In Italia con la crisi i ricchi più ricchi e i poveri più poveri

21 giugno 2017

Sulla base di un rapporto redatto dall’Ocse, nel periodo della crisi economica, in Italia le diseguaglianze economiche sono aumentate. Ad esempio il 10% più povero della popolazione è stato contraddistinto da un calo del reddito del 4% l’anno tra il 2007 e il 2011, mentre il reddito medio è calato del 2% e quello del 10% più ricco solo dell’1%.

Altri dati sono ugualmente molto interessanti.

Il reddito medio del 10% più ricco della popolazione è pari a 11 volte quello del 10% più povero, mentre la media Ocse è pari a 9,6 volte.

Il coefficiente del Gini che misura le differenze nella distribuzione della ricchezza (va da 0 a 1 e più è alto e maggiore è la disparità) in Italia è salito dallo 0,313 del 2007 allo 0,327 del 2013, il sesto più alto in Europa e il tredicesimo nell’Ocse, mentre nello stesso periodo la media dell’area Ocse ha avuto una variazione molto più contenuta, passando da 0,314 a 0,315.

La povertà in Italia è aumentata in modo molto accentuato, salendo a un tasso del 14,9% nel 2013, oltre 4 punti in più rispetto al 2007, uno dei dati peggiori dell’Ocse (il quarto tra quelli disponibili), mentre la media dell’area Ocse è passata dal 7,7% del 2007 al 9,9% del 2013.

I bambini sono la fascia d’età con la maggiore incidenza della povertà, il 17% contro il 13% medio Ocse.

Anche i giovani tra i 18 e i 25 anni hanno un tasso di povertà superiore alla media (14,7% contro 13,8%), mentre gli ultra 65enni (9,3%) se la cavano meglio che nel resto dell’Ocse (12,6%).

Tra gli adulti il tasso di povertà è del 12,1% (Ocse 9,9%) e i “working-poor” – cioè quanti hanno un lavoro ma un reddito sotto la soglia di povertà – arrivano al 12%, mentre nel’Ocse si fermano in media all’8,7%.

L’Ocse evidenzia come la maggiore fonte di disparità di reddito, la disuguaglianza di reddito da lavoro, sia aumentata (+0,65%) tra il 2007 e il 2011 principalmente a causa della dispersione salariale legata al diffondersi di contratti atipici che non ha avuto pari nell’area Ocse, con retribuzioni inferiori rispetto ai contratti tradizionali.

In Italia il 40% degli occupati nel 2013 lavorava con contratti atipici, contro il 33% medio Ocse.

Tra il 1995 e il 2007 mentre l’occupazione con contratti standard è salita solo del 3% in Italia (contro il +10% medio Ocse), i contratti atipici sono aumentati del 24%, il dato più alto dell’Ocse a fronte di una media del 7,3%.

Tra il 2007 e il 2011 l’occupazione con contratti tradizionali è calata del 4,3% in Italia (-3% Ocse), mentre il lavoro tipico è salito dell’1,6% (il doppio della media Ocse). I lavoratori con contratti atipici in media in Italia guadagnano il 25% in meno l’ora rispetto a un lavoratore “tradizionale”.

Il 53% degli atipici è il principale percettore di reddito in una famiglia (contro il 48% Ocse), ne risulta che spesso le loro famiglie si trovano alla soglia di povertà. L’Italia è, dopo la Grecia, il Paese Ocse con la maggiore porzione di famiglie di lavoratori atipici a rischio povertà, il 37% contro il 27% medio Ocse.

In Italia, rileva inoltre il rapporto, il sistema fiscale non allevia la situazione dei “working poor”, mentre a livello Ocse tasse e agevolazioni riescono ad evitare la povertà a circa un terzo dei lavoratori con situazioni lavorative sub-standard.

In Italia resta poi ampio il “gender gap” (cioè le differenze in base al sesso). Quanto all’occupazione, è il maggiore dell’Ocse (18% contro il 12%), anche se si è ridotto rispetto al 32,5 del 1992.

Passando agli effetti della crisi sulla ricchezza netta degli italiani, secondo i calcoli dell’Ocse per il 20% più povero tra il 2006 e il 2012 è calata del 25% annuo contro il calo dello 0,8% del 20% più ricco. Per il resto della popolazione, ovvero la classe media, la flessione è stata del 2,1%.

Tradotto in cifre, la ricchezza netta media delle famiglie italiane nel 2010 ammontava a 273.600 dollari, sopra la media Ocse (268.500 dollari). Per il 20% più povero tuttavia il dato si riduce a 5.495 dollari, mentre per la fascia mediana arriva a 175.000 (media Ocse 149.000), balzando a 1,23 milioni per il “top 10%” e spingendosi fino a sfiorare i 4 milioni per l’1% più ricco. Dato quest’ultimo che risulta tuttavia sotto la media Ocse che è di 4,65 milioni.

Le famiglie italiane sono le meno inclini a fare debiti: solo il 25% vi fa ricorso contro l’80% delle norvegesi e delle americane. Inoltre solo il 2% delle famiglie italiane  può essere considerata eccessivamente indebitata contro il 24% negli Usa e il sorprendente 30% in Norvegia.

E i governi che si sono succeduti nel periodo della crisi economica non hanno adottato una politica economica rivolta quanto meno a non aumentare le diseguaglianze economiche.

Solo con il governo Renzi sono stati varati interventi  per contrastare la povertà, prevedendo fra l’altro l’istituzione del reddito d’inclusione. Ma le risorse finanziarie destinate a quel fine non sono per ora sufficienti per ridurre la povertà in modo molto consistente, come necessario.

E’ auspicabile pertanto che quelle risorse aumentino considerevolmente.

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In forte aumento il divario tra ricchi e poveri

14 giugno 2017

Nel mondo è aumentato considerevolmente, negli ultimi anni, il divario tra ricchi e poveri. Le diseguaglianze economiche quindi si sono ampliate. Lo ha recentemente sostenuto anche l’Ocse. In un rapporto dell’Oxfam, un’associazione che contrasta la povertà, tale problematica viene analizzata approfonditamente.

Cosa si rileva, fra l’altro, in questo rapporto?

“Il divario tra ricchi e poveri sta raggiungendo valori estremi mai toccati prima d’ora.

Credit Suisse ha recentemente reso noto che l’1% più ricco della popolazione mondiale possiede attualmente più ricchezza del resto del mondo, e ciò è accaduto con un anno di anticipo rispetto alle previsioni di Oxfam pubblicate e ampiamente riprese dai media alla vigilia del forum economico mondiale dell’anno scorso.

Al tempo stesso la ricchezza posseduta della metà più povera della popolazione mondiale si è ridotta di 1.000 miliardi di dollari negli ultimi cinque anni, a ulteriore riprova del fatto che viviamo in un mondo afflitto da livelli di disuguaglianza mai visti da oltre un secolo…

Nel 2015 appena 62 persone possedevano la stessa ricchezza di 3,6 miliardi di persone, ossia la metà più povera della popolazione mondiale. La ricchezza delle 62 persone più ricche è aumentata del 44% dal 2010 ad oggi, con un incremento pari a oltre 500 miliardi di dollari, arrivando a 1.760 miliardi di dollari.

Nello stesso periodo la ricchezza della metà più povera della popolazione mondiale si è ridotta di poco più di 1.000 miliardi di dollari, – una contrazione del 41%…

I fautori dello status quo sostengono che l’allarme disuguaglianza è alimentato dalla ‘politica dell’invidia’ e citano spesso la riduzione del numero di persone in estrema povertà quale prova del fatto che la disuguaglianza non è un problema prioritario. Così facendo, però, gettano fumo negli occhi.

Oxfam, la cui mission è proprio incentrata sulla lotta alla povertà, riconosce in modo inequivocabile gli enormi progressi che dal 1990 al 2010 hanno contribuito a dimezzare il numero di persone al di sotto della soglia di estrema povertà. Tuttavia, se nello stesso periodo non fosse peggiorata la disuguaglianza all’interno dei Paesi, altri 200 milioni di persone si sarebbero affrancati dalla povertà; e tale cifra sarebbe potuta salire a 700 milioni se i poveri avessero beneficiato della crescita economica più dei ricchi…

Un complesso sistema di paradisi fiscali e un’industria di gestione patrimoniale in ascesa permettono a queste risorse di rimanere intrappolate in alto, fuori della portata della gente comune e senza ricaduta alcuna per le casse pubbliche degli Stati. Secondo una recente stima 7.600 miliardi di dollari di ricchezza individuale (più dei Pil di Regno Unito e Germania messi insieme) sono attualmente custoditi offshore…

Uno dei fattori chiave che favorisce quest’enorme concentrazione di ricchezza e reddito è il crescente divario tra la remunerazione del capitale e i redditi da lavoro. In quasi tutti i Paesi ricchi, e nella maggior parte di quelli in via di sviluppo, si è ridotta la quota di reddito nazionale attribuita ai lavoratori, il che significa che questi ultimi beneficiano di una parte sempre meno consistente dei proventi della crescita.

I possessori del capitale, al contrario, hanno beneficiato di un aumento dei propri guadagni (riscossione di interessi, dividendi, profitti accumulati) ad un tasso di crescita più veloce di quello dell’economia. Il ricorso a pratiche diffuse di abuso fiscale da parte dei detentori del capitale e la riduzione delle imposte sulle rendite da capitale hanno ulteriormente contribuito a tali guadagni…

I cambiamenti economici e politici degli ultimi 30 anni (tra cui la deregolamentazione, le privatizzazioni, il segreto bancario e la globalizzazione, specialmente quella del settore finanziario) hanno iperalimentato la secolare abilità dei ricchi e dei potenti nello sfruttare la propria posizione per arricchirsi sempre più.

Ne consegue che molto spesso i guadagni di cui pochi beneficiano non sono rappresentativi di un efficiente ed equo sistema di remunerazione. Un esempio eloquente di sistema economico adulterato per servire gli interessi dei potenti è rappresentato dalla rete globale dei paradisi fiscali associata all’industria dell’elusione fiscale, che ha prosperato negli ultimi decenni.

Tale sistema ha ricevuto una vera e propria legittimazione intellettuale da una visione del mondo improntata al fondamentalismo del mercato, secondo la quale bassi livelli di imposizione fiscale a carico dei ricchi e delle imprese sono necessari per stimolare la crescita economica e sono quindi vantaggiosi per tutti noi…

A causa degli ammanchi dovuti a pratiche diffuse di abuso fiscale, i governi si ritrovano con l’acqua alla gola: da qui la necessità di tagliare servizi pubblici essenziali e il sempre più frequente ricorso alle imposte indirette, come l’Iva, che gravano in misura sproporzionata sui soggetti meno abbienti…

I meccanismi di elusione fiscale utilizzati a livello globale sottraggono energia vitale al sistema dello stato sociale nei Paesi industrializzati e privano i Paesi poveri delle risorse necessarie a combattere la povertà, mandare i bambini a scuola e impedire che i propri cittadini muoiano per malattie facilmente curabili.

Quasi un terzo (30%) del patrimonio degli africani ricchi, per un ammontare complessivo di 500 miliardi di dollari, è custodito offshore nei paradisi fiscali. Si stima che ciò costi ai Paesi africani 14 miliardi di dollari all’anno sotto forma di mancato gettito fiscale, una cifra sufficiente a coprire la spesa sanitaria che salverebbe la vita di 4 milioni di bambini e ad assumere abbastanza insegnanti da mandare a scuola tutti i bambini del continente…

Non si potrà mai sanare la crisi della disuguaglianza finché i leader mondiali non metteranno fine una volta per tutte all’era dei paradisi fiscali…

Il settore finanziario è quello che ha registrato la crescita più rapida negli ultimi decenni. Nel mondo, un miliardario su cinque deve la sua fortuna proprio ad attività in ambito finanziario. E’ in questo settore che si registra il divario più ampio tra salari e compensi e l’effettivo valore aggiunto per l’economia…

Il settore bancario resta al centro del sistema dei paradisi fiscali: la maggior parte delle ricchezze custodite offshore è gestita da appena 50 grandi banche.

Nel settore dell’abbigliamento, poi, le imprese approfittano della propria posizione dominante per continuare a imporre salari miseri. Tra il 2001 e il 2011 si è verificata una riduzione in termini reali delle retribuzioni percepite dai lavoratori dell’industria dell’abbigliamento in quasi tutti i 15 Paesi maggiori esportatori al mondo in questo settore.

Nell’aprile del 2013 l’insostenibile situazione dei lavoratori nelle fabbriche di vestiario in Bangladesh ha attirato l’attenzione del mondo intero allorché 1.134 di essi sono morti nel crollo di una fabbrica all’interno del Rana Plaza.

Tante vite vanno perdute perché le imprese tentano di massimizzare i profitti trascurando le necessarie misure di sicurezza. Nonostante tutta l’attenzione e la retorica che questa vicenda ha suscitato, le attività di questo settore sono ancora dominate dagli interessi finanziari a breve termine degli acquirenti, mentre si continuano a rilevare inadeguate normative e misure antincendio e di sicurezza.

La disuguaglianza è ulteriormente aggravata dal fatto che alcune imprese possono abusare di posizioni di monopolio e dei diritti di proprietà intellettuale per influenzare e distorcere il mercato a proprio favore, escludendo da esso i propri concorrenti e facendo lievitare i prezzi pagati dalla gente comune.

Nel 2014 le società farmaceutiche hanno speso più di 228 milioni di dollari per attività di lobbying a Washington. Quando la Thailandia decise di introdurre una licenza obbligatoria per una serie di medicinali essenziali, sulla base di clausole che consentono ai governi la possibilità di produrre localmente le medicine ad un prezzo di gran lunga inferiore e senza il permesso del titolare del brevetto internazionale, le industrie farmaceutiche fecero pressione sul governo degli Stati Uniti riuscendo a far inserire la Thailandia in una lista di Paesi assoggettabili a sanzioni commerciali…

La disuguaglianza non è inevitabile. L’attuale sistema non si è creato per caso: è il risultato di scelte politiche deliberate, del fatto che i nostri leader assecondano l’1% e i suoi sostenitori anziché agire nell’interesse dell’intera collettività. E’ giunto il momento di dire basta a questo modello economico malfunzionante. Nel mondo la ricchezza non scarseggia; non ha alcun senso dal punto di vista economico, e tanto meno da quello morale, che così pochi individui possiedano così tanto.

Per Oxfam l’umanità ha tutte le potenzialità per costruire un mondo migliore. Abbiamo il talento, la tecnologia e una visione per farlo. Si può edificare un’economia più umana in cui l’interesse della collettività e il bene comune vengano prima di tutto. Un mondo che offra a tutti un lavoro dignitoso, un mondo in cui uomini e donne siano uguali, dove i paradisi fiscali esistano soltanto nei libri di storia e i ricchi paghino la loro equa parte contribuendo così ad un sistema che operi realmente a beneficio di tutti.

Oxfam fa appello ai leader mondiali affinché si attivino per dimostrare che stanno dalla parte della collettività e per imprimere una battuta d’arresto alla crisi della disuguaglianza. Da salari dignitosi a una regolamentazione più efficace delle attività nel settore finanziario, sono molte le azioni che i decisori politici possono mettere in campo per porre fine all’economia dell’1% e iniziare a costruire un sistema dal volto più umano che vada a vantaggio di tutti…”.