I genitori di Regeni: la decisione del Governo italiano una resa al dittatore egiziano

17 agosto 2017

La decisione del Governo italiano di rimandare l’ambasciatore in Egitto è, a mio avviso, vergognosa. E’ stata anche criticata, pesantemente e giustamente, dai genitori di Giulio Regeni. Fortemente critica, inoltre, Amnesty International.

Su quella decisione la posizione dei genitori di Giulio, Paola e Claudio Regeni, è chiara e ampiamente condivisibile: “La decisione di rimandare l’ambasciatore in Egitto ora, nell’obnubilamento di ferragosto, ha il sapore di una resa confezionata ad arte”.

I Regeni hanno espresso la loro indignazione soprattutto per “le modalità, la tempistica e il contenuto”, di quanto deciso dal Governo.

I genitori di Regeni hanno così continuato: “A oggi, dopo 18 mesi di lunghi silenzi e sanguinari depistaggi, non vi è stata nessuna vera svolta nel processo sul sequestro, le torture e l’uccisione di Giulio. Solo quando avremo la verità l’ambasciatore potrà tornare al Cairo senza calpestare la nostra dignità”.

Anche il presidente della sezione italiana di Amnesty International, Antonio Marchesi, ha criticato la scelta del Governo, definendola grave: “L’Italia rinuncia all’unico strumento di pressione per ottenere verità nel caso di Giulio Regeni di cui l’Italia finora disponeva. Ora tocca al Governo dimostrare che questa mossa temeraria può servire davvero, come è stato sostenuto, a ottenere ‘verità per Giulio’. E che non si tratta solo di una giustificazione maldestra della scelta di sacrificare i diritti umani sull’altare di altri interessi”.

Io  credo, però, che non ci siano dubbi: la decisione del Governo italiano è stata dovuta alla volontà di migliorare i rapporti con la dittatura egiziana, soprattutto al fine di migliorare le relazioni con una parte dei clan libici, fedeli all’Egitto.

Incredibile, poi, che la decisione si sia verificata il giorno prima di ferragosto.

Quindi il Governo italiano ha dimostrato il proprio scarso interesse per i diritti umani.

Prima vengono gli interessi politici e quelli economici (infatti la presenza dell’Eni in Egitto è molto forte).

Infine, chi intendesse firmare l’appello di Amnesty International “Verità per Giulio Regeni”, può utilizzare il link https://www.amnesty.it/appelli/corri-con-giulio/.

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Strage di Bologna, i familiari delle vittime contro la Procura e il Governo

2 agosto 2017

Come ogni anno, il 2 agosto, si commemorano le vittime della strage di Bologna, avvenuta nel 1980, quando una bomba, collocata nella sala d’aspetto della stazione ferroviaria, provocò 85 morti. Quest’anno i familiari delle vittime hanno rivolto alla Procura della Repubblica e la  Governo delle forti  e giustificate critiche.

Perché protesta l’associazione dei familiari delle vittime?

Per quanto concerne la Procura della Repubblica di Bologna, i familiari criticano l’archiviazione, decisa della Procura, dell’indagine sui mandanti.

In una sua dichiarazione, il presidente dell’associazione delle vittime, il deputato Pd Paolo Bolognesi, ha sostenuto “l’infondatezza della richiesta di archiviazione sui mandanti della strage del 2 agosto 1980, presentata dalla Procura di Bologna, a cui ci siamo opposti, che ha liquidato i Nar degli stragisti Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini come dei neofascisti spontaneisti, non controllati da P2 e servizi segreti, come, invece, dimostra la sentenza definitiva di condanna di Gelli, Pazienza e degli allora vertici del Sismi per averli protetti depistando le indagini. Come ci dimostra la sentenza per la strage di piazza della Loggia, a Brescia”.

E Bolognesi ha criticato anche il Governo: “Lo Stato, inteso come Governo, si è comportato in maniera assurda e truffaldina nei confronti delle vittime della strage della stazione: la legge 206, la digitalizzazione delle carte, la direttiva Renzi sulla desecretazione degli atti non funzionano, non vanno avanti”.

Anche Daria Bonfietti, presidente dell’associazione dei parenti delle vittime della strage di Ustica, è intervenuta sulla questione della desecretazione.

Daria Bonfietti ha inviato una lettera a Matteo Renzi in qualità di ex presidente del Consiglio dei Ministri: “Come associazione dei parenti delle vittime della strage di Ustica abbiamo salutato la sua direttiva sulla desecretazione come un positivo progetto di trasparenza, di corretto rapporto tra cittadini e istituzioni e come significativo contributo alla ricostruzione storica: abbiamo cercato di impegnarci – pur tra indifferenza e atteggiamenti burocratici di rifiuto e chiusura – visionando le carte che via via venivano messe a disposizione e infatti abbiamo da subito cominciato a denunciare una insufficienza del materiale reso disponibile ).

Per Ustica una ‘cronica’ mancanza di documentazione coeva ai fatti: abbiamo continuato il nostro impegno trovando ascolto nel sottosegretario Claudio De Vincenti ma oggi ci sentiamo di denunciare e di richiamare la sua attenzione, proprio come capo del Governo che aveva aperto il processo, sugli esiti fallimentari che si stanno prospettando.

Intanto riteniamo gravissimo che il Governo attuale non abbia nominato un sottosegretario di riferimento indebolendo nei fatti la tensione dell’Esecutivo quando sempre più clamorose emergono le difficoltà: da un lato per la inconsistenza del materiale messo a disposizione, segnale evidente di una mancanza di indirizzo politico nelle varie amministrazioni – segnaliamo ad esempio la assoluta mancanza di documentazione del ministero dei Trasporti (un ministero che quindi totalmente non ottempera alla direttiva), la assoluta mancanza di documentazione per l’arco di sei anni, 1980-1986, della Marina, a scendere fino alla mancanza di documentazione della Prefettura di Bologna. Una situazione alla quale fa poi da corollario l’emergere di una situazione disastrosa e forme di archiviazione inaccettabili delle varie amministrazioni.

…Una situazione che, proprio nel rispetto degli impegni della sua direttiva, dovrebbe richiedere il massimo dell’impegno e della consapevolezza e che si va via via trasformando in una resa che però trova un inaccettabile alibi nel considerare sbagliata e velleitaria proprio la direttiva stessa da lei promulgata. Tutto questo mi sento di denunciare portando a sua conoscenza per chiedere un impegno nello spirito che aveva animato la sua iniziativa”.

Le critiche delle associazioni dei parenti delle vittime delle stragi di Bologna e di Ustica mi sembrano più che fondate e sarebbe quindi necessario che il Governo facesse quanto richiesto e che il Tribunale di Bologna rigettasse la richiesta di archiviazione relativa all’indagine sui mandanti della strage del 2 agosto 1980.


Oltre 3 milioni i malati di diabete

23 luglio 2017

L’Istat ha recentemente presentato un rapporto sulla diffusione del diabete in Italia. Sono 3,2 milioni i malati. Nel Sud si registrano più casi. La mortalità è calata del 20%, nell’ultimo decennio, e rispetto al 2000 i diabetici sono aumentati di un milione.

Quindi, secondo l’Istat, nel 2016 erano oltre 3 milioni e 200.000 in Italia le persone che dichiaravano di essere affette da diabete, il 5,3% dell’intera popolazione (16,5% fra le persone di 65 anni e oltre).

La diffusione del diabete è quasi raddoppiata in trent’anni (coinvolgeva il 2,9% della popolazione nel 1980). Anche rispetto al 2000 i diabetici sono un milione in più e ciò è dovuto sia all’invecchiamento della popolazione che ad altri fattori, tra cui l’anticipazione delle diagnosi (che porta in evidenza casi prima sconosciuti) e l’aumento della sopravvivenza dei malati di diabete.

Nell’ultimo decennio, infatti, la mortalità per diabete si è ridotta di oltre il 20% in tutte le classi di età.

Inoltre, confrontando le generazioni, nelle coorti di nascita più recente la quota di diabetici aumenta più precocemente che nelle generazioni precedenti, a conferma anche di una progressiva anticipazione dell’età in cui si diagnostica la malattia.

Il diabete è una patologia fortemente associata allo svantaggio socio-economico. Tra le donne le disuguaglianze sono maggiori in tutte le classi di età: le donne diabetiche di 65-74 anni con laurea o diploma sono il 6,8%, le coetanee con al massimo la licenza media il 13,8% (i maschi della stessa classe di età sono rispettivamente il 13,2% e il 16,4%).

Lo svantaggio socio-economico si conferma anche nella mortalità ed è più evidente nelle donne, al contrario di quanto si osserva per le altre cause di morte: le donne con titolo di studio basso hanno un rischio di morte 2,3 volte più elevato delle laureate.

Questa patologia è più diffusa nelle regioni del Mezzogiorno dove il tasso di prevalenza standardizzato per età è pari al 5,8% contro il 4,0% del Nord. Anche per la mortalità il Mezzogiorno presenta livelli sensibilmente più elevati per entrambi i sessi.

Obesità e sedentarietà sono rilevanti fattori di rischio per la salute in generale, ancora di più per la patologia diabetica. Tra i 45-64enni la percentuale di persone obese che soffrono di diabete è al 28,9% per gli uomini e al 32,8% per le donne (per i non diabetici rispettivamente 13,0% e 9,5%). Nella stessa classe di età il 47,5% degli uomini e il 64,2% delle donne con diabete non praticano alcuna attività fisica leggera nel tempo libero.

Considerando i dati da cui emerge che lo svantaggio socio-economico è una delle cause della diffusione del diabete, si rileva la necessità di intervenire soprattutto riguardo alle persone e alle aree territoriali più svantaggiate.

Per quanto concerne quest’ultimo aspetto ancora una volta si evidenzia che la situazione sanitaria del nostro Paese è notevolmente diversificata all’interno del territorio italiano, sia per la diffusione delle patologie che per la qualità delle cure. Nelle regioni meridionali la situazione è decisamente peggiore.

Pertanto uno degli obiettivi prioritari della politica sanitaria governativa, nei prossimi anni, dovrebbe essere proprio quello di ridurre tali diseguaglianze le quali, sempre di più, risultano del tutto inaccettabili.


Irresponsabili i partiti a favore delle elezioni anticipate

4 giugno 2017

Ormai è quasi certo: sarà approvata entro luglio una nuova legge elettorale, simile a quella utilizzata in Germania, soprattutto per consentire lo svolgimento di elezioni politiche anticipate a settembre o a ottobre. Un’ampia maggioranza dei partiti sembra essere favorevole, ma io credo che il loro comportamento sia del tutto irresponsabile. Infatti andare alle elezioni anticipate con una legge elettorale proporzionale comporta dei rischi molto pericolosi.

Se fosse possibile che dopo le elezioni anticipate si riuscisse in breve tempo a dare vita a un governo tali rischi non ci sarebbero.

Ma con una legge elettorale come quella che dovrebbe essere approvata sarà molto difficile che in breve tempo si formi un governo e, anzi, è probabile che non si possa dare vita a nessun governo e che quindi si debba di nuovo ricorrere alle urne.

Quindi si verrebbe a creare una situazione di ingovernabilità, di forte instabilità, che creerebbe notevoli problemi, soprattutto di natura economica.

In primo luogo perché entro la fine dell’anno il Parlamento dovrebbe approvare la nuova legge di bilancio, tramite la quale verrebbe predisposta una manovra economica tale da rispettare le regole relative al bilancio pubblico, stabilite dall’Unione europea, anche per evitare il verificarsi delle cosiddette clausole di salvaguardia, di fatto per impedire un aumento dell’Iva.

E, una volta che fossero indette le elezioni anticipate, è improbabile che il governo Gentiloni possa varare la nuova legge di bilancio e farla approvare dal Parlamento ed è altrettanto improbabile che il nuovo governo, che potrebbe non esistere, quanto meno per alcuni mesi, la possa predisporre e che il nuovo Parlamento la possa approvare, nei tempi previsti.

La non approvazione della legge di bilancio da un lato potrebbe determinare l’esercizio provvisorio del bilancio pubblico, con evidenti conseguenze negative, l’applicazione di sanzioni da parte dell’Unione europea e, soprattutto, la reazione dei mercati finanziari, tale da causare un forte aumento dei tassi di interesse, che comporterebbe notevoli problemi allo Stato stesso, alle imprese, alle banche e alle famiglie.

E tutto ciò potrebbe causare un’attenuazione dei ritmi della crescita economica, peraltro ancora molto debole, un aumento della disoccupazione e forti perdite per i risparmiatori.

Mi sembra del tutto evidente, pertanto, che sia, realmente, da considerare irresponsabile il comportamento di quei partiti che puntano ad elezioni anticipate, con la legge elettorale già citata, dal Pd, al movimento 5 Stelle, a Forza Italia, alla Lega, al movimento Democratici e Progressisti, a Sinistra Italiana.

Nonostante, però, sia del tutto evidente quanto sia irresponsabile il loro comportamento, a questo punto, sembra che non ci siano più ostacoli relativamente alla possibilità che si tengano elezioni anticipate a settembre o a ottobre, purtroppo.


Solo il 18% della popolazione tra i 25 e i 64 anni è laureata

24 maggio 2017

E’ stato, recentemente, presentato, da parte dell’associazione TreeLLLe un quaderno “Dopo la riforma: università italiana, università europea?”, nel quale si analizza approfonditamente la situazione delle università italiane, effettuando numerosi e utili confronti con quanto avviene negli altri Paesi europei.

Ho ritenuto opportuno riportare alcune parti dell’introduzione, scritta dal presidente dell’associazione in questione, Attilio Oliva, perché particolarmente interessanti.

“Va riconosciuto ai decisori pubblici del nostro Paese il merito, specie nella seconda metà del secolo scorso, di aver esercitato uno sforzo poderoso volto a recuperare il ritardo storico del nostro Paese: nel 1950 circa il 60% degli italiani era privo di titolo scolastico, o aveva al massimo il titolo di licenza elementare.

Persistono peraltro preoccupanti elementi di debolezza, rappresentati non solo dal deficit di laureati sulla popolazione, ma, ed anche più preoccupante, dal basso livello di ‘competenze funzionali’ rilevato dalle indagini internazionali.

Da queste indagini si evince che un terzo della popolazione italiana ha debolissime competenze funzionali (ovvero la capacità di comprendere e utilizzare testi scritti e di utilizzare strumenti matematici nei contesti di vita e lavoro quotidiano), che un altro terzo ha competenze fragili e a rischio di obsolescenza, e che solo un terzo delle persone è in grado di leggere, scrivere, discutere con un adeguato livello di conoscenze e competenze…

Ancora oggi, il 40% della popolazione di età compresa fra i 25 e i 64 anni possiede al massimo la licenza media, il 42% ha conseguito il titolo secondario superiore e solo il 18% ha un titolo di studio di livello universitario (mentre i laureati in Germania sono il 27%, in Francia il 33%, nel Regno Unito il 44%).

Il deficit italiano di laureati è particolarmente acuto per la totale assenza di lauree professionalizzanti, titoli conseguiti al termine di cicli di formazione, che sono invece fortemente diffuse in tutti gli altri Paesi…

Resta, peraltro, da spiegare una contraddizione: il sistema formativo produce un output di ‘format’ inferiore agli standard europei, ma il sistema produttivo non sembra assorbire neppure questi. Una domanda sorge legittima: dipende dalla inadeguatezza del primo o dalla scarsa propensione alla innovazione del secondo?

Nella seconda metà del secolo scorso, l’università italiana ha vissuto una grande fase di sviluppo: dai 300.000 iscritti del 1961, si è arrivati a oltre 1.800.000 nel 2008. A partire da allora, tuttavia, la domanda di formazione universitaria è progressivamente diminuita: la popolazione universitaria nel suo insieme oggi arriva a 1.650.000 studenti.

Hanno inciso su questa dinamica noti fattori demografici, il venir meno degli incentivi all’iscrizione in età adulta, l’impatto della crisi economica e un certo grado di sfiducia nei confronti dell’università come strumento per trovare occupazione e come ascensore sociale…

Ci sono anche altri fattori di debolezza, il più importante dei quali è costituito dallo storico sottofinanziamento del sistema universitario: appena l’1% del Pil contro l’1,4% della Ue-22 ed il 2,6% degli USA (dati 2015).

Sono necessarie nuove risorse per recuperare terreno in Europa, per fare in modo che le nostre università siano competitive sulla scena internazionale, per reclutare giovani ricercatori e per avviare da subito una offerta di istruzione superiore professionalizzante (sia universitaria che non-universitaria) che al momento, caso unico in Europa, è quasi del tutto inesistente.

La linea seguita dal Governo dal 2008 in poi è stata invece di segno opposto fatta di tagli particolarmente severi, sia sul piano finanziario che per il reclutamento di nuovo personale. E’ stato purtroppo vero che negli anni precedenti, ed in particolare a partire dal 2000, un numero significativo di università ha utilizzato male gli ampi margini di autonomia gestionale, finanziaria e didattica di cui disponeva: con la conseguenza di una crescita fuori controllo nel numero dei corsi e dei docenti e di pesanti squilibri finanziari.

Ma la cura è stata da cavallo: il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO), che nel 2009 era di 7,5 miliardi, è sceso nel 2016 a 6,9 miliardi, e cioè dell’8% in termini nominali e di quasi il 20% in termini reali.

Inoltre è stata prima bloccata, poi severamente regolamentata, la politica di assunzioni, con il risultato che i docenti di ruolo sono scesi del 20% (da 62.000 a 50.000), diminuzione solo in parte compensata dal reclutamento di nuovi ricercatori a tempo determinato. Questi interventi hanno peraltro inciso sia sulle realtà che avevano effettivamente abusato degli spazi di autonomia di cui godevano, sia su quelle decisamente più virtuose…”.

Oliva, al termine della sua introduzione, valuta positivamente la legge di riforma 240 del 2010, la cosiddetta legge Gelmini, “una riforma di vasta portata, frutto del coinvolgimento di differenti forze politiche, che ha ridisegnato i meccanismi fondamentali del funzionamento dell’università con l’obiettivo prioritario della promozione dell’efficienza, della sostenibilità economica, del merito.

Nonostante le forti resistenze legate alla rilevanza delle innovazioni che si volevano introdurre e al clima non favorevole causato dal taglio del FFO e dal blocco del turnover, sono state introdotti numerosi cambiamenti sostanziali alle regole del gioco creando le condizioni per la modernizzazione del sistema nella direzione della trasparenza e dell’efficacia…”.

“Si sono così realizzate in concreto le condizioni di base affinchè l’università italiana si sviluppi secondo modelli europei avanzati, ma esistono ancora zavorre di natura operativa e di costume che vanno rimosse.

La pervasività degli interventi deve peraltro indurre a riflettere sul fatto che l’università è stato l’unico settore della pubblica amministrazione che si sia sottoposto, partecipandovi peraltro attivamente attraverso la Conferenza dei Rettori (Crui), a una importante riforma.

E’ necessario ora che il Governo ridia fiducia al sistema con risorse aggiuntive: senza di queste, non solo l’Italia non riuscirà ad allinearsi all’Europa per il livello di investimenti nell’istruzione superiore, ma favorirà le resistenze di chi si oppone al processo di ammodernamento in corso.

La riforma, per essere attuata pienamente e interiorizzata da tutte le componenti del sistema universitario, richiederà comunque un certo tempo: ma questo potrà risultare più breve se fluidificato da risorse aggiuntive e da comportamenti esemplari e coerenti praticati da tutti i ruoli apicali della università.

Un aiuto lo darà anche il ricambio generazionale fra docenti che indebolisce le nostalgie del passato e le tentazioni di anacronistici ritorni alla situazione precedente. Le recentissime norme relative all’università inserite nella legge di stabilità 2017 sono un primo, modesto ma apprezzabile, segnale di rinnovata attenzione verso il sistema universitario da parte del Governo e del Parlamento…”.

Quindi, secondo l’associazione TreeLLLe l’obiettivo più importante da perseguire è rappresentato da un consistente aumento delle risorse finanziarie a disposizione delle università.

Ora, tale obiettivo è certamente condivisibile, anche perché lo Stato italiano spende per il sistema universitario molto meno di quanto fanno i principali Paesi europei.

Si tratta di verificare, però, se, in tutte le sue parti, la riforma Gelmini deve essere valutata positivamente o se sia necessario introdurre alcuni cambiamenti normativi. Soprattutto la problematica dei rapporti tra sistema universitario e sistema produttivo deve essere affrontata, senza dubbio, in modo molto più incisivo.


Per il governo il Pil non è più l’unico indicatore del benessere

3 maggio 2017

Il Pil viene generalmente considerato dai governi, dall’Unione europea, dalle istituzioni economiche internazionali, il più importante, e spesso l’unico, indicatore del benessere di un determinato Paese. Per la verità, soprattutto a livello accademico, ma non solo, da molto tempo ormai sono stati evidenziati i limiti di quella variabile nel rappresentare adeguatamente il benessere, tanto che sono state avanzate varie proposte tendenti ad integrare il Pil con altri indicatori o, addirittura, a sostituirlo con altre grandezze economiche.

Il governo italiano, per la prima volta, nel documento di economia e finanza recentemente presentato, ha preso in considerazione, oltre al Pil, altri quattro indicatori di benessere, per i quali sono stati forniti i dati relativi al triennio 2014-2016 e le previsioni riguardanti il periodo 2017-2020.

Questi quattro indicatori del benessere sono il reddito medio, il tasso di mancata partecipazione al lavoro, l’indice di diseguaglianza del reddito disponibile, l’emissione di anidride carbonica, che si sono aggiunti pertanto al Pil pro capite.

Sono stati scelti quei quattro indicatori non solamente per la loro significatività ma anche perché per essi erano disponibili dati certi e quindi affidabili. E’ probabile che nei prossimi anni, nel Def si aggiungano anche altri indicatori del benessere.

Quindi, pur se il Pil rimane l’indicatore principale, soprattutto perché istituzioni importanti come l’Unione europea lo considerano tale, nel valutare le “performances” economiche dei diversi Paesi aderenti e nell’indicare, se necessario, modifiche alle politiche economiche di quei Paesi, inerenti soprattutto la situazione dei conti pubblici, è comunque positivo il fatto che per la prima volta il governo italiano, in un documento ufficiale di notevole rilievo, abbia fornito i dati e le previsioni circa i quatto indicatori di benessere citati.

In questo modo si ha una percezione migliore della situazione economica del nostro Paese e del suo andamento futuro, soprattutto del benessere della popolazione.

Un deciso passo in avanti avverrà quando anche l’Unione europea, nel valutare i risultati economici dei diversi Paesi, considererà importanti come il Pil anche gli indicatori di benessere presi in esame dal nostro governo ed altri simili.

Può essere interessante confrontare, per i quattro indicatori in questione, i valori che assumono in Italia con i valori medi dell’Unione europea.

Per quanto concerne il reddito pro capite, nel 2015, l’Italia, con oltre 21.000 euro, si situava poco sotto la media Ue.

Considerando invece il tasso di mancata partecipazione al lavoro, cioè il tasso di inattività, la situazione è decisamente peggiore: in Italia, sempre nel 2015, il 22,5% delle persone tra i 15 e i 64 anni era inattivo, una percentuale non molto distante da quelle, le più elevate, che si riscontravano in Spagna (25,2%) e in Grecia (26,2%). Mentre in Germania quella percentuale, la più bassa, era pari al 5,8%.

Per quanto riguarda l’indice di diseguaglianza, in Italia era pari a 6,4, un valore più alto rispetto a quello medio dell’Ue (il Paese con l’indice più elevato era la Romania – 8,3 –  e quello con l’indice più basso era la RepubblicaCeca – 3,5 -).

Era migliore, infine, la performance dell’Italia relativamente al livello di emissione di anidride carbonica, più basso rispetto alla media Ue e ai livelli che caratterizzavano grandi Paesi come Germania e Olanda, anche se tutti, compresa l’Italia, erano lontani dagli obiettivi sanciti nell’accordo di Parigi.


La produttività del lavoro in forte diminuzione

19 aprile 2017

Recentemente l’Istat ha fornito i dati sull’andamento della produttività del lavoro nel 2016. Si è verificata una forte riduzione pari all’1,2%, mentre nell’anno precedente la diminuzione era stata dello 0,2%. Fra i Paesi dell’Unione europea solo la Grecia ha fatto peggio dell’Italia. E tale notevole riduzione deve essere valutata in modo fortemente negativo.

Negli ultimi 20 anni la produttività del lavoro ha avuto in Italia un andamento quasi stabile. Infatti il tasso medio di crescita è stato pari allo 0,3%.

Sarebbe stato necessario che nel 2016 la produttività del lavoro fosse aumentata e in misura consistente.

Invece è avvenuto il contrario.

Ora se la produttività del lavoro si riduce, e in misura notevole, non è possibile che il Pil aumenti considerevolmente, e infatti nel 2016 l’incremento del Pil è stato molto lieve.

E di conseguenza, con una riduzione della produttività del lavoro, è impossibile che l’occupazione aumenti notevolmente.

Quindi un forte aumento della produttività del lavoro dovrebbe essere uno degli obiettivi prioritari della politica economica del governo, nonché dell’azione degli operatori privati.

E per realizzare un rilevante incremento della produttività del lavoro sarebbero necessari interventi volti ad intensificare il processo di innovazione tecnologica, a migliorare la qualità del capitale umano – soprattutto tramite interventi sul sistema formativo -, ad adeguare le regole contrattuali e le relazioni industriali.

Peraltro sarebbe opportuno accrescere anche la produttività totale dei fattori (che considera sia il lavoro che il capitale), riducendo il peso del fisco sull’economia e della burocrazia, aumentando il tasso di concorrenza, l’efficienza della giustizia e il livello degli investimenti pubblici e privati.

Di questi interventi per aumentare la produttività si parla da anni e, per la verità, anche recentemente, il governo ha varato alcuni provvedimenti senz’altro utili, ma insufficienti, mentre sarebbero indispensabili provvedimenti molto più incisivi.

E’ necessario riconoscere, peraltro, che parte di questi provvedimenti auspicati possono esercitare effetti sulla crescita economica non nel breve periodo. Ma alcuni sì e, comunque, quelli che produrranno effetti nel medio periodo vanno ugualmente realizzati, in quanto la politica economica deve avere anche un’ottica di medio periodo.

E, ribadisco, se nei prossimi anni, la produttività del lavoro continuerà a diminuire, sarà impossibile che la crescita economica si intensifichi e che la disoccupazione si riduca considerevolmente.