Un minore su due in povertà relativa vive al Sud

28 febbraio 2018

E’ stata recentemente presentata la ricerca “La povertà minorile ed educativa. Dinamiche territoriali, politiche di contrasto, esperienze sul campo”, realizzata da Srm (centro studi collegato al gruppo Intesa Sanpaolo) con il supporto di Fondazione Banco di Napoli e Compagnia di San Paolo. L’obiettivo della ricerca è stato quello di illustrare il quadro statistico-economico della relazione tra povertà minorile e povertà educativa a livello europeo, nazionale e del Mezzogiorno in particolare.

Un altro obiettivo è stato quello di tracciare un quadro delle politiche pubbliche e degli interventi per contrastare il rischio di povertà dei minori mediante l’approfondimento dei principi generali, degli obiettivi assunti e degli strumenti utilizzati a livello comunitario e nazionale.

La ricerca ha poi avuto l’ulteriore obiettivo di riportare alcuni esempi di esperienze, iniziative e progetti che sono nati nel nostro Paese, proponendo anche un confronto con esperienze estere.

Quali sono i principali risultati della ricerca?

Nell’Unione europea sono circa 25 milioni i bambini a rischio povertà o esclusione sociale.

In Italia quasi 1,3 milioni di minori vivono in condizioni di povertà assoluta e quasi 2,3 milioni sono in situazioni di povertà relativa.

Nel Mezzogiorno circa 500.000 vivono in condizioni di povertà assoluta e 1,2 milioni sono in situazioni di povertà relativa (rispettivamente il 39% e il 52% del totale nazionale). Un minore su due in povertà relativa vive al Sud.

Poco più di un europeo su 10 tra i 18 e i 24 anni (il 10,8%) non consegue il diploma di scuola superiore e lascia prematuramente ogni percorso di formazione (early school leavers), percentuale che sale al 13,8% per l’Italia e al 18,4% per il Mezzogiorno.

In Italia i Neet (Not in education, employment or training), i giovani che non studiano e che non lavorano, sono oltre 3,2 milioni, (il 26% della fascia dei giovani tra i 15 e i 34 anni). Nel Mezzogiorno sono 1,8 milioni, oltre la metà del totale nazionale.

E’ bene precisare che la povertà relativa è un parametro che esprime le difficoltà economiche nella fruizione di beni e servizi, riferita a persone o ad aree geografiche, in rapporto al livello economico medio di vita dell’ambiente o della nazione.

Questo livello è individuato attraverso il consumo pro-capite o il reddito medio, ovvero il valore medio del reddito per abitante, quindi, la quantità di denaro di cui ogni cittadino può disporre in media ogni anno e fa riferimento a una soglia convenzionale adottata internazionalmente che considera povera una famiglia di due persone adulte con un consumo inferiore a quello medio pro-capite nazionale.

Questo tipo di povertà si distingue dal concetto di povertà assoluta, che indica invece l’incapacità di acquisire i beni e i servizi, necessari a raggiungere uno standard di vita minimo accettabile nel contesto di appartenenza.

Infine, con la nozione di povertà educativa, s’intende sottolineare che esistono anche disuguaglianze nelle competenze e nelle conoscenze acquisite durante i processi formativi.

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Negli istituti di pena minorile 452 detenuti, metà gli stranieri

20 dicembre 2017

E’ stato recentemente presentato “Guardiamo Oltre”, il 4° rapporto dell’associazione Antigone sugli istituti di pena per minorenni (Ipm). Dal rapporto emerge che la giustizia minorile italiana è un sistema che funziona. Riesce realmente a relegare il carcere a numeri minimi. Tuttavia, in questi numeri ci sono sempre le stesse persone: gli stranieri, i ragazzi più marginali del sud Italia, tutti coloro per i quali la fragilità sociale e l’assenza di legami sul territorio rende difficile trovare percorsi alternativi alla detenzione.   

In particolare nel rapporto si può rilevare che al 15 novembre 2017 i presenti nei sedici istituti penali per minorenni d’Italia sono 452 (da pochi giorni ha riaperto il diciassettesimo istituto a Firenze).

I minorenni sono il 42%, i maggiorenni il 58%. Le ragazze sono 34 (pari all’8%) mentre gli stranieri sono in totale 200 e rappresentano il 44% della popolazione detenuta.

Il 48,2% di chi è attualmente detenuto in un Ipm è in custodia cautelare. E ad esserlo sono soprattutto i minorenni. Tra loro l’81,6% non ha ancora una condanna definitiva. Inoltre gli stranieri in custodia cautelare sono più degli italiani, rappresentando il 53,5% del totale.

Negli ultimi anni si è assistito ad una forte crescita dell’istituto della messa alla prova. Dai 778 provvedimenti del 1992 si è arrivati ai 3.757 casi del 2016. Una crescita di quasi cinque volte che avrebbe dovuto comportare una crescita corrispondente del personale di giustizia e dei servizi sociali, cosa non accaduta.

“Nonostante questo quadro – ha dichiarato Susanna Marietti, responsabile dell’osservatorio minori di Antigone – possiamo fare di più e di meglio e, dunque, guardare oltre. Possiamo cancellare ogni forma di selezione sociale nella giustizia minorile e spingere ovunque quella capacità di attenzione alle problematiche del singolo che gli operatori hanno sempre dimostrato”.

“Guardiamo oltre – ha sottolineato Patrizio Gonnella, presidente di Antigone – anche relativamente ai contenuti della riforma voluta dal governo per le carceri italiane che a giorni dovrebbe essere presentata”.

“La speranza – gli ha fatto eco Alessio Scandurra, altro curatore del rapporto insieme a Susanna Marietti – è quella che finalmente si scriva un ordinamento penitenziario organico specifico per i minori detenuti, nuove regole che mettano al centro in maniera radicale un progetto educativo e non repressivo e l’apertura al territorio. I ragazzi in carcere non possono essere gestiti con le stesse regole degli adulti”.

E’ stato anche presentato www.ragazzidentro.it,  un sito realizzato da Antigone dedicato esclusivamente alla giustizia minorile dove, oltre ad essere confluiti tutti i precedenti rapporti, si possono trovare le schede relative ai sedici istituti di pena per minorenni presenti in Italia accompagnati da gallerie fotografiche e video inediti girati all’interno degli stessi, nonché approfondimenti sul tema.

Altri dati contenuti nel rapporto possono essere citati.

Le presenze negli Ipm ormai dalla metà degli anni ‘80 si aggirano attorno alle 500 unità.

In media i giovani adulti, che oggi possono restare negli Ipm fino al compimento del venticinquesimo anno di età, sono il 58% dei presenti. La media è più alta per gli italiani, che sono il 65%, e più bassa per gli stranieri, solo il 50%, ed ancora più bassa per le femmine, che sono invece in prevalenza (59%) minorenni.

E’ in custodia cautelare il 48,2% dei ragazzi, ma il dato cambia molto se si guarda all’età. Tra i minorenni quelli in custodia cautelare sono l’81,6%, tra i giovani adulti solo il 24,0%. Il dato cambia anche in base alla nazionalità: i ragazzi in custodia cautelare sono minoranza tra gli italiani (44,0%) e maggioranza tra gli stranieri (53,5%).

Tra i ragazzi entrati negli Ipm nel corso dell’anno sono assolutamente prevalenti i reati contro il patrimonio, il 59% del totale, e addirittura il 67% tra i ragazzi stranieri. I contro la persona sono una minoranza (17%), ancor più tra gli stranieri (15%).

Campania e Sicilia sono le regioni di provenienza di ben oltre la metà dei ragazzi italiani detenuti negli Ipm. Circa il 10% viene dalla Lombardia, pochi meno dal Lazio. Dalla Puglia l’8 novembre veniva il 4,4% dei ragazzi italiani, dalla Calabria il 3,6%.

Nonostante la giovane età, tra i 1.207 ragazzi passati per gli Ipm nel 2017, ben 49, il 4,1%, era genitore di almeno un figlio. Sempre nel corso dell’anno 10 ragazze sono state detenute con il proprio bambino.

Secondo gli ultimi dati statistici gli stranieri rappresentano il 52% degli ingressi nei centri di prima accoglienza, il 39% dei collocamenti in comunità, il 48% degli ingressi negli Ipm, il 44% delle presenze statiche negli Ipm e solo il 26% dell’utenza degli uffici di servizio sociale per i minorenni.

Gli stranieri in percentuale vengono maggiormente sottoposti a misura cautelare detentiva: rappresentano il 45% di coloro sottoposti a prescrizioni, il 43% di coloro cui viene prescritta la permanenza in casa, il 49% di coloro per cui viene disposto il collocamento in comunità, ma il 55% di coloro che vengono sottoposti alla misura della custodia cautelare in carcere.

Nel primo semestre del 2017 le nazionalità straniere più rappresentate negli Ipm sono quelle dei minori provenienti dalla Romania (48 ingressi) e dal Marocco (36), dato che è rimasto costante dal 2014.

I dati evidenziano come, nonostante alcuni episodi accaduti al Ferrante Aporti di Torino, negli Ipm ci sia una situazione tranquilla, finanche più tranquilla rispetto al 2016. Non c’è giustificazione alle richieste di chi, sulla base di singoli eventi, chieda misure repressive o una maggiore chiusura degli spazi di vita interni.

Negli ultimi due anni non ci sono stati suicidi negli Ipm. Tra il 2016 e il 2017 (i dati del 2017 sono aggiornati all’8 novembre) vi è stata una diminuzione dei tentati suicidi: dai 45 del 2016 ai 19 del 2017. L’ultimo suicidio fortunatamente risale a otto anni fa ossia il 17 novembre 2009 nell’Ipm di Firenze.

I comportamenti dei ragazzi classificati come violenti sono anch’essi visibilmente calati: 183 nel 2016 contro gli 88 finora nel 2017.

Scendono anche i numeri riguardanti l’autolesionismo: dai 98 episodi del 2016 agli 80 del 2017.

Il numero delle infrazioni disciplinari è ugualmente sceso da 887 nel 2016 a 713 nel 2017.


In Italia oltre 130.000 minori non vanno a scuola

19 novembre 2017

Secondo quanto rilevato nell’VIII Atlante dell’infanzia a rischio “Lettera alla scuola” di Save the Children, in Italia tra i bambini e i ragazzi che vivono in condizioni di disagio è ancora elevato il rischio di dispersione scolastica: nelle scuole secondarie di secondo grado il tasso di abbandono in un anno è stato del 4,3%, pari a 112.000 ragazzi, mentre in quelle di primo grado il tasso scende all’1,35%, che corrisponde a 23.000 alunni.

Inoltre, negli istituti con un indice socio-economico-culturale più basso più di 1 quindicenne su 4 (il 27,4%) è ripetente, mentre negli istituti con indice alto la quota scende quasi a 1 su 23 (il 4,4%).

Uno studente di quindici anni su 2 (il 47%) proveniente da un contesto svantaggiato, poi, non raggiunge il livello minimo di competenza in lettura, otto volte tanto rispetto a un coetaneo cresciuto in una famiglia agiata

Quindi a cinquanta anni dalla scomparsa di Don Lorenzo Milani, che ha lottato affinché la scuola offrisse pari opportunità ai suoi studenti indipendentemente dalla loro condizione economica, nel sistema scolastico nazionale le diseguaglianze sociali continuano a riflettersi sul rendimento degli alunni.

L’Atlante quest’anno propone un percorso in sei capitoli attraverso la scuola italiana con l’obiettivo di osservare e ascoltare il nostro sistema scolastico dalla prospettiva degli studenti e, in particolare, di coloro che vivono ai margini rischiando, oggi come cinquant’anni fa, di venire espulsi (anche) dalla scuola.

“La scuola è un luogo chiave nell’infanzia di ogni bambino: è qui che i talenti e le relazioni vengono sviluppati, è qui che sono gettate le basi del loro futuro” ha rilevato Valerio Neri, direttore generale di Save the Children.

“Oggi continuiamo a trovarci di fronte a una scuola che, a volte, alimenta le disparità: raccontare il sistema scolastico, il modo in cui esso riesca o non riesca a superarle, significa affrescare la condizione dell’infanzia in Italia.

Save the Children lotta affinché sia riconosciuto il diritto di tutti i bambini a un’eguale istruzione, a prescindere dal contesto sociale e economico in cui vivono. Bisogna percorrere i corridoi, entrare nelle aule, dare voce a pedagogisti, docenti e studenti, facendo tesoro del buono e individuando cosa è migliorabile. Ogni bambino deve accedere alle stesse opportunità, ha il diritto di essere protagonista e di essere ascoltato”.

“Negli ultimi decenni il quadro dell’infanzia in Italia ha subito trasformazioni epocali alle quali la scuola ha dovuto fare fronte” ha dichiarato Raffaela Milano, direttrice programmi Italia Europa di Save the Children.

“La denatalità ha comportato la perdita di un terzo della popolazione in età dell’obbligo scolastico; le rivoluzioni culturali e tecnologiche, così come l’ingresso di un milione di bambini di origine migrante nel sistema scolastico, hanno rappresentato una grande sfida di cambiamento per la scuola. Nel frattempo, per effetto della recessione, nuove povertà economiche e educative sono tornate a minacciare il futuro dei bambini.

Davanti a queste vere e proprie rivoluzioni, la scuola italiana è stata spesso lasciata sola, non sorretta da risorse adeguate e politiche lungimiranti per poter reggere il passo dei tempi. In un paese segnato da grandi squilibri territoriali, l’Italia non ha mai sperimentato un dispositivo nazionale per sostenere le scuole nei contesti più svantaggiati”.

Tra l’altro leggendo i contenuti dell’Atlante, si può notare che la correlazione tra la condizione socio-economica e il successo (o l’insuccesso) scolastico in Italia è più forte che altrove: nelle scuole che presentano un indice socio-economico basso l’incidenza di ripetenze rispetto alle scuole con un indice elevato è 23 punti percentuali maggiore, laddove la differenza media nei paesi Ocse è del 14,3%. L’Ocse calcola poi che in Italia la probabilità di ripetenze aumenta per i maschi (+104%) e per gli alunni di origine migrante (+117%).

Inoltre, sebbene negli ultimi decenni siano stati compiuti importanti passi in avanti nel contrasto alla dispersione scolastica, con una tendenza positiva che ha visto il tasso di abbandono abbassarsi progressivamente dal 2008 a oggi, il fenomeno della dispersione continua a rappresentare una delle principali sfide con cui la scuola italiana deve fare i conti, come mostrano i dati dell’anagrafe nazionale studenti del Miur evidenziati nell’Atlante.

Tali dati consentono di tracciare un identikit più preciso degli alunni a rischio: tra i ragazzi delle secondarie di II grado, possibilità superiori di abbandono sono registrate tra i maschi, in particolare tra coloro che vivono nelle regioni del Mezzogiorno, soprattutto in Campania e Sicilia e tra quelli con i genitori di origine straniera.

Il divario non è solo tra Italia e Europa, ma anche tra Nord e Sud del territorio nazionale: nel Settentrione i quindicenni in condizioni socio-economiche svantaggiate che non raggiungono le competenze minime nella lettura sono il 26,2%, cifra che sale al 44,2% nel Meridione.

Con l’aggravarsi delle condizioni socio-economiche di molte famiglie, all’aumento delle povertà economiche sono corrisposte anche nuove povertà educative: tanti bambini, infatti, non hanno accesso ad attività culturali.

Sei ragazzi su 10 (il 59,9%) tra i 6 e i 17 anni non arrivano a svolgere, in un anno, quattro delle seguenti attività culturali: lettura di almeno un libro, sport continuativo, concerti, spettacoli teatrali, visite a monumenti e siti archeologici, visite a mostre e musei, accesso a internet.

Mentre i bambini in condizioni svantaggiate non accedono mai, in un anno, al web, c’è una folta schiera di ultraconnessi: in Italia quasi 1 quindicenne su 4 (23,3%) risulta collegato a internet più di 6 ore al giorno, ben al di sopra della media Ocse ferma al 16,2%. L’età in cui un bambino riceve il primo smartphone è scesa a 11 anni e mezzo (erano 12 e mezzo nel 2015), l’87% dei 12-17enni ha almeno un profilo social e 1 su 3 vi trascorre 5 o più ore al giorno.


L’infanzia rubata. Ma da 30 anni c’è “Telefono Azzurro”

11 giugno 2017

E’ stato recentemente presentato il nuovo rapporto “Infanzia rubata”, redatto da Save the Children. In base ai contenuti del rapporto si può legittimamente sostenere che esiste nel mondo un esercito di bambini derubati della propria infanzia. Sono infatti 700 milioni i minori, uno su quattro, ai quali è negato il diritto ad essere bambino o la cui vita è costantemente minacciata. In Italia, però, occorre rilevare che proprio in questi giorni “Telefono Azzurro” ha compiuto 30 anni. Sono infatti già passati 30 anni dalla fondazione, da parte di Ernesto Caffo, dell’associazione “Sos il Telefono Azzurro”, che fino ad ora ha aiutato 72.000 bambini ed adolescenti, in media 2.400 ogni anno.

Il rapporto di Save the Children si basa, soprattutto, sull’analisi del cosiddetto indice globale dell’infanzia negata.

Prendendo in considerazione 172 Paesi, emerge che 263 milioni di minori, 1 su 6, non vanno a scuola, mentre 168 milioni, più di tutti i bambini che vivono in Europa, sono coinvolti in varie forme di lavoro minorile, tra cui lavori pericolosi o pesanti che mettono gravemente a rischio la loro incolumità fisica e psicologica.

Sei milioni di bambini muoiono ogni anno per cause facilmente prevenibili, come polmonite, diarrea e malaria, prima di aver compiuto i 5 anni, mentre sono 156 milioni i bambini con meno di 5 anni colpiti da forme di malnutrizione acuta che ne compromettono seriamente la crescita.

Circa 28 milioni di bambini sono stati costretti ad abbandonare le proprie abitazioni per fuggire da guerre e persecuzioni.

Nel solo 2015 sono stati assassinati nel mondo più di 75.000 bambini e ragazzi di meno di 20 anni di età, più di 200 al giorno.

Sono 15 milioni, inoltre, le ragazze che ogni anno si sposano prima dei 18 anni, spesso con uomini molto più grandi di loro. Quattro milioni di loro si sposano prima di aver compiuto 15 anni, una ogni 7 secondi, con impatti devastanti sulla loro salute e sulle loro opportunità future. Ogni 2 secondi una ragazza con meno di 19 anni partorisce nel mondo, per un totale annuo di 17 milioni.

Nella “lista nera” dei Paesi dove i bambini sono maggiormente minacciati ed esposti a rischi per la loro vita e il loro sviluppo al primo posto c’è il Niger, seguito da Angola, Mali, Repubblica Centrafricana e Somalia.

Norvegia, Slovenia e Finlandia si rivelano invece i Paesi dove l’infanzia incontra le condizioni più favorevoli, con l’Italia al nono posto in classifica, meglio di Germania e Belgio (al decimo posto a pari merito con Cipro e Corea del Sud), ma dietro anche a Olanda, Svezia, Portogallo, Irlanda e Islanda.

“E’ inaccettabile che nel 2017 milioni di bambini in tutto il mondo continuino ad essere privati della propria infanzia e del loro diritto di essere al sicuro, di crescere, imparare e giocare. Dobbiamo e possiamo fare di più per garantire un futuro migliore, fino all’ultimo bambino”, ha affermato Valerio Neri, direttore generale di Save the Children Italia.

Come già rilevato, l’8 giugno  del 1987 nacque l’associazione “Sos il Telefono Azzurro”, fondata da Ernesto Caffo, professore di neuropsichiatria infantile presso l’università di Modena e Reggio Emilia.

L’associazione ha dovuto cambiare ed evolversi rapidamente nel tempo, al passo con una società che si è modificata rapidamente e con le nuove tecnologie a dare vita a nuove minacce per i più piccoli.

Prima il solo telefono, oggi ascolto e intervento basati su una comunicazione multicanale.

La storica linea 1.96.96 ha retto nel tempo lasciando però spazio anche ad altri strumenti, come la chat, il web e i social, ormai fondamentali per l’operato dell’associazione.

Se la prima generazione di bambini e adolescenti chiedeva aiuto per situazioni di violenza e abusi (le percosse e i maltrattamenti fisici rappresentavano il 10% circa delle chiamate dei primi 7 anni), oltre che per problematiche legate alle relazioni con adulti o coetanei (circa il 45% dei casi gestiti tra 1987 e 1994), oggi sempre più le richieste di aiuto si legano ad un aumento della violenza tra coetanei, ad esempio il bullismo, nelle sue diverse componenti. Solo nel 2016 rappresentavano circa il 10% delle richieste di aiuto.

Infatti la vita dei bambini si svolge sempre più on line: nativi digitali, vivono in case high-tech, dove le stanze sono stazioni ad alto contenuto tecnologico.

Non stupisce quindi che le richieste di aiuto riguardino anche gli aspetti della loro “crescita digitale”: dipendenza dal web, invio e condivisione di immagini e video sessualmente espliciti autoprodotti (sexting), ricatti legati a questi invii (sextortion), così come adescamenti di minori ad opera di sconosciuti (grooming).

I dati di Telefono Azzurro parlano a questo proposito di un trend in aumento costante negli ultimi anni e che oggi si attesta attorno al 6% del totale delle consulenze che vengono offerte ogni anno dal numero gratuito 1.96.96 e dalla chat.

L’attività di prevenzione e ascolto di Telefono Azzurro si è intensificata e specializzata sempre di più.

Gli operatori vengono formati sulla base delle esperienze raccolte ma anche grazie ad un confronto costruttivo e strategico con altri Paesi europei. Gli strumenti di lavoro, informatici e tecnologici, si evolvono sulle base dei tanti casi trattati e sulla loro diversità.

Il centro nazionale di ascolto di Telefono Azzurro è oggi un call center con 30 linee telefoniche, 40 operatori specializzati, centinaia di volontari. All’ascolto telefonico, Telefono Azzurro associa inoltre nuove iniziative tese a favorire la diffusione di una cultura di intervento preventivo nelle situazioni di disagio, maltrattamento e abuso.

“La nostra è una storia basata sull’ascolto e sulle risposte che nel tempo abbiamo messo in campo sotto forma di progetti concreti, racconta il professor Ernesto Caffo, non solo fondatore ma anche presidente dell’associazione. Attraverso l’ascolto Telefono Azzurro ha fatto conoscere i bisogni di bambini e adolescenti, raccogliendo le loro voci attraverso il telefono prima, e poi via via attraverso tutti gli strumenti e i canali che in questi tre decenni la tecnologia ci ha messo a disposizione. Sempre attenti a parlare la lingua dei più piccoli, a essere presenti lì dove loro sono, dove dialogano, dove imparano e dove crescono.

Una presenza sempre più capillare e costante, resa possibile dal grande lavoro svolto dai gruppi territoriali dei nostri volontari, che hanno reso grande la storia di questi trent’anni. Lavoreremo ogni giorno affinché nei prossimi trenta venga costruito sempre più un mondo a misura di bambini e di adolescenti”.


Un milione i bambini poveri in Italia

9 aprile 2017

In Italia i minori in povertà assoluta sono 1.100.000. La percentuale di questi minori sul totale della popolazione di riferimento è triplicata negli ultimi 10 anni, passando dal 3,9% nel 2005 al 10,9% nel 2015. Inoltre, nonostante il numero di ragazzi che abbandonano precocemente gli studi si sia più che dimezzato negli ultimi 23 anni (passando dal 38% del 1992 al 15% del 2015), tale percentuale rimane superiore rispetto alla media dell’Unione europea, pari all’11% e fa sì che l’Italia si posizioni al quartultimo posto fra i Paesi dell’Ue. Percentuali più elevate di quella del nostro Paese si verificano solo in Romania (19%), in Spagna e a Malta (entrambe con il 20%).

Questi e altri dati sono contenuti nel nuovo rapporto “Futuro in partenza? L’impatto delle povertà educative sull’infanzia in Italia”, presentato da Save the Children, in occasione del rilancio della campagna per il contrasto alla povertà educativa.

Dal rapporto emerge un quadro dell’Italia che dopo anni stenta a far decollare il futuro dei propri ragazzi e che, nonostante alcuni miglioramenti negli ultimi anni, risulta ancora lontana dal resto dell’Europa e in cui le maggiori privazioni educative per i minori si registrano soprattutto al Sud, con ritardi importanti che non risparmiano tuttavia le regioni del Centro e del Nord.

Sono soprattutto i minori che provengono dalle famiglie svantaggiate dal punto di vista socio-economico a subìre le più gravi conseguenze della povertà educativa e si tratta di un fenomeno in forte crescita, in considerazione che anche la percentuale di minori che vivono in povertà relativa – più di 2 milioni di bambini e adolescenti – è quasi raddoppiata dal 2005, passando dal 12,6% della popolazione di riferimento al 20,2% nel 2015 e in particolare ha subìto un’impennata di quasi 8 punti percentuali dal 2011 al 2015.

“Il nostro è un Paese in cui non sono le pari opportunità a determinare i percorsi educativi e di vita dei ragazzi, ma lo svantaggio ereditato dalle famiglie. La povertà economica ed educativa dei genitori viene trasmessa ai figli, che a loro volta, da adulti, potrebbero essere a rischio povertà ed esclusione sociale. E’ un circolo vizioso che coinvolge e compromette il futuro di oltre un milione di bambini e che va immediatamente spezzato” – ha affermato Valerio Neri, direttore generale di Save the Children.

“Serve un impegno urgente e concreto da parte delle istituzioni: non è accettabile che vi siano bambini costretti a vivere gravi deprivazioni materiali ed educative, che non solo non hanno la possibilità di costruirsi un domani, ma che non possono neanche sognarlo. Dobbiamo dare ad ogni bambino la possibilità di far decollare le proprie aspirazioni e i propri sogni”, ha aggiunto Neri.

Dal 3 al 9 aprile Save the Children ha rilanciato la campagna “Illuminiamo il futuro” per il contrasto alla povertà educativa, ormai giunta al suo quarto anno. Una settimana di mobilitazione, con oltre 650 eventi e iniziative in tutta Italia in cui sono state coinvolte centinaia di associazioni, enti, scuole, realtà locali e istituzioni culturali che hanno scelto di essere al fianco dell’associazione per sensibilizzare e informare sull’importanza delle opportunità educative per la crescita dei più piccoli.

Io credo che quanto auspicato da Save the Children, per contrastare la povertà dei minori, si debba realizzare.

Il governo Renzi varò alcuni interventi per combattere la povertà.

Ma tali interventi devono essere assolutamente intensificati, destinandovi un ammontare di risorse finanziare ben più consistente.


Anche in Italia non è facile la vita delle bambine

13 ottobre 2016

bambine

In occasione della giornata internazionale delle bambine e delle ragazze, Save the Children ha reso pubblico il rapporto “Every Last Girl: Free to live, free to learn, free from harm”, contenente  una classifica dei Paesi del mondo dove è più facile essere una bambina o una ragazza. Matrimoni precoci, scarso accesso a educazione e sanità ed esclusione dai processi decisionali sono risultate essere le principali barriere che impediscono a bambine e ragazze di costruirsi un futuro ricco di opportunità.

Quali sono i principali risultati a cui pervengono le analisi contenute nel rapporto?

Il Niger è il luogo peggiore al mondo dove essere una bambina o una ragazza, la Svezia il migliore.

Altri due Paesi scandinavi, Finlandia e Norvegia, occupano rispettivamente il secondo e il terzo posto in classifica, mentre l’Italia si piazza in decima posizione, davanti a Spagna e Germania.

A livello globale la situazione delle bambine e delle ragazze è tutt’altro che rosea: una ragazza minore di 15 anni si sposa ogni sette secondi, oltre un milione di ragazze diventano madri prima di compiere i 15 anni, mentre 70.000 ragazze tra i 15 e i 19 anni perdono la vita ogni anno per cause legate alla gravidanza e al parto.

In coda alla classifica, prima del Niger, si trovano altri Paesi africani quali Ciad, Repubblica Centrafricana, Mali e Somalia, che si caratterizzano per numeri molto alti di spose bambine.

Gli Stati Uniti non vanno invece oltre la 32esima posizione, in seguito ai tassi di mortalità materna e numero di bambini nati da madri adolescenti più alti di quelli di altri Paesi ad alto reddito.

Il nostro Paese presenta gli stessi risultati della Svezia prima classificata per quanto riguarda il numero di figli per madri adolescenti (6 su 1.000) e tasso di mortalità materna (4 su 100.000 nascite), mentre ha una percentuale minore di donne che siedono in Parlamento (31% contro 44%).

Tra le principali barriere che impediscono alle bambine e alle ragazze di accedere a servizi e opportunità nella loro vita figurano i matrimoni precoci.

Dal rapporto emerge che ogni sette secondi, nel mondo, una ragazza con meno di 15 anni si sposa, spesso con un uomo molto più grande di lei, a causa della povertà e di norme e pratiche sociali discriminatorie.

Oggi sono più di 700 milioni le donne che si sono sposate prima di aver compiuto i 18 anni, e ogni anno 15 milioni di bambine e ragazze contraggono matrimonio ancora minorenni, con conseguenze drammatiche sulla loro salute, educazione e sicurezza.

L’India è il Paese con il più alto numero di spose bambine, con il 47% delle ragazze, più di 24,5 milioni, sposate prima di aver compiuto i 18 anni. In India, del resto, così come in Afghanistan, Yemen e Somalia, sono numerosi i casi di spose bambine che hanno meno di 10 anni e che si legano a uomini molto più grandi di loro.

“I matrimoni precoci rappresentano l’inizio di un ciclo di ostacoli e svantaggi che negano a bambine e ragazze i loro diritti fondamentali, tra cui i diritti alla salute e all’istruzione, e impediscono loro di vivere la propria infanzia, di realizzare i propri sogni e di costruirsi un futuro ricco di opportunità – ha affermato Helle Thorning-Schmidt, direttore generale di Save the Children International -.

Le bambine e le ragazze che si sposano troppo presto sono spesso costrette ad abbandonare la scuola e sono le prime a rischiare di subire violenze domestiche, abusi e stupri. Rischiano inoltre di incorrere in gravidanze precoci, con conseguenze molto gravi sulla loro salute e su quella dei loro bambini, e risultano particolarmente esposte al rischio di contrarre malattie sessualmente trasmissibili come l’Hiv”.

In molti Paesi al mondo, inoltre, le ragazze continuano a non potersi esprimere liberamente e a non essere coinvolte nei processi decisionali pubblici e privati.

A livello globale, solo il 23% dei seggi parlamentari è occupato da donne le quali, peraltro, presiedono le Camere dei Parlamenti solo nel 18% dei casi. La più alta percentuale di donne in Parlamento si registra in Ruanda (64%), mentre le donne parlamentari sono solo il 9% in Mali, il 6% in Nigeria e il 2% in Egitto. Qatar e lo Stato insulare di Vanuatu, invece, non hanno alcuna donna in Parlamento.

Save the Children, che in molte parti del mondo realizza programmi che supportano le bambine e le ragazze più svantaggiate, chiede in particolare ai governi di impegnarsi a raggiungere tre garanzie per tutte le bambine e le ragazze al mondo: una finanza equa che permetta loro di accedere ai servizi di base; l’eliminazione di discriminazioni economiche e sociali; meccanismi di trasparenza che garantiscano che la voce delle ragazze sia ascoltata e considerata decisiva nei processi decisionali pubblici e privati.

Quindi l’Italia occupa nella classifica presentata da Save the Children una posizione soddisfacente.

Ma se si esamina, utilizzando un’altra fonte, la situazione dei minori in Italia, sia maschi che femmine, essa appare tutt’altro che ideale.

Comunque, i problemi esistono e devono essere affrontati con maggiore impegno.

Infatti se si considera la prima indagine, realizzata dall’Autorita Garante per l’infanzia e l’adolescenza, in collaborazione con il Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l’abuso dell’infanzia e Terre des Hommes, emerge, tra l’altro, che sono oltre 91.000, in Italia, i minori maltrattati seguiti dai servizi sociali; in particolare, per ogni 1.000 piccoli residenti, quasi 48 ricevono questo tipo di assistenza, per un totale stimato di 457.453 casi e di questi ben 91.272 sono stati presi in carico perché maltrattati.

Tra le tipologie di maltrattamento più diffuse al primo posto sono la trascuratezza materiale e/o affettiva (47,1% dei casi) e al secondo posto la violenza assistita (un bambino su 5 di quelli maltrattati è testimone di violenza domestica e ne soffre le conseguenze).

Il maltrattamento psicologico ha un’incidenza superiore rispetto a quello fisico (13,7% contro il 6,9%), pur avendo conseguenze tali da richiedere l’assistenza dei servizi sociali.

Rispetto al totale dei bambini e adolescenti seguiti dai servizi, i minorenni presi in carico per maltrattamento sono più numerosi al Sud e al Centro (rispettivamente 273,7 e 259,9 ogni mille) contro i 155,7 casi al Nord.

Particolarmente esposte sono le femmine e gli stranieri.

E, partendo da questa ricerca è stato anche possibile fare un confronto con le ricerche epidemiologiche sul maltrattamento in altri Paesi.

L’Italia ha un indice di prevalenza (9,5 casi ogni mille bambini sono maltrattati) inferiore al Canada (9,7), Inghilterra (11,2) e Stati Uniti (12,1).

Le differenze sono ancora più marcate analizzando le differenti tipologie di maltrattamento: per quel che riguarda la violenza sessuale in Italia l’incidenza (4 bambini su 100 maltrattati) appare fra le più basse registrate nei Paesi industrializzati, più forse per la difficoltà di rilevazione che per la diffusione del fenomeno, come si rileva in un articolo pubblicato su www.repubblica.it.


Tratta e sfruttamento: nel mondo una vittima su 5 è un minore

8 agosto 2016

nigeriane

Secondo il dossier “Piccoli schiavi invisibili” 2016 di Save the Children i minori vittima di schiavitù e grave sfruttamento nel mondo sarebbero, secondo le stime, 1.200.000. Una vittima di tratta su cinque è un bambino o un adolescente. Una realtà drammatica, che resta però fortemente sommersa, registrando, al di là delle stime e delle proiezioni, un numero molto inferiore di casi realmente identificati.

Quello della tratta è un fenomeno estremamente complesso, soprattutto in Italia, che spesso coinvolge minori stranieri non accompagnati, cioè senza adulti di riferimento, molti dei quali sono in transito nel nostro Paese e si spostano da una città all’altra, non consentendone l’emersione e il tracciamento reale.

Basti pensare che in Italia, tra gennaio e giugno 2016 sono arrivate via mare 70.222 persone in fuga da guerre, fame e violenze. Di queste 11.608 sono minori, il 90% dei quali (10.524) non accompagnati, un numero più che raddoppiato rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (4.410 da gennaio a giugno 2015).

In particolare, questi ultimi rappresentano un potenziale bacino di sfruttamento per coloro che cercano di trarre profitto dal flusso migratorio, speculando in vari modi sulla vulnerabilità dei più piccoli.

Il profilo dei minori vittima di tratta e sfruttamento in Italia vede una presenza significativa di ragazze nigeriane, rumene e di altri Paesi dell’Est Europa, sempre più giovani, costrette alla prostituzione su strada o in luoghi chiusi.

Attraverso le attività delle unità mobili e di “outreach”, Save the Children ha inoltre intercettato gruppi di minori egiziani, bengalesi e albanesi inseriti nei circuiti dello sfruttamento lavorativo e nei mercati del lavoro in nero, costretti a fornire prestazioni sessuali, spacciare droga o commettere altre attività illegali.

A destare particolare preoccupazione sono i minori “in transito”, tra i quali spiccano eritrei e somali che, una volta sbarcati sulle nostre coste, in assenza di sistemi di transito legali e protetti, si allontanano dai centri di accoglienza e si rendono invisibili alle istituzioni nella speranza di raggiungere il Nord Europa, divenendo facili prede degli sfruttatori.

Nel nostro Paese, inoltre, la tratta di persone costituisce la terza fonte di reddito per le organizzazioni criminali, dopo il traffico di armi e di droga

“Sono tantissimi i minori che raccontano ai nostri operatori di essere vittime di drammatiche forme di sfruttamento, nella maggior parte dei casi assimilabili alla schiavitù, e che anche qui in Italia troppo spesso si affidano a persone senza scrupoli”, ha rilevato Raffaela Milano, direttore dei programmi Italia-Europa di Save the Children.

“È importante che questi ragazzi trovino punti di riferimento affidabili per decidere del loro futuro: per questo motivo, oltre alle nostre attività di protezione dei minori migranti in frontiera Sud, a Roma, Milano e Torino, abbiamo attivato un nuovo servizio di ‘helpline’ dedicato ai minori migranti, un numero gratuito che risponde in sei lingue, fornendo orientamento legale e psicologico, e che vuole essere un punto di riferimento per tutti i minori che possono trovarsi in situazioni di rischio e per tutti coloro che vogliono aiutarli.”

Per la prima volta, il dossier approfondisce il profilo non solo delle vittime, ma anche degli “offender”, cioè gli sfruttatori.

Il profilo degli sfruttatori è molto vario e va dal singolo fino alle organizzazioni criminali, che gestiscono la tratta di persone come attività propedeutica e funzionale a traffici illeciti più lucrativi, come ad esempio quello di droga.

I gruppi transnazionali più complessi hanno cellule in tutta Europa e riescono a spostare e gestire un numero notevole di persone, arrivando a muoverle da un Paese all’altro del continente, a seconda della domanda di lavoro forzato o di prostituzione che si creano di volta in volta.

Le organizzazioni criminali che gestiscono la tratta di persone perseguono lo scopo specifico dello sfruttamento e assoggettamento delle vittime, al fine di trarne dei benefici economici o altri vantaggi.

Questi modelli organizzativi son ben inseriti nel territorio italiano: è il caso dei boss nigeriani che, in accordo con le mafie locali, gestiscono oggi importanti segmenti del traffico e dello spaccio di droga tramite una elevata capacità di controllo sul territorio e sulle persone.

Nel rapporto, Save the Children delinea una serie di raccomandazioni chiave per garantire una più rapida emersione, identificazione e assistenza ai minori vittime di tratta e sfruttamento e la piena attuazione dei loro diritti.

“Finalmente è stato approvato in Italia il primo piano nazionale d’azione contro la tratta e il grave sfruttamento degli esseri umani; ora è indispensabile passare all’attuazione del piano, prevedendo specifici interventi per le vittime minorenni”, ha affermato Raffaela Milano.

“Per prevenire i rischi di sfruttamento chiediamo inoltre al Parlamento di approvare, senza ulteriori indugi, il disegno di legge sul sistema nazionale di accoglienza e protezione dei minori stranieri non accompagnati, che finalmente ha ripreso il suo iter alla commissione Affari Costituzionali della Camera dopo un lungo periodo di stallo.

Un sistema di protezione organico e diffuso su tutto il territorio nazionale, può rappresentare una risposta concreta per ridurre i rischi di tratta e sfruttamento per i minori in arrivo.”