L’infanzia rubata. Ma da 30 anni c’è “Telefono Azzurro”

11 giugno 2017

E’ stato recentemente presentato il nuovo rapporto “Infanzia rubata”, redatto da Save the Children. In base ai contenuti del rapporto si può legittimamente sostenere che esiste nel mondo un esercito di bambini derubati della propria infanzia. Sono infatti 700 milioni i minori, uno su quattro, ai quali è negato il diritto ad essere bambino o la cui vita è costantemente minacciata. In Italia, però, occorre rilevare che proprio in questi giorni “Telefono Azzurro” ha compiuto 30 anni. Sono infatti già passati 30 anni dalla fondazione, da parte di Ernesto Caffo, dell’associazione “Sos il Telefono Azzurro”, che fino ad ora ha aiutato 72.000 bambini ed adolescenti, in media 2.400 ogni anno.

Il rapporto di Save the Children si basa, soprattutto, sull’analisi del cosiddetto indice globale dell’infanzia negata.

Prendendo in considerazione 172 Paesi, emerge che 263 milioni di minori, 1 su 6, non vanno a scuola, mentre 168 milioni, più di tutti i bambini che vivono in Europa, sono coinvolti in varie forme di lavoro minorile, tra cui lavori pericolosi o pesanti che mettono gravemente a rischio la loro incolumità fisica e psicologica.

Sei milioni di bambini muoiono ogni anno per cause facilmente prevenibili, come polmonite, diarrea e malaria, prima di aver compiuto i 5 anni, mentre sono 156 milioni i bambini con meno di 5 anni colpiti da forme di malnutrizione acuta che ne compromettono seriamente la crescita.

Circa 28 milioni di bambini sono stati costretti ad abbandonare le proprie abitazioni per fuggire da guerre e persecuzioni.

Nel solo 2015 sono stati assassinati nel mondo più di 75.000 bambini e ragazzi di meno di 20 anni di età, più di 200 al giorno.

Sono 15 milioni, inoltre, le ragazze che ogni anno si sposano prima dei 18 anni, spesso con uomini molto più grandi di loro. Quattro milioni di loro si sposano prima di aver compiuto 15 anni, una ogni 7 secondi, con impatti devastanti sulla loro salute e sulle loro opportunità future. Ogni 2 secondi una ragazza con meno di 19 anni partorisce nel mondo, per un totale annuo di 17 milioni.

Nella “lista nera” dei Paesi dove i bambini sono maggiormente minacciati ed esposti a rischi per la loro vita e il loro sviluppo al primo posto c’è il Niger, seguito da Angola, Mali, Repubblica Centrafricana e Somalia.

Norvegia, Slovenia e Finlandia si rivelano invece i Paesi dove l’infanzia incontra le condizioni più favorevoli, con l’Italia al nono posto in classifica, meglio di Germania e Belgio (al decimo posto a pari merito con Cipro e Corea del Sud), ma dietro anche a Olanda, Svezia, Portogallo, Irlanda e Islanda.

“E’ inaccettabile che nel 2017 milioni di bambini in tutto il mondo continuino ad essere privati della propria infanzia e del loro diritto di essere al sicuro, di crescere, imparare e giocare. Dobbiamo e possiamo fare di più per garantire un futuro migliore, fino all’ultimo bambino”, ha affermato Valerio Neri, direttore generale di Save the Children Italia.

Come già rilevato, l’8 giugno  del 1987 nacque l’associazione “Sos il Telefono Azzurro”, fondata da Ernesto Caffo, professore di neuropsichiatria infantile presso l’università di Modena e Reggio Emilia.

L’associazione ha dovuto cambiare ed evolversi rapidamente nel tempo, al passo con una società che si è modificata rapidamente e con le nuove tecnologie a dare vita a nuove minacce per i più piccoli.

Prima il solo telefono, oggi ascolto e intervento basati su una comunicazione multicanale.

La storica linea 1.96.96 ha retto nel tempo lasciando però spazio anche ad altri strumenti, come la chat, il web e i social, ormai fondamentali per l’operato dell’associazione.

Se la prima generazione di bambini e adolescenti chiedeva aiuto per situazioni di violenza e abusi (le percosse e i maltrattamenti fisici rappresentavano il 10% circa delle chiamate dei primi 7 anni), oltre che per problematiche legate alle relazioni con adulti o coetanei (circa il 45% dei casi gestiti tra 1987 e 1994), oggi sempre più le richieste di aiuto si legano ad un aumento della violenza tra coetanei, ad esempio il bullismo, nelle sue diverse componenti. Solo nel 2016 rappresentavano circa il 10% delle richieste di aiuto.

Infatti la vita dei bambini si svolge sempre più on line: nativi digitali, vivono in case high-tech, dove le stanze sono stazioni ad alto contenuto tecnologico.

Non stupisce quindi che le richieste di aiuto riguardino anche gli aspetti della loro “crescita digitale”: dipendenza dal web, invio e condivisione di immagini e video sessualmente espliciti autoprodotti (sexting), ricatti legati a questi invii (sextortion), così come adescamenti di minori ad opera di sconosciuti (grooming).

I dati di Telefono Azzurro parlano a questo proposito di un trend in aumento costante negli ultimi anni e che oggi si attesta attorno al 6% del totale delle consulenze che vengono offerte ogni anno dal numero gratuito 1.96.96 e dalla chat.

L’attività di prevenzione e ascolto di Telefono Azzurro si è intensificata e specializzata sempre di più.

Gli operatori vengono formati sulla base delle esperienze raccolte ma anche grazie ad un confronto costruttivo e strategico con altri Paesi europei. Gli strumenti di lavoro, informatici e tecnologici, si evolvono sulle base dei tanti casi trattati e sulla loro diversità.

Il centro nazionale di ascolto di Telefono Azzurro è oggi un call center con 30 linee telefoniche, 40 operatori specializzati, centinaia di volontari. All’ascolto telefonico, Telefono Azzurro associa inoltre nuove iniziative tese a favorire la diffusione di una cultura di intervento preventivo nelle situazioni di disagio, maltrattamento e abuso.

“La nostra è una storia basata sull’ascolto e sulle risposte che nel tempo abbiamo messo in campo sotto forma di progetti concreti, racconta il professor Ernesto Caffo, non solo fondatore ma anche presidente dell’associazione. Attraverso l’ascolto Telefono Azzurro ha fatto conoscere i bisogni di bambini e adolescenti, raccogliendo le loro voci attraverso il telefono prima, e poi via via attraverso tutti gli strumenti e i canali che in questi tre decenni la tecnologia ci ha messo a disposizione. Sempre attenti a parlare la lingua dei più piccoli, a essere presenti lì dove loro sono, dove dialogano, dove imparano e dove crescono.

Una presenza sempre più capillare e costante, resa possibile dal grande lavoro svolto dai gruppi territoriali dei nostri volontari, che hanno reso grande la storia di questi trent’anni. Lavoreremo ogni giorno affinché nei prossimi trenta venga costruito sempre più un mondo a misura di bambini e di adolescenti”.


Un milione i bambini poveri in Italia

9 aprile 2017

In Italia i minori in povertà assoluta sono 1.100.000. La percentuale di questi minori sul totale della popolazione di riferimento è triplicata negli ultimi 10 anni, passando dal 3,9% nel 2005 al 10,9% nel 2015. Inoltre, nonostante il numero di ragazzi che abbandonano precocemente gli studi si sia più che dimezzato negli ultimi 23 anni (passando dal 38% del 1992 al 15% del 2015), tale percentuale rimane superiore rispetto alla media dell’Unione europea, pari all’11% e fa sì che l’Italia si posizioni al quartultimo posto fra i Paesi dell’Ue. Percentuali più elevate di quella del nostro Paese si verificano solo in Romania (19%), in Spagna e a Malta (entrambe con il 20%).

Questi e altri dati sono contenuti nel nuovo rapporto “Futuro in partenza? L’impatto delle povertà educative sull’infanzia in Italia”, presentato da Save the Children, in occasione del rilancio della campagna per il contrasto alla povertà educativa.

Dal rapporto emerge un quadro dell’Italia che dopo anni stenta a far decollare il futuro dei propri ragazzi e che, nonostante alcuni miglioramenti negli ultimi anni, risulta ancora lontana dal resto dell’Europa e in cui le maggiori privazioni educative per i minori si registrano soprattutto al Sud, con ritardi importanti che non risparmiano tuttavia le regioni del Centro e del Nord.

Sono soprattutto i minori che provengono dalle famiglie svantaggiate dal punto di vista socio-economico a subìre le più gravi conseguenze della povertà educativa e si tratta di un fenomeno in forte crescita, in considerazione che anche la percentuale di minori che vivono in povertà relativa – più di 2 milioni di bambini e adolescenti – è quasi raddoppiata dal 2005, passando dal 12,6% della popolazione di riferimento al 20,2% nel 2015 e in particolare ha subìto un’impennata di quasi 8 punti percentuali dal 2011 al 2015.

“Il nostro è un Paese in cui non sono le pari opportunità a determinare i percorsi educativi e di vita dei ragazzi, ma lo svantaggio ereditato dalle famiglie. La povertà economica ed educativa dei genitori viene trasmessa ai figli, che a loro volta, da adulti, potrebbero essere a rischio povertà ed esclusione sociale. E’ un circolo vizioso che coinvolge e compromette il futuro di oltre un milione di bambini e che va immediatamente spezzato” – ha affermato Valerio Neri, direttore generale di Save the Children.

“Serve un impegno urgente e concreto da parte delle istituzioni: non è accettabile che vi siano bambini costretti a vivere gravi deprivazioni materiali ed educative, che non solo non hanno la possibilità di costruirsi un domani, ma che non possono neanche sognarlo. Dobbiamo dare ad ogni bambino la possibilità di far decollare le proprie aspirazioni e i propri sogni”, ha aggiunto Neri.

Dal 3 al 9 aprile Save the Children ha rilanciato la campagna “Illuminiamo il futuro” per il contrasto alla povertà educativa, ormai giunta al suo quarto anno. Una settimana di mobilitazione, con oltre 650 eventi e iniziative in tutta Italia in cui sono state coinvolte centinaia di associazioni, enti, scuole, realtà locali e istituzioni culturali che hanno scelto di essere al fianco dell’associazione per sensibilizzare e informare sull’importanza delle opportunità educative per la crescita dei più piccoli.

Io credo che quanto auspicato da Save the Children, per contrastare la povertà dei minori, si debba realizzare.

Il governo Renzi varò alcuni interventi per combattere la povertà.

Ma tali interventi devono essere assolutamente intensificati, destinandovi un ammontare di risorse finanziare ben più consistente.


Yemen, molti bambini stanno morendo

8 marzo 2017

Nello Yemen è in corso da tempo una guerra civile, poco conosciuta, una guerra “dimenticata”, che ha già provocato numerosi morti e nella quale le parti in causa sono sostenute dai governi di altri Paesi, tra i quali l’Arabia Saudita e i suoi alleati. Questi ultimi stanno ostacolando da mesi la consegna di aiuti umanitari da parte di Save the Children, nonostante la carestia stia minacciando buona parte del Paese e il sistema sanitario sia sull’orlo del collasso. E l’impossibilità di raggiungere migliaia di persone con gli aiuti medici e sanitari urgenti ha già causato la morte di molti bambini che si sarebbero potuti salvare.

E Save the Children è intervenuta con un comunicato per denunciare quanto sta avvenendo, a tale proposito, nello Yemen.

Solo tra gennaio e febbraio 2017, la coalizione saudita ha già impedito che tre grosse spedizioni di aiuti medici salvavita dell’organizzazione potessero arrivare al principale porto del Paese ad Hodeida, obbligandole a cambiare destinazione e ritardando così il loro arrivo di quasi tre mesi.

“Questi ritardi stanno uccidendo i bambini. I nostri operatori sono alle prese con epidemie di colera, e bambini colpiti da diarrea, morbillo, malaria e malnutrizione, e potrebbero essere curati con gli aiuti bloccati invece dalla coalizione saudita, che sta usando il controllo di queste spedizioni come un’arma di guerra,” ha dichiarato Grant Pritchard, direttore in Yemen di Save the Children.

E’ bene rilevare che sette milioni di persone sono in grave carenza di cibo in Yemen e più di 2 milioni di bambini sotto i 5 anni soffrono di malnutrizione acuta, tra cui quasi mezzo milione è ormai in pericolo di vita.

Nove zone del paese, inclusa Hodeida, sono classificate IPC-4 (Integrated Food Security Phase Classification), l’ultimo livello di emergenza prima della carestia.

A questo si aggiungono più della metà delle strutture medico-sanitarie in 16 dei 22 governatorati monitorati che sono inservibili o solo parzialmente funzionanti, lasciando 14,8 milioni di persone, inclusi 8,1 milioni di bambini, senza i minimi servizi di base.

Non può che essere considerato inaccettabile tale comportamento della coalizione saudita.

Ed è auspicabile quindi che i governi dei Paesi occidentali, alleati dell’Arabia Saudita, e le istituzioni internazionali si attivino rapidamente affinchè l’Arabia cessi di ostacolare l’arrivo di aiuti umanitari destinati alla popolazione yemenita.


Necessario un minore uso degli smartphone

10 ottobre 2016

smartphone

Gli smartphone vengono utilizzati sempre di più. Lo dimostrano anche i risultati del 13° rapporto del Censis sulla comunicazione. Ma sarebbe auspicabile un minore utilizzo degli smartphone?

Secondo me sarebbe auspicabile utilizzare di meno gli smartphone

Semplici considerazioni di buon senso lo dimostrano.

E ciò vale soprattutto per i giovani, particolarmente per gli adolescenti, per molti dei quali, a mio avviso, si registra una vera e propria “dipendenza” nei confronti dello smartphone

Tale situazione impedisce  spesso l’efficace svolgimento di altre attività e può provocare seri danni alla salute fisica e mentale.

Peraltro ci sono ormai diversi studi nei quali si sostiene che un uso eccessivo degli smartphone sia pericoloso soprattutto per i bambini, per vari motivi: toglie tempo allo studio e alla lettura, causa sedentarietà e quindi una diffusione dell’obesità, diminuisce il numero delle amicizie reali e quindi anche  dell’intelligenza emotiva, riduce la capacità di concentrazione, provoca una diminuzione delle ore di sonno, crea solitudine e depressione.

Peraltro anche molti adulti si comportano nello stesso modo, cioè utilizzano eccessivamente lo smartphone.

Per la verità non sembra proprio che, nel breve periodo, sia possibile un minor uso degli smartphone.

Per arrivare a tale conclusione si possono considerare i principali risultati del 13° rapporto del Censis sulla comunicazione, così come rilevati in un articolo pubblicato su www.key4biz.it.

Nel “sottotitolo” si può leggere infatti: “Su internet il 74% degli italiani, smartphone usati dall’89% dei giovani, social network e piattaforme online indispensabili nella vita quotidiana, sono i dati principali del nuovo documento del Censis sulla comunicazione nel nostro Paese. Boom delle spese per consumi tecnologici anche nella crisi: +190%”.

Nell’articolo in questione si può inoltre leggere:

“…il 73,7% degli italiani naviga la rete da ogni dispositivo di connessione (il 95,9%, cioè praticamente la totalità, dei giovani under 30)…

La crescita complessiva dell’utenza del web nel periodo 2007-2016 è stata pari a +28,4%: nel corso degli ultimi dieci anni gli utenti di internet sono passati da meno della metà a quasi tre quarti degli italiani (erano il 45,3% solo nel 2007)…

E mentre diminuiscono gli utenti dei telefoni cellulari basic, in grado solo di telefonare e inviare sms (-5,1% nell’ultimo anno), continua la crescita impetuosa degli smartphone, utilizzati dal 64,8% degli italiani (e dall’89,4% dei giovani di 14-29 anni): +12% di utenza complessiva in un anno, una crescita superiore a quella di qualsiasi altro mezzo…

Facebook è il social network più popolare: è usato dal 56,2% degli italiani (il 44,3% nel 2013), raggiunge l’89,4% di utenza tra i giovani under 30 e il 72,8% tra le persone più istruite, diplomate e laureate.

L’utenza di YouTube è passata dal 38,7% del 2013 al 46,8% del 2016 (fino al 73,9% tra i giovani). Instagram è salito dal 4,3% di utenti del 2013 al 16,8% del 2016 (e il 39,6% dei giovani). E WhatsApp ha conosciuto un vero e proprio boom: nel 2016 è usato dal 61,3% degli italiani (l’89,4% dei giovani)…

Le distanze tra i consumi mediatici giovanili e quelli degli anziani continuano ad essere rilevantissime.

Tra i giovani under 30 la quota di utenti della rete arriva al 95,9%, mentre è ferma al 31,3% tra gli over 65 anni. L’89,4% dei primi usa telefoni smartphone, ma lo fa solo il 16,2% dei secondi. L’89,3% dei giovani è iscritto a Facebook, contro appena il 16,3% degli anziani. Il 73,9% dei giovani usa YouTube, come fa solo l’11,2% degli ultrasessantacinquenni.

Oltre la metà dei giovani (il 54,7%) consulta i siti web di informazione, contro appena un anziano su dieci (il 13,8%). Il 37,3% dei primi ascolta la radio attraverso il telefono cellulare, mentre lo fa solo l’1,2% dei secondi. E se un giovane su tre (il 36,3%) ha già un tablet, solo il 7,7% degli anziani lo usa. Su Twitter poi c’è un quarto dei giovani (il 24%) e un marginale 1,7% degli over 65…

I quotidiani cartacei perdono lettori, ridotti al 40,5% degli italiani (-1,4% nell’ultimo anno, -26,5% complessivamente nel periodo 2007-2016).

Mentre continua ad aumentare l’utenza dei quotidiani online (+1,9% nell’ultimo anno) e degli altri siti web di informazione (+1,3%).

Mantengono i propri lettori i settimanali (+1,7%) e i mensili (+3,9%), ma non i libri cartacei (-4,3% nell’ultimo anno, con una quota di lettori diminuiti al 47,1% degli italiani), ancora non compensati dai lettori di e-book, che aumentano dell’1,1% nell’ultimo anno, ma si attestano solo al 10% della popolazione…

Tra il 2007 (l’anno prima dell’inizio della crisi) e il 2015, mentre i consumi generali flettevano complessivamente del 5,7% in termini reali, decollava la spesa per acquistare apparecchi telefonici (+191,6%, per un valore di 5,9 miliardi di euro nell’ultimo anno) e computer (+41,4%), seppure i servizi di telefonia si riassestavano verso il basso per effetto di un riequilibrio tariffario (-16,5% negli otto anni, per un valore però superiore a 16,6 miliardi di euro), e infine la spesa per libri e giornali si riduceva del 38,7%…”.


I bambini siriani che si suicidano

22 settembre 2016

siria

La situazione in Siria, a causa della guerra, è davvero preoccupante. E quanto avviene a Madaya, un villaggio sulle montagne al confine con il Libano. dovrebbe destare l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale. Purtroppo ciò non si verifica.

Cosa succede a Madaya?

Lo descrive molto bene Oscar Nicodemo in un articolo pubblicato su www.huffingtonpost.it.

“Madaya è un villaggio siriano sulle montagne a confine con il Libano, assediato da mesi dell’esercito di Damasco.

Qui, la popolazione, costretta alla fame dagli oppressori, mangia foglie e i fiori coltivati nei vasi di casa.

Qui, da tempo, l’orrore, quello che si presenta nella sua veste malefica, che fa spavento e ribrezzo, va in scena regolarmente, ogni giorno, a tutte le ore, in qualsiasi momento.

Si tratta dell’orrore più terreno, quello causato dagli uomini ai suoi simili, perpetrato da una civiltà all’altra, da una cultura all’altra, da una etnia all’altra; quello che dopo Auschwitz non si pensava potesse riprodursi e che invece si manifesta nella sua spirale di orribile verità…

Eppure, i medici di Madaya riferiscono di bambini e adolescenti che tentano di togliersi la vita, nel gesto disperato di porre fine a una sofferenza che perdura da molto tempo. Davvero troppo per essere sopportata e in qualche maniera metabolizzata per vincerne la minaccia di morte in essa racchiusa.

Le conseguenze di ordine psicologico dovute all’incessante assedio che sta divorando anima e cervello di chi abita quel luogo rappresentano quanto di più terribile un conflitto sia in grado di generare tra chi è costantemente attaccato, asserragliato, tenuto sotto il fuoco nemico.

‘Save the Children’, ha recentemente parlato di centinaia di persone affette da malattie mentali, tra cui la depressione e la paranoia causate, appunto, dalle condizioni disperate degli assediati, che per sopravvivere si nutrono di insetti e piante…

‘La pressione senza tregua per chi vive in queste condizioni per anni è enorme, soprattutto per i bambini’, ha dichiarato in un comunicato Sonia Khush, direttore di Save the Children in Siria.

I bambini di Madaya, intanto, si uccidono perché non hanno da mangiare, perché vorrebbero fuggire e non ci riescono, perché dimenticati dal mondo…”.

Non credo che sia necessario da parte mia alcun commento.


Ogni anno 3 milioni di bambini muoiono per denutrizione

12 luglio 2016

fame

Ogni anno, 3,1 milioni di bambini muoiono per cause legate alla denutrizione. Nel mondo, circa un quarto dei bambini sotto i cinque anni – 159 milioni – sono colpiti da malnutrizione cronica e l’80% di loro è concentrato nelle regioni dell’Africa subsahariana e dall’Asia meridionale.

Questi e altri dati sono contenuti nel rapporto “Unequal Portions. Ending Malnutrition for Every Last Child” (“Porzioni ingiuste. Porre fine alla malnutrizione dei bambini più vulnerabili”) pubblicato da Save the Children.

Il rapporto analizza in particolare le cause che rendono alcuni bambini più vulnerabili di altri al fenomeno della malnutrizione e mostra come una combinazione letale di povertà ed esclusione stia privando alcuni gruppi di bambini vulnerabili del diritto a vivere e a crescere grazie a una dieta sana e bilanciata.

Questi bambini, discriminati o esclusi a causa della loro etnia, del luogo di provenienza, di una disabilità, del loro genere, del reddito familiare o perché obbligati ad abbandonare le loro case per fuggire da guerre e conflitti, non sviluppano il loro pieno potenziale a causa delle carenze nutrizionali a cui sono soggetti.

Il luogo in cui un bambino vive, per esempio, determina in larga parte il suo accesso ai servizi, all’educazione e al cibo, ma anche le sue prassi culturali e sociali e, in ultima analisi, il suo livello di nutrizione.

I dati del rapporto di Save the Children mostrano che i bambini che vivono in aree rurali hanno in media 1,37 probabilità in più di essere malnutriti rispetto a quelli che abitano nelle città.

Anche il reddito familiare ha un’influenza significativa sulla nutrizione dei bambini: nei Paesi e nelle regioni in via di sviluppo, i bambini nati in famiglie appartenenti al 20% più povero hanno una probabilità più che doppia di morire prima del loro quinto compleanno rispetto a quelli che provengono dal quintile più benestante della popolazione.

A questo quadro già drammatico, si aggiungono preoccupanti tendenze globali che rendono ancora più pressante il problema della malnutrizione: la frequenza e l’intensità di fenomeni climatici come El Niño (quest’anno il più forte mai registrato), che ha causato siccità in 15 Paesi e ha colpito più di 60 milioni di persone in tre continenti, nonché le violenze e i conflitti in corso, che hanno creato la peggiore crisi dei rifugiati dalla Seconda Guerra Mondiale, costringendo milioni di persone ad abbandonare le loro case.

A livello globale, si evidenzia un importante impegno politico per la lotta alla malnutrizione: i governi hanno aderito a importanti obiettivi globali in tema di nutrizione, quali la riduzione dei casi di malnutrizione cronica del 40% entro il 2025 e l’eliminazione di tutte le forme di malnutrizione entro il 2030.

Eppure, il mondo è ancora ben lontano dal raggiungimento di questi obiettivi e, se proseguiamo con il trend attuale, la malnutrizione rimarrà parte integrante dello scenario futuro.

“Mai come adesso il bisogno di continuare nella lotta alla malnutrizione è reale e urgente. I progressi raggiunti dimostrano che sconfiggere la malnutrizione è un obiettivo possibile, ma questi progressi devono essere equamente distribuiti e raggiungere tutti i bambini: non possiamo permettere che nessuno rimanga indietro”, ha dichiarato Daniela Fatarella, vicedirettore generale di Save the Children Italia.

“Oggi più che mai, è necessario passare all’azione. Auspichiamo che la futura presidenza italiana del G7 sia l’occasione per i leader globali di impegnarsi a sostenere un piano d’azione per la nutrizione concreto, che comprenda la mobilizzazione delle risorse necessarie e la creazione di un meccanismo di accountability, per mantenere l’impegno preso al G7 del 2015 a Elmau di emancipare 500 milioni di persone dalla fame e dalla malnutrizione”.


A 5 milioni di sudanesi mancherà il cibo. Ci interessa?

3 luglio 2016

sudanesi

Più di un terzo della popolazione totale del Sudan si troverà ad affrontare gravi carenze di cibo nei prossimi mesi. Questo l’allarme lanciato da Save the Children sulla grave crisi alimentare che sta colpendo gran parte del Paese.

Cosa sostiene Save the Children?

Secondo l’ultimo aggiornamento dell’Ipc, l’indice che misura il livello di sicurezza alimentare, rilasciato dal governo del Sud Sudan, agenzie e organizzazioni umanitarie, si prevede che 4,8 milioni di persone avranno bisogno urgente di cibo e di assistenza nutrizionale nel mese di luglio. Mezzo milione di persone in più rispetto al mese di aprile.

“Il livello di insicurezza alimentare raggiunto nel Paese è il peggiore dal dicembre 2013, data di inizio del conflitto. Il numero dei bambini supportati dai nostri programmi di terapia ambulatoriale che arrivano in condizioni di grave malnutrizione è triplicato”, spiega Peter Walsh, direttore di Save the Children in Sud Sudan.

“La diffusione del conflitto anche in aree che finora erano rimaste fuori dagli scontri, insieme al ritardo della stagione delle piogge, all’aumento dei prezzi dei beni alimentari, alle strade impraticabili e al non funzionamento dei mercati, stanno impedendo alle famiglie di accedere al cibo, causando grandissima sofferenza nella popolazione”.

L’escalation del conflitto e dell’insicurezza alimentare stanno inoltre costringendo molte famiglie a spostarsi oltre i confini nei paesi limitrofi.

“Solo negli ultimi mesi circa 100.000 abitanti del Sud Sudan hanno attraversato Sudan, Kenya, Repubblica Democratica del Congo e Uganda e il loro numero dovrebbe arrivare a più di 150.000 entro pochi giorni”, continua Walsh.

“Ciò che stiamo vedendo in questo momento è solo un segnale di quello che ci aspetterà nei prossimi mesi. Se i finanziamenti volti ad evitare l’aggravamento della fame nel Sud Sudan non verranno considerati prioritari, la mancanza di cibo si trasformerà in una condanna a morte per i bambini della nazione più giovane del mondo. Una situazione assolutamente inaccettabile”.

Attualmente Save the Children supporta il più alto numero di  pazienti in terapia ambulatoriale nel Paese.

Con l’attuale impennata dei casi di malnutrizione tra i bambini, le donne in gravidanza e in allattamento, c’è un disperato bisogno di incrementare ulteriormente gli interventi nelle aree che non sono state ancora raggiunte per problemi di risorse e accesso.

La situazione in Sud Sudan è veramente drammatica e lo è da tempo.

Ma, senza dubbio, l’attenzione nei confronti di tale situazione, nei Paesi occidentali, è del tutto insufficiente.

Sarebbe invece necessario che il nostro interesse nei confronti della popolazione del Sud Sudan fosse molto maggiore.

Solo così, infatti, potrebbe verificarsi quanto auspicato da Save the Children, e cioè che gli interventi rivolti a contrastare le gravissime carenze alimentari nel Sud Sudan si accrescessero, considerevolmente.