Più anziani al lavoro e meno giovani occupati, non è vero

7 giugno 2017

E’ noto che, soprattutto in seguito alla riforma Fornero, molti lavoratori sono andati o andranno in pensione più tardi e quindi hanno continuato  o continueranno a lavorare. Del resto recenti statistiche sul mercato del lavoro dimostrano che gli occupati con età superiore ai 55 anni sono aumentati. E, pertanto, in seguito a tale situazione, spesso si sostiene che i giovani abbiano maggiori difficoltà nel trovare un lavoro. Ma uno studio della Banca d’Italia, i cui principali risultati sono contenuti nella relazione annuale pubblicata in occasione delle considerazioni finali del Governatore, dimostra il contrario.

Cosa si può leggere nella relazione annuale riguardo allo studio in questione?

“Nel lungo periodo l’innalzamento dei requisiti pensionistici, prolungando la partecipazione al mercato del lavoro, tende ad avere effetti espansivi sul prodotto.

Nel breve periodo un aumento dell’età pensionabile potrebbe ripercuotersi negativamente sulle prospettive occupazionali dei più giovani se questi ultimi svolgono mansioni simili a quelle dei lavoratori più anziani; l’effetto può tuttavia essere positivo se svolgono ruoli diversi e complementari.

Secondo nostre analisi non vi è evidenza di un nesso negativo, nemmeno nel breve periodo, tra il prolungamento della vita lavorativa degli anziani e l’occupazione dei giovani; piuttosto i due fenomeni appaiono complementari.

Utilizzando i dati della rilevazione sulle forze di lavoro dell’Istat per il periodo 2004-2016, l’analisi empirica evidenzia che, controllando per le condizioni cicliche a livello di macroarea geografica e per le caratteristiche di ciascuna provincia nella media del periodo, le variazioni dei tassi di occupazione provinciali dei lavoratori più anziani (55-69 anni) e quelle dei più giovani (15-34 anni) non mostrano una correlazione negativa, bensì lievemente positiva.

Pur se associato a un aumento dell’occupazione giovanile a livello aggregato, l’allungamento della vita lavorativa dei più anziani potrebbe aver reindirizzato alcuni giovani verso settori o imprese diversi nell’ambito della stessa provincia. Tale ipotesi è stata verificata attraverso un campione rappresentativo di imprese con almeno 20 addetti tratto dagli archivi dell’Inps per il periodo 2008-2015, con lo scopo di valutare se la maggiore permanenza nell’impresa dei lavoratori con almeno 55 anni, determinata da cambiamenti nelle regole pensionistiche, abbia modificato assunzioni, flussi in uscita e salari dei lavoratori delle altre fasce di età nell’ambito della stessa azienda.

All’aumento dei lavoratori più anziani è corrisposto l’incremento di quelli più giovani, a supporto dell’ipotesi di complementarità tra le due classi di età.

Tali risultati sono validi sia considerando tutti i diversi interventi pensionistici che si sono susseguiti nel periodo, sia limitando l’analisi agli effetti della sola riforma Fornero: nel campione analizzato quest’ultima ha comportato nel breve periodo un incremento dell’occupazione di quattro decimi tra le persone oltre i 55 anni e di circa un decimo tra i più giovani.

Vi è infine evidenza che l’aumento dell’offerta di lavoro degli individui più anziani abbia determinato una leggera riduzione del loro salario”.

Quindi lo studio della Banca d’Italia dimostra che occorre stare molto attenti a sostenere delle tesi, in ambito economico, la cui validità sembra evidente, ma che non sono suffragate da dati e da analisi approfondite di tali dati.

Peraltro, nel caso specifico, i risultati dello studio della Banca d’Italia sono in linea con quelli emersi in un’altra analisi della Bce svolta nel 2015 in tutti i Paesi dell’eurozona.


Secondo la Banca d’Italia 3 adulti su 4 non capiscono quello che leggono

20 marzo 2016

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Secondo la Banca d’Italia, o meglio secondo il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, 3 adulti su 4, il 72%, nel nostro Paese sono “analfabeti funzionali, e cioè non capiscono quello che leggono. In realtà Visco ha ripreso i contenuti di uno studio, non recentissimo, realizzato dall’Ocse.

Visco ha evidenziato il dato in questione in una lezione che ha tenuto al Liceo Tasso di Roma.

Per la verità ci si potrebbe limitare, nel commentare il dato evidenziato da Visco, rilevando che esaminandolo si capiscono tante cose che avvengono in Italia…

Ma si può anche andare oltre e non fermarsi a quel commento.

Visco ha affermato, più precisamente, che “l’educazione finanziaria è molto importante ma in Italia il livello di educazione finanziaria è molto basso. E purtroppo anche il livello di istruzione è molto basso…

Una statistica drammatica dell’Ocse su 100 adulti 72 sono analfabeti funzionali: sanno leggere e scrivere ma non sanno vivere nella società di oggi, che richiede altre capacità di adattamento”.

Peraltro, in base ad un altro rapporto, sempre dell’Ocse, relativo alla digitalizzazione dei giovani italiani, sia a scuola che a casa, quindi non degli adulti, emergono dati altrettanto preoccupanti.

I ragazzi italiani stanno on line in media un’ora e mezza al giorno (93 minuti contro una media Ue di 104).

A scuola il tempo “on line” è in media di 19 minuti mentre la media  Ocse è di 25.

I ragazzi “internet-dipendenti”, ovvero che stanno al pc più di 6 ore al giorno, a casa, sono in Italia il 5,7%, sotto la media Ocse che è del 7,2% e dove, in alcuni Paesi (Danimarca, Olanda e Grecia), si avvicina al 10% o lo supera (Svezia al 13,2%).

I nostri ragazzi, però, nella loro navigazione sono “lost in navigation”, ovvero “disorientati” e il “digital divide” sociale non è quantitativo ma piuttosto qualitativo.

Il 15% degli studenti, quando naviga sul web, rispetto al 12% della media Ocse è poco “mirato”: quasi tutti gli studenti in Italia commettono errori nella navigazione, e solo il 25% si corregge ritornando sulla rotta di navigazione più appropriata.

In Italia l’accesso a internet sembra riguardare il 92,9% degli studenti svantaggiati, 6,3 punti percentuali in meno di quelli più avvantaggiati, ma solo il 66% ottiene informazioni valide (13% in meno degli avvantaggiati), e il 44% degli “svantaggiati” naviga su internet un uso esclusivamente ludico.

Posso aggiungere, e questo dato riguarda l’intera popolazione italiana, che è ben noto che la percentuale di laureati sul totale è in Italia decisamente più bassa rispetto a quanto avviene in molti altri Paesi sviluppati, dell’Europa o non.

I motivi, abbandonando per ora la questione della digitalizzazione dei giovani, alla base del basso e insufficiente livello di istruzione degli italiani sono diversi, e alcuni piuttosto complessi.

Ma questo basso livello di istruzione rappresenta, oggettivamente, un problema molto preoccupante e di notevole rilievo.

O meglio dovrebbe rappresentare un problema preoccupante e di notevole rilievo.

Non credo, infatti, che vi sia un’adeguata consapevolezza di questo problema, e quanto meno vi è una evidente sua sottovalutazione.

E’ poi comunque certo che non viene portata avanti una strategia, rispondente alle necessità, volta ad innalzare il livello di istruzione, in Italia, in misura significativa, in un periodo di tempo non eccessivamente lungo.