Per il governo il Pil non è più l’unico indicatore del benessere

Il Pil viene generalmente considerato dai governi, dall’Unione europea, dalle istituzioni economiche internazionali, il più importante, e spesso l’unico, indicatore del benessere di un determinato Paese. Per la verità, soprattutto a livello accademico, ma non solo, da molto tempo ormai sono stati evidenziati i limiti di quella variabile nel rappresentare adeguatamente il benessere, tanto che sono state avanzate varie proposte tendenti ad integrare il Pil con altri indicatori o, addirittura, a sostituirlo con altre grandezze economiche.

Il governo italiano, per la prima volta, nel documento di economia e finanza recentemente presentato, ha preso in considerazione, oltre al Pil, altri quattro indicatori di benessere, per i quali sono stati forniti i dati relativi al triennio 2014-2016 e le previsioni riguardanti il periodo 2017-2020.

Questi quattro indicatori del benessere sono il reddito medio, il tasso di mancata partecipazione al lavoro, l’indice di diseguaglianza del reddito disponibile, l’emissione di anidride carbonica, che si sono aggiunti pertanto al Pil pro capite.

Sono stati scelti quei quattro indicatori non solamente per la loro significatività ma anche perché per essi erano disponibili dati certi e quindi affidabili. E’ probabile che nei prossimi anni, nel Def si aggiungano anche altri indicatori del benessere.

Quindi, pur se il Pil rimane l’indicatore principale, soprattutto perché istituzioni importanti come l’Unione europea lo considerano tale, nel valutare le “performances” economiche dei diversi Paesi aderenti e nell’indicare, se necessario, modifiche alle politiche economiche di quei Paesi, inerenti soprattutto la situazione dei conti pubblici, è comunque positivo il fatto che per la prima volta il governo italiano, in un documento ufficiale di notevole rilievo, abbia fornito i dati e le previsioni circa i quatto indicatori di benessere citati.

In questo modo si ha una percezione migliore della situazione economica del nostro Paese e del suo andamento futuro, soprattutto del benessere della popolazione.

Un deciso passo in avanti avverrà quando anche l’Unione europea, nel valutare i risultati economici dei diversi Paesi, considererà importanti come il Pil anche gli indicatori di benessere presi in esame dal nostro governo ed altri simili.

Può essere interessante confrontare, per i quattro indicatori in questione, i valori che assumono in Italia con i valori medi dell’Unione europea.

Per quanto concerne il reddito pro capite, nel 2015, l’Italia, con oltre 21.000 euro, si situava poco sotto la media Ue.

Considerando invece il tasso di mancata partecipazione al lavoro, cioè il tasso di inattività, la situazione è decisamente peggiore: in Italia, sempre nel 2015, il 22,5% delle persone tra i 15 e i 64 anni era inattivo, una percentuale non molto distante da quelle, le più elevate, che si riscontravano in Spagna (25,2%) e in Grecia (26,2%). Mentre in Germania quella percentuale, la più bassa, era pari al 5,8%.

Per quanto riguarda l’indice di diseguaglianza, in Italia era pari a 6,4, un valore più alto rispetto a quello medio dell’Ue (il Paese con l’indice più elevato era la Romania – 8,3 –  e quello con l’indice più basso era la RepubblicaCeca – 3,5 -).

Era migliore, infine, la performance dell’Italia relativamente al livello di emissione di anidride carbonica, più basso rispetto alla media Ue e ai livelli che caratterizzavano grandi Paesi come Germania e Olanda, anche se tutti, compresa l’Italia, erano lontani dagli obiettivi sanciti nell’accordo di Parigi.

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