Per rifondare la sinistra sciogliere Pd e LeU?

4 aprile 2018

La sinistra, è ben noto, è uscita con le ossa rotte dalle elezioni politiche del 4 marzo. Una vera e propria disfatta. I risultati del Pd e di Liberi e Uguali sono stati del tutto negativi. Più Europa non ha oltrepassato la soglia del 3%. Le altre due liste, al cui interno era presente il partito socialista, coalizzate con il Pd, non hanno superato l’1%.

La sinistra politica quindi o cambia radicalmente o potrebbe cessare di esistere o quanto meno potrebbe diventare del tutto marginale.

Peppino Calderola, giornalista e non solo, in passato iscritto al Pd e poi ai Ds, al Pds e al Pci, in un articolo pubblicato su www.largine.it, dal titolo “Un’idea pazza. Sciogliamo Pd e LeU e milioni di persone per assemblee rifondative”, formula alcune proposte, volte ad affrontare la crisi della sinistra italiana.

Un’idea veramente pazza la sua?

Non lo so. Comunque degna di attenzione e molto interessante. Pertanto ho deciso di riportare integralmente il suo articolo:

“Vogliamo, noi che scriviamo qui sull’Argine, tutti la stessa cosa. Vogliamo una nuova sinistra che si ponga quotidianamente il problema di come far avanzare chi sta indietro, che faccia a cazzotti col capitalismo, che immagini un’Italia pacifica e pacifista che accolga gli immigrati, che sappia rivoluzionare l’economia dando precedenza alle idee produttive eco-compatibili anche ad alto tasso tecnologico, che abbia una sanità che tuteli i poveri e gli anziani, che abbia una scuola e una università in cui prevalgano i migliori ma tutti possano diventare ‘i migliori’.

Una sinistra con valori forti e una idea di futuro concentrata nel termine da rimettere orgogliosamente in circolo: ‘socialismo’. Una sinistra larga, larghissima ma che sia un esercito disciplinato che faccia paura all’avversario e l’avversario non è solo il lepenista o il populista stronzo ma soprattutto chi ha il potere economico-burocratico-giudiziario in questo paese.

Questa sinistra parte dal basso e dall’alto. In basso non apre solo sezioni per rispondere così al partito liquido ma dà a questi organismi territoriali il compito di diventare sede di solidarietà e di mutualità accogliendo tutte le più fantasiose formule ‘di strada’, dal maestro, all’avvocato, al medico. Non entra in concorrenza con le associazioni laiche e cattoliche ma rivendica il ruolo politico di queste scelte che lavorando per togliere gli ultimi dalla loro miseria è già in sé una forma di lotta al sistema. E’ una costruzione dall’alto perché richiede che gente generosa, stia un passo avanti e organizzi tutto questo e lavori a progettare percorsi politici da realizzare con il consenso ma che escano fuori dal filantropismo.

Servirebbe un ‘botto’, un effetto d’annuncio.

L’ideale è se Pd e LeU riconoscessero che le esperienze storiche che hanno svolto si sono esaurite.

Io sono per far miei i versi della canzone che annunciò la fine della guerra a Napoli: ‘Chi ha avuto ha avuto chi ha dato ha dato…’. Mi interessano poco le autocritiche. Faccio parte di una famiglia, quella comunista, imbattibile nel fare autocritiche che non cambiavano nulla, tanto meno la classe dirigente. Non credo che esista la Colpa, anche grave, di un solo dirigente. Ho sempre avuto in testa la frase di papa Roncalli che distingueva errante da errore. Il nostro assillo è l’errore. L’errante può riprendere la strada e peggio per lui se insiste nell’errore.

Il botto ci sarebbe se venissero convocate in tutta Italia assemblee rifondative che abbiano al centro una discussione il cui punto di partenza sia questo: mai più come ieri. Dovremmo immaginare una grande partecipazione popolare, con gente di sinistra e gente che ha vissuto accanto alla sinistra o si duole che stia morendo.

Mentre lepenisti e populisti staranno là a ingegnarsi su come spartirsi il bottino, noi dovremmo essere l’elemento vitale di un popolo che si rialza. Il solo fatto di farlo metterebbe paura ai vincitori del 4 marzo.

Immagino un processo faticoso al termine del quale possono uscire, ma non me lo auguro, anche due formazioni. Una democratico-liberale e una socialista ma entrambe avrebbero riacquistato una vicinanza con gli elettori, i cittadini, il popolo.

L’Associazione socialista dovrebbe svolgere il ruolo di promotore di questo processo, di animatrice del confronto civile e senza vendette, di area che spinge per il formarsi di una sinistra di tipo socialista. Se non immaginiamo qualcosa di nuovo, saremo per anni prigionieri di renziani o di antirenziani, di oppositori di Grillo o di dialoganti. Che palle!

Ecco, io vorrei che queste due contrapposizioni venissero bandite dalla discussione. Il nostro futuro va oltre Renzi, va oltre Grillo, va oltre Salvini.

Renzi, infine, è il capo della disfatta. Ma molti dirigenti diLeU a questa disfatta hanno partecipato.

L’età dell’innocenza l’hanno tutti superata. La mucca era in corridoio anche quando Renzi non c’era. In questo processo il campo è libero per vecchi e giovani. I vecchi elefanti dovrebbero avere la saggezza di fare un passo indietro, di dare esperienza, saggezza, disinteresse ‘chi ha avuto, ha avuto’).

Non c’è mai stato fra di loro un Enrico Berlinguer. I nuovi dirigenti, vecchi che non hanno avuto o giovani, devono portare la freschezza di una non condivisione del potere. Nuovi in questo, ma nuovi anche perché dovranno dimostrare di non saper solo fare una trattativa politica, ma avere la costanza, l’umiltà, la continuità per fare cose in mezzo alla gente.

Mai sentito parlare di Di Vittorio?”.

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Renzi di nuovo un irresponsabile

31 gennaio 2018

Matteo Renzi, segretario del Pd, ha di nuovo dimostrato di essere un irresponsabile. Nella scelta dei candidati alle elezioni politiche del prossimo 4 marzo ha deciso che le minoranze interne non fossero sufficientemente rappresentate, ha impedito la ricandidatura di parlamentari di elevata statura politica e culturale ma, evidentemente, ritenuti non affidabili.

Ha privilegiato i suoi fedelissimi, i suoi “yes man” o “yes woman”, indipendentemente dalla loro capacità e dalla loro esperienza.

Il suo obiettivo principale è stato quello di dare vita, dopo le elezioni, a dei gruppi parlamentari del Pd che nella quasi totalità accettino passivamente le sue decisioni.

Certo non è la prima volta che nel Pd, ed anche in altri partiti, i candidati vengono scelti da pochissime persone, principalmente dai leader.

Inoltre diversi altri partiti hanno formato le proprie liste di candidati, anche in vista delle prossime elezioni, con criteri non troppo dissimili da quelli utilizzati da Renzi.

Ma a me interessa come si è comportato Renzi, essendo ancora iscritto al Pd.

Preciso, poi, che inizialmente io sono stato un convinto sostenitore di Renzi. Ma oggi non posso che ammettere di essermi sbagliato. Aggiungo comunque che non faccio parte nemmeno delle minoranze interne del Pd.

Ancora una volta, come del resto già avvenuto dopo la pesante sconfitta subìta in occasione del referendum costituzionale, Renzi ha pensato solo ai propri interessi, non al futuro del Pd e al contributo che il Pd dovrebbe fornire per dare vita ad un governo all’altezza dei notevoli problemi che contraddistinguono il nostro Paese.

E’ più che probabile, peraltro, che anche le decisioni prese con queste modalità di formazione delle liste si ritorcano contro lo stesso Renzi, favorendo il verificarsi di un risultato elettorale del tutto negativo per il Pd.

Lo avevo già sostenuto, ma lo ripeto ancora una volta: Renzi non può più essere il leader del Pd. Ha dimostrato ampiamente di non averne le capacità.

Prima se ne andrà, o prima verrà allontanato, e meglio sarà per il Pd, per la sinistra e per l’Italia.

P.S.: per quanto mi riguarda non voterò i candidati del Pd ma voterò Più Europa, la nuova lista capeggiata da Emma Bonino che comunque fa parte della coalizione guidata dal Pd


La sinistra fa votare CasaPound

8 novembre 2017

CasaPound, il partito neofascista che ormai da diversi anni opera in diversi territori del nostro Paese, negli ultimi periodi sta riscuotendo un buon successo anche nelle elezioni in cui presenta una lista. Domenica passata, il candidato a presidente del municipio di Ostia, nel comune di Roma, ha ottenuto un numero di voti piuttosto consistente, quasi il 10%, e in alcune recenti elezioni dei rappresentanti di CasaPound hanno riscosso dei consensi tali da divenire consiglieri comunali.

E’ possibile, quindi, che CasaPound in occasione delle prossime elezioni politiche, riesca a superare la soglia del 3% dei voti tale da consentire l’elezione di alcuni suoi parlamentari alla Camera e al Senato.

E’ legittimo porsi delle domande relativamente alle cause di questi successi elettorali, anche di quelli potenziali, nel prossimo futuro.

Senza dubbio i consensi ottenuti da CasaPound devono essere valutati avendo come riferimento quanto sta avvenendo da tempo in varie parti d’Europa: l’affermazione, anche elettorale, di partiti o movimenti di ispirazione fascista, comunque di destra radicale, razzisti e populisti.

Ma non credo che l’analisi si debba fermare qui.

E’ necessario andare oltre ed esaminare le specificità, tutte italiane, dell’affermazione di CasaPound.

CasaPound è un partito che, oltre ad essere fascista, razzista, populista e violento, tende, sempre di più, ad essere radicato nel territorio, ad essere, costantemente, in diretta relazione con alcune fasce dell’elettorato, soprattutto quelle più povere, con maggiori difficoltà economiche.

E’ noto, ad esempio, l’impegno di CasaPound a Roma, nei quartieri periferici, per difendere, anche con le maniere forti, esercitate contro le forze di polizia, gli sfrattati o coloro che hanno abusivamente occupato case popolari, per aiutare concretamente, tramite la concessione di pasti o di capi di abbigliamento agli italiani contraddistinti da un forte disagio economico e sociale.

Certo, aiutano solo gli italiani, non certo gli stranieri, anzi questi ultimi spesso sono oggetto di violenze fisiche da parte di aderenti a CasaPound. Ma questo è un altro discorso…

Quindi è vero che i rappresentanti di CasaPound, stanno facendo un buon lavoro, come ha recentemente dichiarato Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, forse definibile, però, talvolta, come un “lavoro sporco”.

Ma è anche vero che CasaPound sta occupando gli spazi, o le praterie, lasciati liberi da molti anni ormai, dai partiti della sinistra, sia riformista che radicale.

Infatti il Pd, ma anche i partiti e i movimenti della cosiddetta sinistra radicale, hanno sempre meno rapporti diretti, e costanti nel tempo, non solo in occasione degli appuntamenti elettorali, con i cittadini, e in particolar modo con coloro i quali sono stati più colpiti dalla crisi economica, quindi i più poveri e coloro che sono contraddistinti da un disagio sociale molto pesante.

Non a caso il Pd, ma anche i partiti della sinistra radicale, in molte elezioni ormai, hanno ottenuto uno scarso successo soprattutto nei quartieri periferici delle grandi città.

Quindi tali comportamenti della sinistra italiana hanno oggettivamente favorito l’affermazione di CasaPound.

E se si intende davvero contrastare CasaPound, è anche necessario che la sinistra modifichi questi comportamenti e ritorni parzialmente al passato, pur non abbandonando l’obiettivo di interessarsi del futuro e dei cambiamenti intervenuti negli ultimi decenni, accrescendo considerevolmente il rapporto diretto con i cittadini, in primo luogo con quelli contraddistinti da una evidente situazione di disagio economico e sociale.


Meglio Gentiloni di Renzi come leader del Pd

13 settembre 2017

Meglio Gentiloni di Renzi  come leader, o meglio come candidato a premier in occasione delle prossime elezioni politiche. Per la verità, poiché il sistema elettorale con il quale si andrà a votare avrà, molto probabilmente, un carattere proporzionale, non ci dovrebbero essere candidati a premier, presentati dai diversi partiti, perché il governo, se sarà possibile formarlo, sarà il frutto di un’alleanza fra diverse forze politiche. Comunque tutti i partiti si presenteranno con dei propri candidati a premier.

Quindi anche il Pd dovrà scegliere un candidato.

Per la verità è stato da tempo individuato Renzi, anche perché lo statuto del Pd prevederebbe la coincidenza tra la figura del segretario  e quella del candidato a premier. In realtà, in seguito alle elezioni del 2013, il candidato a premier non fu Bersani e, successivamente, fu scelto Letta, anche quando segretario era diventato Renzi.

Ma, al di là delle questioni statutarie, politicamente sarebbe opportuno, per il Pd e per il Paese, che il candidato a premier non fosse Renzi.

Infatti Renzi è del tutto inadeguato a svolgere quel ruolo perché ha compiuto molti errori, negli ultimi anni, tra i quali quello di non aver effettuato alcuna analisi della sconfitta subìta in occasione del referendum costituzionale.

Renzi, poi, è un leader “divisivo” e del tutto contrario anche solo a concepire un’alleanza con le altre liste, a sinistra del Pd, che si presenteranno.

Una parte considerevole dell’elettorato potenzialmente a favore del Pd  non lo “sopporta” più, principalmente per le sue numerose promesse mancate.

Quindi, se si vuole davvero che il Pd ottenga un buon successo elettorale, presupposto essenziale affinchè ci possa essere un governo di centro sinistra alla guida dell’Italia, Renzi non deve essere il candidato a premier di quel partito.

E chi al posto di Renzi?

Chi meglio di Gentiloni?

Il comportamento di Gentiloni è quasi l’opposto di quello di Renzi, e già questo rappresenta un elemento importante e positivo.

Gentiloni sta, inoltre, dimostrando di essere un buon presidente del Consiglio, piuttosto apprezzato come si può rilevare da diversi sondaggi recentemente effettuati.

Le sue relazioni con movimenti e partiti a sinistra del Pd sono piuttosto buoni, comunque migliori di quelle di Renzi.

Tali considerazioni mi sembrano più che sufficienti per sostenere l’opportunità che sia Paolo Gentiloni il candidato a premier del Pd e che guidi questo partito nel corso della campagna elettorale, indipendentemente dai risultati che si verificheranno nelle prossime elezioni regionali in Sicilia.


Renzi è diventato il principale problema del Pd e se ne deve andare

28 giugno 2017

Il secondo turno, meglio conosciuto come ballottaggio, delle elezioni comunali, svoltosi il 25 giugno, è stato contraddistinto dalla sconfitta del centrosinistra, in primo luogo della sua componente più importante, il Pd, del movimento 5 stelle e dalla vittoria del centrodestra.

Io sono stato per diverso tempo, fin da quando venne sconfitto da Bersani nelle primarie del Pd, un sostenitore di Renzi, perché lo consideravo il solo esponente di rilievo di quel partito che potesse davvero rinnovarlo e renderlo capace di governare efficacemente l’Italia, tramite una politica riformista con la quale si affrontassero anche i molti problemi strutturali del nostro Paese.

Ma con il passare dei mesi e degli anni, il contenuto innovativo dell’azione di Renzi è andato progressivamente riducendosi fino ad arrivare all’esito negativo del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 che, di fatto, si è rivelato essere un referendum pro o contro Renzi, pro o contro il governo da lui presieduto.

Ma Renzi non ha effettuato, almeno pubblicamente, un’analisi approfondita delle cause della sconfitta del 4 dicembre.

Si è sì dimesso da presidente del Consiglio ma è rimasto segretario del Pd, ricandidandosi poi nelle successive primarie, peraltro da lui vinte con un’elevata percentuale di voti.

Dopo il 4 dicembre non ha nemmeno iniziato a promuovere un’azione di rinnovamento del suo comportamento e delle modalità di funzionamento del partito da lui guidato.

Ha fatto in modo che il Pd fosse sempre più isolato non solo dagli altri partiti e movimenti della sinistra ma anche, ed è quello che più conta, da componenti importanti dell’elettorato, in primo luogo da quelle che hanno deciso di astenersi.

A quest’ultimo proposito non ha affatto tentato di analizzare le cause dell’aumento dell’astensionismo.

E’ apparso pensare solamente a come fare per andare il prima possibile alle elezioni politiche anticipate, ritenendo forse che un Pd da lui guidato potesse raggiungere il 40% dei voti ottenuto dai sì al referendum costituzionale.

Ma, lo rilevo di nuovo, non ha cambiato nulla o quasi del suo comportamento e delle modalità di funzionamento del Pd.

E ha sottovalutato, poi, il risultato negativo del Pd conseguito nelle recenti elezioni comunali.

E’ bene aggiungere che anche le altre principali componenti della sinistra non stanno certo meglio, dai cosiddetti scissionisti del movimento democratico e progressista a sinistra italiana e allo stesso movimento promosso da Giuliano Pisapia, i cui contorni rimangono ancora incerti e comunque non ben delineati.

Ma la situazione di questi soggetti politici non deve far dimenticare le notevoli difficoltà attraversate dal Pd e, a questo punto, non si può non sostenere che il principale responsabile dei problemi del Pd, sebbene non il solo, sia diventato Renzi.

Io non credo più che Renzi sia in grado di affrontare efficacemente le difficoltà del Pd e, pertanto, dovrebbe essere sostituito alla segreteria di questo partito.

E vi sono all’interno del Pd esponenti in grado di guidare questo partito meglio di Renzi: ad esempio, fra i renziani, Del Rio e fra i non renziani, Zingaretti.

Non è affatto detto che Renzi se fosse sostituito nel suo incarico di segretario del Pd debba abbandonare definitivamente la politica. Negli anni a venire potrebbe di nuovo assumere incarichi di rilievo. Ma oggi non più.

E si consideri che affrontare efficacemente i propri problemi non riguarda solo il Pd ma l’intero sistema politico italiano ed anche la situazione economica e sociale del nostro Paese.

Infatti se il Pd si rinnoverà davvero e diventerà sul serio un partito in grado di affrontare i principali problemi dell’Italia i benefici potranno estendersi alla maggioranza dei cittadini italiani, anche perché sia il movimento 5 stelle che il centrodestra non sono in grado di affrontare quei problemi, quanto meno seguendo un’efficace politica riformista di sinistra.


Civati, Fassina e Landini sono ancora vivi?

12 maggio 2016

landini

Nei mesi passati Civati, Fassina e Landini sembravano essere dei protagonisti della politica italiana. Ora il loro ruolo è, oggettivamente, molto meno importante. Di loro, ormai, si parla poco. Perché? Cosa è successo?

Civati ha fondato “Possibile”, un movimento politico a cui partecipano solamente coloro che sono a lui più vicini, quanti cioè facevano parte della “corrente” che, all’interno del Pd, era da lui capeggiata, i cosiddetti civatiani.

Civati non ha voluto per ora aderire nemmeno al “nuovo” partito che si sta tentando di costruire a sinistra del Pd, Sinistra italiana.

Recentemente, si è parlato di Civati solamente per la sua decisione, difficilmente condivisibile, di non votare alla Camera il disegno di legge sulle unioni civili.

Fassina è uno degli artefici, invece, di Sinistra italiana. Ha recentemente fatto una bruttissima figura poiché la sua candidatura a sindaco di Roma non è stata accettata per vizi formali, ma importanti e non sanabili.

Comunque, negli ultimi periodi, di Fassina si è parlato solamente, appunto, per la sua mancata candidatura. Alcuni hanno, peraltro, ipotizzato che i vizi che hanno contraddistinto una parte delle sottoscrizioni della sua candidatura siano stati creati ad arte da altri esponenti di Sinistra italiana che, evidentemente, non vedono di buon occhio Fassina.

Landini, avendo deciso di non diventare il leader di Sinistra italiana e di non occuparsi quindi direttamente di politica – per mancanza di coraggio? – si è proposto di dare vita ad una fantomatica “coalizione sociale”, di cui non si è capito bene mai cosa fosse e di cui ora non si parla più.

Landini ormai compare raramente nei talk show politici, non so se per sua scelta o per scelta dei conduttori.

Ma questo minore ruolo dei tre esponenti politici citati dipende da loro errori, da scelte soggettive, sbagliate?

O c’è altro?

A me sembra che abbia inciso anche un’altra causa.

Oggettivamente, lo spazio politico a sinistra del Pd è molto limitato, anche per la presenza del movimento 5 stelle.

Paradossalmente Civati e Fassina sembravano incidere di più quando facevano parte dell’opposizione interna al Pd. Ora, avendo deciso di uscire dal Pd, almeno per il momento, contano molto di meno.

Inoltre, a parte la limitatezza dello spazio politico a sinistra del Pd, quanto si sta progettando, come “nuovo” partito, Sinistra italiana, non sembra essere per nulla nuovo, ma la solita aggregazione, improvvisata, di movimenti politici preesistenti, incapace di attirare persone singole e gruppi realmente innovativi e rappresentativi di componenti significative della società italiana.

E, quindi, non credo che Civati, Fassina e Landini, ed anche Sinistra italiana, possano costituire un’alternativa credibile, da un lato al Pd e dall’altro lato al movimento 5 stelle.

Pertanto è probabile che, anche nel prossimo futuro, il loro ruolo continui ad essere del tutto marginale.