmente impresentabile. Lo sostengono la sezione italiana di Amnesty International, l’associazione Antigone ed anche il primo firmatario del disegno di legge, il senatore Luigi Manconi, presidente della commissione per i diritti umani.

I motivi alla base di tali critiche risultano evidenti e condivisibili, se si esaminano le dichiarazioni di queste associazioni e del senatore Manconi.

La sezione italiana di Amnesty International e l’associazione Antigone hanno reso pubblico un comunicato congiunto.

“Il Senato si avvia ad approvare una legge sulla tortura internazionalmente impresentabile, in cui la definizione del reato è in evidente contrasto con quanto imposto dalla convenzione internazionale contro la tortura, che ormai solo in apparenza quella legge ha lo scopo di attuare.

L’accanimento con cui si insiste nel limitare la tortura ai soli comportamenti ripetuti nel tempo (un’ipotesi ripudiata solo qualche anno fa dall’intero arco costituzionale) e a circoscrivere in modo inaccettabile l’ipotesi della tortura mentale è assurdo per chiunque abbia un minimo di conoscenza del fenomeno della tortura nel mondo contemporaneo. A questi limiti si accompagna la confusione di una definizione che pare scritta apposta per renderne difficile l’applicazione.

E’ davvero triste che il Parlamento stia perdendo un’occasione storica di porre in qualche modo rimedio a 28 anni di inerzia sul tema”.

Le valutazioni espresse da Luigi Manconi sono invece le seguenti.

In questo modo spiega perché non considera la proposta approvata dal Senato per nulla in linea con il disegno di legge di cui fu il primo firmatario:

“Il primo giorno della legislatura, il 15 marzo del 2013, presentai un disegno di legge sulla tortura. Quanto accaduto in questi anni è stato lo stravolgimento di quel testo, che ora non rispetta i requisiti e lo spirito profondo che aveva animato le convenzioni e i trattati internazionali sul tema.

Mi chiedo: ma perché la politica deve sempre accontentarsi? Se sarà approvata questa legge non sarà mediocre, peggio ancora. Un provvedimento pessimo, l‘ennesima occasione persa”.

Queste, nel dettaglio, sono le critiche espresse da Manconi:

“Innanzitutto perché il reato di tortura viene definito comune e non proprio, come vogliono invece tutte le convenzioni internazionali dal momento che si tratta di una fattispecie propria dei pubblici ufficiali o degli incaricati di pubblico servizio. Derivante, quindi, dall’abuso di potere di chi tiene sotto la propria custodia un cittadino.

Inoltre, nell’articolato precedente, si pretendeva che le violenze o le minacce gravi fossero ‘reiterate’ Questa formula è stata sostituita nel testo attuale da ‘più condotte’. Dunque il singolo atto di violenza brutale (si pensi a una sola pratica di ‘water boarding’) potrebbe non essere punito.

Ancora, la norma prevede perché vi sia tortura un verificabile trauma psichico. Ma i processi per tortura avvengono per loro natura anche a dieci anni dai fatti commessi. Come si fa a verificare dieci anni dopo un trauma avvenuto tanto tempo prima?

Tutto ciò significa che, ancora una volta, non si vuole seriamente perseguire la violenza intenzionale dei pubblici ufficiali e degli incaricati di pubblico servizio in danno delle persone private della libertà, o comunque loro affidate, quando invece è solo l’individuazione e la sanzione penale di chi commette violenze e illegalità a tutelare il prestigio e l’onore dei corpi e della stragrande maggioranza degli appartenenti”.

E’ auspicabile, pertanto, che alla Camera sia modificato il testo del progetto di legge in questione, nelle parti ben indicate da Manconi. Si allungheranno i tempi, certo, perché il disegno di legge dovrà ritornare al Senato, ma, almeno, si avrà una legge sull’introduzione del reato di tortura accettabile.


No alla pena di morte, soprattutto in Cina

12 aprile 2017

E’ stato reso pubblico il rapporto sulla pena di morte relativo al 2016, redatto da Amnesty International. Tale rapporto è ancora un lungo elenco di dati e accuse che dimostra la drammatica attualità di un fenomeno globale e scioccante. E’ bene ricordare che Amnesty International si oppone alla pena di morte in tutti i casi senza eccezioni riguardo la natura o le circostanze del reato, la colpevolezza, l’innocenza o altre caratteristiche dell’imputato, il metodo usato per eseguire la condanna a morte. Attraverso una campagna permanente, Amnesty International lavora per l’abolizione della pena capitale in tutto il mondo.

Riccardo Noury, portavoce della sezione italiana di Amnesty, commentando il rapporto, ha scritto: “In occasione del lancio del suo rapporto sulla pena di morte nel 2016, Amnesty International ha accusato la Cina, il Paese che si presume metta a morte migliaia di prigionieri ogni anno, di fare di tutto per tenere segreto il numero effettivo delle esecuzioni.

Negli anni passati, le autorità di Pechino hanno più volte proclamato di aver fatto passi avanti verso la trasparenza.

Le ricerche di Amnesty International sulla Cina hanno messo in luce che centinaia di casi documentati di pena di morte non sono presenti nel tanto pubblicizzato registro giudiziario online, regolarmente citato come prova che il sistema giudiziario cinese non ha nulla da nascondere.

Ad esempio, delle 931 esecuzioni di cui hanno parlato fonti pubbliche cinesi tra il 2014 e il 2016, nel registro ne sono riportate solo 85. Se questa è la proporzione, a malapena un’esecuzione riportata su 10 avvenute, il problema si presenta enorme.

Il registro, inoltre, non contiene i nomi dei cittadini stranieri condannati a morte per reati di droga, sebbene i mezzi d’informazione locali abbiano dato notizia di almeno 11 esecuzioni del genere. Sono assenti anche numerosi casi relativi a reati di terrorismo”.

La stessa situazione, l’inattendibilità dei dati forniti dalle autorità locali cioè, si verifica in Vietnam e Malesia.

Il Vietnam sarebbe il terzo paese per numero di esecuzioni se si tenesse conto degli ultimi tre anni: ben 429 tra agosto 2013 e giugno 2016. Solo Cina e Iran hanno saputo fare peggio.

Ma sono numeri probabilmente incompleti. Basti pensare al fatto che il ministero per la Pubblica Sicurezza non ha reso note le cifre relative al 2016.

La Malesia ha messo a morte nove persone lo scorso anno, più di quante si pensasse, e oltre 1000 detenuti sono in attesa nei bracci della morte.

Quali sono i principali dati contenuti nel rapporto, tenendo presente quanto rilevato per la Cina, la Malesia e il Vietnam?

Nel 2016 Amnesty International ha registrato, nel rapporto, 1.032 esecuzioni in 23 paesi, 37% di meno rispetto alle 1.634 del 2015 in 25 Paesi.

La marcata diminuzione delle esecuzioni note è dovuta principalmente al minor numero registrato in Iran (almeno 567 contro le almeno 977 del 2015, ossia il 42% in meno) e in Pakistan (87 contro le 326 del 2016, ossia il 73% in meno).

Per la prima volta dal 2006, gli Usa non sono nella lista dei primi cinque Paesi al mondo per numero di esecuzioni (oltre alla Cina, all’Iran e al Pakistan già menzionati, ne fanno parte Arabia Saudita e Iraq).

Il numero di esecuzioni nel 2016, 20, è il più basso dal 1991 ed è inferiore della metà rispetto al 1996 e di cinque volte rispetto al 1999. Con l’eccezione del 2012, quando è rimasto uguale, il numero delle esecuzioni continua a diminuire di anno in anno dal 2009.

Il numero delle nuove condanne a morte, 32, è stato il più basso dal 1973: un chiaro segnale che i giudici, i procuratori e le giurie stanno cambiando idea sulla pena di morte come strumento di giustizia. Tuttavia, alla fine del 2016, nei bracci della morte si trovavano ancora 2.832 detenuti in attesa dell’esecuzione.

Se da un lato il dibattito sulla pena di morte sta chiaramente cambiando direzione, la diminuzione delle esecuzioni si deve anche alle dispute legali sui protocolli d’esecuzione e ai ricorsi sull’origine delle sostanze usate nell’iniezione letale. L’esito di questi ricorsi potrebbe però produrre un nuovo picco di esecuzioni, a partire dall’Arkansas nel mese di aprile, con una serie di esecuzioni previste in 10 giorni.

Per quanto riguarda il numero complessivo dei paesi abolizionisti, lo scorso anno è salito a 142. Due paesi, Benin e Nauru, hanno abolito la pena di morte per tutti i reati, mentre la Guinea l’ha abolita solo per i reati ordinari.

Quindi la situazione relativa alla diffusione della pena di morte nel mondo è molto diversa nei vari Paesi.

Infatti, nel 2016, può essere valutato positivamente quanto avvenuto negli Stati Uniti, mentre desta molta preoccupazione quanto verificatosi in Cina.

Quest’ultimo Paese è ormai diventato una potenza economica di primaria grandezza. E pertanto i governi delle più importanti nazioni del mondo hanno intensificato i rapporti, anche politici, con la Cina. Ma hanno, quasi completamente, trascurato la pessima situazione dei diritti umani, compreso l’elevato utilizzo della pena di morte.

Sarebbe invece necessario che i governi dei principali Paesi, ed anche le istituzioni internazionali, facessero adeguate pressioni sulle autorità cinesi affinchè la situazione dei diritti umani migliorasse, sensibilmente.

Non sarà facile che ciò avvenga, Infatti, anche per i governi dei Paesi più importanti nel mondo, “pecunia non olet”.