Rinviato il congresso del Pd? Di male in peggio

22 giugno 2018

Nel corso della prossima riunione dell’assemblea nazionale del Pd, prevista per il mese di luglio, era stato ipotizzato che fosse convocato il congresso, nell’ambito del quale sarebbe stato eletto, con le primarie, il nuovo segretario. E’ probabile invece che il congresso sia rinviato. 

E’ in un comunicato emesso dall’agenzia di stampa Askanews che si riferisce del probabile rinvio del congresso.

Tale comunicato è stato recepito da alcuni giornali, tra i quali “Il Sole 24 ore”.

Perché il rinvio del congresso?

Sarebbe il frutto di una decisione di Renzi il quale non avrebbe individuato un candidato credibile, a lui vicino (ad esempio Delrio avrebbe rifiutato di candidarsi), da opporre a Zingaretti, presidente della Giunta regionale del Lazio e possibile candidato della sinistra del Pd.

Inoltre Renzi sta pensando a candidare se stesso ma per questa possibilità avrebbe bisogno di più tempo ed infine se non si tenesse il congresso, entro tempi brevi, lo stesso Renzi potrebbe gestire le candidature relative alle elezioni per il Parlamento europeo che si svolgeranno nei primi mesi del 2019, perché resterebbero in funzione gli attuali organismi nei quali Renzi ha, o dovrebbe avere, ancora la maggioranza.

E poi, se ci dovessero essere le elezioni politiche anticipate nel 2019, ugualmente, Renzi potrebbe gestire le candidature.

Nel frattempo Martina verrebbe confermato reggente e nemmeno eletto segretario dall’assemblea.

Si ipotizza poi che la stessa riunione dell’assemblea potrebbe svolgersi non a luglio, ma a fine anno.

Io credo che rinviare il congresso sarebbe un grave errore.

Per almeno due motivi.

Infatti, è necessario scuotere il Pd dall’attuale situazione di stasi, pericolosa non solo per questo partito ma per il nostro Paese, considerando che il nuovo governo si sta sempre di più caratterizzando come un governo di destra estrema, che va assolutamente contrastato con efficacia.

Affinchè si possa raggiungere questo obiettivo è indispensabile eleggere con le primarie un nuovo segretario con pieni poteri, autorevole, completamente autonomo rispetto a Renzi, il cui ruolo altrimenti non verrebbe ridimensionato, come necessario sia perché ormai inviso a gran parte dell’elettorale sia perché uno dei maggiori responsabili della disfatta elettorale del 4 marzo scorso.

Inoltre un vero congresso risulta non procrastinabile perché dovrebbe essere l’occasione per analizzare le vere cause della disfatta elettorale e per individuare le azioni da realizzare per rigenerare il Pd, per rinnovarlo profondamente, insomma, a mio avviso, per tornare all’impostazione originaria in base al quale si decise di dare vita a questo partito (il vero Pd forse non è mai nato).

Se invece il congresso sarà rinviato, il Pd correrebbe realmente il rischio di estinguersi, più o meno lentamente ma progressivamente.

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Nato il nuovo governo, contento Renzi

1 giugno 2018

Dopo molti giorni da quando si sono tenute le elezioni politiche del 4 marzo si è formato il nuovo governo guidato da Giuseppe Conte e sostenuto da leghisti e grillini. Il processo di formazione del governo è stato complesso e in più occasioni si è temuto che si dovesse andare a nuove elezioni. Tale eventualità era molto temuta, tra gli altri, da Matteo Renzi, il quale quindi è senza dubbio molto contento che si sia alla fine formato il governo Conte.

Sembra addirittura che quando, nel recente passato, nel corso di una telefonata, Salvini aveva detto a Renzi che vi erano concrete possibilità che si dovesse ricorrere a nuove elezioni, l’ex premier si dimostrò molto preoccupato.

Era certo in buona compagna con altri dirigenti del suo partito, convinti che l’esito di nuove elezioni per il Pd sarebbe stato molto negativo, con un nuovo e pesante insuccesso.

Ma Renzi si sarebbe dovuto preoccupare invece, come del resto l’intero gruppo dirigente del Pd, di analizzare le cause della disfatta elettorale, tra le quali la sua leadership, e di promuovere gli interventi più opportuni per affrontare tali cause, tra i quali la necessità di tenersi in disparte almeno per qualche anno, astenendosi dalla volontà di influenzare le principali decisioni di quel partito.

In realtà Renzi non si è assolutamente messo ai margini né peraltro i suoi oppositori hanno potuto o voluto provare realmente a farlo.

Comunque, a parte Renzi, il Pd fino ad ora non ha analizzato veramente le diverse cause della disfatta elettorale, come già rilevato, né, pertanto, ha nemmeno abbozzato una strategia per rilanciarsi.

A mio avviso, tre sono state le cause più importanti della disfatta elettorale del Pd: una concezione della politica da parte della grande maggioranza del gruppo dirigente, a livello nazionale e locale, come pura e semplice ricerca e gestione del potere, anche personale, l’incapacità di comprendere le esigenze della maggioranza dei cittadini, in primo luogo le paure diffuse soprattutto tra i ceti sociali più deboli, riguardanti i problemi inerenti la sicurezza personale, anche in seguito alla presenza dei migranti, e relative alla situazione economica e occupazionale, in conseguenza dell’aumento delle diseguaglianze verificatosi nel periodo della crisi.

Di qui la percezione del gruppo dirigente del Pd come componente importante del cosiddetto establishment.

Se queste cause non vengono affrontate seriamente o quanto meno se non si tenta neppure di affrontarle, il futuro del Pd sarà tutt’altro che roseo e il rischio di estinzione di questo partite è reale.

Non mi sembra che l’attuale gruppo dirigente, né a livello nazionale né a livello locale, intenda o sia in grado di portare avanti un dibattito che sia contraddistinto dall’analisi delle problematiche appena citate.

Di qui la necessità di un nuovo gruppo dirigente, composto anche dai numerosi amministratori locali che hanno ben governato numerosi comuni o regioni e da iscritti ed elettori in stretto contatto con l’ampio associazionismo che, soprattutto a livello locale, si manifesta, in varie forme, in Italia.

Ma la formazione di questo nuovo gruppo dirigente difficilmente potrà avvenire per scelta esplicita di quello vecchio ma dovrà essere richiesta ed ottenuta in seguito al forte impegno di  un cospicuo numero di iscritti ed elettori di quel partito.

Non c’è alternativa se si vuole davvero salvare il Pd e con esso la sinistra italiana e, soprattutto, fare in modo che, nel breve-medio periodo, si adottino nel nostro Paese delle politiche di sinistra senza lasciare campo libero alla destra che ora ha trovato piena rappresentanza nel nuovo governo sostenuto da leghisti e grillini.


Alcune proposte per rigenerare il Pd

14 marzo 2018

La sconfitta del Pd nelle elezioni politiche del 4 marzo è stata pesante, una vera e propria disfatta. E’ possibile addirittura la scomparsa, nel breve-medio periodo, di questo partito dalla scena politica italiana.

Le dimissioni di Renzi sono da valutare positivamente.

Ma, certamente, non sono affatto sufficienti per rigenerare il Pd. E non solo perché le responsabilità della sconfitta sono addebitabili all’intero gruppo dirigente, anche se il principale responsabile è stato Renzi, ma perché in tutta Europa sono in serie difficoltà i partiti riformisti, i partiti della sinistra democratica, non solo in Italia.

Non è sufficiente pertanto cambiare il segretario.

Occorre in primo luogo precisare che un eventuale spostamento a sinistra del Pd non è affatto la giusta ricetta per affrontare la sua crisi. Lo dimostra chiaramente l’insuccesso di Liberi e Uguali.

Inoltre, a mio avviso, diversi sono i cambiamenti che sarebbe necessario promuovere per superare la crisi del Pd.

Tali cambiamenti non sono però tutti sullo stesso piano.

Prima di tutto, è indispensabile rinnovare radicalmente il modo di concepire la politica, soprattutto da parte della classe dirigente del Pd, a livello nazionale e a livello locale.

La grande maggioranza di tale classe dirigente ha inteso la politica come strumento per accrescere il potere del partito e il proprio potere, puntando esclusivamente al perseguimento di interessi personali.

Inoltre la selezione della classe dirigente è stata quasi sempre finalizzata a promuovere i più fidati, coloro ritenuti più affidabili. Invece devono essere considerate prioritarie le competenze, amministrative e tecniche.

Certo, la politica è anche gestione e ricerca del potere. Ma non può limitarsi a questo. Deve essere anche progetto, perseguimento dell’interesse generale, anche in un’ottica di medio-lungo periodo.

Peraltro, non tutti i cittadini che criticano la politica lo fanno perché qualunquisti, ma perché non ne possono più di esponenti politici che per la loro affermazione si basano solo sul clientelismo, se non talvolta sulla corruzione.

E’ indubbio che sia necessario anche un mutamento culturale dell’intera società italiana, al cui interno sempre di più prevale la ricerca dell’interesse personale, del familismo.

Non deve essere solo il mondo politico a cambiare. Ma chi fa politica deve dare l’esempio. Utilizzare e diffondere un modo diverso di concepire la politica, appunto.

E poi un altro cambiamento necessario riguarda le politiche da mettere in campo. O meglio ancora gli obiettivi che prioritariamente si devono perseguire.

In questo periodo storico, per riconquistare il sostegno dei ceti popolari, ed anche del ceto medio, prioritario deve essere il contrasto alle diseguaglianze economiche e sociali che anche in Italia, con la crisi, si sono accentuate considerevolmente. Ad esempio il contrasto nei confronti del lavoro precario che colpisce soprattutto i giovani, i quali devono essere tenuti in maggiore considerazione, non pensando solamente ed esclusivamente agli anziani, ai pensionati e ai pensionandi.

Anche in questo modo si potrà realizzare un rapporto più stretto e costante con i diversi territori, ritenuto indispensabile, giustamente, da molti.

Il contrasto nei confronti di tali diseguaglianze incontra, oggettivamente, delle difficoltà non facili da superare, in seguito all’inadeguatezza delle risorse finanziarie pubbliche a disposizione (questo è un altro dei vari motivi che rendono necessaria la riduzione del debito pubblico).

Ma si può provare a superarle innanzitutto attuando una vera “spending review”, orientando la spesa pubblica verso quell’obiettivo, riducendo gli sprechi e aumentando davvero la produttività delle pubbliche amministrazioni.

E tramite la realizzazione di iniziative volte ad accrescere la produttività anche del settore produttivo privato, aumentando così il prodotto potenziale, permettendo così tramite un incremento delle entrate tributarie – ottenibile anche con una vera e più intensa lotta all’evasione fiscale -, il verificarsi di una crescita delle risorse finanziarie pubbliche.

Ma una politica volta a sviluppare gli interventi per combattere le diseguaglianze richiede più Europa, non meno Europa. Richiede cioè un impegno affinchè l’Unione europea accresca considerevolmente le proprie funzioni, indirizzandole però, con le necessarie alleanze con i partiti e i governi dei Paesi più importanti, come la Germania e la Francia, proprio verso la riduzione delle diseguaglianze e verso la crescita dell’occupazione.

Questa azione di cambiamento non è certo facile da realizzare. Soprattutto perché richiede che si affrontino problemi di notevole portata e che riguardano quanto meno l’intera Europa e che sono influenzati considerevolmente dalla cosiddetta globalizzazione.

Ma il Pd deve provare a portarla avanti, non solo nel proprio interesse, non solo per evitare la propria scomparsa dallo scenario politico italiano, ma per contribuire allo sviluppo del sistema economico e sociale dell’intero Paese, con un’attenzione particolare al Sud, area territoriale dove si annidano la maggiore parte delle diseguaglianze esistenti, nella consapevolezza del fatto che il Movimento 5 Stelle e la Lega sono del tutto inadeguati a perseguire tali obiettivi.


Cosa si deve fare per mandare via Renzi?

7 marzo 2018

Dopo la pesante sconfitta subìta dal Pd nelle elezioni politiche del 4 marzo sembravano inevitabili le dimissioni del segretario Matteo Renzi. Al di là delle sue personali responsabilità, dopo una sconfitta di quelle dimensioni in ogni partito sarebbe stato naturale che il segretario, per l’incarico da lui assunto, si fosse immediatamente dimesso. E invece Renzi cosa ha fatto? Ha inventato le dimissioni differite. Di fatto le sue dimissioni dovrebbero diventare reali solo dopo la formazione del nuovo governo.

Renzi quindi vorrebbe gestire, per conto del Pd, la delicata fase del dopo voto, la fase dell’elezione dei nuovi presidenti della Camera e del Senato, delle consultazioni con il Presidente della Repubblica.

Peraltro nella conferenza stampa nella quale ha comunicato le sue intenzioni non ha per nulla tentato di individuare le vere cause della disfatta del Pd.

E la sua volontà di condurre il Pd all’opposizione senza alcuna partecipazione, diretta o indiretta, a governi nei quali siano presenti o la Lega o il movimento 5 stelle, non c’entra nulla con la sua intenzione di gestire ancora il Pd.

Il Pd, anche nel caso di dimissioni reali e immediate di Renzi, poteva tranquillamente prendere le decisioni più opportune circa il dopo voto, in quanto ha un vice segretario, Maurizio Martina, una direzione e un’assemblea, pienamente in funzione, anche la decisione di restare all’opposizione, decisione che io, che fra l’altro sono ancora iscritto al Pd, condivido.

Ribadisco però che non condivido la scelta delle finte dimissioni di Renzi, anche perché ritengo che una parte delle responsabilità della disfatta del Pd siano addebitabili proprio a Renzi, pur se non sono solo sue le responsabilità ma sono dell’intero gruppo dirigente.

Renzi, invece, con le sue finte dimissioni, consapevole o no che sia, sta cercando di distruggere il Pd.

Sta impedendo che si sviluppo una discussione approfondita sulle vere e molteplici cause alla base della disfatta del Pd.

“Muoia Sansone con tutti i filistei”, così potrebbe essere definito il comportamento di Renzi.

Pertanto Renzi ha dimostrato nuovamente di essere un irresponsabile, per non dire altro.

E Renzi, nella direzione della prossima settimana, va fermato, e si dovrebbe formare una maggioranza, all’interno di questo organo, che lo costringa ad andarsene da segretario del Pd.

Subito.


Renzi di nuovo un irresponsabile

31 gennaio 2018

Matteo Renzi, segretario del Pd, ha di nuovo dimostrato di essere un irresponsabile. Nella scelta dei candidati alle elezioni politiche del prossimo 4 marzo ha deciso che le minoranze interne non fossero sufficientemente rappresentate, ha impedito la ricandidatura di parlamentari di elevata statura politica e culturale ma, evidentemente, ritenuti non affidabili.

Ha privilegiato i suoi fedelissimi, i suoi “yes man” o “yes woman”, indipendentemente dalla loro capacità e dalla loro esperienza.

Il suo obiettivo principale è stato quello di dare vita, dopo le elezioni, a dei gruppi parlamentari del Pd che nella quasi totalità accettino passivamente le sue decisioni.

Certo non è la prima volta che nel Pd, ed anche in altri partiti, i candidati vengono scelti da pochissime persone, principalmente dai leader.

Inoltre diversi altri partiti hanno formato le proprie liste di candidati, anche in vista delle prossime elezioni, con criteri non troppo dissimili da quelli utilizzati da Renzi.

Ma a me interessa come si è comportato Renzi, essendo ancora iscritto al Pd.

Preciso, poi, che inizialmente io sono stato un convinto sostenitore di Renzi. Ma oggi non posso che ammettere di essermi sbagliato. Aggiungo comunque che non faccio parte nemmeno delle minoranze interne del Pd.

Ancora una volta, come del resto già avvenuto dopo la pesante sconfitta subìta in occasione del referendum costituzionale, Renzi ha pensato solo ai propri interessi, non al futuro del Pd e al contributo che il Pd dovrebbe fornire per dare vita ad un governo all’altezza dei notevoli problemi che contraddistinguono il nostro Paese.

E’ più che probabile, peraltro, che anche le decisioni prese con queste modalità di formazione delle liste si ritorcano contro lo stesso Renzi, favorendo il verificarsi di un risultato elettorale del tutto negativo per il Pd.

Lo avevo già sostenuto, ma lo ripeto ancora una volta: Renzi non può più essere il leader del Pd. Ha dimostrato ampiamente di non averne le capacità.

Prima se ne andrà, o prima verrà allontanato, e meglio sarà per il Pd, per la sinistra e per l’Italia.

P.S.: per quanto mi riguarda non voterò i candidati del Pd ma voterò Più Europa, la nuova lista capeggiata da Emma Bonino che comunque fa parte della coalizione guidata dal Pd


Banca d’Italia, Renzi sbaglia anche quando ha ragione

21 ottobre 2017

E’ ormai ben noto, Renzi ha fatto in modo che i deputati del Pd presentassero una mozione, poi approvata, nella quale, anche se non esplicitamente in seguito all’intervento di un rappresentante del Governo, si chiede che Ignazio Visco non sia riconfermato nell’incarico di governatore della Banca d’Italia.

Infatti, entro il mese di ottobre, scade l’incarico di Visco che potrebbe, però, essere riconfermato per altri sei anni.

E’ bene ricordare che il governatore della Banca d’Italia, in base alle norme attualmente in vigore, viene scelto con un decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, dopo che si sia tenuta una riunione di questo Consiglio sul tema in questione.

Io ho scritto, nel recente passato, un post nel quale spiegavo i motivi secondo i quali, a mio avviso, non doveva essere riconfermato Visco. Soprattutto perché ritenevo e ritengo che la Banca d’Italia non fosse stata esente da responsabilità, di non secondaria importanza, nel verificarsi delle crisi bancarie che hanno interessato alcuni istituti di credito.

Anche Renzi ha sostenuto che lui e il Pd non vorrebbero riconfermare Visco sostanzialmente per i motivi da me rilevati in quel post.

Renzi però ha sbagliato radicalmente nei metodi utilizzati per raggiungere l’obiettivo che intendeva perseguire, e cioè la nomina di un nuovo governatore della Banca d’Italia.

Avrebbe dovuto convincere il presidente del Consiglio Gentiloni, del Pd, e i ministri espressione del Pd, tra i quali anche Padoan, ministro dell’Economia, della bontà della sua posizione.

Invece, all’improvviso, senza informare nemmeno Gentiloni, (fra l’altro non sembra che fossero informati nemmeno la gran parte dei deputati del Pd sui contenuti precisi della mozione) ha fatto presentare ed approvare quella mozione, alla Camera.

E così ha provocato anche uno “strappo” istituzionale di non poco conto in quanto, in base alle norme vigenti, il Parlamento non ha alcun potere nel processo di nomina del governatore della Banca d’Italia.

Inoltre Renzi ha dimostrato di voler rincorrere i movimenti e i partiti “populisti”, in primo luogo il movimento 5 stelle, i cui esponenti da tempo avevano dichiarato che Visco non doveva essere riconfermato.

Altro che Pd unico partito che può sconfiggere il populismo. Il Pd di Renzi ancora una volta ha dimostrato di voler rincorrerlo, il populismo, e non è certo questa la strada da utilizzare per sconfiggerlo e nemmeno per accrescere i propri consensi elettorali. Il contrario, invece.

Gli errori di Renzi sono diventati numerosi ed importanti, ma con quest’ultimo Renzi ha compiuto davvero un miracolo: ha sbagliato anche quando aveva ragione. Non tutti sono capaci di farlo…

E quanto avvenuto dimostra, ancora una volta, che Renzi non è più in grado di essere il leader del Pd né il candidato di questo partito alla presidenza del Consiglio. Non ha le capacità per svolgere tali ruoli. E’ ormai del tutto inaffidabile, inoltre.


Meglio Gentiloni di Renzi come leader del Pd

13 settembre 2017

Meglio Gentiloni di Renzi  come leader, o meglio come candidato a premier in occasione delle prossime elezioni politiche. Per la verità, poiché il sistema elettorale con il quale si andrà a votare avrà, molto probabilmente, un carattere proporzionale, non ci dovrebbero essere candidati a premier, presentati dai diversi partiti, perché il governo, se sarà possibile formarlo, sarà il frutto di un’alleanza fra diverse forze politiche. Comunque tutti i partiti si presenteranno con dei propri candidati a premier.

Quindi anche il Pd dovrà scegliere un candidato.

Per la verità è stato da tempo individuato Renzi, anche perché lo statuto del Pd prevederebbe la coincidenza tra la figura del segretario  e quella del candidato a premier. In realtà, in seguito alle elezioni del 2013, il candidato a premier non fu Bersani e, successivamente, fu scelto Letta, anche quando segretario era diventato Renzi.

Ma, al di là delle questioni statutarie, politicamente sarebbe opportuno, per il Pd e per il Paese, che il candidato a premier non fosse Renzi.

Infatti Renzi è del tutto inadeguato a svolgere quel ruolo perché ha compiuto molti errori, negli ultimi anni, tra i quali quello di non aver effettuato alcuna analisi della sconfitta subìta in occasione del referendum costituzionale.

Renzi, poi, è un leader “divisivo” e del tutto contrario anche solo a concepire un’alleanza con le altre liste, a sinistra del Pd, che si presenteranno.

Una parte considerevole dell’elettorato potenzialmente a favore del Pd  non lo “sopporta” più, principalmente per le sue numerose promesse mancate.

Quindi, se si vuole davvero che il Pd ottenga un buon successo elettorale, presupposto essenziale affinchè ci possa essere un governo di centro sinistra alla guida dell’Italia, Renzi non deve essere il candidato a premier di quel partito.

E chi al posto di Renzi?

Chi meglio di Gentiloni?

Il comportamento di Gentiloni è quasi l’opposto di quello di Renzi, e già questo rappresenta un elemento importante e positivo.

Gentiloni sta, inoltre, dimostrando di essere un buon presidente del Consiglio, piuttosto apprezzato come si può rilevare da diversi sondaggi recentemente effettuati.

Le sue relazioni con movimenti e partiti a sinistra del Pd sono piuttosto buoni, comunque migliori di quelle di Renzi.

Tali considerazioni mi sembrano più che sufficienti per sostenere l’opportunità che sia Paolo Gentiloni il candidato a premier del Pd e che guidi questo partito nel corso della campagna elettorale, indipendentemente dai risultati che si verificheranno nelle prossime elezioni regionali in Sicilia.