Il G7 un fallimento? Comunque l’Italia fanalino di coda fra i 7

31 maggio 2017

Nel fine settimana appena passato si è svolta la consueta riunione annuale dei Paesi del gruppo G7, a Taormina. Molti osservatori l’hanno considerata un fallimento. Comunque può anche essere utile verificare come si posiziona l’Italia, in relazione agli altri Paesi, per quanto riguarda nove indicatori economico-sociali.

Io non credo che la riunione del G7 di Taormina sia stato un fallimento.

Per la verità, poi, da diversi anni ormai, i risultati di questi incontri sono di scarso rilievo. Ma vi erano molte aspettative nei confronti della riunione svoltasi a Taormina soprattutto perché intervenivano per la prima volta alcuni leader politici, primo fra tutti il presidente degli Usa, Donald Trump.

Ed è stato proprio quest’ultimo la causa del fatto che su alcuni temi, prevalentemente quelli riguardanti i migranti e il clima, temi peraltro molto importanti, non è stato raggiunto alcun accordo significativo.

Ma non per questo la riunione di Taormina può essere considerata un fallimento. E’ stata invece la chiara, e prevedibile, dimostrazione che le posizioni degli Usa, sotto la guida di Trump, su una serie di problematiche di notevole rilievo, sono diventate molto differenti rispetto a quelle espresse dagli altri sei Paesi. Ciò ha determinato un acceso dibattito fra i rappresentanti dei Paesi del G7 a cui non si assisteva da anni.

Dopo aver formulato tali considerazioni, ritengo utile rilevare come si posiziona l’Italia, nell’ambito dei sette Paesi, esaminando alcuni indicatori economico-sociali.

E l’Italia è quasi sempre agli ultimi posti.

Considerando l’indice di sicurezza l’Italia è al quinto posto, precedendo solamente la Gran Bretagna e gli Usa.

Se si esamina la percentuale dei residenti nati da immigrati, l’Italia occupa il penultimo posto, superando solo il Giappone (tale percentuale per il nostro Paese è pari al 9,7%).

Analizzando l’indice di performance ambientale, di nuovo l’Italia si situa nella quinta posizione, prima di Germania e Giappone.

Sempre quinta, l’Italia, se si analizza la percentuale di abitanti sotto la soglia di povertà, pari allo 0,13% (valori percentuali superiori si verificano in Giappone e negli Usa).

Un poco migliore la situazione riguardante la percentuale della spesa sociale sul Pil: l’Italia occupa la quarta posizione, con il 25,2%, un valore superiore a quelli riscontrabili in Gran Bretagna, nella Germania e nel Canada.

Sesta, invece, l’Italia, per quanto concerne il rapporto percentuale tra debito pubblico e Pil, pari al 132,5%. Solamente il Giappone è contraddistinto da un valore più elevato, il 234,7%.

Ultimo il nostro Paese, relativamente alla percentuale fra i giovani disoccupati e le forze di lavoro, pari al 37,8%.

Sempre ultima l’Italia, se si prende in esame il cosiddetto Bloomberg innovation index , un indicatore della diffusione delle innovazioni nei sistemi economici.

Ancora ultima l’Italia, riguarda alla percentuale di laureati nella fascia di età 35-45 anni, il 20,5%, una percentuale molto bassa, appunto la più bassa.

Infine il nostro Paese si colloca al quinto posto, considerando il numero di start-up su internet, precedendo la Francia e il Giappone.

Una conclusione, valutando questi dati, è del tutto evidente: l’Italia deve impegnarsi molto di più per migliorare la situazione economico-sociale se intende, davvero, essere fra i primi Paesi nel mondo, per quanto concerne le performances ottenibili in vari settori, decisamente di notevole importanza.


Referendum, votare sì anche per rafforzare il governo Renzi e per contrastare i sostenitori italiani di Trump

27 novembre 2016

renzi2

Ormai lo sanno anche i sassi, il prossimo 4 dicembre gli elettori potranno andare a votare in occasione del referendum costituzionale tramite il quale sarà confermata oppure no la riforma di alcuni articoli della Costituzione, proposta dal governo Renzi e approvata dal Parlamento. Sono diversi i motivi che mi indurranno a votare sì e ad invitare a fare lo stesso i lettori di questo post.

E’ bene precisare, innanzitutto, che sarebbe necessario ed opportuno decidere di votare sì oppure no valutando, esclusivamente, i contenuti della riforma costituzionale.

Non a caso, però, ho utilizzato il condizionale.

Infatti pochi voteranno seguendo quel criterio che, in teoria, sarebbe l’unico da utilizzare.

A parte il fatto che la riforma costituzionale affronta questioni molto complesse e diverse. Si potrebbe essere a favore di alcune modifiche alla Costituzione e contrari ad altre. E per tutti gli elettori è oggettivamente difficile esprimere il proprio voto tenendo in considerazione solo i contenuti della riforma.

E questa situazione si è verificata anche nel 2006, quando si tenne un altro referendum costituzionale, relativo alla riforma proposta dal governo Berlusconi e poi approvata dal Parlamento.

Era inevitabile quindi che il voto assumesse un significato politico ben preciso, poco o nulla attinente ai temi oggetto del referendum. Del resto, come rilevai in un precedente post, anche nel 2006 la gran parte di coloro che votarono no lo fecero per esprimere un giudizio negativo nei confronti del governo Berlusconi e la gran parte di coloro che votarono sì lo fecero per sostenere quel governo.

Un inciso, peraltro: mi trovo d’accordo con quei pochi costituzionalisti i quali hanno rilevato che sarebbe opportuno approvare un ulteriore cambiamento della Costituzione…non prevedendo più la possibilità di sottoporre a referendum le leggi di riforma costituzionale.

Del resto il procedimento di approvazione di una legge di riforma costituzionale è definito “rafforzato” poiché per due volte deve essere approvata da ognuno dei due rami del Parlamento.

Inoltre, anche nel caso del referendum abrogativo, la Costituzione prevede che alcune leggi non possano essere sottoposte a referendum, ad esempio quelle che riguardano il bilancio statale e i trattati internazionali.

Comunque, il notevole e preponderante significato politico dell’esito del referendum costituzionale del 4 dicembre si sarebbe verificato ugualmente anche senza la cosiddetta personalizzazione dell’esito del referendum, promossa dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi.

Infatti, gli stessi oppositori del governo Renzi avrebbe interpretato, e stanno interpretando, il no al referendum come una manifestazione di sfiducia nei confronti dell’attuale governo.

Quindi io voterò sì, e invito a farlo per gli stessi motivi coloro che leggeranno questo post, non solo perché ritengo, nel complesso, valida la riforma costituzionale oggetto di referendum, ma anche per almeno altri due motivi.

In primo luogo perché, con la vittoria del sì, sarà oggettivamente rafforzato il governo Renzi.

E tale governo ha ben operato. Certo, poteva e doveva fare di più. Ma, io credo, le luci hanno superato le ombre.

Due soli esempi ma molto importanti, per quanto riguarda i risultati positivi conseguiti dal governo.

Il governo Renzi, diversamente dagli esecutivi che lo hanno preceduto, ha attuato e sta attuando una politica nei confronti degli organi dell’Unione europea decisamente più autonoma, tentando di cambiare radicalmente l’Unione, mettendo fine innanzitutto alla stagione dell’austerità e tentando di rendere l’Unione veramente all’altezza dei notevoli problemi cui si trova di fronte attualmente l’Europa.

Poi, il nostro governo ha adottato, nei confronti dei migranti, una evidente e positiva politica dell’accoglienza, diversamente da altri Paesi, pur aderenti all’Unione europea, che hanno eretto o che vorrebbero erigere dei “muri”, di diversa natura, nei confronti di un fenomeno, quale quello dei flussi migratori, che deve essere affrontato in modo del tutto diverso.

Inoltre, la vittoria del sì determinerebbe, ovviamente, la sconfitta dei partiti che sostengono il no e gran parte di essi non possono che essere definiti populisti, tanto che hanno salutato positivamente la vittoria di Trump, nelle recenti elezioni presidenziali negli Stati Uniti d’America.

E la sconfitta di questi partiti, proprio per le loro posizioni populiste e talvolta anche razziste, sarebbe a mio giudizio molto positiva.