Amnesty International, codici identificativi per le forze di polizia

7 novembre 2018

La sezione italiana di Amnesty International il 6 novembre ha rivolto un appello al ministro dell’Interno Matteo Salvini e al capo della Polizia Franco Gabrielli per lanciare una campagna affinchè le forze di polizia siano dotate di codici identificativi alfanumerici durante le operazioni di ordine pubblico.

La richiesta cade a distanza di 17 anni dal G8 di Geno­va del 2001: benché le violazioni gravi e sistematiche dei diritti umani commesse in occasione di quell’evento siano state accerta­te in giudizio, molti fra gli appartenenti alle forze di polizia coinvolti sono rimasti impuniti, in parte proprio perché non fu possibile risalire all’identità di tutti gli agenti presenti.

Non è la prima volta che Amnesty Italia chiede l’utilizzo di codici identificativi ben visibili sulle uniformi degli agenti impegnati in attività di ordine pubblico.

Già nel 2011, in occasione del 10° anniversario del G8 di Genova, fu promossa la campagna “Operazione trasparenza. Diritti umani e polizia in Italia” in cui si chiedeva anche al Governo di esprimere pubblicamente una condanna e delle scuse verso le vittime per le violazioni dei diritti umani perpetrate dalle forze di polizia a Genova nel 2001 e di garantire indagini rapide e accurate e processi equi nei casi in cui c’era stata violazione dei diritti umani da parte delle forze di polizia.

Nel 2012 il Parlamento europeo approvò una risoluzione sulla situazione dei diritti fondamentali nell’ Unione europea ) in cui, alla raccomandazione n. 192, si sollecitavano gli Stati membri “ a garantire che il personale di polizia porti un numero identificativo”.

Diversi Stati dell’Unione europea hanno dato seguito a questa richiesta, ma non l’Italia.

Nel corso delle passate legislature, numerose iniziative parlamentari hanno sottolineato la necessità di rendere più agevole l’individuazione, laddove necessaria, dei singoli agenti adibiti a funzioni di ordine pubblico in occasione di manifestazioni.

Tuttavia queste proposte non hanno avuto esito positivo.

Amnesty Italia, pertanto, ritiene ormai urgente che sia varata una normativa in linea con gli standard internazionali, che preveda l’utilizzo di codici identificativi alfanumerici ben visibili sulle uniformi degli agenti impegnati in attività di ordine pubblico e che stabilisca che l’inosservanza di detto obbligo venga sanzionata.

L’auspicio di Amnesty è quello di intavolare un dialogo costruttivo con tutte le parti interessate, compresi i sindacati delle forze di polizia.

Alla campagna hanno aderito anche “A Buon Diritto”, Antigone, l’associazione Stefano Cucchi Onlus e Cittadinanzattiva.

“Questa campagna non è contro le forze di polizia, che sono attori chiave nella protezione dei diritti umani. Affinchè questo ruolo sia riconosciuto nella sua importanza e incontri la piena fiducia di tutti, è però fondamentale che eventuali episodi di uso ingiustificato o eccessivo della forza siano riconosciuti e sanzionati adeguatamente senza che si frappongano ostacoli all’accertamento delle responsabilità individuali” ha sottolineato Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia.

“L’introduzione di misure come i codici identificativi per gli agenti impegnati in operazioni di ordine pubblico rappresenta non solo una garanzia per il cittadino, ma anche una forma di tutela per gli stessi appartenenti alle forze di polizia: una misura che non dovrebbe essere tenuta né avversata da chi svolge il proprio lavoro in maniera conforme alle norme e agli standard internazionali sui diritti umani”, ha concluso Marchesi.

Per sostenere questa richiesta della sezione italiana di Amnesty International si può firmare una specifica petizione utilizzando il link https://www.amnesty.it/appelli/inserire-subito-i-codici-identificativi/.

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In Italia spesso i diritti umani sono calpestati

6 aprile 2018

In Italia ci sono, ancora oggi, molte violazioni dei diritti inalienabili della persona. Lo dimostra la relazione conclusiva sull’attività della commissione straordinaria del Senato per la tutela e la promozione dei diritti umani, presentata in una conferenza stampa dal presidente Luigi Manconi, dal giudice della Corte Costituzionale ed ex premier Giuliano Amato, da Giovanni Maria Flick (che ha presieduto la Corte) e dal giurista Luigi Ferrajoli.

A 5 anni dall’inizio dell’attività della commissione risulta evidente che “le violazioni dei diritti umani non riguardano solo Paesi considerati arretrati o in via di sviluppo, regimi totalitari e terre lontane, ma sono qui ed ora”, come ha spiegato Manconi.

Sono diversi i fenomeni analizzati e studiati grazie al costante dialogo dei 26 membri della commissione con associazioni, esperti e vittime: l’immigrazione su tutti, ma anche la questione di Rom, Sinti e Caminanti, le carceri e il 41 bis, la legge sulla tortura, la contenzione meccanica, il cyberbullismo, il diritto alla conoscenza, i senza fissa dimora, l’omofobia e i diritti delle persone Lgbti.

Gran parte della relazione si concentra sulla tutela e promozione dei diritti dei cittadini stranieri presenti in Italia.

Su questo tema è emersa la necessità di rinunciare a grandi centri (che sopravvivono numerosi) le cui dimensioni portano inevitabilmente a una preoccupante riduzione negli standard d’accoglienza e, di conseguenza, a un peggioramento delle condizioni di vita delle persone.

Luigi Manconi ha evidenziato storie difficili come quella di C.S., algerino che vive da più di 30 anni in Italia e risiede ad Aprila (in provincia di Latina) con la sua famiglia, rinchiuso nel centro di identificazione ed espulsione di Bari, perché sorpreso senza documenti dopo un controllo dei vigili.

Simile è la vicenda di B.A., marocchino, nel nostro Paese da molti anni e con problemi di salute certificati da un ospedale, incompatibili con il trattenimento nella stessa struttura.

Due sposi tunisini, fuggiti dal loro Paese a seguito delle violenze subite dalla giovane donna da parte dei familiari (ostili al suo matrimonio), si sono ritrovati nel Cie di Ponte Galeria (alle porte di Roma) divisi in due reparti diversi, con la possibilità di vedersi solamente per un’ora al giorno.

Tra i tanti esempi di violazioni dei diritti umani citati nel rapporto c’è anche Lampedusa, visitata dai membri della commissione nel gennaio 2016: “L’approccio hotspot è deficitario”, si legge nel rapporto, “e fallimentare nel programma di ricollocamento e attuazione dei rimpatri, le due direttrici principali su cui era stato articolato il piano europeo”.

La commissione ha inviato proposte concrete al governo, come ad esempio quelle di eliminare gli ostacoli che favoriscono l’accesso alle strutture assistenziali, di impegnarsi nel favorire l’alloggio e il lavoro per le persone, di snellire le procedure di identificazione.

La necessità più grande è quella di affidare a un ente gestore unico su scala nazionale di tutti i centri, attraverso un’unica procedura e un unico regolamento a evidenza pubblica.

Sul tema della promozione dei diritti di Rom, Sinti e Caminanti, la commissione, che ha visitato diversi campi in tutta Italia, propone un’integrazione basata sul superamento di questi luoghi per varie cause, tra cui le condizioni di povertà e le preoccupanti condizioni igienico-sanitarie.

Nel corso della legislatura la commissione ha messo al centro  le problematiche dei carcerati, con due approfondimenti: uno sul regime speciale del 41-bis e l’altro sulla condizione delle donne detenute con figli più piccoli.

Se nel primo caso non viene messa in discussione la legge, ma bensì le condizioni delle carceri e il loro sovraffollamento cronico, nel secondo è stata notata una mancata attuazione della legge n.62 del 21 aprile 2011, secondo la quale “se la persona da sottoporre a custodia cautelare sia donna incinta o madre di prole di età non superiore a 6 anni, il giudice può disporre la custodia presso un istituto a custodia attenuata per detenute madri”.


Un genocidio silenzioso nel Congo, oltre 6 milioni di morti in 20 anni

23 agosto 2017

Nella Repubblica Democratica del Congo è in atto un genocidio da oltre 20 anni, nel silenzio generale dei media. Dal 1996 ad oggi si sono succedute tre guerre che hanno provocato oltre 6 milioni di morti, la metà dei quali bambini.

Utilizzando quanto scritto in due articoli pubblicati rispettivamente su www.left.it e su www.sicurezzainternazionale.luiss.it, si può comprendere qual è la situazione attuale.

Il conflitto si è intensificato dopo che il leader tribale Kamwina Nsapu è stato ucciso dai soldati congolesi nell’agosto del 2016. In meno di un anno per sfuggire agli scontri armati tra le forze dell’ordine e i ribelli gli sfollati hanno raggiunto il milione.

Nel Paese è in atto una vera e propria emergenza umanitaria, con almeno 400.000 bambini a rischio di morte per fame. Tra maggio e giugno sono state scoperte 42 fosse comuni con oltre 400 morti. Tra di essi anche due funzionari dell’Onu inviati in Congo e scomparsi il 12 marzo.

Il direttore dell’associazione Anpil  (presente in Congo dal 2007)  Massimiliano Salierno, ha così descritto quanto sta avvenendo in Congo: “Il problema attuale del Congo è la successione alla presidenza. Al momento ricopre il ruolo Kabila, figlio dell’ex presidente congolese che ha terminato il suo mandato nel dicembre dello scorso anno, ma non ha alcuna intenzione di lasciare il potere, quindi questo crea una grandissima tensione.

Le elezioni  che si dovevano tenere non si sono ancora svolte. C’è anche un tentativo da parte del presidente Kabila di cambiare la Costituzione per consentirgli di avere un ulteriore mandato presidenziale. Da qui nascono gli scontri che, purtroppo, stanno insanguinando la regione”.

La denuncia di Salierno spiega il motivo per cui le violenze si svolgono soprattutto nel Kasai, una regione storicamente in contrasto con il potere della capitale, tenuta sempre sotto controllo e repressa.

Le immagini di violente uccisioni, di corpi massacrati e ammassati nelle fosse comuni  hanno incontrato un agghiacciante silenzio mediatico. Pochissimi giornali parlano della situazione drammatica in cui versa il Kasai, ma sul web circolano alcune foto e video del genocidio.

Il governo congolese utilizza il caos che domina il Paese per rimandare all’infinito le elezioni, con buona pace dell’“accordo di San Silvestro”, con cui maggioranza e opposizione avevano concordato un anno di transizione ed elezioni entro la fine del 2017. Ma tutte le fasi stabilite dall’accordo non vengono rispettate dal governo.

Alcune fonti denunciano gli Stati Uniti di appoggiare le milizie ruandesi e le dittature che crescono nel Congo, che alimentano una sempre maggiore povertà, l’aumento del tasso di Aids (che ha raggiunto il 20% della popolazione nelle province orientali) a causa dei continui stupri, le epidemie e gli spostamenti di massa che derivano da condizioni di vita impossibili.

E l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Zelda Ra’ad Al Hussein, il 6 giugno, a Ginevra, ha ordinato l’apertura di un’inchiesta internazionale sulle accuse di violazione dei diritti umani avvenute nella Repubblica Democratica del Congo, proprio nel Kasai.

Nel condurre la 35esima sessione dello Human Rights Council, Hussein ha criticato il governo congolese per la gestione della propria collaborazione con gli organi dell’Onu. “Sarebbe intollerabile se gli ufficiali governativi pensassero che il minimo impegno nella difesa dei diritti umani possa permettere poi la violazione di tali doveri nei confronti dei propri cittadini e di tutte le altre persone”.


I genitori di Regeni: la decisione del Governo italiano una resa al dittatore egiziano

17 agosto 2017

La decisione del Governo italiano di rimandare l’ambasciatore in Egitto è, a mio avviso, vergognosa. E’ stata anche criticata, pesantemente e giustamente, dai genitori di Giulio Regeni. Fortemente critica, inoltre, Amnesty International.

Su quella decisione la posizione dei genitori di Giulio, Paola e Claudio Regeni, è chiara e ampiamente condivisibile: “La decisione di rimandare l’ambasciatore in Egitto ora, nell’obnubilamento di ferragosto, ha il sapore di una resa confezionata ad arte”.

I Regeni hanno espresso la loro indignazione soprattutto per “le modalità, la tempistica e il contenuto”, di quanto deciso dal Governo.

I genitori di Regeni hanno così continuato: “A oggi, dopo 18 mesi di lunghi silenzi e sanguinari depistaggi, non vi è stata nessuna vera svolta nel processo sul sequestro, le torture e l’uccisione di Giulio. Solo quando avremo la verità l’ambasciatore potrà tornare al Cairo senza calpestare la nostra dignità”.

Anche il presidente della sezione italiana di Amnesty International, Antonio Marchesi, ha criticato la scelta del Governo, definendola grave: “L’Italia rinuncia all’unico strumento di pressione per ottenere verità nel caso di Giulio Regeni di cui l’Italia finora disponeva. Ora tocca al Governo dimostrare che questa mossa temeraria può servire davvero, come è stato sostenuto, a ottenere ‘verità per Giulio’. E che non si tratta solo di una giustificazione maldestra della scelta di sacrificare i diritti umani sull’altare di altri interessi”.

Io  credo, però, che non ci siano dubbi: la decisione del Governo italiano è stata dovuta alla volontà di migliorare i rapporti con la dittatura egiziana, soprattutto al fine di migliorare le relazioni con una parte dei clan libici, fedeli all’Egitto.

Incredibile, poi, che la decisione si sia verificata il giorno prima di ferragosto.

Quindi il Governo italiano ha dimostrato il proprio scarso interesse per i diritti umani.

Prima vengono gli interessi politici e quelli economici (infatti la presenza dell’Eni in Egitto è molto forte).

Infine, chi intendesse firmare l’appello di Amnesty International “Verità per Giulio Regeni”, può utilizzare il link https://www.amnesty.it/appelli/corri-con-giulio/.


Amnesty International, i diritti umani in Italia

26 febbraio 2017

amnesty

E’ stato recentemente presentato a Roma il rapporto 2016-2017 di Amnesty International, che contiene una dettagliata analisi della situazione dei diritti umani in 159 Paesi e segnala che gli effetti della retorica del “noi contro loro”, che sta dominando l’agenda in Europa, negli Usa e altrove nel mondo, stanno favorendo un passo indietro nei confronti dei diritti umani e rendendo pericolosamente debole la risposta globale alle atrocità di massa.

Anche quest’anno nel rapporto c’è un capitolo sull’Italia.

Nel corso della presentazione, il presidente della sezione italiana di Amnesty, Antonio Marchesi, si è occupato della situazione dei diritti umani nel nostro Paese, così come descritta nel rapporto.

Ho ritenuto opportuno di riportare alcune parti di quanto dichiarato da Marchesi, a questo proposito.

“Nel nostro Paese, non possiamo non constatare che quella retorica divisiva, del ‘noi contro loro’, è spesso presente nei discorsi di alcuni leader nazionali, in quelli di Matteo Salvini della Lega Nord, ma anche di Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia oltre a essere piuttosto diffusa a livello di esponenti politici locali, anche di altri partiti…

A livello locale, oltre ad una diffusione notevole di atteggiamenti anti-migranti o anti-stranieri analoghi a quelli riscontrati a livello nazionale, registriamo anche un fenomeno distinto ma fondato anch’esso sulla mancata accettazione della diversità, in questo caso alla diversità di orientamento sessuale.

Mi riferisco, tra l’altro, all’istituzione da parte di alcune Regioni di sportelli cosiddetti ‘antigender’, il cui effetto è di fornire giustificazione culturale e legittimazione sociale alla discriminazione basata, appunto, sull’orientamento sessuale, rischiando di fomentare un clima di intolleranza e di odio verso le persone Lgbti che nel nostro Paese, purtroppo, sono piuttosto spesso vittime di aggressioni verbali e fisiche…

Fra le vittime per eccellenza degli atteggiamenti ostili di alcuni politici e di parti della società italiana, che tanto spazio hanno conquistato, vi sono i rifugiati e i migranti, sulla cui condizione di vulnerabilità di fronte al rischio di violazioni dei diritti umani Amnesty concentra da tempo la propria attenzione e i propri sforzi.

Nel 2016 Amnesty International ha pubblicato il suo rapporto ‘Hotspot Italia’ nel quale, oltre a compiersi una valutazione complessiva, molto critica, dell’approccio hotspot deciso a livello europeo, vengono poste alcune questioni precise: la questione delle modalità della cosiddetta preidentificazione (per cui chi arriva è messo in condizioni di decidere della propria vita, subito dopo lo sbarco, in condizioni psico-fisiche molto difficili e spesso senza adeguata informazione) e la questione delle procedure di allontanamento (attraverso i decreti di respingimento differito che sono molto difficilmente attuabili e che rischiano di avere come unico effetto quello di consegnare i destinatari a chi li vuole sfruttare)…

Voglio infine ricordare, prima di passare ad altro argomento, che il Governo non ha ancora attuato la delega del Parlamento, risalente ormai a quasi tre anni fa (aprile 2014) e con un termine per l’attuazione di 18 mesi, ad abrogare il reato di ingresso e soggiorno irregolare.

La perdurante criminalizzazione della mera presenza irregolare sul territorio è contraria agli standard internazionali e pregiudica, tra l’altro, la possibilità dei migranti irregolari di accedere alla giustizia. E’ stata giudicata non solo inutile ma addirittura controproducente, rispetto all’attività di contrasto di reati assai gravi, tra gli altri, dal Procuratore nazionale antimafia…

Ieri abbiamo scritto al ministro della Giustizia Orlando una lettera – assieme a Luigi Manconi, a Patrizio Gonnella di Antigone e ad Antonio Gaudioso di Cittadinanza Attiva – sulla questione dell’inesistenza di un reato di tortura nel nostro ordinamento (e dell’elevato rischio di impunità per atti di tortura che ne deriva). Il ministro ha recentemente affermato che quel reato sarebbe stato presto introdotto e in effetti il punto, dopo oltre un anno di interruzione francamente incomprensibile, è nuovamente all’ordine del giorno del Parlamento…

Il 2016 è stato anche l’anno della morte in Egitto di Giulio Regeni, in un contesto di violazioni gravi e diffuse dei diritti umani, che viene descritto in un capitolo particolarmente ricco del nostro rapporto.

Le relazioni tra Italia ed Egitto hanno inevitabilmente risentito di questa vicenda. Sul piano diplomatico, questa ha comportato il ritiro del nostro ambasciatore: una scelta giusta, che abbiamo apprezzato, rispetto alla quale siamo convinti che non vi siano al momento le condizioni per fare alcun passo indietro (come invece viene richiesto da alcuni). Il ritorno alla normalità dei rapporti diplomatici con l’Egitto è auspicabile solo quando avremo ottenuto per Giulio tutta la verità, un’adeguata riparazione e la punizione di tutti i responsabili – e tutto questo ancora non s’intravede…

Passando a un settore specifico di rapporti commerciali, quello delle armi che l’Italia esporta verso altri Paesi, ve ne sono alcuni nei quali a nostro avviso quelle armi possono essere o sono effettivamente impiegate per violare i diritti umani o le norme di diritto umanitario dei conflitti armati.

A partire dal 2015 e per tutto il 2016 sono partiti carichi di bombe aeree per rifornire la Royal Saudi Air Force, l’ultimo in dicembre, quando sono partite oltre 3.000 bombe MK80 prodotte dalla RWM Italia, fabbricate in Sardegna, dal porto canale di Cagliari.

In ottobre l’allora ministro degli Esteri Gentiloni ha riconosciuto, rispondendo a un’interrogazione parlamentare, che alla RWM Italia sono state rilasciate licenze di esportazione per l’Arabia Saudita. Con l’Arabia Saudita, del resto, è in vigore un accordo di cooperazione militare, che prevede una collaborazione preferenziale anche nel settore della fornitura di armi, ratificato nel 2009 e che si rinnova tacitamente ogni 5 anni.

In dicembre, poche settimane dopo la visita della ministra della Difesa Pinotti è stata diffusa la notizia che l’Arabia Saudita avrebbe ricevuto da Fincantieri proposte per l’acquisto di nuove navi militari.

Eppure la legge 185 del 1990 stabilisce che le esportazioni di armamenti sono vietate tra l’altro verso i Paesi in stato di conflitto armato e la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della nostra Costituzione.

Non vi è dubbio che l’azione militare a guida saudita in Yemen rientri tra quelle che, secondo la legge italiana, comportano il divieto di autorizzare esportazioni di armi dall’Italia verso gli Stati che vi prendono parte. Eppure dal Ministero della Difesa sostengono che sia tutto in regola e hanno reagito in modo piuttosto aggressivo alle richieste di chiarimento, nostre e di altri”.


I diritti umani sono importanti? Più importanti l’economia e la politica estera, purtroppo

11 dicembre 2016

dirittiumani

Il 10 dicembre come ogni anno è stata celebrata la giornata internazionale dei diritti umani, e in questa occasione vorrei formulare alcune brevi considerazioni. Mi sembra che nel mondo i diritti umani, sebbene siano molto spesso oggetto di violazioni, talvolta drammatiche, sempre più frequentemente non siano tenuti nella giusta considerazione. Più importanti sono considerati gli interessi economici e le esigenze di politica estera.

Purtroppo è così.

Gli esempi che dimostrano la validità di questa mia valutazione sono numerosi.

Almeno due possono essere citati, riguardanti l’Europa.

In Turchia, soprattutto negli ultimi mesi, le libertà individuali e collettive sono state oggetto di notevoli restrizioni. Molti gli arresti, del tutto ingiustificati, di persone la cui unica colpa è l’opposizione al regime di Erdogan.

Eppure il governo turco è ancora ritenuto un interlocutore credibile da parte dei governi europei, preoccupati che dalla Turchia possano essere espulsi gran parte dei molti migranti, soprattutto siriani, che attualmente sono presenti in quel Paese.

Nella Russia di Putin i diritti umani sono frequentemente violati. Putin poi sostiene il governo del dittatore siriano Assad, responsabile di un notevole numero di assassini.

Eppure i governi di diversi Paesi europei ritengono opportuno eliminare le sanzioni che furono decise nel periodo della guerra in Ucraina, perché in questo modo la situazione dei sistemi economici di quei Paesi migliorerebbe.

Certo, gli interessi economici, le esigenze di politica estera, sono importanti, non possono essere trascurati.

Ma la salvaguardia dei diritti umani dovrebbe essere almeno ugualmente importante.

Ciò, ripeto, molto spesso non avviene.

Ma, tutti, ci dovremmo impegnare affinchè i diritti umani assumano sempre maggiore rilievo.

E’ questo il motivo principale che mi ha spinto prima a diventare socio e poi attivista di Amnesty International.

Non possiamo e non dobbiamo, infatti, delegare completamente ai governi quell’impegno.


Io mi fido di Amnesty International: impedire i maltrattamenti dei migranti

6 novembre 2016

migranti

In un recente rapporto di Amnesty International è stato denunciato il fatto che in alcuni casi si sono verificati dei veri e propri maltrattamenti a danno dei migranti ospitati nei cosiddetti “hotspot”. Tale denuncia è stata rigettata dal prefetto Morcone, capo del dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione presso il ministero dell’Interno.

E’ bene precisare che prima del completamento del rapporto la sezione italiana di Amnesty International aveva reso noto al ministero dell’Interno Alfano i primi risultati. Ma Alfano non fornì alcuna risposta.

Io sono un attivista di Amnesty e ritengo valide le denunce contenute in quel rapporto, anche perché conosco bene come lavorano i cosiddetti ricercatori dell’associazione.

Prima di scrivere un rapporto effettuano una ricerca accurata, tendente a verificare se effettivamente ci sono state delle violazioni dei diritti umani. Non utilizzano solo le denunce delle persone che sostengono di essere stati vittime di tali violazioni.

E’ proprio questo modo di procedere che rende, in tutto il mondo, credibili le prese di posizione di Amnesty International.

Quindi, anche nel caso sollevato relativamente al trattamento riservato ad alcuni migranti dalle forze di polizia italiane, le autorità governative non possono limitarsi a sostenere che le denunce di Amnesty siano infondate ma devono dimostrare, con argomentazioni non liquidatorie, che esse siano sbagliate.

Comunque mi sembra opportuno riportare, innanzitutto, una sintesi dei contenuti del rapporto in questione.

“Negli anni più recenti migliaia di persone in fuga da conflitti, violazioni dei diritti umani e povertà sono giunte in Italia dopo aver intrapreso viaggi pericolosi mettendo a repentaglio la propria vita.

Nei primi 9 mesi del 2016 sono arrivati più di 153.000 migranti presso le coste della nostra penisola, e si sono registrate 3.740 morti nel mar Mediterraneo.

Invece di creare un sistema per accogliere e proteggere queste persone tramite percorsi legali e sicuri – come ad esempio i visti umanitari – e di condividere le responsabilità per la crisi dei rifugiati, l’Europa ha risposto innalzando muri e creando accordi illegittimi con i Paesi di origine o di transito per fermare le persone in fuga.

Per rispondere alla pressione migratoria verso le zone di frontiera, i leader europei hanno spinto l’Italia a implementare da settembre 2015 il cosiddetto ‘approccio hotspot’, pensato allo scopo di assecondare due esigenze: per un verso, quella di realizzare un’azione di controllo e identificazione dei migranti direttamente presso i luoghi di sbarco; per altro verso, quella di distribuire equamente attraverso un programma di ‘relocation’ il carico delle responsabilità derivante dall’accoglienza delle persone in fuga.

La ricerca realizzata da Amnesty International ha evidenziato come, a fronte di un significativo impegno dei governi nell’implementare l’approccio hotspot e nell’incrementare le forme di controllo sui migranti presso i luoghi di primo arrivo e nelle zone di frontiera, gli Stati europei non abbiano finora fatto passi in avanti sul piano della ‘relocation’, ovvero la condivisione delle responsabilità.

La stabilizzazione di un sistema finalizzato esclusivamente alla registrazione delle persone sbarcate, alla loro identificazione ed al prelievo delle loro impronte digitali ha invece favorito il protrarsi di una serie di violazione dei loro diritti umani.

L’indagine effettuata da Amnesty International nei principali luoghi di arrivo e di transito dei migranti in fuga ha consentito all’organizzazione di raccogliere numerose testimonianze di uomini e donne, che hanno riportato di essere stati vittima di violazioni e di abusi perpetrati dai diversi rappresentanti dalle istituzioni nazionali durante le varie tappe del processo previsto nell’ambito dell’approccio hotspot:

un primo livello di violazioni si collega alle pratiche di identificazione delle persone giunte in Italia, costrette a rilasciare le proprie impronte digitali anche attraverso documentati casi di maltrattamento, detenzione arbitraria, uso eccessivo della forza fino ad arrivare a veri e propri episodi di tortura (come testimonia l’uso di scariche elettriche sui genitali delle persone che hanno rifiutato di sottoporsi alle pratiche volte al rilievo foto-dattiloscopico);

un secondo livello di violazioni si concretizza nella distinzione arbitraria e artificiosa tra ‘richiedenti asilo’ e ‘migranti irregolari’ che, attuata dalla Polizia di Stato direttamente ai valichi di frontiera, finisce con il tradursi nella negazione del diritto delle persone di accedere alla procedura di richiesta di protezione internazionale;

un terzo livello di violazioni, diretta conseguenza del secondo, si sostanzia nella pratica di rilascio del cosiddetto ‘foglio di via’, ovvero di un provvedimento che, intimando a tutti i migranti considerati ‘irregolari’ di allontanarsi spontaneamente dal territorio nazionale, li costringe a vivere in condizioni di irregolarità giuridica, di precarietà economica e di vulnerabilità;

un ultimo livello di violazioni dei diritti umani, pur collocandosi su un piano ben diverso, si traduce al pari degli altri nello svuotamento del diritto di asilo. Esso include la stipulazione e l’attivazione di accordi di riammissione con i Paesi terzi, finalizzati a favorire un incremento ed una accelerazione delle procedure di riammissione dei migranti considerati ‘irregolari’.

A questo proposito, il rapporto di Amnesty International evidenzia criticamente come accordi, come quello recentemente stipulato dal capo della polizia italiana con il governo sudanese, non salvaguardino il diritto delle persone di accedere alle procedure individuali di richiesta di protezione internazionale, ma accrescono il rischio di espulsioni collettive verso Paesi dove le persone rischiano gravi violazioni dei diritti umani”.

Aggiungo inoltre il testo dell’appello rivolto al presidente del Consiglio Matteo Renzi, con il quale si chiede di non negare il diritto di asilo in Italia e di sospendere gli accordi illegali che hanno l’effetto di favorire l’espulsione dei migranti considerati irregolari verso Paesi nei quali potrebbero subire violazioni dei propri diritti umani.

Chi vuole sottoscrivere l’appello può farlo utilizzando il sito della sezione italiana di Amnesty, www.amnesty.it.

“Egregio presidente Renzi,

l’Italia sta facendo molto per salvare le persone che rischiano la vita attraversando il Mediterraneo per fuggire da persecuzioni, conflitti e miseria e arrivare in Europa per vivere in sicurezza. Tuttavia, una volta in Italia, i diritti di queste persone sono sempre più negletti.

Il cosiddetto ‘approccio hotspot’ non garantisce a queste persone un accesso adeguato alle procedure di asilo e separa, spesso in maniera superficiale e sbrigativa, le persone che hanno bisogno di protezione internazionale da quelle che si presume ‘non necessitino’ di tale protezione.

Sappiamo bene cosa succede a queste persone: c’è chi tenta di continuare il viaggio per chiedere asilo in un altro Paese europeo e chi diventa facile vittima di sfruttamento in Italia.

Altri ancora vengono rimandati direttamente nei Paesi di origine, senza che le autorità italiane abbiano debitamente verificato se rischieranno di essere torturate o perseguitate al loro ritorno, grazie ad accordi bilaterali di polizia siglati con paesi responsabili di diffuse e sistematiche violazioni dei diritti umani.

Questo è il caso dei 40 Sudanesi rimandati a Khartoum ad agosto dopo una superficiale identificazione, in violazione del principio di ‘non-refoulement’, ovvero del divieto internazionale di rimpatriare persone che sono a rischio di gravi violazioni dei diritti umani nel loro Paese di origine, anche se non hanno fatto domanda d’asilo.

Signor Presidente, Le chiedo di fermare questi rimpatri e gli accordi che li consentono: essi mettono a serio rischio le persone che cercano salvezza in Italia e in Europa, consegnandole direttamente nelle mani di governi che potrebbero perseguitarle ferocemente.

Chiedo che l’Italia non si renda complice di queste violazioni dei diritti umani: è una macchia che rischia di vanificare il bene fatto dall’Italia alle migliaia di persone soccorse in mare”.