Senza una forte crescita economica si riduce poco la disoccupazione

Sono stati diffusi dall’Istat i dati riguardanti il mercato del lavoro, relativi al mese di febbraio. La disoccupazione è diminuita, anche quella giovanile. Ma a parte il fatto che il principale motivo della riduzione della disoccupazione è stato l’aumento degli inattivi, sono aumentati cioè coloro che non cercano lavoro, soprattutto perché sono “scoraggiati”, cioè non cercano lavoro perché sanno che non lo possono trovare, occorre aggiungere che sia il tasso di disoccupazione generale, sia quello giovanile, è ancora piuttosto alto, e assume poi un valore più elevato rispetto ai valori assunti in molti altri Paesi europei.

E non stupisce che la disoccupazione in Italia risulti ancora elevata.

Infatti se si intende davvero ridurla in misura notevole, sarebbe necessario che si realizzasse una crescita economica molto più consistente.

Invece, il Pil in Italia non cresce più dell’1% annuo. In molti altri Paesi europei questa grandezza economica è contraddistinta da un aumento decisamente più rilevante.

Interventi rivolti a migliorare il funzionamento del mercato del lavoro, che pur sono stati attuati in Italia negli ultimi anni, a partire dal jobs act, non possono che determinare un lieve aumento del numero degli occupati, ottenendo quindi una diminuzione della disoccupazione molto limitata.

Sul fatto che sia necessaria in Italia una forte crescita economica per ridurre considerevolmente la disoccupazione, c’è una diffusa consapevolezza.

Vi sono però opinioni diverse sugli interventi da realizzare per promuovere una notevole accelerazione del processo di crescita ed, inoltre, l’attuazione di alcuni interventi richiederebbe l’effettuazione di decisioni non facili, parte delle quali peraltro non produrrebbero effetti nel breve periodo.

Per conseguire una forte crescita economica dovrebbe aumentare considerevolmente la produttività che in Italia, da molti anni ormai, cresce poco.

Ma per aumentare la produttività sono necessarie azioni anche in ambiti non strettamente economici, delle vere e proprie riforme strutturali, della pubblica amministrazione, del sistema formativo e di quello giudiziario, ad esempio, e gli effetti di queste riforme sulla produttività e quindi sulla crescita non si manifestano nel breve periodo.

Per ottenere un’intensificazione della crescita economica nel breve periodo risulta, quindi, indispensabile promuovere un aumento della domanda, soprattutto di quelle sue componenti che hanno un effetto moltiplicatore sulla produzione più elevato.

Le esportazioni possono sì crescere ulteriormente, ma già la loro dinamica è piuttosto soddisfacente e poi un loro consistente aumento, nei prossimi anni, difficilmente potrebbe verificarsi, considerando che, soprattutto a causa delle politiche che intende portare avanti Trump, dovrebbe intensificarsi il protezionismo.

Quindi dovrebbe essere soprattutto la domanda interna ad aumentare, anche quella per consumi, ma prevalentemente gli investimenti sia privati che pubblici.

E per far crescere adeguatamente gli investimenti, anche quelli privati tramite degli specifici incentivi, sono necessarie consistenti risorse pubbliche.

Tale esigenza si scontra con i problemi del bilancio pubblico, soprattutto con la necessità di contenere il deficit della pubblica amministrazione.

Certo, ci si potrà battere per un’attenuazione o addirittura per l’abolizione del “fiscal compact” da parte dell’Unione europea, per intensificare la lotta all’evasione fiscale, ma l’obiettivo prioritario dovrebbe essere rappresentato da un’efficace azione di revisione della spesa pubblica, un’efficace politica di “spending review”, contraddistinta da una consistente riduzione degli sprechi, da un minore rilievo delle spese correnti accompagnato da un peso maggiore assunto dagli investimenti pubblici.

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