Don Luigi Ciotti su mafia e antimafia

28 maggio 2017

Il 23 maggio, 25 anni dopo la strage di Capaci, si è svolta la commemorazione degli omicidi sia di Giovanni Falcone che di Paolo Borsellino, oltre che delle loro scorte. In occasione di tale commemorazione “Il Sole 24 ore” ha intervistato don Luigi Ciotti, presidente dell’associazione Libera.

L’intervista è molto interessante e, quindi, ho ritenuto opportuno riportarla integralmente. E non è assolutamente necessario aggiungere altro.

Cosa è rimasto nella cosiddetta società civile dell’insegnamento e dei principi di Falcone e Borsellino?

È rimasto molto in quella società che all’aggettivo civile associa quello di “responsabile”. Falcone e Borsellino ci hanno sollecitato – loro, magistrati straordinari – a guardare le mafie non solo come un fenomeno criminale, da combattere con le indagini e i processi, ma come un male culturale e politico, una piaga della democrazia provocata dalla crisi dell’etica pubblica e privata, da quella mancanza di amore per il bene comune senza il quale una società, e uno Stato, non stanno in piedi. La loro eredità morale richiede quindi un impegno a cui ciascuno deve contribuire, caratterizzato da condivisione, corresponsabilità e continuità. È quello che nel suo piccolo, con molti limiti ma anche molta passione, Libera cerca di fare da ventidue anni.

Come è cambiata (se è cambiata) Cosa nostra in questi ultimi 25 anni?

In molti affermano che Cosa nostra sia in crisi. Se la si paragona ad altre mafie come la ‘ndrangheta, o alla posizione che occupava nell’universo criminale tra gli anni Settanta e Novanta, è senz’altro vero. Ma se leggiamo con attenzione le analisi più attente e accreditate (a cominciare da quelle della Direzione investigativa e della Direzione nazionale antimafia) risulta che questa crisi è piuttosto un momento di profonda trasformazione.

Oggi la mafia siciliana non è più quella del passato. E’ una mafia governata in maniera più “collegiale”, con una struttura più agile e fluida, e “leadership” meno consolidate (pur nella forte alleanza tra le “famiglie” palermitane e trapanesi nel coprire la latitanza di Matteo Messina Denaro, riconosciuta figura di riferimento). Ma una mafia che non per questo perde potere. Come prima, anzi forse più di prima, Cosa nostra è in grado di condizionare il settore economico e in particolare quello degli appalti pubblici. Continua a ricavare enormi profitti da business tradizionali come il traffico di droga, il racket e l’usura, e investe – come risulta da recenti indagini sulla mafia nissena – in settori tradizionalmente “concessi” alle mafie straniere, come lo sfruttamento della prostituzione. Una mafia dunque tutt’altro che in crisi, in grado di sfaldare il tessuto sociale e d’inquinare quello economico, anche grazie a complicità in ambito politico-amministrativo e a consulenze in quello economico-finanziario. Oggi la forza di Cosa nostra – come quella della ‘ndrangheta, della Camorra e di altre mafie “emergenti” come quella pugliese del Gargano – sta nell’intreccio sempre più inestricabile tra criminalità organizzata, criminalità politica e criminalità economica.

Come è cambiata allora l’antimafia in questi ultimi 25 anni?

Bisogna riconoscere innanzitutto il positivo, i risultati raggiunti. C’è una consapevolezza più diffusa sul fenomeno mafioso, c’è stato un forte impegno a livello educativo e culturale nelle scuole e nelle università, sono stati smascherati luoghi comuni come quello della mafia come problema esclusivo di certe Regioni, di certe aree del Paese. Per restare alla Sicilia, Palermo non è più quella di un tempo, ma una città viva, con tante realtà positive, impegnate a dimostrare che c’è una parte rilevante di cittadini e di siciliani che non vuole essere associata a Cosa nostra e alle forme di omertà e complicità che la favoriscono.

Tutto questo comporta ovviamente un maggiore impegno della politica, che non sempre ha offerto risorse e strumenti all’altezza. Faccio solo due esempi: la legge sulla confisca e l’uso sociale dei beni dei mafiosi, approvata nel 1996 anche grazie a una petizione di Libera che raccolse 1 milione di firme, si è rivelata in molti casi un formidabile strumento di rigenerazione sociale, culturale e anche economica, ma raramente viene applicato in tutte le sue potenzialità, vuoi per eccessi di burocrazia, vuoi per un coordinamento non sempre adeguato delle realtà coinvolte nel processo di confisca, assegnazione e gestione dei beni. Si tratta certo di percorsi delicati e complessi, ma imprescindibili se vogliamo combattere alla radice le organizzazioni criminali mafiose, bonificare il terreno su cui costruiscono il loro potere. Il secondo esempio è la corruzione, che è l’avamposto delle mafie, la premessa della loro diffusione. Abbiamo strumenti legislativi puntuali e articolati, ma che rischiano di risultare inefficaci se non si mette mano con urgenza a una riforma della prescrizione. Con i criteri attuali, molti reati di corruzione rischiano di rimanere impuniti perché caduti in prescrizione.

Poi c’è un piano più generale, dove è richiesta una riflessione altrettanto profonda e rigorosa. In questi anni “antimafia” è diventata una parola sospetta, uno strumento usato spesso per dotarsi di una falsa credibilità, quando non un paravento per azioni illecite. Abbiamo scoperto che gli stessi mafiosi, in alcune circostanze, si sono presentati nel nome dell’antimafia. Ma l’antimafia è un fatto di coscienza, un impegno costruito e comprovato dai fatti, non una carta d’identità da esibire a seconda delle circostanze. Non possiamo permetterci queste ombre, queste ambiguità. Non ce lo permettono le tante realtà, laiche e di Chiesa, che s’impegnano per ridare speranza e opportunità in contesti anche molto difficili. Non ce lo permette il migliaio di vittime delle mafie, persone che sono state uccise per un ideale di giustizia e di democrazia che sta a noi realizzare.