Per ridurre le liste d’attesa necessario abolire la libera professione negli ospedali

Nella sanità italiana le liste di attesa per le visite specialistiche e per le diverse prestazioni sono spesso molto, troppo, lunghe, anche se la situazione non è affatto omogenea in tutto il territorio nazionale. Recentemente, il presidente della Giunta regionale della Toscana, Enrico Rossi, ha annunciato la presentazione di un disegno di legge che vieti la libera professione all’interno degli ospedali, il cosiddetto intramoenia, sostenendo che in questo modo scomparirebbero le liste di attesa.

Inoltre sono state presentate alla Camera dodici mozioni nelle quali è contenuta la stessa tesi.

Soprattutto la presa di posizione di Enrico Rossi ha suscitato numerose reazioni, spesso contrarie, provenienti prevalentemente dai medici ospedalieri.

Rappresentativa delle posizioni di chi è contrario all’abolizione della libera professione mi sembra quanto scritto il dottor Carlo Palermo, vicepresidente di un’associazione di medici ospedalieri,  l’Anaao.

Cosa sostiene Palermo?

“…Le liste d’attesa sono una caratteristica strutturale di tutti i sistemi sanitari pubblici ove i pazienti non sono chiamati a pagare le prestazioni di tasca  ed il tempo di accesso ai servizi, e non la disponibilità a pagare, ha il ruolo di trovare un equilibrio tra domanda ed offerta.

I tempi d’attesa rappresentano il risultato di fenomeni complessi quali la disponibilità di tecnologie diagnostiche e di terapie sempre più sofisticate, il cambiamento demografico ed epidemiologico in atto con l’aumento di malattie ad andamento cronico che richiedono frequenti controlli clinici, la crescente domanda di salute legata alla maggiore informazione e consapevolezza dei cittadini, ma anche l’influenza che su di essi esercita lo sviluppo di un (super)mercato della salute, esterno al servizio sanitario nazionale, che marcia indisturbato a grandi passi verso il trionfo inflazionistico della medicina e della medicalizzazione pervasiva della società…

I dati relativi alla libera professione in regime ambulatoriale indicano come essa rappresenti meno dell’8% dell’attività svolta in regime istituzionale mentre quella in regime di ricovero non supera lo 0,32% (esattamente 28.000 dimessi in libera professione contro 8.630.000 in regime ordinario e di day hospital)…

Per quanti sforzi mentali uno possa fare non si capisce come un numero così piccolo, possa influenzare gli importanti tempi di attesa presenti nel nostro sistema sanitario, per esempio in tutta la chirurgia di bassa complessità o per l’impianto di protesi in campo ortopedico, che oramai si misurano in anni. Si tratta di logica matematica, e politica…

Affermare poi che quello della libera professione sia il meccanismo principale che impedisce agli ammalati l’accesso equo ai servizi è un errore doloso.

Dove lo mettiamo il rilevante taglio delle risorse destinate al finanziamento del servizio sanitario nazionale dal 2011 al 2015? I 54 miliardi di tagli calcolati da Cittadinanzattiva non incidono sui diritti dei cittadini? I pensionamenti e le gravidanze del personale senza sostituzione, il massiccio taglio dei posti letto non degradano l’organizzazione dei servizi e non prolungano le liste d’attesa?…

Se il fenomeno liste di attesa , per quanto fisiologico nei sistemi sanitari universalistici, sta raggiungendo livelli patologici, da vergogna, lo si deve al combinato disposto della contrazione del numero dei professionisti impiegati e delle attività istituzionali, sia in regime di ricovero sia ambulatoriale.

Dirà qualcosa il calo di 9.000 medici e di 31.000 infermieri tra il 2009 e il 2015, la riduzione delle attività chirurgiche di bassa complessità o il numero di posti letto più basso d’Europa? La colpa è della libera professione o dei Governatori e delle Aziende sanitarie?…

Chiedere l’abolizione della libera professione per la presenza di limitati comportamenti truffaldini è come chiedere la chiusura di tutte le gioiellerie per il riscontro di una quota più o meno importante di evasione fiscale in questo settore commerciale…”.

Dopo l’intervento di Rossi anche Cittadinanzattiva ha espresso la sua posizione e in suo documento si può leggere:

“E’ urgente che le istituzioni se ne occupino subito e basterebbe iniziare da quattro interventi: approvazione di una norma nazionale che preveda l’obbligo di sospensione automatica dell’attività intramoenia, da parte di Regioni e Asl, quando i suoi tempi di attesa prospettati ai cittadini siano inferiori a quelli del canale istituzionale; verifica costante del rispetto sostanziale della normativa che già regola abbondantemente l’intramoenia come la legge 120 del 2007, ancora troppo disattesa; approvazione di un nuovo piano nazionale per il governo dei tempi di attesa, scaduto ormai da oltre 3 anni, prendendo a riferimento la buona pratica della Regione Emilia Romagna con il suo piano regionale sulle liste di attesa; l’implementazione sostanziale delle raccomandazioni dell’Anac (autorità anticorruzione) e verifica periodica. Queste sono solo alcune delle azioni che le istituzioni dovrebbero mettere in campo per poter dire di essere impegnate nella tutela di un servizio sanitario pubblico, universale, equo e solidale“.

In una sua successiva dichiarazione Enrico Rossi ha precisato meglio le sue opinioni:

“Abolire la libera professione è ormai una necessità assoluta per salvare la dignità e la credibilità del sistema sanitario pubblico, soprattutto agli occhi dei cittadini…

Lo dico da presidente di una Regione che ha realizzato tutte le strutture e tutti gli uffici moderni che la ministra denuncia mancare altrove. In Toscana abbiamo dato alla parola intramoenia il significato che le è proprio, riportare dentro le mura pubbliche delle aziende sanitarie la libera professione e regolarla con atti forti che, ricordo, sono stati impugnati dai sindacati sanitari che hanno regolarmente perso i ricorsi davanti al giudice. Proprio per l’esperienza che abbiamo avuto ribadisco la mia convinzione sulla necessità di superare questo regime…

Ci sono medici che con l’attività libero professionale ormai quintuplicano i loro stipendi perché operano in settori dove è possibile esercitare l’intramoenia. Ci sono altri medici, altrettanto bravi, che non vanno oltre il regolare stipendio, sia per scelta, perché preferiscono dedicarsi interamente al malato, sia perché nelle loro specialità è impraticabile l’attività libero professionale…

Questo produce sperequazioni e tensioni all’interno del mondo sanitario. Per le visite specialistiche si è registrata una diffusione così forte della libera professione che viene percepita dai cittadini come una sostanziale privatizzazione della sanità.

Infine, con la libera professione, per quante regole si possano mettere, niente potrà far uscire il servizio pubblico dall’imbarazzo di rivolgersi al cittadino con la risposta ormai classica che a pagamento la prestazione si ottiene in pochi giorni mentre nel regime pubblico ordinario occorrono a volte settimane e mesi. Questo è un colpo ferale non solo alla credibilità del servizio sanitario pubblico ma anche alla stessa dignità e autorevolezza del mondo medico e degli operatori sanitari..

Ad aggravare il quadro, si aggiungano le normative previste per gli extramoenisti, a cui è consentito servire due padroni in concorrenza tra loro. In tempi di esaltazione di tutto ciò che è privato, è persino troppo ovvio ricordare che nessun privato consentirebbe ai propri dipendenti di aprire bottega in proprio all’interno delle sue mura e ancor meno di essere per metà tempo alle dipendenze della concorrenza…

Quanto alle liste d’attesa è evidente che l’attività libero professionale intramoenia o extramoenia finirà per non giovare all’attività ordinaria a cui hanno accesso i cittadini che non possono permettersi di pagare. In tempi nei quali aumentano la povertà assoluta e relativa, l’intramoenia consolida e accentua le disuguaglianze, spingendo in alcuni casi persino a rinviare le cure.

L’obiezione di coloro che temono che alcuni professionisti potrebbero allontanarsi a causa dell’impossibilità di svolgere la libera professione è facilmente superabile: basta prevedere contratti speciali e esclusivi che premino, in base a valutazioni oggettive, i capaci e quelli che lavorano di più, i professionisti migliori…”.

Nonostante io ritenga che possano essere ritenute valide una parte delle considerazioni svolte dal rappresentante dei medici, mi sembra indispensabile, comunque, soprattutto quando le liste d’attesa sono molto lunghe, abolire la libera professione all’interno degli ospedali.

Infatti credo che con tale abolizione si dovrebbero ridurre considerevolmente le liste di attesa, pur se per la loro scomparsa saranno necessari anche altri interventi.

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