Partiti e sindacati contro i giovani

6 settembre 2017

E’ ben noto che in Italia la disoccupazione giovanile è molto elevata, che il sistema formativo presenta problemi di notevole rilievo (l’ultimo reso noto la tendenza alla crescita di quanti dispongono solamente del diploma di scuola media inferiore). Ma, da diversi anni ormai, le politiche rivolte ad affrontare le problematiche giovanili sono del tutto inadeguate. Perché?

I motivi sono senza dubbio diversi.

A me sembra, però, che la causa principale sia rappresentata dal disinteresse che, oggettivamente, i partiti ed anche i sindacati dimostrano nei confronti dei problemi dei giovani.

Infatti, in considerazione soprattutto del progressivo incremento del processo di invecchiamento della popolazione, i giovani sono una componente sempre più ridotta, in termini quantitativi, dei residenti nel nostro Paese.

Inoltre, fra i giovani, è più diffuso il fenomeno dell’astensionismo elettorale.

Quindi, innanzitutto, per i partiti i giovani contano poco e il sistema politico quindi è molto più interessato alle problematiche degli anziani, o quanto meno di quanti hanno superato i 50 anni, soprattutto di coloro che sono vicini alla pensione o che sono già pensionati.

Pertanto il Parlamento e il Governo destinano risorse finanziarie insufficienti agli interventi tendenti ad affrontare i problemi dei giovani.

Non esiste da tempo una politica del lavoro, specifica, rivolta a ridurre considerevolmente la disoccupazione giovanile ed anche a diminuire, in modo significativo, i contratti precari che contraddistinguono, spesso, il lavoro dei giovani.

Inoltre le risorse finanziarie destinate al sistema formativo sono del tutto insufficienti, in tutte le scuole, come si diceva un tempo, di ogni ordine e grado. Preoccupante la difficile situazione dell’università italiana, soprattutto se si considera che il numero dei laureati, in rapporto alla popolazione complessiva, è in Italia ai livelli più bassi in Europa.

Poi, gli stessi sindacati, nell’ambito dei quali una componente molto importante degli iscritti è rappresentata dai pensionati, sono poco interessati ai giovani e non si battono, nella misura necessaria, per risolvere i loro problemi.

E tutto questo anche perché, sempre di più, sia i partiti che i sindacati, si propongono prevalentemente obiettivi di breve periodo (soprattutto ottenere più voti alle prossime elezioni oppure aumentare il numero degli iscritti) e sono poco interessati, oggettivamente, al futuro del Paese.

Cambierà tale situazione, nel breve periodo?

Mi sembra molto difficile.

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Più anziani al lavoro e meno giovani occupati, non è vero

7 giugno 2017

E’ noto che, soprattutto in seguito alla riforma Fornero, molti lavoratori sono andati o andranno in pensione più tardi e quindi hanno continuato  o continueranno a lavorare. Del resto recenti statistiche sul mercato del lavoro dimostrano che gli occupati con età superiore ai 55 anni sono aumentati. E, pertanto, in seguito a tale situazione, spesso si sostiene che i giovani abbiano maggiori difficoltà nel trovare un lavoro. Ma uno studio della Banca d’Italia, i cui principali risultati sono contenuti nella relazione annuale pubblicata in occasione delle considerazioni finali del Governatore, dimostra il contrario.

Cosa si può leggere nella relazione annuale riguardo allo studio in questione?

“Nel lungo periodo l’innalzamento dei requisiti pensionistici, prolungando la partecipazione al mercato del lavoro, tende ad avere effetti espansivi sul prodotto.

Nel breve periodo un aumento dell’età pensionabile potrebbe ripercuotersi negativamente sulle prospettive occupazionali dei più giovani se questi ultimi svolgono mansioni simili a quelle dei lavoratori più anziani; l’effetto può tuttavia essere positivo se svolgono ruoli diversi e complementari.

Secondo nostre analisi non vi è evidenza di un nesso negativo, nemmeno nel breve periodo, tra il prolungamento della vita lavorativa degli anziani e l’occupazione dei giovani; piuttosto i due fenomeni appaiono complementari.

Utilizzando i dati della rilevazione sulle forze di lavoro dell’Istat per il periodo 2004-2016, l’analisi empirica evidenzia che, controllando per le condizioni cicliche a livello di macroarea geografica e per le caratteristiche di ciascuna provincia nella media del periodo, le variazioni dei tassi di occupazione provinciali dei lavoratori più anziani (55-69 anni) e quelle dei più giovani (15-34 anni) non mostrano una correlazione negativa, bensì lievemente positiva.

Pur se associato a un aumento dell’occupazione giovanile a livello aggregato, l’allungamento della vita lavorativa dei più anziani potrebbe aver reindirizzato alcuni giovani verso settori o imprese diversi nell’ambito della stessa provincia. Tale ipotesi è stata verificata attraverso un campione rappresentativo di imprese con almeno 20 addetti tratto dagli archivi dell’Inps per il periodo 2008-2015, con lo scopo di valutare se la maggiore permanenza nell’impresa dei lavoratori con almeno 55 anni, determinata da cambiamenti nelle regole pensionistiche, abbia modificato assunzioni, flussi in uscita e salari dei lavoratori delle altre fasce di età nell’ambito della stessa azienda.

All’aumento dei lavoratori più anziani è corrisposto l’incremento di quelli più giovani, a supporto dell’ipotesi di complementarità tra le due classi di età.

Tali risultati sono validi sia considerando tutti i diversi interventi pensionistici che si sono susseguiti nel periodo, sia limitando l’analisi agli effetti della sola riforma Fornero: nel campione analizzato quest’ultima ha comportato nel breve periodo un incremento dell’occupazione di quattro decimi tra le persone oltre i 55 anni e di circa un decimo tra i più giovani.

Vi è infine evidenza che l’aumento dell’offerta di lavoro degli individui più anziani abbia determinato una leggera riduzione del loro salario”.

Quindi lo studio della Banca d’Italia dimostra che occorre stare molto attenti a sostenere delle tesi, in ambito economico, la cui validità sembra evidente, ma che non sono suffragate da dati e da analisi approfondite di tali dati.

Peraltro, nel caso specifico, i risultati dello studio della Banca d’Italia sono in linea con quelli emersi in un’altra analisi della Bce svolta nel 2015 in tutti i Paesi dell’eurozona.


In aumento badanti e colf italiane

30 giugno 2016

badante

In base ai dati forniti dall’osservatorio statistico dell’Inps, nel 2015 i lavoratori domestici contribuenti all’Inps sono stati 886.125, con un decremento del -2,3% (-20.518 in valore assoluto) rispetto al dato del 2014. Sono però aumentati gli italiani, del 4,2%.

Analizzando i dati dei lavoratori domestici per tipologia di rapporto e zona geografica di provenienza,è evidente un prevalenza delle “colf” che costituiscono quasi il 60% del totale dei lavoratori.

Tale distribuzione riguarda sia i lavoratori italiani e quasi tutti i lavoratori stranieri ad eccezione di quelli provenienti dall’Europa dell’Est e dall’Asia Medio Orientale, in cui prevale la tipologia di “badante”.

Nel 2015 il numero di badanti, rispetto all’anno precedente, registra un lieve aumento (+2,2%), ma con un sostanziale incremento dei badanti di nazionalità italiana (+13,0%).

Il numero di colf, invece, evidenzia un decremento pari al -5,4%, influenzato maggiormente dalla diminuzione dei lavoratori provenienti dall’Asia Orientale (-13,6%) e dall’Africa del Nord (-13,2%); anche in questo caso i lavoratori italiani fanno registrare una variazione in controtendenza (+0,3%).

La distribuzione territoriale dei lavoratori domestici in base al luogo di lavoro nell’anno 2015 evidenzia che il Nord-Ovest è l’area geografica che, con il 29,8%, presenta il maggior numero di lavoratori, seguita dal Centro con il 28,5%, dal Nord-Est con il 19,7%, dal Sud con il 13,0% e dalle Isole con l’9,0%.

La regione che registra in Italia, sia per i maschi che per le femmine, il maggior numero di lavoratori domestici è la Lombardia, con 160.587 lavoratori pari al 18,1%, seguita dal Lazio (15,0%), dall’Emilia Romagna (9,0%) e dalla Toscana (8,5%).

In queste quattro regioni si concentra più della metà dei lavoratori domestici in Italia.

La composizione dei lavoratori in base alla nazionalità evidenzia una forte prevalenza di lavoratori stranieri, che nel 2015 risultano essere il 75,9% del totale.

Con riferimento alla distribuzione regionale per nazionalità, in Lombardia si concentra la maggior parte dei lavoratori domestici stranieri nell’anno 2015, con 135.188 lavoratori (20,1%), seguita dal Lazio (17,0%) e dall’Emilia Romagna (10,1%).

Per i lavoratori italiani, invece, al primo posto c’è la Sardegna con il 16,4% e a seguire Lombardia (11,9%) e Lazio (8,7%).

L’aumento delle colf e delle badanti italiane dimostra che i problemi occupazionali dei lavoratori e soprattutto delle lavoratrici italiane permangono, inducendole ad accettare attività lavorative che in passato non intendevano svolgere.


Bambini, anziani e disabili maltrattati: le cause e le proposte

16 febbraio 2016

disabile

Recentemente i mass media hanno riferito di diverse violenze perpetrate ai danni di bambini, anziani e disabili, quindi a persone fragili. Quanto avvenuto ha destato, giustamente, un diffuso stupore e un’altrettanto notevole indignazione. Ma sarebbe necessario da un lato comprendere il più possibile le motivazioni alla base di tali violenze e dall’altro lato elaborare delle proposte efficaci per contrastarle.

Per quanto riguarda le cause, può essere utile riportare una parte delle dichiarazioni, pubblicate su www.redattoresociale.it, da don Vinicio Albanesi, presidente della comunità di Capodarco.

Don Vinicio ha tra l’altro rilevato: “L’arroganza di chi sa che la persona offesa non può riferire ciò che soffre, perché non è in grado di raccontare.

Da qui la ‘libertà’ di essere violenti. Solo dopo mesi infatti si scoprono le umiliazioni che bambini, anziani, disabili hanno subito. Né tutto viene sempre scoperto.

Un’arroganza che ha radici profonde di chi si sente forte, superiore e soprattutto senza controlli. Una specie di ‘potenza frustrata’ che si scatena su quanti non possono reagire.

Né si tratta di persone dall’equilibrio psichico instabile: sono persone invece solamente arroganti e crudeli. A ben riflettere questi comportamenti ricordano la ferocia di molti furti nelle case contro persone indifese o abitanti in case solitarie”.

Ha poi aggiunto don Vinicio: “La seconda radice è il disprezzo nei confronti di chi si assiste perché, alla fin fine, i destinatari dei servizi sono considerati senza stima e senza futuro.

L’assistente disprezza lui stesso il lavoro che svolge, diventando oltre che persecutore vittima di un’occupazione che non ama e che probabilmente non ha scelto. Né la cosiddetta professionalità riesce a risollevare la ‘pochezza’ del lavoro svolto, perché spesso accettato in mancanza di meglio”.

E Albanesi così ha proseguito: “Accompagnare persone fragili esige un grande equilibrio e un’elevata preparazione professionale: ma non sono sufficienti. E’ necessario aver acquisito il rispetto della persona in  qualsiasi condizione essa si trovi.

Le difficoltà delle relazioni, la fatica delle intemperanze, la dissociazione non possono essere né annullate, né spiegate. Possono essere solo gestite: con rispetto e amore.

Purtroppo la cultura dominante non aiuta questo processo: ogni giovane in cerca di occupazione chiede un posto chic, ben pagato, professionalmente esaltante: fare l’assistente non ha nessuna di queste caratteristiche.

Né la risposta delle istituzioni riesce a garantire dignità, risorse, accompagnamento per dare qualità a chi non è in grado di gestire autonomamente la propria vita”.

E in questo modo ha terminato: “Una riflessione seria che non può fermarsi allo sdegno momentaneo che la cronaca nera suscita, ma che deve far riflettere sullo stile di vita corrente, rivedendo alcuni canoni di comportamento: l’arroganza e il disprezzo  sono purtroppo alimentate e non combattute”.

Sempre in un articolo pubblicato su www.redattoresociale.it sono contenute alcune proposte evidenziate in questi giorni.

Innanzitutto l’introduzione di telecamere. E’ forse la reazione più “di pancia” e riflette, in un certo modo, il sentire più “popolare”.

Ma è stata prevista anche da un disegno di legge, presentato alla Camera un anno e mezzo fa.

La previsione, poi, di un’aggravante per reati commessi nelle strutture assistenziali.

E’ la proposta rilanciata dal ministro Beatrice Lorenzin durante la conferenza stampa sul caso di Grottaferrata.

In un disegno di legge presentato dalla stessa Lorenzin, fermo da due anni in Senato, si prevede infatti l’aggravante per chi commette reati all’interno delle strutture socio-sanitarie, aumentando di un terzo la pena per gli autori di gesti senza dubbio ripugnanti.

Strutture aperte alle famiglie e albo degli educatori professionali, sono le due idee lanciate da Roberto Speziale, presidente nazionale di Anffas, durante una trasmissione condotta da Gianluca Nicoletti.

Meno strutture, più domiciliarità e accanto a queste proposte, tutte piuttosto circoscritte e tese a migliorare, ma non a eliminare, le strutture esistenti, c’è la posizione radicale di chi invece – limitatamente alla disabilità – ritiene che siano le strutture stesse a dover essere superate, in favore di un sostegno alla domiciliarità che tuttora, in Italia, manca.

A mio avviso, per quanto riguarda le cause, mi sembra piuttosto interessante la considerazione conclusiva di don Vinicio Albanesi, la consapevolezza che l’arroganza e il disprezzo, attualmente, sono alimentate e non combattute, nel nostro Paese.

Considerazione che io condivido, anche se implica, in termini di interventi per contrastare quelle violenze, la necessità di cambiare dei comportamenti che sono piuttosto diffusi nell’ambito della società italiana.

E cambiare questi comportamenti non è né facile né realizzabile in tempi brevi.

Ma ci si deve porre il problema, perché il problema esiste e non può essere trascurato.

Relativamente alle proposte, alcune di esse sono in contrasto fra di loro.

Io credo che sia indispensabile, comunque, un riflessione approfondita sui contenuti di tale proposte, tutte comunque degne di attenzione, affinchè si attuino interventi concreti volti a combattere quelle violenze.

Stare fermi non si può, non è sufficiente, tutt’altro, stupirsi e indignarsi.