Una neonata con sindrome di Down, abbandonata, che nessuno voleva adottare

7 ottobre 2017

Nel nostro Paese, purtroppo, succede anche questo. Una neonata con sindrome di down non solo è stata abbandonata in ospedale, ma non si è riuscito  nemmeno a trovare una famiglia che la adottasse. Alla fine è scattata l’adozione speciale, cioè tale da permettere, grazie a una legge (la n. 184 del 1983, articolo 44), di venir meno ai requisiti richiesti dalla normativa sulle adozioni, estendendo questa possibilità anche ai single.

Ed è stato proprio un single, infatti, a farsi avanti, aprendo le braccia e la porta della propria casa alla piccola. Da tempo, l’uomo aveva chiesto di poter avere in affidamento un bambino con disabilità, senza porre alcuna condizione o restrizione.

Anna Contardi, coordinatrice ai Aipd (associazione italiana persone down) ha rilasciato su www.redattoresociale.it la seguente intervista.

Anna Contardi, ancora accade dunque che un neonato con la sindrome di Down sia abbandonato?

Premetto che parliamo di casi rarissimi: l’abbandono di questi neonati è un fenomeno limitatissimo. La maggior parte dei bambini con sindrome di Down vengono accolti e vivono in famiglia tranquillamente.

Diminuiscono anche le interruzioni di gravidanza in presenza di sindrome di Down?

Sì, anche se queste continuano ad essere abbastanza frequenti. Ma molto è cambiato, in questi anni, nell’immaginario collettivo: incontro sempre più famiglie che, pur scoprendo la sindrome durante la gravidanza, decidono comunque di portarla a termine. Questo sarebbe stato quasi impossibile, solo 20 anni fa.

Ma c’è anche la difficoltà di trovare una famiglia adottiva, in questa storia che arriva da Napoli.

Non posso dire che sia facile trovare coppie disposte ad accogliere bimbi con disabilità in genere, ma posso testimoniare che ci sono, tra i nostri soci, tanti genitori adottivi di bambini e ragazzi con sindrome di Down. Va però considerato un fatto: l’adozione risponde da un lato al bisogno del bambino di avere una famiglia, ma anche spesso al bisogno di una coppia di completarsi con un figlio. E’ in questo caso che, comprensibilmente, l’adozione di una bambino con disabilità fa paura. La nostra esperienza conferma che è più facile che un bambino con sindrome di Down sia adottato da una famiglia che ha già figli naturali. Il fatto che si sia, alla fine di questa storia, trovato un genitore disposto ad accogliere la neonata mi pare una bella notizia: evidentemente il giudice ha riconosciuto la motivazione e la disponibilità di questa persona.

Cosa ci dice, in sintesi, questa storia, soprattutto mentre ci si prepara alla giornata nazionale delle persone con sindrome di Down?

Che bisogna lavorare ancora tanto su conoscenza e informazione: tanto si è fatto, ma molto resta ancora da fare. La paura, l’abbandono, l’interruzione di gravidanza sono tutti temi collegati alla conoscenza. Se si parlasse meglio dei bambini e degli adulti con sindrome di Down, si abbasserebbero anche le paure che a volte portano le famiglie a interrompere una gravidanza o, assai più raramente, ad abbandonare un neonato.

Io ritengo che abbia davvero ragione Anna Contardi.

Si deve parlare meglio dei bambini e degli adulti con sindrome di Down. Del resto con questo post ho tentato di raggiungere proprio questo obiettivo. Ma è del tutto evidente che devono essere soprattutto i mass media a svolgere tale compito. Purtroppo, fino ad ora, lo hanno fatto in misura del tutto insufficiente.

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Save the Children, i quattro mostri che tolgono la pace ai bambini

24 settembre 2017

In occasione della recente giornata internazionale della pace, Save the Children, con un comunicato, ha voluto ricordare i milioni di bambini che ogni giorno rischiano di non conoscerla mai. La pace è una condizione data da elementi sociali, relazionali e politici e, nella vita di milioni di bambini, sono molti i fattori e le situazioni che rischiano di lederla drammaticamente e irreversibilmente.

E secondo Save the Children sono però soprattutto quattro le cause, definite mostri, che fanno sì che milioni di bambini rischino ogni giorno di non conoscere mai la pace.

“La guerra

L’infanzia dovrebbe essere una soltanto, per ogni bambino, in ogni luogo. Purtroppo non è così e sono tantissimi quelli costretti a diventare adulti troppo presto, perché nascono e crescono in zone di guerra. Ci sono bambini siriani, ad esempio, che ci hanno raccontato che ‘vorrebbero morire per andare in paradiso per trovare cibo e calore’.

Alcuni non hanno mai conosciuto la pace, ad altri è stata tolta con l’infanzia stessa. Sono infatti almeno 3 milioni i bambini che hanno oggi sei anni e non hanno mai conosciuto altro che la guerra e quelli che hanno meno di 12 hanno passato già la metà della loro vita in una condizione di continuo imminente pericolo. Molti di loro soffrono di incubi notturni e hanno difficoltà ad addormentarsi per il terrore di non svegliarsi più. Altri hanno visto i propri cari morire e hanno provato più dolore di quanto ognuno di noi possa sopportare.

La povertà

Sono 570 milioni i bambini che vivono in condizioni di estrema povertà nel mondo e 750 milioni sono vittime di deprivazioni di vario tipo. La povertà tra i minori è uno dei fenomeni centrali del nostro tempo ed è molto più pervasiva di quanto si creda. Rischia di creare gravi danni al futuro di centinaia di milioni di bambini e della nostra intera società.

I bambini poveri non possono conoscere pace, perché a causa del circolo vizioso che la povertà stessa genera, si ritroveranno a dover lavorare, a doversi sposare troppo presto per garantire il proprio sostentamento e quello della famiglia, le bambine a diventare madri troppo precocemente e la maggior parte di loro non potranno studiare rimanendo così esposti a rischi di esclusione sociale, economica e a disuguaglianze politiche ed istituzionali.

La malnutrizione

Nel mondo sono 156 i milioni di bambini che soffrono di problemi di crescita a causa della malnutrizione. La malnutrizione cronica nei primi 1000 giorni di vita può avere effetti irreversibili sulla crescita e mettere i bambini nelle condizioni di dover affrontare difficoltà nell’educazione e nel lavoro.

Questo tipo di malnutrizione ritarda la crescita del bambino mettendolo in una condizione di svantaggio per il resto della sua vita, rallentando il suo andamento a scuola e diminuendo la propria produttività in età adulta portandolo ad un guadagno minore e ad un più alto rischio di malnutrizione rispetto ad un bambino ben nutrito. Per le bambine, la malnutrizione cronica nei primi anni di vita può avere delle conseguenze sui neonati che daranno alla luce, i quali avranno maggiori possibilità di nascere sottopeso ed essere malnutriti durante gli anni di crescita, avviando così un circolo vizioso destinato a non finire e che priverà i bambini di una vita dignitosa e pacifica.

La mancanza di educazione

Il diritto all’educazione è la premessa fondamentale per lo sviluppo e la stabilità dell’individuo ed è lo strumento più valido per combattere povertà, emarginazione e sfruttamento. 263 milioni di bambini nel mondo non frequentano la scuola: più di 1 bambino su 6 in età scolare. Garantire il diritto all’educazione, significa dare la possibilità di superare le condizioni di svantaggio. Attraverso un’educazione adeguata i bambini possono crescere, formarsi e scegliere cosa diventare favorendo così lo sviluppo della propria comunità e del proprio paese. Grazie a una buona istruzione potranno contribuire a superare conflitti, povertà, fame, per costruire un mondo di pace”.

E, conclude Save the Children, è importante ricordare che è solo lottando contro questi mostri che milioni di bambini potranno ritrovare la pace perduta o mai avuta.


Un genocidio silenzioso nel Congo, oltre 6 milioni di morti in 20 anni

23 agosto 2017

Nella Repubblica Democratica del Congo è in atto un genocidio da oltre 20 anni, nel silenzio generale dei media. Dal 1996 ad oggi si sono succedute tre guerre che hanno provocato oltre 6 milioni di morti, la metà dei quali bambini.

Utilizzando quanto scritto in due articoli pubblicati rispettivamente su www.left.it e su www.sicurezzainternazionale.luiss.it, si può comprendere qual è la situazione attuale.

Il conflitto si è intensificato dopo che il leader tribale Kamwina Nsapu è stato ucciso dai soldati congolesi nell’agosto del 2016. In meno di un anno per sfuggire agli scontri armati tra le forze dell’ordine e i ribelli gli sfollati hanno raggiunto il milione.

Nel Paese è in atto una vera e propria emergenza umanitaria, con almeno 400.000 bambini a rischio di morte per fame. Tra maggio e giugno sono state scoperte 42 fosse comuni con oltre 400 morti. Tra di essi anche due funzionari dell’Onu inviati in Congo e scomparsi il 12 marzo.

Il direttore dell’associazione Anpil  (presente in Congo dal 2007)  Massimiliano Salierno, ha così descritto quanto sta avvenendo in Congo: “Il problema attuale del Congo è la successione alla presidenza. Al momento ricopre il ruolo Kabila, figlio dell’ex presidente congolese che ha terminato il suo mandato nel dicembre dello scorso anno, ma non ha alcuna intenzione di lasciare il potere, quindi questo crea una grandissima tensione.

Le elezioni  che si dovevano tenere non si sono ancora svolte. C’è anche un tentativo da parte del presidente Kabila di cambiare la Costituzione per consentirgli di avere un ulteriore mandato presidenziale. Da qui nascono gli scontri che, purtroppo, stanno insanguinando la regione”.

La denuncia di Salierno spiega il motivo per cui le violenze si svolgono soprattutto nel Kasai, una regione storicamente in contrasto con il potere della capitale, tenuta sempre sotto controllo e repressa.

Le immagini di violente uccisioni, di corpi massacrati e ammassati nelle fosse comuni  hanno incontrato un agghiacciante silenzio mediatico. Pochissimi giornali parlano della situazione drammatica in cui versa il Kasai, ma sul web circolano alcune foto e video del genocidio.

Il governo congolese utilizza il caos che domina il Paese per rimandare all’infinito le elezioni, con buona pace dell’“accordo di San Silvestro”, con cui maggioranza e opposizione avevano concordato un anno di transizione ed elezioni entro la fine del 2017. Ma tutte le fasi stabilite dall’accordo non vengono rispettate dal governo.

Alcune fonti denunciano gli Stati Uniti di appoggiare le milizie ruandesi e le dittature che crescono nel Congo, che alimentano una sempre maggiore povertà, l’aumento del tasso di Aids (che ha raggiunto il 20% della popolazione nelle province orientali) a causa dei continui stupri, le epidemie e gli spostamenti di massa che derivano da condizioni di vita impossibili.

E l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Zelda Ra’ad Al Hussein, il 6 giugno, a Ginevra, ha ordinato l’apertura di un’inchiesta internazionale sulle accuse di violazione dei diritti umani avvenute nella Repubblica Democratica del Congo, proprio nel Kasai.

Nel condurre la 35esima sessione dello Human Rights Council, Hussein ha criticato il governo congolese per la gestione della propria collaborazione con gli organi dell’Onu. “Sarebbe intollerabile se gli ufficiali governativi pensassero che il minimo impegno nella difesa dei diritti umani possa permettere poi la violazione di tali doveri nei confronti dei propri cittadini e di tutte le altre persone”.


L’infanzia rubata. Ma da 30 anni c’è “Telefono Azzurro”

11 giugno 2017

E’ stato recentemente presentato il nuovo rapporto “Infanzia rubata”, redatto da Save the Children. In base ai contenuti del rapporto si può legittimamente sostenere che esiste nel mondo un esercito di bambini derubati della propria infanzia. Sono infatti 700 milioni i minori, uno su quattro, ai quali è negato il diritto ad essere bambino o la cui vita è costantemente minacciata. In Italia, però, occorre rilevare che proprio in questi giorni “Telefono Azzurro” ha compiuto 30 anni. Sono infatti già passati 30 anni dalla fondazione, da parte di Ernesto Caffo, dell’associazione “Sos il Telefono Azzurro”, che fino ad ora ha aiutato 72.000 bambini ed adolescenti, in media 2.400 ogni anno.

Il rapporto di Save the Children si basa, soprattutto, sull’analisi del cosiddetto indice globale dell’infanzia negata.

Prendendo in considerazione 172 Paesi, emerge che 263 milioni di minori, 1 su 6, non vanno a scuola, mentre 168 milioni, più di tutti i bambini che vivono in Europa, sono coinvolti in varie forme di lavoro minorile, tra cui lavori pericolosi o pesanti che mettono gravemente a rischio la loro incolumità fisica e psicologica.

Sei milioni di bambini muoiono ogni anno per cause facilmente prevenibili, come polmonite, diarrea e malaria, prima di aver compiuto i 5 anni, mentre sono 156 milioni i bambini con meno di 5 anni colpiti da forme di malnutrizione acuta che ne compromettono seriamente la crescita.

Circa 28 milioni di bambini sono stati costretti ad abbandonare le proprie abitazioni per fuggire da guerre e persecuzioni.

Nel solo 2015 sono stati assassinati nel mondo più di 75.000 bambini e ragazzi di meno di 20 anni di età, più di 200 al giorno.

Sono 15 milioni, inoltre, le ragazze che ogni anno si sposano prima dei 18 anni, spesso con uomini molto più grandi di loro. Quattro milioni di loro si sposano prima di aver compiuto 15 anni, una ogni 7 secondi, con impatti devastanti sulla loro salute e sulle loro opportunità future. Ogni 2 secondi una ragazza con meno di 19 anni partorisce nel mondo, per un totale annuo di 17 milioni.

Nella “lista nera” dei Paesi dove i bambini sono maggiormente minacciati ed esposti a rischi per la loro vita e il loro sviluppo al primo posto c’è il Niger, seguito da Angola, Mali, Repubblica Centrafricana e Somalia.

Norvegia, Slovenia e Finlandia si rivelano invece i Paesi dove l’infanzia incontra le condizioni più favorevoli, con l’Italia al nono posto in classifica, meglio di Germania e Belgio (al decimo posto a pari merito con Cipro e Corea del Sud), ma dietro anche a Olanda, Svezia, Portogallo, Irlanda e Islanda.

“E’ inaccettabile che nel 2017 milioni di bambini in tutto il mondo continuino ad essere privati della propria infanzia e del loro diritto di essere al sicuro, di crescere, imparare e giocare. Dobbiamo e possiamo fare di più per garantire un futuro migliore, fino all’ultimo bambino”, ha affermato Valerio Neri, direttore generale di Save the Children Italia.

Come già rilevato, l’8 giugno  del 1987 nacque l’associazione “Sos il Telefono Azzurro”, fondata da Ernesto Caffo, professore di neuropsichiatria infantile presso l’università di Modena e Reggio Emilia.

L’associazione ha dovuto cambiare ed evolversi rapidamente nel tempo, al passo con una società che si è modificata rapidamente e con le nuove tecnologie a dare vita a nuove minacce per i più piccoli.

Prima il solo telefono, oggi ascolto e intervento basati su una comunicazione multicanale.

La storica linea 1.96.96 ha retto nel tempo lasciando però spazio anche ad altri strumenti, come la chat, il web e i social, ormai fondamentali per l’operato dell’associazione.

Se la prima generazione di bambini e adolescenti chiedeva aiuto per situazioni di violenza e abusi (le percosse e i maltrattamenti fisici rappresentavano il 10% circa delle chiamate dei primi 7 anni), oltre che per problematiche legate alle relazioni con adulti o coetanei (circa il 45% dei casi gestiti tra 1987 e 1994), oggi sempre più le richieste di aiuto si legano ad un aumento della violenza tra coetanei, ad esempio il bullismo, nelle sue diverse componenti. Solo nel 2016 rappresentavano circa il 10% delle richieste di aiuto.

Infatti la vita dei bambini si svolge sempre più on line: nativi digitali, vivono in case high-tech, dove le stanze sono stazioni ad alto contenuto tecnologico.

Non stupisce quindi che le richieste di aiuto riguardino anche gli aspetti della loro “crescita digitale”: dipendenza dal web, invio e condivisione di immagini e video sessualmente espliciti autoprodotti (sexting), ricatti legati a questi invii (sextortion), così come adescamenti di minori ad opera di sconosciuti (grooming).

I dati di Telefono Azzurro parlano a questo proposito di un trend in aumento costante negli ultimi anni e che oggi si attesta attorno al 6% del totale delle consulenze che vengono offerte ogni anno dal numero gratuito 1.96.96 e dalla chat.

L’attività di prevenzione e ascolto di Telefono Azzurro si è intensificata e specializzata sempre di più.

Gli operatori vengono formati sulla base delle esperienze raccolte ma anche grazie ad un confronto costruttivo e strategico con altri Paesi europei. Gli strumenti di lavoro, informatici e tecnologici, si evolvono sulle base dei tanti casi trattati e sulla loro diversità.

Il centro nazionale di ascolto di Telefono Azzurro è oggi un call center con 30 linee telefoniche, 40 operatori specializzati, centinaia di volontari. All’ascolto telefonico, Telefono Azzurro associa inoltre nuove iniziative tese a favorire la diffusione di una cultura di intervento preventivo nelle situazioni di disagio, maltrattamento e abuso.

“La nostra è una storia basata sull’ascolto e sulle risposte che nel tempo abbiamo messo in campo sotto forma di progetti concreti, racconta il professor Ernesto Caffo, non solo fondatore ma anche presidente dell’associazione. Attraverso l’ascolto Telefono Azzurro ha fatto conoscere i bisogni di bambini e adolescenti, raccogliendo le loro voci attraverso il telefono prima, e poi via via attraverso tutti gli strumenti e i canali che in questi tre decenni la tecnologia ci ha messo a disposizione. Sempre attenti a parlare la lingua dei più piccoli, a essere presenti lì dove loro sono, dove dialogano, dove imparano e dove crescono.

Una presenza sempre più capillare e costante, resa possibile dal grande lavoro svolto dai gruppi territoriali dei nostri volontari, che hanno reso grande la storia di questi trent’anni. Lavoreremo ogni giorno affinché nei prossimi trenta venga costruito sempre più un mondo a misura di bambini e di adolescenti”.


Un milione i bambini poveri in Italia

9 aprile 2017

In Italia i minori in povertà assoluta sono 1.100.000. La percentuale di questi minori sul totale della popolazione di riferimento è triplicata negli ultimi 10 anni, passando dal 3,9% nel 2005 al 10,9% nel 2015. Inoltre, nonostante il numero di ragazzi che abbandonano precocemente gli studi si sia più che dimezzato negli ultimi 23 anni (passando dal 38% del 1992 al 15% del 2015), tale percentuale rimane superiore rispetto alla media dell’Unione europea, pari all’11% e fa sì che l’Italia si posizioni al quartultimo posto fra i Paesi dell’Ue. Percentuali più elevate di quella del nostro Paese si verificano solo in Romania (19%), in Spagna e a Malta (entrambe con il 20%).

Questi e altri dati sono contenuti nel nuovo rapporto “Futuro in partenza? L’impatto delle povertà educative sull’infanzia in Italia”, presentato da Save the Children, in occasione del rilancio della campagna per il contrasto alla povertà educativa.

Dal rapporto emerge un quadro dell’Italia che dopo anni stenta a far decollare il futuro dei propri ragazzi e che, nonostante alcuni miglioramenti negli ultimi anni, risulta ancora lontana dal resto dell’Europa e in cui le maggiori privazioni educative per i minori si registrano soprattutto al Sud, con ritardi importanti che non risparmiano tuttavia le regioni del Centro e del Nord.

Sono soprattutto i minori che provengono dalle famiglie svantaggiate dal punto di vista socio-economico a subìre le più gravi conseguenze della povertà educativa e si tratta di un fenomeno in forte crescita, in considerazione che anche la percentuale di minori che vivono in povertà relativa – più di 2 milioni di bambini e adolescenti – è quasi raddoppiata dal 2005, passando dal 12,6% della popolazione di riferimento al 20,2% nel 2015 e in particolare ha subìto un’impennata di quasi 8 punti percentuali dal 2011 al 2015.

“Il nostro è un Paese in cui non sono le pari opportunità a determinare i percorsi educativi e di vita dei ragazzi, ma lo svantaggio ereditato dalle famiglie. La povertà economica ed educativa dei genitori viene trasmessa ai figli, che a loro volta, da adulti, potrebbero essere a rischio povertà ed esclusione sociale. E’ un circolo vizioso che coinvolge e compromette il futuro di oltre un milione di bambini e che va immediatamente spezzato” – ha affermato Valerio Neri, direttore generale di Save the Children.

“Serve un impegno urgente e concreto da parte delle istituzioni: non è accettabile che vi siano bambini costretti a vivere gravi deprivazioni materiali ed educative, che non solo non hanno la possibilità di costruirsi un domani, ma che non possono neanche sognarlo. Dobbiamo dare ad ogni bambino la possibilità di far decollare le proprie aspirazioni e i propri sogni”, ha aggiunto Neri.

Dal 3 al 9 aprile Save the Children ha rilanciato la campagna “Illuminiamo il futuro” per il contrasto alla povertà educativa, ormai giunta al suo quarto anno. Una settimana di mobilitazione, con oltre 650 eventi e iniziative in tutta Italia in cui sono state coinvolte centinaia di associazioni, enti, scuole, realtà locali e istituzioni culturali che hanno scelto di essere al fianco dell’associazione per sensibilizzare e informare sull’importanza delle opportunità educative per la crescita dei più piccoli.

Io credo che quanto auspicato da Save the Children, per contrastare la povertà dei minori, si debba realizzare.

Il governo Renzi varò alcuni interventi per combattere la povertà.

Ma tali interventi devono essere assolutamente intensificati, destinandovi un ammontare di risorse finanziare ben più consistente.


Yemen, molti bambini stanno morendo

8 marzo 2017

Nello Yemen è in corso da tempo una guerra civile, poco conosciuta, una guerra “dimenticata”, che ha già provocato numerosi morti e nella quale le parti in causa sono sostenute dai governi di altri Paesi, tra i quali l’Arabia Saudita e i suoi alleati. Questi ultimi stanno ostacolando da mesi la consegna di aiuti umanitari da parte di Save the Children, nonostante la carestia stia minacciando buona parte del Paese e il sistema sanitario sia sull’orlo del collasso. E l’impossibilità di raggiungere migliaia di persone con gli aiuti medici e sanitari urgenti ha già causato la morte di molti bambini che si sarebbero potuti salvare.

E Save the Children è intervenuta con un comunicato per denunciare quanto sta avvenendo, a tale proposito, nello Yemen.

Solo tra gennaio e febbraio 2017, la coalizione saudita ha già impedito che tre grosse spedizioni di aiuti medici salvavita dell’organizzazione potessero arrivare al principale porto del Paese ad Hodeida, obbligandole a cambiare destinazione e ritardando così il loro arrivo di quasi tre mesi.

“Questi ritardi stanno uccidendo i bambini. I nostri operatori sono alle prese con epidemie di colera, e bambini colpiti da diarrea, morbillo, malaria e malnutrizione, e potrebbero essere curati con gli aiuti bloccati invece dalla coalizione saudita, che sta usando il controllo di queste spedizioni come un’arma di guerra,” ha dichiarato Grant Pritchard, direttore in Yemen di Save the Children.

E’ bene rilevare che sette milioni di persone sono in grave carenza di cibo in Yemen e più di 2 milioni di bambini sotto i 5 anni soffrono di malnutrizione acuta, tra cui quasi mezzo milione è ormai in pericolo di vita.

Nove zone del paese, inclusa Hodeida, sono classificate IPC-4 (Integrated Food Security Phase Classification), l’ultimo livello di emergenza prima della carestia.

A questo si aggiungono più della metà delle strutture medico-sanitarie in 16 dei 22 governatorati monitorati che sono inservibili o solo parzialmente funzionanti, lasciando 14,8 milioni di persone, inclusi 8,1 milioni di bambini, senza i minimi servizi di base.

Non può che essere considerato inaccettabile tale comportamento della coalizione saudita.

Ed è auspicabile quindi che i governi dei Paesi occidentali, alleati dell’Arabia Saudita, e le istituzioni internazionali si attivino rapidamente affinchè l’Arabia cessi di ostacolare l’arrivo di aiuti umanitari destinati alla popolazione yemenita.


Necessario un minore uso degli smartphone

10 ottobre 2016

smartphone

Gli smartphone vengono utilizzati sempre di più. Lo dimostrano anche i risultati del 13° rapporto del Censis sulla comunicazione. Ma sarebbe auspicabile un minore utilizzo degli smartphone?

Secondo me sarebbe auspicabile utilizzare di meno gli smartphone

Semplici considerazioni di buon senso lo dimostrano.

E ciò vale soprattutto per i giovani, particolarmente per gli adolescenti, per molti dei quali, a mio avviso, si registra una vera e propria “dipendenza” nei confronti dello smartphone

Tale situazione impedisce  spesso l’efficace svolgimento di altre attività e può provocare seri danni alla salute fisica e mentale.

Peraltro ci sono ormai diversi studi nei quali si sostiene che un uso eccessivo degli smartphone sia pericoloso soprattutto per i bambini, per vari motivi: toglie tempo allo studio e alla lettura, causa sedentarietà e quindi una diffusione dell’obesità, diminuisce il numero delle amicizie reali e quindi anche  dell’intelligenza emotiva, riduce la capacità di concentrazione, provoca una diminuzione delle ore di sonno, crea solitudine e depressione.

Peraltro anche molti adulti si comportano nello stesso modo, cioè utilizzano eccessivamente lo smartphone.

Per la verità non sembra proprio che, nel breve periodo, sia possibile un minor uso degli smartphone.

Per arrivare a tale conclusione si possono considerare i principali risultati del 13° rapporto del Censis sulla comunicazione, così come rilevati in un articolo pubblicato su www.key4biz.it.

Nel “sottotitolo” si può leggere infatti: “Su internet il 74% degli italiani, smartphone usati dall’89% dei giovani, social network e piattaforme online indispensabili nella vita quotidiana, sono i dati principali del nuovo documento del Censis sulla comunicazione nel nostro Paese. Boom delle spese per consumi tecnologici anche nella crisi: +190%”.

Nell’articolo in questione si può inoltre leggere:

“…il 73,7% degli italiani naviga la rete da ogni dispositivo di connessione (il 95,9%, cioè praticamente la totalità, dei giovani under 30)…

La crescita complessiva dell’utenza del web nel periodo 2007-2016 è stata pari a +28,4%: nel corso degli ultimi dieci anni gli utenti di internet sono passati da meno della metà a quasi tre quarti degli italiani (erano il 45,3% solo nel 2007)…

E mentre diminuiscono gli utenti dei telefoni cellulari basic, in grado solo di telefonare e inviare sms (-5,1% nell’ultimo anno), continua la crescita impetuosa degli smartphone, utilizzati dal 64,8% degli italiani (e dall’89,4% dei giovani di 14-29 anni): +12% di utenza complessiva in un anno, una crescita superiore a quella di qualsiasi altro mezzo…

Facebook è il social network più popolare: è usato dal 56,2% degli italiani (il 44,3% nel 2013), raggiunge l’89,4% di utenza tra i giovani under 30 e il 72,8% tra le persone più istruite, diplomate e laureate.

L’utenza di YouTube è passata dal 38,7% del 2013 al 46,8% del 2016 (fino al 73,9% tra i giovani). Instagram è salito dal 4,3% di utenti del 2013 al 16,8% del 2016 (e il 39,6% dei giovani). E WhatsApp ha conosciuto un vero e proprio boom: nel 2016 è usato dal 61,3% degli italiani (l’89,4% dei giovani)…

Le distanze tra i consumi mediatici giovanili e quelli degli anziani continuano ad essere rilevantissime.

Tra i giovani under 30 la quota di utenti della rete arriva al 95,9%, mentre è ferma al 31,3% tra gli over 65 anni. L’89,4% dei primi usa telefoni smartphone, ma lo fa solo il 16,2% dei secondi. L’89,3% dei giovani è iscritto a Facebook, contro appena il 16,3% degli anziani. Il 73,9% dei giovani usa YouTube, come fa solo l’11,2% degli ultrasessantacinquenni.

Oltre la metà dei giovani (il 54,7%) consulta i siti web di informazione, contro appena un anziano su dieci (il 13,8%). Il 37,3% dei primi ascolta la radio attraverso il telefono cellulare, mentre lo fa solo l’1,2% dei secondi. E se un giovane su tre (il 36,3%) ha già un tablet, solo il 7,7% degli anziani lo usa. Su Twitter poi c’è un quarto dei giovani (il 24%) e un marginale 1,7% degli over 65…

I quotidiani cartacei perdono lettori, ridotti al 40,5% degli italiani (-1,4% nell’ultimo anno, -26,5% complessivamente nel periodo 2007-2016).

Mentre continua ad aumentare l’utenza dei quotidiani online (+1,9% nell’ultimo anno) e degli altri siti web di informazione (+1,3%).

Mantengono i propri lettori i settimanali (+1,7%) e i mensili (+3,9%), ma non i libri cartacei (-4,3% nell’ultimo anno, con una quota di lettori diminuiti al 47,1% degli italiani), ancora non compensati dai lettori di e-book, che aumentano dell’1,1% nell’ultimo anno, ma si attestano solo al 10% della popolazione…

Tra il 2007 (l’anno prima dell’inizio della crisi) e il 2015, mentre i consumi generali flettevano complessivamente del 5,7% in termini reali, decollava la spesa per acquistare apparecchi telefonici (+191,6%, per un valore di 5,9 miliardi di euro nell’ultimo anno) e computer (+41,4%), seppure i servizi di telefonia si riassestavano verso il basso per effetto di un riequilibrio tariffario (-16,5% negli otto anni, per un valore però superiore a 16,6 miliardi di euro), e infine la spesa per libri e giornali si riduceva del 38,7%…”.