Partiti e sindacati contro i giovani

6 settembre 2017

E’ ben noto che in Italia la disoccupazione giovanile è molto elevata, che il sistema formativo presenta problemi di notevole rilievo (l’ultimo reso noto la tendenza alla crescita di quanti dispongono solamente del diploma di scuola media inferiore). Ma, da diversi anni ormai, le politiche rivolte ad affrontare le problematiche giovanili sono del tutto inadeguate. Perché?

I motivi sono senza dubbio diversi.

A me sembra, però, che la causa principale sia rappresentata dal disinteresse che, oggettivamente, i partiti ed anche i sindacati dimostrano nei confronti dei problemi dei giovani.

Infatti, in considerazione soprattutto del progressivo incremento del processo di invecchiamento della popolazione, i giovani sono una componente sempre più ridotta, in termini quantitativi, dei residenti nel nostro Paese.

Inoltre, fra i giovani, è più diffuso il fenomeno dell’astensionismo elettorale.

Quindi, innanzitutto, per i partiti i giovani contano poco e il sistema politico quindi è molto più interessato alle problematiche degli anziani, o quanto meno di quanti hanno superato i 50 anni, soprattutto di coloro che sono vicini alla pensione o che sono già pensionati.

Pertanto il Parlamento e il Governo destinano risorse finanziarie insufficienti agli interventi tendenti ad affrontare i problemi dei giovani.

Non esiste da tempo una politica del lavoro, specifica, rivolta a ridurre considerevolmente la disoccupazione giovanile ed anche a diminuire, in modo significativo, i contratti precari che contraddistinguono, spesso, il lavoro dei giovani.

Inoltre le risorse finanziarie destinate al sistema formativo sono del tutto insufficienti, in tutte le scuole, come si diceva un tempo, di ogni ordine e grado. Preoccupante la difficile situazione dell’università italiana, soprattutto se si considera che il numero dei laureati, in rapporto alla popolazione complessiva, è in Italia ai livelli più bassi in Europa.

Poi, gli stessi sindacati, nell’ambito dei quali una componente molto importante degli iscritti è rappresentata dai pensionati, sono poco interessati ai giovani e non si battono, nella misura necessaria, per risolvere i loro problemi.

E tutto questo anche perché, sempre di più, sia i partiti che i sindacati, si propongono prevalentemente obiettivi di breve periodo (soprattutto ottenere più voti alle prossime elezioni oppure aumentare il numero degli iscritti) e sono poco interessati, oggettivamente, al futuro del Paese.

Cambierà tale situazione, nel breve periodo?

Mi sembra molto difficile.

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Più anziani al lavoro e meno giovani occupati, non è vero

7 giugno 2017

E’ noto che, soprattutto in seguito alla riforma Fornero, molti lavoratori sono andati o andranno in pensione più tardi e quindi hanno continuato  o continueranno a lavorare. Del resto recenti statistiche sul mercato del lavoro dimostrano che gli occupati con età superiore ai 55 anni sono aumentati. E, pertanto, in seguito a tale situazione, spesso si sostiene che i giovani abbiano maggiori difficoltà nel trovare un lavoro. Ma uno studio della Banca d’Italia, i cui principali risultati sono contenuti nella relazione annuale pubblicata in occasione delle considerazioni finali del Governatore, dimostra il contrario.

Cosa si può leggere nella relazione annuale riguardo allo studio in questione?

“Nel lungo periodo l’innalzamento dei requisiti pensionistici, prolungando la partecipazione al mercato del lavoro, tende ad avere effetti espansivi sul prodotto.

Nel breve periodo un aumento dell’età pensionabile potrebbe ripercuotersi negativamente sulle prospettive occupazionali dei più giovani se questi ultimi svolgono mansioni simili a quelle dei lavoratori più anziani; l’effetto può tuttavia essere positivo se svolgono ruoli diversi e complementari.

Secondo nostre analisi non vi è evidenza di un nesso negativo, nemmeno nel breve periodo, tra il prolungamento della vita lavorativa degli anziani e l’occupazione dei giovani; piuttosto i due fenomeni appaiono complementari.

Utilizzando i dati della rilevazione sulle forze di lavoro dell’Istat per il periodo 2004-2016, l’analisi empirica evidenzia che, controllando per le condizioni cicliche a livello di macroarea geografica e per le caratteristiche di ciascuna provincia nella media del periodo, le variazioni dei tassi di occupazione provinciali dei lavoratori più anziani (55-69 anni) e quelle dei più giovani (15-34 anni) non mostrano una correlazione negativa, bensì lievemente positiva.

Pur se associato a un aumento dell’occupazione giovanile a livello aggregato, l’allungamento della vita lavorativa dei più anziani potrebbe aver reindirizzato alcuni giovani verso settori o imprese diversi nell’ambito della stessa provincia. Tale ipotesi è stata verificata attraverso un campione rappresentativo di imprese con almeno 20 addetti tratto dagli archivi dell’Inps per il periodo 2008-2015, con lo scopo di valutare se la maggiore permanenza nell’impresa dei lavoratori con almeno 55 anni, determinata da cambiamenti nelle regole pensionistiche, abbia modificato assunzioni, flussi in uscita e salari dei lavoratori delle altre fasce di età nell’ambito della stessa azienda.

All’aumento dei lavoratori più anziani è corrisposto l’incremento di quelli più giovani, a supporto dell’ipotesi di complementarità tra le due classi di età.

Tali risultati sono validi sia considerando tutti i diversi interventi pensionistici che si sono susseguiti nel periodo, sia limitando l’analisi agli effetti della sola riforma Fornero: nel campione analizzato quest’ultima ha comportato nel breve periodo un incremento dell’occupazione di quattro decimi tra le persone oltre i 55 anni e di circa un decimo tra i più giovani.

Vi è infine evidenza che l’aumento dell’offerta di lavoro degli individui più anziani abbia determinato una leggera riduzione del loro salario”.

Quindi lo studio della Banca d’Italia dimostra che occorre stare molto attenti a sostenere delle tesi, in ambito economico, la cui validità sembra evidente, ma che non sono suffragate da dati e da analisi approfondite di tali dati.

Peraltro, nel caso specifico, i risultati dello studio della Banca d’Italia sono in linea con quelli emersi in un’altra analisi della Bce svolta nel 2015 in tutti i Paesi dell’eurozona.


Giovani e lavoro, in Italia ultimi in Europa

9 novembre 2016

giovani

I giovani italiani hanno notevoli difficoltà nella ricerca di un lavoro. E non è certo una novità, purtroppo. Ma, se si considerano 15 Paesi europei, si può rilevare che tali difficoltà in Italia sono considerevolmente maggiori rispetto  a quelle che si verificano in molti altri Paesi. Questa è la principale conclusione di una ricerca promossa dalla fondazione Leone Moressa.

Nella ricerca in questione i Paesi presi in esame sono appunto 15: Italia, Grecia, Spagna, Irlanda, Francia, Belgio, Portogallo, Regno Unito, Finlandia, Danimarca, Austria, Germania, Svezia, Olanda e Lussemburgo. Si tratta cioè dei Paesi dell’Europa occidentale.

Innanzitutto, i cosiddetti Neet, cioè i giovani tra i 15 e i 29 anni, che non studiano né lavorano, sono in Italia il 24,5% del totale di coloro che sono ricompresi in quella fascia di età. Tale percentuale è la più elevata rispetto a quelle che si verificano nei Paesi considerati (il valore medio percentuale è pari al 13,5%).

Non finisce qui. Infatti il tasso di disoccupazione, considerando i giovani tra i 20 e i 24 anni, è in Italia pari al 37,2% (un tasso più elevato si riscontra solo in Grecia e in Spagna) e il tasso medio è pari al 18,6%.

Del resto, in Italia, il tasso di occupazione, sempre considerando quella fascia di età, è in Italia molto basso, il 27,0% (solo in Grecia è più basso), decisamente inferiore rispetto al tasso medio, pari al 52,1%.

Un altro dato è molto preoccupante: nel nostro Paese la percentuale di laureati, tra quanti hanno un’età ricompresa tra i 30 e i 34 anni, è pari al 27,9%, decisamente la più bassa, notevolmente inferiore al dato medio (40,2%).

I dati forniti dalla fondazione Moressa rappresentano quindi l’ulteriore dimostrazione dei notevoli problemi cui si trovano di fronte i giovani italiani nella ricerca di un’occupazione.

Non stupiscono certamente questi dati.

Infatti, da tempo, è del tutto insufficiente, in Italia, una politica del lavoro tendente ad accrescere considerevolmente le opportunità occupazionali per i giovani.

Per la verità, è necessario aggiungere che i problemi occupazionali dei giovani non sono uguali, in tutte le regioni. E’ noto, ma è bene ribadirlo, che essi sono molto più consistenti nelle regioni meridionali e, pertanto, sono dovuti, principalmente anche se non esclusivamente, alle difficoltà economiche che caratterizzano il Sud.

Ma queste ultime difficoltà, anch’esse, non stupiscono, se si considera che, da troppi anni ormai, sono del tutto insufficienti le politiche rivolte a favorire lo sviluppo economico delle regioni meridionali.

Un’ultima notazione: da più parti, frequentemente, si rileva l’importanza di un sistema formativo migliore, per intensificare il processo di sviluppo economico dell’intero Paese, e poi, però, continuano a verificarsi dei dati, assolutamente negativi, quali la percentuale molto bassa dei laureati, che contraddistingue, per la verità, non solo i giovani ma l’intera popolazione.


Necessario un minore uso degli smartphone

10 ottobre 2016

smartphone

Gli smartphone vengono utilizzati sempre di più. Lo dimostrano anche i risultati del 13° rapporto del Censis sulla comunicazione. Ma sarebbe auspicabile un minore utilizzo degli smartphone?

Secondo me sarebbe auspicabile utilizzare di meno gli smartphone

Semplici considerazioni di buon senso lo dimostrano.

E ciò vale soprattutto per i giovani, particolarmente per gli adolescenti, per molti dei quali, a mio avviso, si registra una vera e propria “dipendenza” nei confronti dello smartphone

Tale situazione impedisce  spesso l’efficace svolgimento di altre attività e può provocare seri danni alla salute fisica e mentale.

Peraltro ci sono ormai diversi studi nei quali si sostiene che un uso eccessivo degli smartphone sia pericoloso soprattutto per i bambini, per vari motivi: toglie tempo allo studio e alla lettura, causa sedentarietà e quindi una diffusione dell’obesità, diminuisce il numero delle amicizie reali e quindi anche  dell’intelligenza emotiva, riduce la capacità di concentrazione, provoca una diminuzione delle ore di sonno, crea solitudine e depressione.

Peraltro anche molti adulti si comportano nello stesso modo, cioè utilizzano eccessivamente lo smartphone.

Per la verità non sembra proprio che, nel breve periodo, sia possibile un minor uso degli smartphone.

Per arrivare a tale conclusione si possono considerare i principali risultati del 13° rapporto del Censis sulla comunicazione, così come rilevati in un articolo pubblicato su www.key4biz.it.

Nel “sottotitolo” si può leggere infatti: “Su internet il 74% degli italiani, smartphone usati dall’89% dei giovani, social network e piattaforme online indispensabili nella vita quotidiana, sono i dati principali del nuovo documento del Censis sulla comunicazione nel nostro Paese. Boom delle spese per consumi tecnologici anche nella crisi: +190%”.

Nell’articolo in questione si può inoltre leggere:

“…il 73,7% degli italiani naviga la rete da ogni dispositivo di connessione (il 95,9%, cioè praticamente la totalità, dei giovani under 30)…

La crescita complessiva dell’utenza del web nel periodo 2007-2016 è stata pari a +28,4%: nel corso degli ultimi dieci anni gli utenti di internet sono passati da meno della metà a quasi tre quarti degli italiani (erano il 45,3% solo nel 2007)…

E mentre diminuiscono gli utenti dei telefoni cellulari basic, in grado solo di telefonare e inviare sms (-5,1% nell’ultimo anno), continua la crescita impetuosa degli smartphone, utilizzati dal 64,8% degli italiani (e dall’89,4% dei giovani di 14-29 anni): +12% di utenza complessiva in un anno, una crescita superiore a quella di qualsiasi altro mezzo…

Facebook è il social network più popolare: è usato dal 56,2% degli italiani (il 44,3% nel 2013), raggiunge l’89,4% di utenza tra i giovani under 30 e il 72,8% tra le persone più istruite, diplomate e laureate.

L’utenza di YouTube è passata dal 38,7% del 2013 al 46,8% del 2016 (fino al 73,9% tra i giovani). Instagram è salito dal 4,3% di utenti del 2013 al 16,8% del 2016 (e il 39,6% dei giovani). E WhatsApp ha conosciuto un vero e proprio boom: nel 2016 è usato dal 61,3% degli italiani (l’89,4% dei giovani)…

Le distanze tra i consumi mediatici giovanili e quelli degli anziani continuano ad essere rilevantissime.

Tra i giovani under 30 la quota di utenti della rete arriva al 95,9%, mentre è ferma al 31,3% tra gli over 65 anni. L’89,4% dei primi usa telefoni smartphone, ma lo fa solo il 16,2% dei secondi. L’89,3% dei giovani è iscritto a Facebook, contro appena il 16,3% degli anziani. Il 73,9% dei giovani usa YouTube, come fa solo l’11,2% degli ultrasessantacinquenni.

Oltre la metà dei giovani (il 54,7%) consulta i siti web di informazione, contro appena un anziano su dieci (il 13,8%). Il 37,3% dei primi ascolta la radio attraverso il telefono cellulare, mentre lo fa solo l’1,2% dei secondi. E se un giovane su tre (il 36,3%) ha già un tablet, solo il 7,7% degli anziani lo usa. Su Twitter poi c’è un quarto dei giovani (il 24%) e un marginale 1,7% degli over 65…

I quotidiani cartacei perdono lettori, ridotti al 40,5% degli italiani (-1,4% nell’ultimo anno, -26,5% complessivamente nel periodo 2007-2016).

Mentre continua ad aumentare l’utenza dei quotidiani online (+1,9% nell’ultimo anno) e degli altri siti web di informazione (+1,3%).

Mantengono i propri lettori i settimanali (+1,7%) e i mensili (+3,9%), ma non i libri cartacei (-4,3% nell’ultimo anno, con una quota di lettori diminuiti al 47,1% degli italiani), ancora non compensati dai lettori di e-book, che aumentano dell’1,1% nell’ultimo anno, ma si attestano solo al 10% della popolazione…

Tra il 2007 (l’anno prima dell’inizio della crisi) e il 2015, mentre i consumi generali flettevano complessivamente del 5,7% in termini reali, decollava la spesa per acquistare apparecchi telefonici (+191,6%, per un valore di 5,9 miliardi di euro nell’ultimo anno) e computer (+41,4%), seppure i servizi di telefonia si riassestavano verso il basso per effetto di un riequilibrio tariffario (-16,5% negli otto anni, per un valore però superiore a 16,6 miliardi di euro), e infine la spesa per libri e giornali si riduceva del 38,7%…”.


I giovani veneti lo sanno che i loro bisnonni sono stati degli emigranti?

29 settembre 2016

veneto

Negli ultimi anni ho avuto la possibilità di recarmi in Veneto, prevalentemente a Padova, in alcune occasioni, per motivi familiari, e comunque di conoscere un certo modo di pensare che contraddistingue una parte consistente dei giovani veneti. Non tutti certamente, ma una parte notevole di loro considerano “terroni” quanti abitano da Bologna in giù e non assumono un atteggiamento benevolo, tutt’altro, nei confronti degli immigrati, soprattutto quelli extracomunitari.

E, quando definiscono “terroni” coloro che abitano nella parte d’Italia prima indicata, lo fanno in un modo che non può che essere definito dispregiativo.

Inoltre, probabilmente, vorrebbero che gli immigrati se ne andassero dal Veneto.

Ovviamente non si deve generalizzare ma molti giovani veneti si comportano, purtroppo, seguendo la tendenza che ho indicato.

Io considero tali atteggiamenti del tutto sbagliati, da cambiare.

E, a tale proposito, mi sono posto una domanda?

Ma quei giovani veneti lo sanno che molti fra i loro bisnonni sono emigrati, soprattutto nei Paesi dell’America del Sud e soprattutto negli ultimi 25 anni del XIX secolo, anche se i flussi migratori dal Veneto sono continuati nei primi decenni del XX secolo, sebbene in misura decisamente più attenuata?

I motivi alla base di quei consistenti flussi migratori dal Veneto sono ben noti, dipendenti prevalentemente dalle condizioni di vera e propria miseria che caratterizzava la popolazione rurale di quella regione.

E secondo la Meneghetti Casarin, che ha scritto un libro dedicato soprattutto ad analizzare l’emigrazione trevigiana, negli ultimi 25 anni del XIX secolo sono emigrati, in modo permanente, oltre 400.000 veneti e in modo temporaneo circa un milione e mezzo.

Inoltre, in un articolo pubblicato in un giornale locale si può testualmente leggere “oltre ai 5 milioni di residenti in patria ce ne sono altri 3,5 milioni (tra emigrati ed oriundi) sparsi nei cinque continenti”.

Quindi, penso proprio che  se i giovani veneti che adottano gli atteggiamenti descritti all’inizio del post fossero davvero a conoscenza di questa situazione che ha contraddistinto i loro bisnonni, si comporterebbero diversamente.

Oppure fanno finta di non sapere?

Quello che è certo è che si dovrebbero comportare diversamente e che sia le famiglie sia le scuole dovrebbero far conoscere loro la storia del Veneto in modo senza dubbio migliore.

Sarebbe comunque utile per quei giovani.

Il passato non dovrebbe essere mai dimenticato, in Veneto come altrove, perché può rappresentare un grande insegnamento per il presente e per il futuro.


I giovani, una generazione perduta? No, disorientata, ma pragmatica e intraprendente

26 settembre 2016

giovani

7 milioni di giovani italiani, con meno di 35 anni, abitano ancora presso le famiglie di origine (oltre il 60% dei giovani di quell’età), per vari motivi Ma per comprendere davvero la condizione dei giovani nel nostro Paese non ci si può certo limitare a considerare questo dato, seppur importante, di cui negli ultimi giorni si sono molto interessanti i mass media. Per saperne di più della situazione che li contraddistingue si può far riferimento al rapporto giovani 2016, redatto dall’istituto Toniolo.

Questo rapporto è decisamente ponderoso e a chi interessa conoscerlo nel dettaglio può far riferimento al sito dell’istituto Toniolo.

Ma leggendo alcuni articoli, si possono individuare i principali contenuti del rapporto e quindi i tratti distintivi più importanti che contraddistinguono, attualmente, i giovani italiani.

In un articolo pubblicato su www.job24.ilsole24ore.com, scritto da Rosanna Santonocito, sono riportate alcune considerazioni del professore Alessandro Rosina, uno dei curatori del rapporto.

Secondo Rosina “in Europa abbiamo la percentuale più bassa di cittadini under 30, e la riduzione quantitativa dei giovani è ampliata dal saldo negativo tra quelli che se ne vanno e quelli che riusciamo ad attrarre dall’estero. Il paradosso è che i nostri pochi giovani sono anche i meno valorizzati: tra i venti e i trent’anni sono di più le cose che non si riescono a fare”.

E Rosina si riferisce al buco nero del non studio e del non lavoro (sui Neet solo la Grecia fa peggio di noi ), alla percentuale dei 25-29enni che non sono ancora autonomi dalla famiglia di origine (il 70% dei maschi e il 50% delle ragazze vive ancora in casa dei genitori) e al tasso di fecondità sotto i 30 anni inferiore al 40%, la più bassa in Europa.

Ma i ragazzi ed ex ragazzi monitorati dal rapporto nella narrazione abituale dei giovani perduti-perdenti, schiacciati dalla crisi, proprio non ci si ritrovano più in questa narrazione.

Un dato tra tutti: l’83,4% degli intervistati è disponibile a trasferirsi per lavoro, il 61% anche all’estero, ed è una percentuale che batte quelle dei coetanei di Spagna, Francia, Regno Unito e Germania, con i quali lo studio per la prima volta quest’anno fa un confronto.

Il rapporto restituisce piuttosto, rileva Rosina, “una generazione disorientata, perchè piena di progetti, potenzialmente intraprendente e aperta al mondo, famelica di opportunità ma poco aiutata a concretizzare le proprie scelte di formazione, vita, lavoro. E anche dispersa , come va dispersa la loro energia, che non è indirizzata a dare il meglio e a produrre nuovo benessere sociale ed economico ma a uno sforzo di perenne adattamento e rinuncia”.

Il 55% considera proprio la capacità di adattarsi l’elemento più utile per trovare lavoro, prima ancora del possesso di una formazione solida e al passo con i tempi e di un titolo di studio.

Contemporaneamente, solo il 36% dei giovani del campione esclude del tutto la possibilità di mettersi in proprio a partire da una idea o di un progetto.

Però i progetti di vita da sbloccare con cui i giovani italiani fanno i conti sono davvero tanti.

Per esempio, c’è la fatica che si fa a conquistare la propria autonomia prima e anche a difenderla dopo.

Il 60% di quelli che avevano lasciato la casa dei genitori ci è dovuto tornare perché ha perso il lavoro o ne ha uno troppo instabile, oppure perché non guadagna abbastanza per mantenersi.

Alla domanda “che cos’è il lavoro per te”, poi, le risposte puntano ancora verso l’idea dell’autorealizzazione prima che verso la meta del successo.

“Però negli ultimi anni ha avuto la meglio pragmaticamente la visione del lavoro come strumento di reddito prima di tutto”, aggiunge sempre Rosina.

E così descrive i giovani italiani Orsola Vetri, sintetizzando al massimo i contenuti del rapporto dell’istituto Toniolo, in un articolo pubblicato su www.famigliacristiana.it, “attaccati alla famiglia d’origine, insoddisfatti della scuola, preoccupati per il lavoro, fiduciosi nella sharing economy per tutelare l’ambiente e per convenienza economica, positivi rispetto al volontariato, spaventati dall’immigrazione clandestina, aperti alle esperienze all’estero per cercare quella stabilità negata alle nuove generazioni e che appare fondamentale per mettere su famiglia”.


Ha ragione Galli della Loggia, l’illegalità diffusa favorisce la corruzione

28 aprile 2016

corruzione

Lo storico Ernesto Galli della Loggia è recentemente intervenuto, con un editoriale pubblicato da “Il Corriere della Sera”, sulle cause della corruzione dei politici, soprattutto dei pubblici amministratori. Galli della Loggia sostiene che la corruzione nasce dall’illegalità diffusa che contraddistingue da tempo la società italiana.

Galli della Loggia, dopo aver esaminato, la tendenza all’inosservanza delle regole, sempre più praticata dai giovani, ed anche dai loro genitori per la verità, nelle scuole e fuori di esse, conclude scrivendo:

“La nostra corruzione nasce da qui.

Da questo rilasciamento di ogni freno e di ogni misura che ha accompagnato il nostro divenire ricchi e moderni.

In Italia il marcio della politica è il marcio di tutta una società che da tre, quattro decenni, per mille ragioni – non tutte necessariamente malvagie – ha deciso sempre più di chiudere un occhio, di permettere, di non punire, di condonare.

Certo, Piercamillo Davigo ha ragione, lo ha deciso la politica.

Ma perché il Paese glielo chiedeva. Il Paese chiedeva traffico d’influenza, voto di scambio, favori di ogni tipo, promozioni facili, sconti, deroghe, esenzioni, finanziamenti inutili alle industrie, pensioni finte, appalti truccati, aggiramenti delle leggi, concessioni indebite, e poi soldi, soldi e ancora soldi.

E con il suffragio universale è difficile che prima o poi la volontà del Paese non finisca per imporsi.

Di questo dovrebbe occuparsi la fragile democrazia italiana, di questo dibattere i suoi politici che ancora sanno che cosa sia la politica: del mare di corruzione dal basso che insieme alla delinquenza organizzata minaccia di morte la Repubblica.

Per i singoli corrotti invece bastano i giudici: ed è solo di costoro che è loro compito occuparsi”.

Io condivido le considerazioni di Galli della Loggia.

Del resto, in diversi post, in passato, ho sostenuto tesi simili.

Peraltro, può essere banale, ma è profondamente vero: se ci sono i corrotti, non possono che esserci anche i corruttori. Se non ci fossero coloro che corrompono non ci sarebbero i corrotti.

E’ troppo facile attribuire tutte le responsabilità ai politici.

E’ troppo facile pensare che per combattere la corruzione sia sufficiente una legislazione migliore.

E’ troppo facile ipotizzare che, sempre per contrastare la corruzione, siano sufficienti le prese di posizioni pubbliche dei magistrati.

Ha ragione quindi Galli della Loggia: per combattere la corruzione nelle pubbliche amministrazioni, sarebbe necessario occuparsi, riducendola, anche e soprattutto, di quel “mare di corruzione dal basso che insieme alla delinquenza organizzata minaccia di morte la Repubblica”.