Le false credenze in economia

2 maggio 2018

In economia le credenze prive di fondamento si stanno sviluppando notevolmente. Lo sostiene, in un articolo pubblicato su www.lavoce.info, “Contro il negazionismo economico”, l’economista Guido Tabellini.

Le considerazioni di Tabellini mi sembrano molto interessanti e pertanto ho deciso di riportarne una parte.

“Viviamo in un’epoca in cui il progresso scientifico avanza a velocità straordinaria. Eppure, spesso le decisioni politiche non incorporano le migliori e più aggiornate conoscenze, e l’opinione pubblica non solo non è adeguatamente informata, ma non di rado è vittima di credenze errate e in contrasto con il consenso scientifico. Paradossalmente, il fenomeno sembra essersi accentuato con la diffusione di internet.

Il problema esiste in tutti i campi: dalla medicina, alla climatologia, alle scienze sociali.

Ma è particolarmente rilevante in economia.

Innanzitutto, perché vi sono grandi interessi in gioco. Organizzazioni, gruppi, imprese hanno un forte incentivo a manipolare l’opinione pubblica e a influenzare le decisioni politiche, e spesso vi riescono.

In secondo luogo, perché i fenomeni economici e sociali sono estremamente complessi e difficili da prevedere e ciò contribuisce a diffondere l’opinione errata che la scienza economica non abbia nulla di rilevante da dire.

Infine, perché le implicazioni pratiche dell’economia riguardano ambiti che sono anche oggetto di visioni ideologiche e di programmi politici.

E i dati dicono che spesso le opinioni politiche e i giudizi di valore condizionano anche le credenze individuali circa le conseguenze di specifici interventi o azioni.

Il risultato è che le conoscenze economiche stentano a informare il dibattito politico e l’opinione pubblica è spesso vittima di pregiudizi o credenze che sono in contrasto con il consenso e le conoscenze consolidate della scienza economica.

Un recente libro di Pierre Cahuc e André Zilberberg illustra il problema, ne discute le conseguenze e propone possibili rimedi.

Il punto centrale del libro è che negli ultimi anni l’economia ha attraversato una vera e propria rivoluzione. Grazie alla grande disponibilità di dati e a importanti innovazioni metodologiche, la conoscenza economica ora si appoggia su risultati sperimentali o quasi-sperimentali, e l’evidenza empirica svolge un ruolo fondamentale nel guidarne il progresso.

Da un lato, questo vuol dire che la conoscenza economica ha ora solide basi empiriche e le sue prescrizioni sono diventate più affidabili. Dall’altro, il metodo sperimentale può essere esteso per valutare le conseguenze di specifici interventi di politica economica, senza dover fare affidamento su ipotesi solo teoriche.

Tuttavia, questi progressi spesso sono ignorati al di fuori della disciplina, con la conseguenza che il dibattito di politica economica è di frequente viziato da pregiudizi ideologici…

Ad esempio, anche in Italia il pensiero economico è spesso additato come un ‘pensiero unico’, adagiato sull’ideologia neoliberista che vede il mercato come la soluzione di tutti i problemi.

Ma non è così. Innanzitutto, è semplicemente falso che in economia vi sia un’unica visione dominante. Al contrario, spesso gli economisti sono accusati di non essere mai d’accordo tra loro, come ci ricorda la battuta di Winston Churchill: ‘Se metti due economisti in una stanza, hai due opinioni, a meno che uno di loro sia Lord Keynes, nel qual caso hai tre opinioni’.

In secondo luogo, il neo-liberismo non ha nulla a che vedere con il consenso scientifico in economia. Basta ricordare che Jean Tirole ha vinto il premio Nobel in economia nel 2016 per i suoi studi sulla regolamentazione dei mercati. Chi afferma il contrario semplicemente non sa di cosa sta parlando.

Il punto è che accusare gli economisti di ‘pensiero unico’ o di ‘ideologia liberista’ è spesso un modo per screditarne gli argomenti, senza entrare nel merito delle questioni dibattute.

I nuovi movimenti populisti usano spesso questo argomento, anche in Italia.

Ciò non deve sorprendere. Sebbene in economia non vi sia un pensiero unico, infatti, vi è comunque uno stock di conoscenze consolidate e non vuote di contenuto. Lo stock di conoscenze molte volte è in contrasto con le ricette populiste.

Anche in Italia, il populismo, di destra come di sinistra, spesso avanza proposte semplicistiche e miopi: la moneta fiscale come antidoto all’euro, una flat tax (o tassa unica) al 15%, l’affermazione che un aumento della spesa pubblica finanziato in disavanzo sia compatibile con la discesa del debito pubblico.

Queste proposte o affermazioni non stanno in piedi dal punto di vista economico e si scontrano con le conoscenze consolidate degli economisti.

Ecco allora che conviene screditare l’economia e accusarla di pensiero unico e ideologico.

Diffondere la sfiducia verso gli esperti e le élite, cioè, è un modo per evitare di fare i conti con la realtà…

Ci sono tre ricette per evitare che l’opinione pubblica sia vittima di credenze prive di fondamento, e per avvicinare il dibattito politico alle migliori e più consolidate conoscenze in campo economico.

Prima di tutto, gli economisti non devono vendere false certezze. L’economia ha molte implicazioni rilevanti per la politica economica, e ormai ci sono tante conoscenze pratiche che possono informare le decisioni politiche. Tuttavia, in economia non vi sono leggi universali che valgono con esattezza e precisione e la nostra capacità di prevedere le conseguenze di specifiche azioni è comunque limitata.

Far valere il principio di autorità scientifica anche quando non vi sono conoscenze consolidate, o esagerando la portata della nostra conoscenza, è controproducente perché alimenta lo scetticismo e giustifica le critiche ideologiche. Non sempre gli economisti si sono astenuti dal commettere questo errore, anche da noi.

Poi c’è il compito dei giornalisti che devono documentarsi e sapere che non tutte le opinioni meritano lo stesso peso. Nel nome del pluralismo, spesso i media danno visibilità e rilevanza a opinioni palesemente false o contraddette da rigorosi studi scientifici, mettendole sullo stesso piano di affermazioni che invece sono sostenute da un ampio spettro di ricerche e approfondimenti…

Infine, è importante trasmettere all’opinione pubblica l’idea che non esistono ricette semplici o miracoli. Sono decenni che l’economia italiana stenta a crescere, non dà opportunità ai giovani, ha un debito pubblico elevato.

Se nessuno si è accorto prima che c’era una scorciatoia per aumentare la crescita, ridurre la disoccupazione o combattere la povertà, quasi certamente è perché quella scorciatoia è un vicolo cieco che non porta da nessuna parte. Anche se è difficile da accettare, probabilmente non vi sono alternative alle riforme scomode e impopolari che molti osservatori esterni ci suggeriscono da tempo”.

Io mi permetto di aggiungere due sole osservazioni, relativamente alle cause che determinano la diffusione di false credenze in economia.

Innanzitutto il livello medio di conoscenza delle discipline economiche nella popolazione italiana è molto basso, soprattutto perché nelle scuole primarie e secondarie l’economia viene insegnata pochissimo e, quando lo si fa, piuttosto male.

Inoltre gli economisti, nei loro scritti e nei loro discorsi, rivolti ad un pubblico ampio, utilizzano un linguaggio generalmente poco comprensibile alla maggioranza delle persone, solo in parte in seguito a quanto rilevato nella mia prima osservazione.

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Un manifesto contro la diseguaglianza

7 gennaio 2018

Durante la crisi le diseguaglianze economiche si sono accresciute. Ma non solo in quel periodo sono aumentate tali diseguaglianze. Esse sono cresciute negli ultimi 30 anni. Lo sostengono gli estensori del manifesto contro la diseguaglianza, presentato nel settembre scorso dal presidente del Nens (nuova economia nuova società), Vincenzo Visco, e dal presidente di Etica ed Economia, Maurizio Franzini.

Ho ritenuto opportuno, in considerazione dell’importanza delle problematiche trattate, riportare alcune parti della “premessa e sintesi” del manifesto citato.

“La diseguaglianza è il problema fondamentale del nostro tempo. Le difficoltà politiche, il malessere sociale, il disagio economico hanno origine anche, e soprattutto, nella crescita senza precedenti delle diseguaglianze economiche che si collegano a quelle sociali e culturali. La tenuta delle nostre società è a rischio…

Con questo breve documento intendiamo ricordare che negli ultimi 30 anni si è prodotta una fondamentale discontinuità negli equilibri economici e politici dell’Occidente, fornire elementi di informazione  sulle caratteristiche e le dimensioni dei fenomeni che ne sono derivati,   dare brevemente conto della  discussione accademica sia sulle loro cause profonde, sia sui rimedi per i quali occorrerà battersi per un tempo non breve. Solo una presa di coscienza adeguata può fornire gli strumenti per una reazione adeguata alla gravità della situazione.

La crescita della diseguaglianza si è manifestata praticamente in  tutti i comparti dell’economia e in quasi tutti i Paesi,  anche se con  differenze talvolta significative.

Negli ultimi 30 anni si è verificato un enorme spostamento di reddito dai salari ai profitti e alle rendite (un tempo si sarebbe detto dal lavoro al capitale): intorno ai 15 punti di Pil; all’interno dei redditi di lavoro, lo spostamento è stato dalle classi medie, dagli operai e dagli impiegati verso i dirigenti, i manager e i professionisti; i rentiers hanno visto migliorare dovunque la loro posizione.

Inoltre, la disoccupazione è diventata un problema sempre più difficile da gestire: le economie, anche per la debolezza degli investimenti, rischiano la stagnazione e hanno bisogno di stimoli artificiali basati sull’indebitamento per funzionare, ma questo crea problemi di stabilità finanziaria e accresce il rischio di crisi e recessioni che riversano i loro effetti negativi soprattutto sui lavoratori, sulle classi medie e sui giovani…

Questa situazione non si è prodotta per caso. Essa è il risultato del capovolgimento del compromesso ‘keynesiano’ che è stato alla base del funzionamento delle economie capitalistiche nel secondo dopoguerra. Allora, memori dei disastri della crisi del ’29 e dei rischi rappresentati dalle idee socialiste e dalle rivoluzioni comuniste per la sopravvivenza dei sistemi liberali, i governi dell’Occidente accettarono di creare un contesto di regole e normative idonee, tra l’altro, a far sì che i benefici della crescita venissero divisi equamente.

Il sistema funzionò egregiamente per vari decenni, ma fu poi travolto dalle controrivoluzioni di Reagan e Thatcher che ripristinarono la  convinzione liberista  che il mercato lasciato a sé stesso avrebbe risolto ogni problema. L’effetto finale è stato quello di sostituire  al principio democratico quello capitalistico: non più ‘una testa un voto’ ma ‘un dollaro un voto’. Così sono stati modificati alcuni fondamentali equilibri economici politici e sociali con conseguenze che oggi sono ben visibili.

Alla base delle diseguaglianze odierne vi sono precise scelte politiche  che hanno condotto, tra l’altro, a mutamenti radicali nella distribuzione del potere economico, tra sindacati ed imprese, all’interno delle imprese –  mentre  venivano indebolite le funzioni delle democrazie nazionali -, alla nascita di  nuovi  e molto potenti monopoli ; alla maggiore facilità per  i ricchi di non pagare le tasse; al più forte condizionamento dei governi da parte dell’accresciuto potere economico; all’esclusione di  ampi settori della società dalla vita sociale.

E anche a causa di tutto ciò la  mobilità sociale è praticamente scomparsa: il destino dei figli  dipende sempre più dalla condizioni dei loro genitori e per i figli dei ricchi è sistematicamente più roseo di quello dei figli della ‘gente normale’.

I tentativi di giustificare le diseguaglianze non sono convincenti: la loro crescita non sembra giustificata dallo sviluppo tecnologico;  l’affermarsi di una classe di nuovi ricchi presunti titolari di capacità fuori dal comune, e perciò da remunerare profumatamente, riflette in realtà  diffusi e non sempre ben visibili poteri di monopolio, che si inquadrano nella pericolosa tendenza verso un capitalismo oligarchico; l’idea, frequentemente proposta,  che la diseguaglianza  sia necessaria alla crescita economica, e perciò possa essere non solo giustificata ma perfino benefica,  viene smentita dai fatti  e dai molti  studi (anche del Fondo monetario internazionale e dell’Ocse) che mostrano, invece, come le disuguaglianze possano frenare la crescita.

Il manifesto elenca 28 interventi o politiche che potrebbero correggere la situazione attuale. L’elenco non è certamente completo, ma indica la strada da percorrere.

L’obiettivo di queste politiche non è quello di condurci verso una grigia società nella quale vige un ottuso egualitarismo economico. Piuttosto si tratta di aspirare a creare una società più dinamica, più mobile e più giusta che, come tale, può contemplare anche disuguaglianze economiche.

Ma saranno, diversamente da gran parte di quelle che oggi dominano, disuguaglianze accettabili.

Alcune di quelle politiche potrebbero essere adottate subito, altre richiedono di superare molte difficoltà, con pazienza e determinazione. Alcune possono essere introdotte a livello nazionale, per altre sono necessarie soluzioni sovranazionali.

E’ una strada lunga, conflittuale e  difficile, ma il problema va affrontato per quello che è.  E’ pericoloso ignorare il problema ed è inutile minimizzarlo,  pensando che bastino pochi e semplici correttivi per risolverlo.

Si tratta, in realtà, di modificare i  meccanismi fondamentali di funzionamento delle nostre società e  di mettere un freno  agli interessi di ceti potenti e mai sazi”.

Per leggere interamente il manifesto https://www.nens.it/sites/default/files/NENS_Manifesto-finale-completo.pdf


I centri storici, importanti realtà economiche

3 gennaio 2018

E’ stata presentata la prima indagine conoscitiva sui centri storici dei 109 capoluoghi di provincia italiana, realizzata dall’Ancsa (associazione nazionale dei centro storico-artistici) con la collaborazione del Cresme (centro ricerche economiche e sociali del mercato dell’edilizia). L’Ancsa ha deciso di promuovere questa indagine come primo significativo passo per la costituzione di un osservatorio sui centri storici italiani dal quale trarre dati e informazioni utili per elaborare nel miglior modo possibile una proposta di nuove politiche urbane.

Quali sono i principali contenuti di questa indagine?

E’ innanzitutto possibile rilevare che pur tra mille difficoltà e contraddizioni i centri storici italiani non sono solo un museo a cielo aperto ma restano ancora oggi una componente dinamica e molto importante dell’economia del Paese.

Rappresentano solo lo 0,06% del territorio nazionale e ospitano il 2,5% della popolazione (poco meno di 1,5 milioni di abitanti), ma il numero delle persone che ogni giorno vi lavora, nelle imprese, nelle istituzioni, nel terziario e nel settore del no profit è ben superiore al numero dei residenti ed è stimabile in 2,1 milioni di addetti.

In particolare, nei centri storici è concentrato il 14,5% degli addetti ai servizi pubblici del Paese,

il 14% dei servizi di produzione (credito e assicurazioni, attività immobiliari, informatica e attività connesse, ricerca e sviluppo, altre attività professionali, noleggio di macchinari e attrezzature) e il 13,4% delle attività ricettive.

I centro storici offrono poi occasioni di lavoro in misura maggiore che altrove: infatti dispongono di 2,2 posti di lavoro per residente in età lavorativa, mentre nelle altre parti delle città si registra un indice di 1,0 e il dato nazionale arriva a 0,7.

L’analisi mostra una realtà a macchia di leopardo: vi sono centri storici che stanno attirando popolazione e sono dinamici e in piena trasformazione, mentre altri versano in crisi profonda, in stato di abbandono, con gravi problemi gestionali e occupazionali.

In Toscana, Umbria, Marche (esclusi i comuni di costa) e Lazio i centri storici vedono crescere la popolazione. In Veneto, parte della Lombardia, Abruzzo, Molise, parti della Puglia, il sud est della Sicilia, la Sardegna, la popolazione dei centri diminuisce.

Immigrati, famiglie ristrette, anziani ma anche, a sorpresa, moltissimi giovani. Questo l’identikit degli abitanti dei centri storici italiani che emerge dall’indagine.

I dati, di fonte Istat, si riferiscono al 2011: nei 109 centri storici esaminati sono censiti 174.151 residenti stranieri, il 3,8% dei 4,6 milioni di stranieri residenti in Italia ma è l’11% della popolazione residente nei centri storici.

Nella parte di città non centro storico la percentuale di stranieri sulla popolazione è pari al 7,9%, la media italiana è il 7,7%.

Gli over 65 sono pari al 22,6% della popolazione residente in centro, un valore alto ma inferiore a quello della popolazione anziana che risiede nella parte di città che non è centro storico (22,8%) e non distante da quello medio nazionale (20,8%).

I centri storici, poi, si presentano come luoghi dove nascono pochi bambini ma se si considera la dinamica tra 2001 e 2011 della popolazione con meno di 15 anni, è possibile notare come siano in atto interessanti fenomeni di crescita in alcune realtà.

Il 73% delle famiglie che abitano i centri storici dei comuni capoluogo è di piccolissima dimensione, composta cioè da uno o due persone.

“Da questa ricerca sono emersi dei numeri impressionanti sulla dinamicità economica dei centri storici italiani. Sono il motore dell’economia del Paese”, ha dichiarato il presidente dell’Ancsa, Francesco Bandarin.

“I centri storici italiani sono delle vere e proprie macchine occupazionali”, ha aggiunto. Sottolineando però il rischio che “con nuovi attori, quali Airbnb , si trasformino in enormi villaggi turistici”.

“Sessant’anni fa – ha proseguito Bandarin – si fece una grande battaglia per i centri storici e si riuscì a realizzare delle importanti riforme urbanistiche, negli anni sessanta, settanta e ottanta del secolo scorso, ma ora bisogna intervenire sui nuovi fenomeni, come quello della gestione degli alloggi, e capire quale può essere il ruolo della tecnologia”.


Le mafie e l’economia italiana

26 novembre 2017

Nel 2015 il Pil (prodotto interno lordo) in Italia è cresciuto anche in seguito ad un lieve aumento dell’economia illegale. Lo certifica un rapporto dell’Istat. Ed è più che probabile che la stessa situazione si sia verificata negli anni successivi. E’ certo comunque che l’economia illegale svolga un ruolo piuttosto importante, nell’ambito del sistema economico italiano.

Di questo rapporto si occupa, in un articolo pubblicato su www.lavoce.info, Eleonora Montani.

Così scrive Eleonora Montani:

“L’11 ottobre è stato reso noto il report dell’Istat sui dati dell’‘economia non osservata’ nei conti nazionali negli anni 2012-2015. Il report, che stima il prodotto dell’economia sommersa e delle attività illegali, enfatizza il ‘lieve aumento dell’economia illegale nel 2015’.

Una buona notizia: il Pil sale e con lui il benessere di tutti noi. Ma come la mettiamo con l’indubbio disvalore delle attività che contribuiscono al segno positivo nel segmento di attività illegale?…”

“Sono tre le attività illecite che contribuiscono alla formazione del prodotto interno lordo: il traffico di sostanze stupefacenti, i servizi della prostituzione e il contrabbando di tabacco.

Nel corso degli anni, nonostante un calo dell’economia non osservata attribuibile a una diminuzione della cifra del sommerso, la stima delle attività illegali si è mantenuta costante quando non è aumentata.

In base all’ultimo dato reso noto dall’Istat, si stima che le attività illegali abbiano generato un valore aggiunto pari a 15,8 miliardi di euro, 0,2 miliardi in più rispetto all’anno precedente…”.

“Al di là di ogni considerazione di ordine economico sulla necessità di utilizzare un sistema omogeneo tra i Paesi dell’Unione europea e di comprendere nelle stime dei conti nazionali tutte le attività che producono reddito, appare evidente la profonda contraddizione insita in questa scelta.

Se da un punto di vista economico si può ritenere neutro lo status giuridico del reddito, in uno stato di diritto la criminalità dovrebbe essere sempre combattuta.

Tanto più in Italia, dove la stretta relazione tra mafia ed economia non è certo una novità.

Già Giovanni Falcone sosteneva che per colpire la mafia occorre colpire i suoi interessi economici e ne metteva in evidenza la centralità per le organizzazioni criminali.

Le indagini più recenti hanno poi rivelato una intensa crescita dei legami tra economia lecita ed economia illecita. Di più, le ricostruzioni delle attività della realtà criminale hanno messo in luce come il traffico di sostanze stupefacenti possa essere considerata la principale fonte di reddito delle organizzazioni criminali.

Anche sotto questo punto di vista, appare allora lecito interrogarsi sull’opportunità della scelta di ricomprendere nel Pil voci riconducibili alle attività delle organizzazioni mafiose, come se lo stato riconoscesse e si avvalesse dei benefici prodotti dall’antistato”.

Gli interrogativi che si pone Eleonora Montani sono legittimi.

Io credo però che riconoscere, anche statisticamente, che l’economia criminale, le mafie, occupino una posizione di tutto rilievo nell’ambito del sistema economico italiano non si possa evitare, anche perché fornire dati il più possibile attendibili sull’importanza dal punto di vista economico delle attività illegali può rappresentare un’ulteriore dimostrazione della necessità di contrastarle.


Il G7 un fallimento? Comunque l’Italia fanalino di coda fra i 7

31 maggio 2017

Nel fine settimana appena passato si è svolta la consueta riunione annuale dei Paesi del gruppo G7, a Taormina. Molti osservatori l’hanno considerata un fallimento. Comunque può anche essere utile verificare come si posiziona l’Italia, in relazione agli altri Paesi, per quanto riguarda nove indicatori economico-sociali.

Io non credo che la riunione del G7 di Taormina sia stato un fallimento.

Per la verità, poi, da diversi anni ormai, i risultati di questi incontri sono di scarso rilievo. Ma vi erano molte aspettative nei confronti della riunione svoltasi a Taormina soprattutto perché intervenivano per la prima volta alcuni leader politici, primo fra tutti il presidente degli Usa, Donald Trump.

Ed è stato proprio quest’ultimo la causa del fatto che su alcuni temi, prevalentemente quelli riguardanti i migranti e il clima, temi peraltro molto importanti, non è stato raggiunto alcun accordo significativo.

Ma non per questo la riunione di Taormina può essere considerata un fallimento. E’ stata invece la chiara, e prevedibile, dimostrazione che le posizioni degli Usa, sotto la guida di Trump, su una serie di problematiche di notevole rilievo, sono diventate molto differenti rispetto a quelle espresse dagli altri sei Paesi. Ciò ha determinato un acceso dibattito fra i rappresentanti dei Paesi del G7 a cui non si assisteva da anni.

Dopo aver formulato tali considerazioni, ritengo utile rilevare come si posiziona l’Italia, nell’ambito dei sette Paesi, esaminando alcuni indicatori economico-sociali.

E l’Italia è quasi sempre agli ultimi posti.

Considerando l’indice di sicurezza l’Italia è al quinto posto, precedendo solamente la Gran Bretagna e gli Usa.

Se si esamina la percentuale dei residenti nati da immigrati, l’Italia occupa il penultimo posto, superando solo il Giappone (tale percentuale per il nostro Paese è pari al 9,7%).

Analizzando l’indice di performance ambientale, di nuovo l’Italia si situa nella quinta posizione, prima di Germania e Giappone.

Sempre quinta, l’Italia, se si analizza la percentuale di abitanti sotto la soglia di povertà, pari allo 0,13% (valori percentuali superiori si verificano in Giappone e negli Usa).

Un poco migliore la situazione riguardante la percentuale della spesa sociale sul Pil: l’Italia occupa la quarta posizione, con il 25,2%, un valore superiore a quelli riscontrabili in Gran Bretagna, nella Germania e nel Canada.

Sesta, invece, l’Italia, per quanto concerne il rapporto percentuale tra debito pubblico e Pil, pari al 132,5%. Solamente il Giappone è contraddistinto da un valore più elevato, il 234,7%.

Ultimo il nostro Paese, relativamente alla percentuale fra i giovani disoccupati e le forze di lavoro, pari al 37,8%.

Sempre ultima l’Italia, se si prende in esame il cosiddetto Bloomberg innovation index , un indicatore della diffusione delle innovazioni nei sistemi economici.

Ancora ultima l’Italia, riguarda alla percentuale di laureati nella fascia di età 35-45 anni, il 20,5%, una percentuale molto bassa, appunto la più bassa.

Infine il nostro Paese si colloca al quinto posto, considerando il numero di start-up su internet, precedendo la Francia e il Giappone.

Una conclusione, valutando questi dati, è del tutto evidente: l’Italia deve impegnarsi molto di più per migliorare la situazione economico-sociale se intende, davvero, essere fra i primi Paesi nel mondo, per quanto concerne le performances ottenibili in vari settori, decisamente di notevole importanza.


I diritti umani sono importanti? Più importanti l’economia e la politica estera, purtroppo

11 dicembre 2016

dirittiumani

Il 10 dicembre come ogni anno è stata celebrata la giornata internazionale dei diritti umani, e in questa occasione vorrei formulare alcune brevi considerazioni. Mi sembra che nel mondo i diritti umani, sebbene siano molto spesso oggetto di violazioni, talvolta drammatiche, sempre più frequentemente non siano tenuti nella giusta considerazione. Più importanti sono considerati gli interessi economici e le esigenze di politica estera.

Purtroppo è così.

Gli esempi che dimostrano la validità di questa mia valutazione sono numerosi.

Almeno due possono essere citati, riguardanti l’Europa.

In Turchia, soprattutto negli ultimi mesi, le libertà individuali e collettive sono state oggetto di notevoli restrizioni. Molti gli arresti, del tutto ingiustificati, di persone la cui unica colpa è l’opposizione al regime di Erdogan.

Eppure il governo turco è ancora ritenuto un interlocutore credibile da parte dei governi europei, preoccupati che dalla Turchia possano essere espulsi gran parte dei molti migranti, soprattutto siriani, che attualmente sono presenti in quel Paese.

Nella Russia di Putin i diritti umani sono frequentemente violati. Putin poi sostiene il governo del dittatore siriano Assad, responsabile di un notevole numero di assassini.

Eppure i governi di diversi Paesi europei ritengono opportuno eliminare le sanzioni che furono decise nel periodo della guerra in Ucraina, perché in questo modo la situazione dei sistemi economici di quei Paesi migliorerebbe.

Certo, gli interessi economici, le esigenze di politica estera, sono importanti, non possono essere trascurati.

Ma la salvaguardia dei diritti umani dovrebbe essere almeno ugualmente importante.

Ciò, ripeto, molto spesso non avviene.

Ma, tutti, ci dovremmo impegnare affinchè i diritti umani assumano sempre maggiore rilievo.

E’ questo il motivo principale che mi ha spinto prima a diventare socio e poi attivista di Amnesty International.

Non possiamo e non dobbiamo, infatti, delegare completamente ai governi quell’impegno.


Un “paradosso”, senza il Sud l’economia dell’Italia del Nord come la Germania. E allora?

16 novembre 2016

sud

Sono note le differenze che si riscontrano fra le regioni italiane relativamente alle cosiddette “performances” economiche. Il Sud è contraddistinto, ad esempio, da valori del Pil per abitante decisamente più bassi rispetto al Centro e soprattutto rispetto al Nord. Ma raramente si confrontano i valori del Pil per abitante delle regioni settentrionali con i valori medi che contraddistinguono i Paesi dell’Unione europea più sviluppati. Tale confronto invece è molto interessante: le regioni settentrionali presentano valori di quella variabile non molto diversi dai valori medi dei Paesi europei più sviluppati, economicamente.

Utilizzando i dati forniti dall’Eurostat, per il 2014, relativamente ai valori assunti dal Pil per abitante, ai prezzi correnti di mercato, espressi in euro e calcolati in base alle parità di potere d’acquisto, si può analizzare la seguente tabella:

Italia 26.400

Nord-Ovest 32.200

Nord-Est 31.100

Centro 29.200

Sud 17.500

Isole 17.700

Ue 28 27.500

Belgio 32.500

Danimarca 34.200

Germania 34.500

Spagna 25.000

Francia 29.300

Svezia 33.700

Gran Bretagna 29.900

Olanda 35.900

Esaminando i valori del Pil per abitante, contenuti nella tabella appena riportata, si può rilevare, quindi, che i valori del Nord Italia sono superiori al valore medio dei Paesi dell’Unione europea, sono più elevati rispetto ai valori medi della Francia e della Gran Bretagna e non sono molto più bassi dei valori medi attribuiti a Germania, Svezia e Olanda.

Ed anche il valore che il Pil per abitante assume nel Centro Italia è più alto del valore medio dell’Unione europea.

Come prevedibile, pertanto, a determinare il valore medio dell’Italia non molto alto sono i valori che il Pil per abitante assume nelle regioni meridionali.

Questa la situazione nelle diverse regioni italiane:

Piemonte 27.600

Valle d’Aosta 36.500

Liguria 28.700

Lombardia 34.700

Provincia di Bolzano 39.700

Provincia di Trento 33.700

Veneto 29.800

Friuli 27.800

Emilia-Romagna 32.200

Toscana 28.700

Umbria 24.000

Marche 25.300

Lazio 31.400

Abruzzo 23.100

Molise 20.500

Campania 16.700

Puglia 17.200

Basilicata 19.000

Calabria 16.100

Sicilia 17.000

Sardegna 19.900

E allora?

Come in passato alcuni leghisti proponevano, allontanare dal resto dell’Italia le regioni meridionali, ipotizzando una secessione?

Assolutamente no.

Essere però consapevoli che l’insufficiente processo di sviluppo economico, in Italia, interessa prevalentemente, se non esclusivamente, le regioni meridionali, sì.

E, di conseguenza, essere consapevoli che se non si attuerà una politica da parte del governo, ma anche da parte degli operatori economici privati, davvero efficace, rivolta a promuovere lo sviluppo economico del Sud, i problemi economici del nostro Paese non saranno mai risolti, fino in fondo.

E le stesse considerazioni possono essere formulate se si analizzano i dati del mercato del lavoro e in primo luogo i valori assunti dal tasso di disoccupazione e tasso di occupazione.