Assemblea di Amnesty International, il nuovo presidente

28 aprile 2019

Si è tenuta  a Bologna dal 26 al 28 aprile la trentaquattresima assemblea generale della sezione italiana di Amnesty International. E’ stato eletto il nuovo presidente, Emanuele Russo.

Si è tenuta a Bologna la trentaquattresima Assemblea generale della sezione italiana di Amnesty International.

All’assemblea hanno partecipato circa 350 tra delegati e soci singoli dell’associazione.

Sono stati approvati la relazione del comitato direttivo uscente e il bilancio consuntivo 2018 e sono state elette le nuove cariche direttive del movimento.

E’ stato inoltre adeguato lo statuto dell’associazione per renderlo conforme alla riforma del Terzo Settore.

L’inizio dei lavori assembleari è stato preceduto da un saluto del sindaco di Bologna, Virginio Merola.

Nel corso dell’assemblea il “graphic journalist” Gianluca Costantini e il capitano della nazionale italiana di basket Pietro Aradori hanno ritirato, rispettivamente, i premi “Arte e diritti umani” e “Sport e diritti umani”.

All’assemblea hanno preso parte numerosi ospiti che hanno approfondito diversi temi relativi ai diritti umani tra cui, in particolare, l’accoglienza dei migranti e rifugiati e il contrasto al discorso d’odio.

Nel pomeriggio di sabato 27 i partecipanti si sono trasferiti nel centro di Bologna, dando vita, in piazza Maggiore, a un ispirato flash mob, con accompagnamento musicale, finalizzato a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità di contribuire tutti, ognuno per la sua parte, alla difesa dei diritti umani.

E’ stato eletto presidente della sezione italiana per un mandato biennale Emanuele Russo, che succede ad Antonio Marchesi, in carica dal 2013.

E’ stata riconfermata come tesoriera Maria Grazia Di Cerbo.

I membri del nuovo comitato direttivo sono Osvalda Barbin, Chiara Bianchi, Miriam Cusati, Simona Di Dio, Giuseppe Provenza, Simone Samuele Rizza e Gerardo Romei.

Infine, sono stati eletti anche i componenti del collegio dei sindaci, Maurizio Biasi, Paolo Borrello e Marco Vitali.

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In Iran Nasrin Sotoudeh condannata a 33 anni di carcere e a 148 frustate

14 marzo 2019

Nasrin Sotoudeh, coraggiosa difensora dei diritti umani, è stata condannata da un tribunale di Teheran a 33 anni di carcere e a 148 frustate. La sentenza si aggiunge alla condanna a cinque anni  emessa nel settembre 2016 al termine di un altro processo irregolare, per un totale di 38 anni di prigionia. 

Nasrin Sotoudeh, che esercita la professione di avvocato, aveva preso posizione contro l’applicazione di una nota aggiuntiva all’articolo 48 del codice penale in base alla quale si nega il diritto di nominare un avvocato di fiducia alle persone imputate di determinati reati, tra i quali quelli contro la sicurezza nazionale.

Costoro possono scegliere unicamente in una lista di avvocati approvata dal capo del potere giudiziario. Per la provincia di Teheran, ad esempio, gli avvocati approvati sono solo 20.

E’ stata la più dura condanna inflitta negli ultimi anni contro i difensori dei diritti umani in Iran, a riprova che le autorità, incoraggiate dalla completa impunità di cui godono i responsabili delle violazioni dei diritti umani, stanno inasprendo la repressione.

Una condanna oltraggiosa per una difensora dei diritti umani che consideriamo una prigioniera di coscienza.

Nasrin va liberata immediatamente!

Lo sostiene Amnesty International.

Tra i reati, riferiti unicamente al suo pacifico lavoro in favore dei diritti umani, figurano “incitamento alla corruzione e alla prostituzione”, “commissione di un atto peccaminoso…essendo apparsa in pubblico senza il velo” e “interruzione dell’ordine pubblico”.

I giudici hanno applicato l’articolo 134 del codice penale che autorizza a emettere una sentenza più alta di quella massima prevista se l’imputato ha più di tre imputazioni a carico. Nel caso di Nasrin Sotoudeh, il giudice Mohammad Moghiseh ha applicato il massimo della pena  per ognuno dei sette capi d’accusa, 29 anni in tutto, aggiungendovi altri quattro anni e portando così la condanna a 33 anni.

“E’ sconvolgente che Nasrin Sotoudeh  vada incontro a quasi quattro decenni di carcere e a 148 frustate a causa del suo lavoro pacifico in favore dei diritti umani, compresa la difesa legale di donne sotto processo per aver sfidato le degradanti leggi sull’obbligo del velo”, ha dichiarato Philip Luther, direttore delle delle ricerche sul Medio Oriente e sull’Africa del Nord di Amnesty International.

Amnesty International invita a firmare un appello a sostegno di Nasrin, utilizzando questo link https://www.amnesty.it/appelli/liberta-per-nasrin/, il cui testo è il seguente:

Al capo della magistratura Ebrahim Raisi

c/o Permanent Mission of Iran to the UN
Chemin du Petit-Saconnex 28
1209 Geneva, Switzerland

Egregio Signor Raisi,

mi rivolgo a Lei in quanto sostenitore di Amnesty International, l’organizzazione non governativa che dal 1961 lavora in difesa dei diritti umani, ovunque siano violati.

Nasrin Sotoudeh, importante avvocata per i diritti umani e difensora dei diritti delle donne che è arbitrariamente detenuta nella prigione di Evin a Teheran dal giorno del suo arresto il 13 giugno 2018, è stata condannata a 33 anni di carcere e 148 frustate in relazione a due processi.

La esorto a rilasciare Nasrin Sotoudeh immediatamente e incondizionatamente in quanto prigioniera di coscienza, imprigionata esclusivamente per il suo pacifico lavoro sui diritti umani. In attesa della sua liberazione, le assicuri contatti regolari con la sua famiglia e un avvocato di sua scelta.

La esorto ad interrompere la criminalizzazione del lavoro dei difensori dei diritti delle donne, compresi quelli che protestano pacificamente contro l’obbligo del velo, e  di abolire la leggi che impone tale obbligo.

La ringrazio per l’attenzione.


Le 10 principali violazioni dei diritti umani in Arabia Saudita

17 gennaio 2019

Nelle ultime settimane si è manifestata una certa attenzione, comunque insufficiente, nei confronti della situazione dei diritti umani in Arabia Saudita sia per l’omicidio del giornalista Khashoggi sia, soprattutto, per lo svolgimento della partita di calcio della cosiddetta Supercoppa, tra Juventus e Milan, a Gedda. In effetti in Arabia Saudita si assiste ad una pesante violazione dei diritti umani, ben sottolineata da Amnesty International.

Amnesty International ha individuato le dieci principali violazioni dei diritti umani che contraddistinguono quello che Amnesty definisce “il regno della crudeltà”.

Guerra devastante nello Yemen

La coalizione guidata dall’Arabia Saudita ha contribuito in modo significativo a una guerra che ha devastato lo Yemen negli ultimi tre anni e mezzo, uccidendo migliaia di civili, compresi i bambini, bombardando ospedali, scuole e case.

I ricercatori di Amnesty hanno documentato ripetute violazioni del diritto internazionale umanitario, compresi i crimini di guerra. Nonostante ciò, l’Italia e altri Paesi come gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Francia continuano a fare affari lucrosi con i sauditi.

Incessante repressione contro attivisti pacifici, giornaliste e accademici

Da quando il principe ereditario Mohammed Bin Salman è salito al potere, molti attivisti sono stati arrestato o condannati a lunghe pene detentive semplicemente per aver esercitato pacificamente il loro diritto alla libertà di espressione, associazione e assemblea.

Le autorità hanno preso di mira la piccola ma rumorosa comunità di difensori di diritti umani, anche usando le leggi anti-terrorismo e contro il cyber-crimine per sopprimere il loro attivismo pacifico come strumento di opposizione alle violazioni dei diritti umani.

Arresti di difensori di diritti umani delle donne

All’inizio del 2018, una serie di eminenti difensori dei diritti delle donne sono stati arrestati  durante la repressione messa in atto dal governo saudita. A maggio, Loujain al-Hathloul, Iman al-Nafjan e Aziza al-Yousef sono stati arrestati arbitrariamente. Dopo il loro arresto, il governo ha lanciato una campagna diffamatoria per screditarli come “traditori”. Ora rischiano una lunga pena detentiva.

Esecuzioni

L’Arabia Saudita emette ogni anno moltissime condanne a morte, spesso eseguite con macabre decapitazioni pubbliche.

Amnesty ritiene che la pena di morte violi il diritto alla vita e sia crudele, inumana e degradante. Inoltre, nonostante sia dimostrato come la condanna a morte non scoraggi le persone dal commettere reati, l’Arabia Saudita continua a emettere queste sentenze e a eseguirle, a seguito di processi gravemente iniqui.

Nel 2018, l’Arabia Saudita ha giustiziato 108 persone, quasi la metà delle quali per reati legati alla droga.

Punizioni crudeli, inumane e degradanti

Le corti dell’Arabia Saudita continuano a imporre condanne di flagellazione come punizione per molti reati, spesso a seguito di processi iniqui. Raif Badawi è stato condannato a 1.000 frustate e 10 anni di carcere semplicemente per aver scritto un blog. Amputazioni e amputazioni incrociate, che invariabilmente costituiscono tortura, sono anche eseguite come punizione per alcuni crimini.

Tortura e maltrattamenti

L’uso della tortura come strumento punitivo, e altri maltrattamenti da parte delle forze di sicurezza rimangono comuni e diffusi, mentre i responsabili non sono mai chiamati a giustificare i propri comportamenti di fronte alla giustizia.

Discriminazione sistematica delle donne

Le donne e le ragazze sono discriminate e legalmente subordinate agli uomini in relazione al matrimonio, al divorzio, alla custodia dei figli, all’eredità e ad altri aspetti. Sotto il sistema di tutela, una donna non può prendere decisioni per conto proprio, bensì è un parente maschio a decidere tutto a suo nome.

Discriminazione religiosa

I membri della minoranza scita del Regno continuano a essere discriminati: limitato il loro accesso ai servizi pubblici e all’occupazione. Decine di attivisti sciiti sono stati condannati a morte o a lunghe pene detentive per la loro presunta partecipazione a proteste antigovernative nel 2011 e nel 2012.

“Ciò che succede nel Regno, resta nel Regno”

E’ noto che le autorità saudite intraprendono azioni punitive, anche attraverso i tribunali, contro attivisti pacifici e familiari di vittime che per chiedere aiuto contattano organizzazioni indipendenti per i diritti umani, come Amnesty International, o diplomatici e giornalisti stranieri.

L’omicidio di Jamal Khashoggi

Dopo l’orribile uccisione di Jamal Khashoggi, Amnesty International ha chiesto al segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres di istituire un’indagine indipendente delle Nazioni Unite sulle circostanze che hanno portato all’esecuzione extragiudiziale di Khashoggi, l’eventuale tortura e altri crimini e violazioni commessi al suo caso.


Amnesty International, il governo italiano viola i diritti umani

12 dicembre 2018

Secondo Amnesty International, in base a quanto rilevato da Elisa De Pieri e Matteo De Bellis, ricercatori dell’ufficio regionale per l’Europa dell’associazione, il governo italiano si è reso colpevole di gravi violazioni dei diritti umani, relativamente alle politiche portate avanti nei confronti dei migranti. 

Infatti, per chi da anni osserva la situazione nel Mediterraneo centrale, rotta che decine di migliaia di donne, uomini e bambini hanno percorso a bordo di barche fatiscenti, in particolare dal 2013 al 2017, per sfuggire a guerre e persecuzioni o alla ricerca di un futuro più dignitoso, il 2018 si è contraddistinto come “l’anno della Diciotti”.

Oltre ai drammatici incidenti in mare, purtroppo già accaduti in passato, nel 2018 il nuovo governo italiano insediatosi a giugno ha infatti deciso di assicurare e spettacolarizzare il blocco di nuovi arrivi di persone straniere via mare, fino a impedire a una nave della guardia costiera italiana, la Diciotti, di sbarcare in Italia persone soccorse in mare, trattenendole per giorni senza una base legale o un ordine della magistratura.

Oltre a violare la proibizione di detenzione arbitraria ai danni di 177 persone, l’incidente della Diciotti ad agosto ha rappresentato il culmine della politica dei “porti chiusi”, che il governo ha attuato senza averla deliberata né formalmente comunicata alle autorità competenti e senza riguardo né per la salute e la sicurezza delle persone coinvolte, né per i propri obblighi internazionali.

Dopo il rifiuto di sbarcare imposto alle navi di diverse Ong e a navi commerciali e militari straniere, col caso Diciotti si è arrivati al paradosso del rifiuto allo sbarco nei confronti di una nave militare italiana, il cui personale aveva adempiuto ai propri obblighi di soccorso dettati da leggi nazionali e internazionali.

Ma c’è di più.

Col caso Diciotti si è chiuso il cerchio di una strategia, efficacemente riattivata dal governo precedente ma originariamente intrapresa (benché con mezzi parzialmente diversi) già dal governo Berlusconi, che si poneva il medesimo obiettivo finale: la riduzione degli approdi di rifugiati e migranti in Italia mediante la delega del controllo delle frontiere marittime italiane ed europee alle autorità libiche.

Dieci anni fa, con la firma di un trattato di amicizia tra Italia e Libia, il governo Berlusconi diede inizio a una politica di cooperazione per il controllo delle frontiere che, sorretta da argomenti politici molto simili agli attuali, prevedeva la cessione di imbarcazioni dall’Italia alla Libia e culminò con lo scempio dei respingimenti verso la Libia, ossia lo sbarco in un luogo pericoloso di persone intercettate in mare.

Tale politica, che violava palesemente il diritto internazionale, fu interrotta a seguito del conflitto in Libia ma questo non esonerò l’Italia nel 2012 da una pesantissima condanna da parte della Corte europea dei diritti umani, proprio per quei respingimenti le cui vittime erano state riconsegnate alla Libia e dunque esposte al rischio di subire nuove violenze e abusi.

Cinque anni fa, in reazione all’orrore per le 368 vittime del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013 e soltanto otto giorni dopo per le oltre 200 vittime del così detto “naufragio dei bambini”, che mostrò come i rimpalli di competenze con Malta potevano costare la vita a centinaia di persone, il governo Letta scelse di lanciare una grande operazione umanitaria, Mare Nostrum, per soccorrere in mare quante più persone possibile.

Mare Nostrum, andando a rafforzare il costante impegno della guardia costiera italiana, garantì il salvataggio di decine di migliaia di vite, abbassando notevolmente il tasso di mortalità in mare e ridando onore a corpi dello stato ancora feriti dall’onta dei respingimenti e della relativa condanna.

Per fare fronte all’aggravarsi della crisi dei rifugiati siriani e al collasso dello stato libico, l’Italia e l’Unione europea avrebbero dovuto accompagnare questo primo passo, di tipo umanitario, con riforme strutturali delle loro politiche migratorie, che comprendessero l’apertura di canali sicuri e regolari per rifugiati e migranti, in misura adeguata alla gravità della situazione.

Ciò avrebbe potuto limitare il numero di persone che, nella pressoché totale assenza di opportunità di ottenere un visto per entrare in Europa regolarmente, rischiavano la vita nella pericolosissima traversata del Mediterraneo centrale.

Purtroppo, le continue richieste in questo senso da parte del mondo non-governativo e dell’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, rimasero inascoltate.

L’Italia, spalleggiata dagli altri governi europei, preferì investire su politiche di chiusura. Alla fine del 2014, Mare Nostrum fu sostituita con operazioni europee di carattere securitario e militare (Triton e, dall’estate 2015, EunavForMed Sophia), per le quali il salvataggio in mare, pur rimanendo tra i compiti necessari perché imposti dal diritto internazionale, non costituiva più la finalità principale della missione.

Dal 2016, Italia ed Europa iniziarono a investire nel rafforzamento della capacità delle autorità marittime libiche di pattugliare le loro coste, intercettare in mare rifugiati e migranti diretti verso l’Europa e riportarli in Libia, oltre che a stringere accordi informali con milizie coinvolte nel traffico dei rifugiati e migranti.

Questa strategia ha prodotto i risultati che si prefiggeva, riducendo partenze e arrivi: da luglio 2017, il numero di rifugiati e migranti approdati in Italia è diminuito drasticamente, passando dai 182.877 registrati nei 12 mesi precedenti (agosto 2016 – luglio 2017), ai 42.700 dei 12 mesi successivi (agosto 2017 – luglio 2018). Al minor numero di partenze è corrisposto anche, logicamente, un numero minore di vittime in mare.

Gli effetti di questa politica sono però stati drammatici per le persone riportate in Libia, non solo perché le autorità libiche non sono ancora in grado di tutelare le persone che intercettano in mare e spesso le maltrattano (come nel caso di Josefa, la donna ritrovata in mare dalla Ong Proactiva Open Arms lo scorso luglio) ma soprattutto perché quelle persone vengono sbarcate in Libia e immediatamente trasferite in centri di detenzione, dove vengono trattenute arbitrariamente e a tempo indefinito, in assenza di un ordine e di qualunque controllo giurisdizionale, e dove sono sistematicamente esposte a condizioni agghiaccianti oltre che a torture, stupri, maltrattamenti e sfruttamenti di ogni tipo.

Violazioni dei diritti umani, queste, di cui l’Italia si è resa complice perché, pur conoscendo la situazione, ha continuato a offrire aiuto materiale a chi le perpetra e non ha richiesto alle autorità libiche di porre fine agli abusi, come condizione previa per la fornitura di tale assistenza.

A partire dal 2017, la guardia costiera libica, forte del decisivo supporto italiano e dell’Unione europea, è stata in grado di intercettare in mare una fetta crescente di coloro che partivano. Migliaia di donne, uomini e bambini sono stati poi riportati nei centri di detenzione in Libia e sottoposti a maltrattamenti spietati.

Di fronte a questa situazione, nel 2018, il governo Conte avrebbe potuto fare la cosa giusta, usando l’influenza italiana in Libia per promuovere un’agenda di riforme focalizzata sulla protezione dei diritti umani nel paese, a partire dalla chiusura dei centri di detenzione per rifugiati e migranti, e investendo nella riforma delle politiche migratorie italiane ed europee e nell’apertura di canali sicuri e regolari per rifugiati e migranti, compresi quelli imprigionati in Libia.

Purtroppo, la decisione è stata invece quella di continuare a ergere muri per fermare una “crisi migratoria” che, visto il netto calo degli approdi in Italia già dal 2017, ormai esiste solo nelle dichiarazioni di politici disonesti e sulle colonne di giornali di propaganda.

Le conseguenze della politica dei “porti chiusi” e della complementare strategia di criminalizzazione e denigrazione delle Ong, sono ormai evidenti: con l’annichilimento delle flotte non governative votate al soccorso in mare, nei mesi estivi si è registrato uno spaventoso aumento del tasso di mortalità in mare, che ha addirittura superato il 20% a settembre, oltre che delle persone trattenute arbitrariamente nei centri di detenzione in Libia, passate dalle 4.400 di marzo alle 10.000 di agosto.

Nel frattempo, il governo Conte si è ben guardato dal portare avanti anche quelle minime misure positive per alleviare le sofferenze dei rifugiati intrappolati in Libia, che il governo precedente aveva tentato, in particolare con l’evacuazione di 312 rifugiati dalla Libia in Italia tra dicembre 2017 e febbraio 2018. Negli otto mesi successivi alle elezioni di marzo, il governo italiano non ha realizzato alcuna evacuazione, fino a quella di 44 rifugiati, avvenuta il 7 novembre.

L’ostilità del governo verso i diritti delle persone straniere si è manifestata anche con l’adozione del così detto decreto sicurezza a settembre e degli emendamenti allo stesso presentati dal governo durante la sua successiva conversione in legge.

La drastica riduzione della possibilità di offrire uno status regolare temporaneo a persone che non possono essere rimpatriate, pur non essendo giuridicamente qualificabili come rifugiate, significa che queste si trovano ad affrontare lunghi periodi di irregolarità e inevitabilmente di deprivazione materiale ed esclusione sociale.

La riduzione dell’accoglienza dignitosa dei richiedenti asilo nei centri Sprar si tradurrà probabilmente in maggiori ostacoli all’inclusione di queste persone e in un rafforzamento dell’immagine di rifugiati e richiedenti asilo come problema da contenere in centri separati dalla comunità ospitante.

Il linguaggio istituzionale, poi, nel 2018 si è incattivito, in particolare attraverso la vera e propria crociata fatta sui social network del ministro dell’Interno nei confronti di rifugiati e migranti, delle associazioni che li assistono e financo di rappresentanti istituzionali che hanno cercato di suggerire forme per la loro migliore integrazione, come il sindaco di Riace, o di tutelarne i diritti contro gli abusi dello stato, come il procuratore di Agrigento.

Questa continua diffusione d’odio ha contribuito a creare condizioni propizie per la preoccupante serie di crimini d’odio contro persone di colore, quali la tentata strage di Macerata a febbraio e altri crimini violenti riportati dalla stampa durante l’anno, da Sassari a Brindisi, da Aprilia a Morbegno, da Castel Volturno a Moncalieri.


Amnesty International, codici identificativi per le forze di polizia

7 novembre 2018

La sezione italiana di Amnesty International il 6 novembre ha rivolto un appello al ministro dell’Interno Matteo Salvini e al capo della Polizia Franco Gabrielli per lanciare una campagna affinchè le forze di polizia siano dotate di codici identificativi alfanumerici durante le operazioni di ordine pubblico.

La richiesta cade a distanza di 17 anni dal G8 di Geno­va del 2001: benché le violazioni gravi e sistematiche dei diritti umani commesse in occasione di quell’evento siano state accerta­te in giudizio, molti fra gli appartenenti alle forze di polizia coinvolti sono rimasti impuniti, in parte proprio perché non fu possibile risalire all’identità di tutti gli agenti presenti.

Non è la prima volta che Amnesty Italia chiede l’utilizzo di codici identificativi ben visibili sulle uniformi degli agenti impegnati in attività di ordine pubblico.

Già nel 2011, in occasione del 10° anniversario del G8 di Genova, fu promossa la campagna “Operazione trasparenza. Diritti umani e polizia in Italia” in cui si chiedeva anche al Governo di esprimere pubblicamente una condanna e delle scuse verso le vittime per le violazioni dei diritti umani perpetrate dalle forze di polizia a Genova nel 2001 e di garantire indagini rapide e accurate e processi equi nei casi in cui c’era stata violazione dei diritti umani da parte delle forze di polizia.

Nel 2012 il Parlamento europeo approvò una risoluzione sulla situazione dei diritti fondamentali nell’ Unione europea ) in cui, alla raccomandazione n. 192, si sollecitavano gli Stati membri “ a garantire che il personale di polizia porti un numero identificativo”.

Diversi Stati dell’Unione europea hanno dato seguito a questa richiesta, ma non l’Italia.

Nel corso delle passate legislature, numerose iniziative parlamentari hanno sottolineato la necessità di rendere più agevole l’individuazione, laddove necessaria, dei singoli agenti adibiti a funzioni di ordine pubblico in occasione di manifestazioni.

Tuttavia queste proposte non hanno avuto esito positivo.

Amnesty Italia, pertanto, ritiene ormai urgente che sia varata una normativa in linea con gli standard internazionali, che preveda l’utilizzo di codici identificativi alfanumerici ben visibili sulle uniformi degli agenti impegnati in attività di ordine pubblico e che stabilisca che l’inosservanza di detto obbligo venga sanzionata.

L’auspicio di Amnesty è quello di intavolare un dialogo costruttivo con tutte le parti interessate, compresi i sindacati delle forze di polizia.

Alla campagna hanno aderito anche “A Buon Diritto”, Antigone, l’associazione Stefano Cucchi Onlus e Cittadinanzattiva.

“Questa campagna non è contro le forze di polizia, che sono attori chiave nella protezione dei diritti umani. Affinchè questo ruolo sia riconosciuto nella sua importanza e incontri la piena fiducia di tutti, è però fondamentale che eventuali episodi di uso ingiustificato o eccessivo della forza siano riconosciuti e sanzionati adeguatamente senza che si frappongano ostacoli all’accertamento delle responsabilità individuali” ha sottolineato Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia.

“L’introduzione di misure come i codici identificativi per gli agenti impegnati in operazioni di ordine pubblico rappresenta non solo una garanzia per il cittadino, ma anche una forma di tutela per gli stessi appartenenti alle forze di polizia: una misura che non dovrebbe essere tenuta né avversata da chi svolge il proprio lavoro in maniera conforme alle norme e agli standard internazionali sui diritti umani”, ha concluso Marchesi.

Per sostenere questa richiesta della sezione italiana di Amnesty International si può firmare una specifica petizione utilizzando il link https://www.amnesty.it/appelli/inserire-subito-i-codici-identificativi/.


In Italia spesso i diritti umani sono calpestati

6 aprile 2018

In Italia ci sono, ancora oggi, molte violazioni dei diritti inalienabili della persona. Lo dimostra la relazione conclusiva sull’attività della commissione straordinaria del Senato per la tutela e la promozione dei diritti umani, presentata in una conferenza stampa dal presidente Luigi Manconi, dal giudice della Corte Costituzionale ed ex premier Giuliano Amato, da Giovanni Maria Flick (che ha presieduto la Corte) e dal giurista Luigi Ferrajoli.

A 5 anni dall’inizio dell’attività della commissione risulta evidente che “le violazioni dei diritti umani non riguardano solo Paesi considerati arretrati o in via di sviluppo, regimi totalitari e terre lontane, ma sono qui ed ora”, come ha spiegato Manconi.

Sono diversi i fenomeni analizzati e studiati grazie al costante dialogo dei 26 membri della commissione con associazioni, esperti e vittime: l’immigrazione su tutti, ma anche la questione di Rom, Sinti e Caminanti, le carceri e il 41 bis, la legge sulla tortura, la contenzione meccanica, il cyberbullismo, il diritto alla conoscenza, i senza fissa dimora, l’omofobia e i diritti delle persone Lgbti.

Gran parte della relazione si concentra sulla tutela e promozione dei diritti dei cittadini stranieri presenti in Italia.

Su questo tema è emersa la necessità di rinunciare a grandi centri (che sopravvivono numerosi) le cui dimensioni portano inevitabilmente a una preoccupante riduzione negli standard d’accoglienza e, di conseguenza, a un peggioramento delle condizioni di vita delle persone.

Luigi Manconi ha evidenziato storie difficili come quella di C.S., algerino che vive da più di 30 anni in Italia e risiede ad Aprila (in provincia di Latina) con la sua famiglia, rinchiuso nel centro di identificazione ed espulsione di Bari, perché sorpreso senza documenti dopo un controllo dei vigili.

Simile è la vicenda di B.A., marocchino, nel nostro Paese da molti anni e con problemi di salute certificati da un ospedale, incompatibili con il trattenimento nella stessa struttura.

Due sposi tunisini, fuggiti dal loro Paese a seguito delle violenze subite dalla giovane donna da parte dei familiari (ostili al suo matrimonio), si sono ritrovati nel Cie di Ponte Galeria (alle porte di Roma) divisi in due reparti diversi, con la possibilità di vedersi solamente per un’ora al giorno.

Tra i tanti esempi di violazioni dei diritti umani citati nel rapporto c’è anche Lampedusa, visitata dai membri della commissione nel gennaio 2016: “L’approccio hotspot è deficitario”, si legge nel rapporto, “e fallimentare nel programma di ricollocamento e attuazione dei rimpatri, le due direttrici principali su cui era stato articolato il piano europeo”.

La commissione ha inviato proposte concrete al governo, come ad esempio quelle di eliminare gli ostacoli che favoriscono l’accesso alle strutture assistenziali, di impegnarsi nel favorire l’alloggio e il lavoro per le persone, di snellire le procedure di identificazione.

La necessità più grande è quella di affidare a un ente gestore unico su scala nazionale di tutti i centri, attraverso un’unica procedura e un unico regolamento a evidenza pubblica.

Sul tema della promozione dei diritti di Rom, Sinti e Caminanti, la commissione, che ha visitato diversi campi in tutta Italia, propone un’integrazione basata sul superamento di questi luoghi per varie cause, tra cui le condizioni di povertà e le preoccupanti condizioni igienico-sanitarie.

Nel corso della legislatura la commissione ha messo al centro  le problematiche dei carcerati, con due approfondimenti: uno sul regime speciale del 41-bis e l’altro sulla condizione delle donne detenute con figli più piccoli.

Se nel primo caso non viene messa in discussione la legge, ma bensì le condizioni delle carceri e il loro sovraffollamento cronico, nel secondo è stata notata una mancata attuazione della legge n.62 del 21 aprile 2011, secondo la quale “se la persona da sottoporre a custodia cautelare sia donna incinta o madre di prole di età non superiore a 6 anni, il giudice può disporre la custodia presso un istituto a custodia attenuata per detenute madri”.


Un genocidio silenzioso nel Congo, oltre 6 milioni di morti in 20 anni

23 agosto 2017

Nella Repubblica Democratica del Congo è in atto un genocidio da oltre 20 anni, nel silenzio generale dei media. Dal 1996 ad oggi si sono succedute tre guerre che hanno provocato oltre 6 milioni di morti, la metà dei quali bambini.

Utilizzando quanto scritto in due articoli pubblicati rispettivamente su www.left.it e su www.sicurezzainternazionale.luiss.it, si può comprendere qual è la situazione attuale.

Il conflitto si è intensificato dopo che il leader tribale Kamwina Nsapu è stato ucciso dai soldati congolesi nell’agosto del 2016. In meno di un anno per sfuggire agli scontri armati tra le forze dell’ordine e i ribelli gli sfollati hanno raggiunto il milione.

Nel Paese è in atto una vera e propria emergenza umanitaria, con almeno 400.000 bambini a rischio di morte per fame. Tra maggio e giugno sono state scoperte 42 fosse comuni con oltre 400 morti. Tra di essi anche due funzionari dell’Onu inviati in Congo e scomparsi il 12 marzo.

Il direttore dell’associazione Anpil  (presente in Congo dal 2007)  Massimiliano Salierno, ha così descritto quanto sta avvenendo in Congo: “Il problema attuale del Congo è la successione alla presidenza. Al momento ricopre il ruolo Kabila, figlio dell’ex presidente congolese che ha terminato il suo mandato nel dicembre dello scorso anno, ma non ha alcuna intenzione di lasciare il potere, quindi questo crea una grandissima tensione.

Le elezioni  che si dovevano tenere non si sono ancora svolte. C’è anche un tentativo da parte del presidente Kabila di cambiare la Costituzione per consentirgli di avere un ulteriore mandato presidenziale. Da qui nascono gli scontri che, purtroppo, stanno insanguinando la regione”.

La denuncia di Salierno spiega il motivo per cui le violenze si svolgono soprattutto nel Kasai, una regione storicamente in contrasto con il potere della capitale, tenuta sempre sotto controllo e repressa.

Le immagini di violente uccisioni, di corpi massacrati e ammassati nelle fosse comuni  hanno incontrato un agghiacciante silenzio mediatico. Pochissimi giornali parlano della situazione drammatica in cui versa il Kasai, ma sul web circolano alcune foto e video del genocidio.

Il governo congolese utilizza il caos che domina il Paese per rimandare all’infinito le elezioni, con buona pace dell’“accordo di San Silvestro”, con cui maggioranza e opposizione avevano concordato un anno di transizione ed elezioni entro la fine del 2017. Ma tutte le fasi stabilite dall’accordo non vengono rispettate dal governo.

Alcune fonti denunciano gli Stati Uniti di appoggiare le milizie ruandesi e le dittature che crescono nel Congo, che alimentano una sempre maggiore povertà, l’aumento del tasso di Aids (che ha raggiunto il 20% della popolazione nelle province orientali) a causa dei continui stupri, le epidemie e gli spostamenti di massa che derivano da condizioni di vita impossibili.

E l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Zelda Ra’ad Al Hussein, il 6 giugno, a Ginevra, ha ordinato l’apertura di un’inchiesta internazionale sulle accuse di violazione dei diritti umani avvenute nella Repubblica Democratica del Congo, proprio nel Kasai.

Nel condurre la 35esima sessione dello Human Rights Council, Hussein ha criticato il governo congolese per la gestione della propria collaborazione con gli organi dell’Onu. “Sarebbe intollerabile se gli ufficiali governativi pensassero che il minimo impegno nella difesa dei diritti umani possa permettere poi la violazione di tali doveri nei confronti dei propri cittadini e di tutte le altre persone”.