Irresponsabili i partiti a favore delle elezioni anticipate

4 giugno 2017

Ormai è quasi certo: sarà approvata entro luglio una nuova legge elettorale, simile a quella utilizzata in Germania, soprattutto per consentire lo svolgimento di elezioni politiche anticipate a settembre o a ottobre. Un’ampia maggioranza dei partiti sembra essere favorevole, ma io credo che il loro comportamento sia del tutto irresponsabile. Infatti andare alle elezioni anticipate con una legge elettorale proporzionale comporta dei rischi molto pericolosi.

Se fosse possibile che dopo le elezioni anticipate si riuscisse in breve tempo a dare vita a un governo tali rischi non ci sarebbero.

Ma con una legge elettorale come quella che dovrebbe essere approvata sarà molto difficile che in breve tempo si formi un governo e, anzi, è probabile che non si possa dare vita a nessun governo e che quindi si debba di nuovo ricorrere alle urne.

Quindi si verrebbe a creare una situazione di ingovernabilità, di forte instabilità, che creerebbe notevoli problemi, soprattutto di natura economica.

In primo luogo perché entro la fine dell’anno il Parlamento dovrebbe approvare la nuova legge di bilancio, tramite la quale verrebbe predisposta una manovra economica tale da rispettare le regole relative al bilancio pubblico, stabilite dall’Unione europea, anche per evitare il verificarsi delle cosiddette clausole di salvaguardia, di fatto per impedire un aumento dell’Iva.

E, una volta che fossero indette le elezioni anticipate, è improbabile che il governo Gentiloni possa varare la nuova legge di bilancio e farla approvare dal Parlamento ed è altrettanto improbabile che il nuovo governo, che potrebbe non esistere, quanto meno per alcuni mesi, la possa predisporre e che il nuovo Parlamento la possa approvare, nei tempi previsti.

La non approvazione della legge di bilancio da un lato potrebbe determinare l’esercizio provvisorio del bilancio pubblico, con evidenti conseguenze negative, l’applicazione di sanzioni da parte dell’Unione europea e, soprattutto, la reazione dei mercati finanziari, tale da causare un forte aumento dei tassi di interesse, che comporterebbe notevoli problemi allo Stato stesso, alle imprese, alle banche e alle famiglie.

E tutto ciò potrebbe causare un’attenuazione dei ritmi della crescita economica, peraltro ancora molto debole, un aumento della disoccupazione e forti perdite per i risparmiatori.

Mi sembra del tutto evidente, pertanto, che sia, realmente, da considerare irresponsabile il comportamento di quei partiti che puntano ad elezioni anticipate, con la legge elettorale già citata, dal Pd, al movimento 5 Stelle, a Forza Italia, alla Lega, al movimento Democratici e Progressisti, a Sinistra Italiana.

Nonostante, però, sia del tutto evidente quanto sia irresponsabile il loro comportamento, a questo punto, sembra che non ci siano più ostacoli relativamente alla possibilità che si tengano elezioni anticipate a settembre o a ottobre, purtroppo.


Solo il 18% della popolazione tra i 25 e i 64 anni è laureata

24 maggio 2017

E’ stato, recentemente, presentato, da parte dell’associazione TreeLLLe un quaderno “Dopo la riforma: università italiana, università europea?”, nel quale si analizza approfonditamente la situazione delle università italiane, effettuando numerosi e utili confronti con quanto avviene negli altri Paesi europei.

Ho ritenuto opportuno riportare alcune parti dell’introduzione, scritta dal presidente dell’associazione in questione, Attilio Oliva, perché particolarmente interessanti.

“Va riconosciuto ai decisori pubblici del nostro Paese il merito, specie nella seconda metà del secolo scorso, di aver esercitato uno sforzo poderoso volto a recuperare il ritardo storico del nostro Paese: nel 1950 circa il 60% degli italiani era privo di titolo scolastico, o aveva al massimo il titolo di licenza elementare.

Persistono peraltro preoccupanti elementi di debolezza, rappresentati non solo dal deficit di laureati sulla popolazione, ma, ed anche più preoccupante, dal basso livello di ‘competenze funzionali’ rilevato dalle indagini internazionali.

Da queste indagini si evince che un terzo della popolazione italiana ha debolissime competenze funzionali (ovvero la capacità di comprendere e utilizzare testi scritti e di utilizzare strumenti matematici nei contesti di vita e lavoro quotidiano), che un altro terzo ha competenze fragili e a rischio di obsolescenza, e che solo un terzo delle persone è in grado di leggere, scrivere, discutere con un adeguato livello di conoscenze e competenze…

Ancora oggi, il 40% della popolazione di età compresa fra i 25 e i 64 anni possiede al massimo la licenza media, il 42% ha conseguito il titolo secondario superiore e solo il 18% ha un titolo di studio di livello universitario (mentre i laureati in Germania sono il 27%, in Francia il 33%, nel Regno Unito il 44%).

Il deficit italiano di laureati è particolarmente acuto per la totale assenza di lauree professionalizzanti, titoli conseguiti al termine di cicli di formazione, che sono invece fortemente diffuse in tutti gli altri Paesi…

Resta, peraltro, da spiegare una contraddizione: il sistema formativo produce un output di ‘format’ inferiore agli standard europei, ma il sistema produttivo non sembra assorbire neppure questi. Una domanda sorge legittima: dipende dalla inadeguatezza del primo o dalla scarsa propensione alla innovazione del secondo?

Nella seconda metà del secolo scorso, l’università italiana ha vissuto una grande fase di sviluppo: dai 300.000 iscritti del 1961, si è arrivati a oltre 1.800.000 nel 2008. A partire da allora, tuttavia, la domanda di formazione universitaria è progressivamente diminuita: la popolazione universitaria nel suo insieme oggi arriva a 1.650.000 studenti.

Hanno inciso su questa dinamica noti fattori demografici, il venir meno degli incentivi all’iscrizione in età adulta, l’impatto della crisi economica e un certo grado di sfiducia nei confronti dell’università come strumento per trovare occupazione e come ascensore sociale…

Ci sono anche altri fattori di debolezza, il più importante dei quali è costituito dallo storico sottofinanziamento del sistema universitario: appena l’1% del Pil contro l’1,4% della Ue-22 ed il 2,6% degli USA (dati 2015).

Sono necessarie nuove risorse per recuperare terreno in Europa, per fare in modo che le nostre università siano competitive sulla scena internazionale, per reclutare giovani ricercatori e per avviare da subito una offerta di istruzione superiore professionalizzante (sia universitaria che non-universitaria) che al momento, caso unico in Europa, è quasi del tutto inesistente.

La linea seguita dal Governo dal 2008 in poi è stata invece di segno opposto fatta di tagli particolarmente severi, sia sul piano finanziario che per il reclutamento di nuovo personale. E’ stato purtroppo vero che negli anni precedenti, ed in particolare a partire dal 2000, un numero significativo di università ha utilizzato male gli ampi margini di autonomia gestionale, finanziaria e didattica di cui disponeva: con la conseguenza di una crescita fuori controllo nel numero dei corsi e dei docenti e di pesanti squilibri finanziari.

Ma la cura è stata da cavallo: il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO), che nel 2009 era di 7,5 miliardi, è sceso nel 2016 a 6,9 miliardi, e cioè dell’8% in termini nominali e di quasi il 20% in termini reali.

Inoltre è stata prima bloccata, poi severamente regolamentata, la politica di assunzioni, con il risultato che i docenti di ruolo sono scesi del 20% (da 62.000 a 50.000), diminuzione solo in parte compensata dal reclutamento di nuovi ricercatori a tempo determinato. Questi interventi hanno peraltro inciso sia sulle realtà che avevano effettivamente abusato degli spazi di autonomia di cui godevano, sia su quelle decisamente più virtuose…”.

Oliva, al termine della sua introduzione, valuta positivamente la legge di riforma 240 del 2010, la cosiddetta legge Gelmini, “una riforma di vasta portata, frutto del coinvolgimento di differenti forze politiche, che ha ridisegnato i meccanismi fondamentali del funzionamento dell’università con l’obiettivo prioritario della promozione dell’efficienza, della sostenibilità economica, del merito.

Nonostante le forti resistenze legate alla rilevanza delle innovazioni che si volevano introdurre e al clima non favorevole causato dal taglio del FFO e dal blocco del turnover, sono state introdotti numerosi cambiamenti sostanziali alle regole del gioco creando le condizioni per la modernizzazione del sistema nella direzione della trasparenza e dell’efficacia…”.

“Si sono così realizzate in concreto le condizioni di base affinchè l’università italiana si sviluppi secondo modelli europei avanzati, ma esistono ancora zavorre di natura operativa e di costume che vanno rimosse.

La pervasività degli interventi deve peraltro indurre a riflettere sul fatto che l’università è stato l’unico settore della pubblica amministrazione che si sia sottoposto, partecipandovi peraltro attivamente attraverso la Conferenza dei Rettori (Crui), a una importante riforma.

E’ necessario ora che il Governo ridia fiducia al sistema con risorse aggiuntive: senza di queste, non solo l’Italia non riuscirà ad allinearsi all’Europa per il livello di investimenti nell’istruzione superiore, ma favorirà le resistenze di chi si oppone al processo di ammodernamento in corso.

La riforma, per essere attuata pienamente e interiorizzata da tutte le componenti del sistema universitario, richiederà comunque un certo tempo: ma questo potrà risultare più breve se fluidificato da risorse aggiuntive e da comportamenti esemplari e coerenti praticati da tutti i ruoli apicali della università.

Un aiuto lo darà anche il ricambio generazionale fra docenti che indebolisce le nostalgie del passato e le tentazioni di anacronistici ritorni alla situazione precedente. Le recentissime norme relative all’università inserite nella legge di stabilità 2017 sono un primo, modesto ma apprezzabile, segnale di rinnovata attenzione verso il sistema universitario da parte del Governo e del Parlamento…”.

Quindi, secondo l’associazione TreeLLLe l’obiettivo più importante da perseguire è rappresentato da un consistente aumento delle risorse finanziarie a disposizione delle università.

Ora, tale obiettivo è certamente condivisibile, anche perché lo Stato italiano spende per il sistema universitario molto meno di quanto fanno i principali Paesi europei.

Si tratta di verificare, però, se, in tutte le sue parti, la riforma Gelmini deve essere valutata positivamente o se sia necessario introdurre alcuni cambiamenti normativi. Soprattutto la problematica dei rapporti tra sistema universitario e sistema produttivo deve essere affrontata, senza dubbio, in modo molto più incisivo.


Per il governo il Pil non è più l’unico indicatore del benessere

3 maggio 2017

Il Pil viene generalmente considerato dai governi, dall’Unione europea, dalle istituzioni economiche internazionali, il più importante, e spesso l’unico, indicatore del benessere di un determinato Paese. Per la verità, soprattutto a livello accademico, ma non solo, da molto tempo ormai sono stati evidenziati i limiti di quella variabile nel rappresentare adeguatamente il benessere, tanto che sono state avanzate varie proposte tendenti ad integrare il Pil con altri indicatori o, addirittura, a sostituirlo con altre grandezze economiche.

Il governo italiano, per la prima volta, nel documento di economia e finanza recentemente presentato, ha preso in considerazione, oltre al Pil, altri quattro indicatori di benessere, per i quali sono stati forniti i dati relativi al triennio 2014-2016 e le previsioni riguardanti il periodo 2017-2020.

Questi quattro indicatori del benessere sono il reddito medio, il tasso di mancata partecipazione al lavoro, l’indice di diseguaglianza del reddito disponibile, l’emissione di anidride carbonica, che si sono aggiunti pertanto al Pil pro capite.

Sono stati scelti quei quattro indicatori non solamente per la loro significatività ma anche perché per essi erano disponibili dati certi e quindi affidabili. E’ probabile che nei prossimi anni, nel Def si aggiungano anche altri indicatori del benessere.

Quindi, pur se il Pil rimane l’indicatore principale, soprattutto perché istituzioni importanti come l’Unione europea lo considerano tale, nel valutare le “performances” economiche dei diversi Paesi aderenti e nell’indicare, se necessario, modifiche alle politiche economiche di quei Paesi, inerenti soprattutto la situazione dei conti pubblici, è comunque positivo il fatto che per la prima volta il governo italiano, in un documento ufficiale di notevole rilievo, abbia fornito i dati e le previsioni circa i quatto indicatori di benessere citati.

In questo modo si ha una percezione migliore della situazione economica del nostro Paese e del suo andamento futuro, soprattutto del benessere della popolazione.

Un deciso passo in avanti avverrà quando anche l’Unione europea, nel valutare i risultati economici dei diversi Paesi, considererà importanti come il Pil anche gli indicatori di benessere presi in esame dal nostro governo ed altri simili.

Può essere interessante confrontare, per i quattro indicatori in questione, i valori che assumono in Italia con i valori medi dell’Unione europea.

Per quanto concerne il reddito pro capite, nel 2015, l’Italia, con oltre 21.000 euro, si situava poco sotto la media Ue.

Considerando invece il tasso di mancata partecipazione al lavoro, cioè il tasso di inattività, la situazione è decisamente peggiore: in Italia, sempre nel 2015, il 22,5% delle persone tra i 15 e i 64 anni era inattivo, una percentuale non molto distante da quelle, le più elevate, che si riscontravano in Spagna (25,2%) e in Grecia (26,2%). Mentre in Germania quella percentuale, la più bassa, era pari al 5,8%.

Per quanto riguarda l’indice di diseguaglianza, in Italia era pari a 6,4, un valore più alto rispetto a quello medio dell’Ue (il Paese con l’indice più elevato era la Romania – 8,3 –  e quello con l’indice più basso era la RepubblicaCeca – 3,5 -).

Era migliore, infine, la performance dell’Italia relativamente al livello di emissione di anidride carbonica, più basso rispetto alla media Ue e ai livelli che caratterizzavano grandi Paesi come Germania e Olanda, anche se tutti, compresa l’Italia, erano lontani dagli obiettivi sanciti nell’accordo di Parigi.


La produttività del lavoro in forte diminuzione

19 aprile 2017

Recentemente l’Istat ha fornito i dati sull’andamento della produttività del lavoro nel 2016. Si è verificata una forte riduzione pari all’1,2%, mentre nell’anno precedente la diminuzione era stata dello 0,2%. Fra i Paesi dell’Unione europea solo la Grecia ha fatto peggio dell’Italia. E tale notevole riduzione deve essere valutata in modo fortemente negativo.

Negli ultimi 20 anni la produttività del lavoro ha avuto in Italia un andamento quasi stabile. Infatti il tasso medio di crescita è stato pari allo 0,3%.

Sarebbe stato necessario che nel 2016 la produttività del lavoro fosse aumentata e in misura consistente.

Invece è avvenuto il contrario.

Ora se la produttività del lavoro si riduce, e in misura notevole, non è possibile che il Pil aumenti considerevolmente, e infatti nel 2016 l’incremento del Pil è stato molto lieve.

E di conseguenza, con una riduzione della produttività del lavoro, è impossibile che l’occupazione aumenti notevolmente.

Quindi un forte aumento della produttività del lavoro dovrebbe essere uno degli obiettivi prioritari della politica economica del governo, nonché dell’azione degli operatori privati.

E per realizzare un rilevante incremento della produttività del lavoro sarebbero necessari interventi volti ad intensificare il processo di innovazione tecnologica, a migliorare la qualità del capitale umano – soprattutto tramite interventi sul sistema formativo -, ad adeguare le regole contrattuali e le relazioni industriali.

Peraltro sarebbe opportuno accrescere anche la produttività totale dei fattori (che considera sia il lavoro che il capitale), riducendo il peso del fisco sull’economia e della burocrazia, aumentando il tasso di concorrenza, l’efficienza della giustizia e il livello degli investimenti pubblici e privati.

Di questi interventi per aumentare la produttività si parla da anni e, per la verità, anche recentemente, il governo ha varato alcuni provvedimenti senz’altro utili, ma insufficienti, mentre sarebbero indispensabili provvedimenti molto più incisivi.

E’ necessario riconoscere, peraltro, che parte di questi provvedimenti auspicati possono esercitare effetti sulla crescita economica non nel breve periodo. Ma alcuni sì e, comunque, quelli che produrranno effetti nel medio periodo vanno ugualmente realizzati, in quanto la politica economica deve avere anche un’ottica di medio periodo.

E, ribadisco, se nei prossimi anni, la produttività del lavoro continuerà a diminuire, sarà impossibile che la crescita economica si intensifichi e che la disoccupazione si riduca considerevolmente.


Dopo le elezioni nessun governo? L’irresponsabilità dei partiti

28 febbraio 2017

parlamento

Entro un anno, forse anche prima, si terranno le elezioni politiche, perché terminerà la legislatura. Ma è più che probabile che se non verrà approvata una nuova legge elettorale, diversa da quella scaturita dalla recente sentenza della Corte Costituzionale che ha esaminato il cosiddetto “Italicum”, sarà molto difficile se non impossibile formare un nuovo governo.

Tale situazione si potrà verificare anche perché ormai esistono tre “poli” che dovrebbero avere più o meno lo stesso peso elettorale, il centro sinistra, il centro destra e il movimento 5 stelle.

Una premessa, prima di procedere oltre.

Io ritengo che i problemi politici, sociali ed economici del nostro Paese siano dovuti anche ai comportamenti di componenti significative della società italiana, non solo alle azioni dei partiti.

Ma, nel caso della più che probabile ingovernabilità che si verrebbe a creare se non sarà approvata dal Parlamento una nuova legge elettorale, le responsabilità saranno solamente dei partiti.

Infatti ciascun partito vorrebbe sì modificare l’attuale sistema elettorale ma con un unico obiettivo: disporre di una legge che lo favorisca e che, di conseguenza, danneggi gli altri.

L’obiettivo della governabilità non è considerato prioritario, per nulla.

Tale atteggiamento dei partiti non può che essere ritenuto del tutto irresponsabile.

Infatti sono evidenti i danni che l’impossibilità di dare vita ad un governo, e quindi la necessità di convocare nuove elezioni, determinerebbero relativamente alla situazione economica e sociale dell’Italia.

E’ quindi auspicabile che i dirigenti dei diversi partiti “rinsaviscano” e consentano l’approvazione, in tempi rapidi, di una nuova legge elettorale che garantisca la governabilità.

Purtroppo, sarà molto difficile che ciò avvenga.


Referendum, votare sì anche per rafforzare il governo Renzi e per contrastare i sostenitori italiani di Trump

27 novembre 2016

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Ormai lo sanno anche i sassi, il prossimo 4 dicembre gli elettori potranno andare a votare in occasione del referendum costituzionale tramite il quale sarà confermata oppure no la riforma di alcuni articoli della Costituzione, proposta dal governo Renzi e approvata dal Parlamento. Sono diversi i motivi che mi indurranno a votare sì e ad invitare a fare lo stesso i lettori di questo post.

E’ bene precisare, innanzitutto, che sarebbe necessario ed opportuno decidere di votare sì oppure no valutando, esclusivamente, i contenuti della riforma costituzionale.

Non a caso, però, ho utilizzato il condizionale.

Infatti pochi voteranno seguendo quel criterio che, in teoria, sarebbe l’unico da utilizzare.

A parte il fatto che la riforma costituzionale affronta questioni molto complesse e diverse. Si potrebbe essere a favore di alcune modifiche alla Costituzione e contrari ad altre. E per tutti gli elettori è oggettivamente difficile esprimere il proprio voto tenendo in considerazione solo i contenuti della riforma.

E questa situazione si è verificata anche nel 2006, quando si tenne un altro referendum costituzionale, relativo alla riforma proposta dal governo Berlusconi e poi approvata dal Parlamento.

Era inevitabile quindi che il voto assumesse un significato politico ben preciso, poco o nulla attinente ai temi oggetto del referendum. Del resto, come rilevai in un precedente post, anche nel 2006 la gran parte di coloro che votarono no lo fecero per esprimere un giudizio negativo nei confronti del governo Berlusconi e la gran parte di coloro che votarono sì lo fecero per sostenere quel governo.

Un inciso, peraltro: mi trovo d’accordo con quei pochi costituzionalisti i quali hanno rilevato che sarebbe opportuno approvare un ulteriore cambiamento della Costituzione…non prevedendo più la possibilità di sottoporre a referendum le leggi di riforma costituzionale.

Del resto il procedimento di approvazione di una legge di riforma costituzionale è definito “rafforzato” poiché per due volte deve essere approvata da ognuno dei due rami del Parlamento.

Inoltre, anche nel caso del referendum abrogativo, la Costituzione prevede che alcune leggi non possano essere sottoposte a referendum, ad esempio quelle che riguardano il bilancio statale e i trattati internazionali.

Comunque, il notevole e preponderante significato politico dell’esito del referendum costituzionale del 4 dicembre si sarebbe verificato ugualmente anche senza la cosiddetta personalizzazione dell’esito del referendum, promossa dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi.

Infatti, gli stessi oppositori del governo Renzi avrebbe interpretato, e stanno interpretando, il no al referendum come una manifestazione di sfiducia nei confronti dell’attuale governo.

Quindi io voterò sì, e invito a farlo per gli stessi motivi coloro che leggeranno questo post, non solo perché ritengo, nel complesso, valida la riforma costituzionale oggetto di referendum, ma anche per almeno altri due motivi.

In primo luogo perché, con la vittoria del sì, sarà oggettivamente rafforzato il governo Renzi.

E tale governo ha ben operato. Certo, poteva e doveva fare di più. Ma, io credo, le luci hanno superato le ombre.

Due soli esempi ma molto importanti, per quanto riguarda i risultati positivi conseguiti dal governo.

Il governo Renzi, diversamente dagli esecutivi che lo hanno preceduto, ha attuato e sta attuando una politica nei confronti degli organi dell’Unione europea decisamente più autonoma, tentando di cambiare radicalmente l’Unione, mettendo fine innanzitutto alla stagione dell’austerità e tentando di rendere l’Unione veramente all’altezza dei notevoli problemi cui si trova di fronte attualmente l’Europa.

Poi, il nostro governo ha adottato, nei confronti dei migranti, una evidente e positiva politica dell’accoglienza, diversamente da altri Paesi, pur aderenti all’Unione europea, che hanno eretto o che vorrebbero erigere dei “muri”, di diversa natura, nei confronti di un fenomeno, quale quello dei flussi migratori, che deve essere affrontato in modo del tutto diverso.

Inoltre, la vittoria del sì determinerebbe, ovviamente, la sconfitta dei partiti che sostengono il no e gran parte di essi non possono che essere definiti populisti, tanto che hanno salutato positivamente la vittoria di Trump, nelle recenti elezioni presidenziali negli Stati Uniti d’America.

E la sconfitta di questi partiti, proprio per le loro posizioni populiste e talvolta anche razziste, sarebbe a mio giudizio molto positiva.


Io mi fido di Amnesty International: impedire i maltrattamenti dei migranti

6 novembre 2016

migranti

In un recente rapporto di Amnesty International è stato denunciato il fatto che in alcuni casi si sono verificati dei veri e propri maltrattamenti a danno dei migranti ospitati nei cosiddetti “hotspot”. Tale denuncia è stata rigettata dal prefetto Morcone, capo del dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione presso il ministero dell’Interno.

E’ bene precisare che prima del completamento del rapporto la sezione italiana di Amnesty International aveva reso noto al ministero dell’Interno Alfano i primi risultati. Ma Alfano non fornì alcuna risposta.

Io sono un attivista di Amnesty e ritengo valide le denunce contenute in quel rapporto, anche perché conosco bene come lavorano i cosiddetti ricercatori dell’associazione.

Prima di scrivere un rapporto effettuano una ricerca accurata, tendente a verificare se effettivamente ci sono state delle violazioni dei diritti umani. Non utilizzano solo le denunce delle persone che sostengono di essere stati vittime di tali violazioni.

E’ proprio questo modo di procedere che rende, in tutto il mondo, credibili le prese di posizione di Amnesty International.

Quindi, anche nel caso sollevato relativamente al trattamento riservato ad alcuni migranti dalle forze di polizia italiane, le autorità governative non possono limitarsi a sostenere che le denunce di Amnesty siano infondate ma devono dimostrare, con argomentazioni non liquidatorie, che esse siano sbagliate.

Comunque mi sembra opportuno riportare, innanzitutto, una sintesi dei contenuti del rapporto in questione.

“Negli anni più recenti migliaia di persone in fuga da conflitti, violazioni dei diritti umani e povertà sono giunte in Italia dopo aver intrapreso viaggi pericolosi mettendo a repentaglio la propria vita.

Nei primi 9 mesi del 2016 sono arrivati più di 153.000 migranti presso le coste della nostra penisola, e si sono registrate 3.740 morti nel mar Mediterraneo.

Invece di creare un sistema per accogliere e proteggere queste persone tramite percorsi legali e sicuri – come ad esempio i visti umanitari – e di condividere le responsabilità per la crisi dei rifugiati, l’Europa ha risposto innalzando muri e creando accordi illegittimi con i Paesi di origine o di transito per fermare le persone in fuga.

Per rispondere alla pressione migratoria verso le zone di frontiera, i leader europei hanno spinto l’Italia a implementare da settembre 2015 il cosiddetto ‘approccio hotspot’, pensato allo scopo di assecondare due esigenze: per un verso, quella di realizzare un’azione di controllo e identificazione dei migranti direttamente presso i luoghi di sbarco; per altro verso, quella di distribuire equamente attraverso un programma di ‘relocation’ il carico delle responsabilità derivante dall’accoglienza delle persone in fuga.

La ricerca realizzata da Amnesty International ha evidenziato come, a fronte di un significativo impegno dei governi nell’implementare l’approccio hotspot e nell’incrementare le forme di controllo sui migranti presso i luoghi di primo arrivo e nelle zone di frontiera, gli Stati europei non abbiano finora fatto passi in avanti sul piano della ‘relocation’, ovvero la condivisione delle responsabilità.

La stabilizzazione di un sistema finalizzato esclusivamente alla registrazione delle persone sbarcate, alla loro identificazione ed al prelievo delle loro impronte digitali ha invece favorito il protrarsi di una serie di violazione dei loro diritti umani.

L’indagine effettuata da Amnesty International nei principali luoghi di arrivo e di transito dei migranti in fuga ha consentito all’organizzazione di raccogliere numerose testimonianze di uomini e donne, che hanno riportato di essere stati vittima di violazioni e di abusi perpetrati dai diversi rappresentanti dalle istituzioni nazionali durante le varie tappe del processo previsto nell’ambito dell’approccio hotspot:

un primo livello di violazioni si collega alle pratiche di identificazione delle persone giunte in Italia, costrette a rilasciare le proprie impronte digitali anche attraverso documentati casi di maltrattamento, detenzione arbitraria, uso eccessivo della forza fino ad arrivare a veri e propri episodi di tortura (come testimonia l’uso di scariche elettriche sui genitali delle persone che hanno rifiutato di sottoporsi alle pratiche volte al rilievo foto-dattiloscopico);

un secondo livello di violazioni si concretizza nella distinzione arbitraria e artificiosa tra ‘richiedenti asilo’ e ‘migranti irregolari’ che, attuata dalla Polizia di Stato direttamente ai valichi di frontiera, finisce con il tradursi nella negazione del diritto delle persone di accedere alla procedura di richiesta di protezione internazionale;

un terzo livello di violazioni, diretta conseguenza del secondo, si sostanzia nella pratica di rilascio del cosiddetto ‘foglio di via’, ovvero di un provvedimento che, intimando a tutti i migranti considerati ‘irregolari’ di allontanarsi spontaneamente dal territorio nazionale, li costringe a vivere in condizioni di irregolarità giuridica, di precarietà economica e di vulnerabilità;

un ultimo livello di violazioni dei diritti umani, pur collocandosi su un piano ben diverso, si traduce al pari degli altri nello svuotamento del diritto di asilo. Esso include la stipulazione e l’attivazione di accordi di riammissione con i Paesi terzi, finalizzati a favorire un incremento ed una accelerazione delle procedure di riammissione dei migranti considerati ‘irregolari’.

A questo proposito, il rapporto di Amnesty International evidenzia criticamente come accordi, come quello recentemente stipulato dal capo della polizia italiana con il governo sudanese, non salvaguardino il diritto delle persone di accedere alle procedure individuali di richiesta di protezione internazionale, ma accrescono il rischio di espulsioni collettive verso Paesi dove le persone rischiano gravi violazioni dei diritti umani”.

Aggiungo inoltre il testo dell’appello rivolto al presidente del Consiglio Matteo Renzi, con il quale si chiede di non negare il diritto di asilo in Italia e di sospendere gli accordi illegali che hanno l’effetto di favorire l’espulsione dei migranti considerati irregolari verso Paesi nei quali potrebbero subire violazioni dei propri diritti umani.

Chi vuole sottoscrivere l’appello può farlo utilizzando il sito della sezione italiana di Amnesty, www.amnesty.it.

“Egregio presidente Renzi,

l’Italia sta facendo molto per salvare le persone che rischiano la vita attraversando il Mediterraneo per fuggire da persecuzioni, conflitti e miseria e arrivare in Europa per vivere in sicurezza. Tuttavia, una volta in Italia, i diritti di queste persone sono sempre più negletti.

Il cosiddetto ‘approccio hotspot’ non garantisce a queste persone un accesso adeguato alle procedure di asilo e separa, spesso in maniera superficiale e sbrigativa, le persone che hanno bisogno di protezione internazionale da quelle che si presume ‘non necessitino’ di tale protezione.

Sappiamo bene cosa succede a queste persone: c’è chi tenta di continuare il viaggio per chiedere asilo in un altro Paese europeo e chi diventa facile vittima di sfruttamento in Italia.

Altri ancora vengono rimandati direttamente nei Paesi di origine, senza che le autorità italiane abbiano debitamente verificato se rischieranno di essere torturate o perseguitate al loro ritorno, grazie ad accordi bilaterali di polizia siglati con paesi responsabili di diffuse e sistematiche violazioni dei diritti umani.

Questo è il caso dei 40 Sudanesi rimandati a Khartoum ad agosto dopo una superficiale identificazione, in violazione del principio di ‘non-refoulement’, ovvero del divieto internazionale di rimpatriare persone che sono a rischio di gravi violazioni dei diritti umani nel loro Paese di origine, anche se non hanno fatto domanda d’asilo.

Signor Presidente, Le chiedo di fermare questi rimpatri e gli accordi che li consentono: essi mettono a serio rischio le persone che cercano salvezza in Italia e in Europa, consegnandole direttamente nelle mani di governi che potrebbero perseguitarle ferocemente.

Chiedo che l’Italia non si renda complice di queste violazioni dei diritti umani: è una macchia che rischia di vanificare il bene fatto dall’Italia alle migliaia di persone soccorse in mare”.