La tubercolosi rialza la testa anche in Italia

tbc

La tubercolosi riprende a correre e gli obiettivi fissati a livello mondiale per la sua eliminazione – la riduzione del 90% dei decessi e dell’80% dei casi diagnosticati tra 2015 e 2030 – si allontanano. A lanciare l’allarme su una patologia che sembra sfuggire al controllo dei governi è l’Organizzazione mondiale della Sanità, nel suo rapporto 2016. In Italia si sono registrati 10 casi al giorno, 120 di tubercolosi multiresistente.

Il 50% dei pazienti è italiano, in gran parte anziani, e il 50% straniero.

Ha dichiarato Mario Raviglione, direttore del Global Tb Program “C’è anche il caso di un bambino a Bologna curato con successo con un mix di nuovi farmaci”.

Comunque,le stime sulla mortalità in Italia parlano di oltre 350 l’anno, un decesso ogni giorno, non poche.

E ha aggiunto Raviglione “Il problema della sorveglianza e dei dati con i casi notificati è, come si vede anche per l’India, assolutamente prioritario. Serve, per tutti i Paesi, una migliore sistema digitalizzato, essenziale per una accesso alla diagnostica, una pronta identificazione della malattia e l’utilizzo di cure adeguate”.

Si è verificato anche in Italia un “black out” sui dati, dovuto anche a problemi di personale carente e all’incapacità di dialogare tra Regioni con sistemi informatici differenti.

Nel frattempo anche in Italia si sono sviluppate microepidemie o casi isolati come quello recente della pediatra Asl di Trieste e del piccolo bambino da lei probabilmente infettato.

L’Italia, dicono dall’Oms, si è mossa bene sul fronte migranti e molto si sta facendo per migliorare la sorveglianza. La salute dei migranti entrerà di forza nelle discussioni del prossimo G7.

Ma, sempre secondo Raviglione “Serve comunque in Italia una normativa moderna e unificata sul controllo della tubercolosi”.

Una situazione quindi preoccupante, a livello mondiale?

A tale proposito Mario Raviglione ha sostenuto “Bisogna essere cauti, non vi è stato a livello globale il progresso che ci si attendeva ma anche perché, e questa è l’altra parte della medaglia, sono emersi i dati sommersi, soprattutto in India che porta il fardello di un quarto di tutti i casi di Tbc nel mondo. Far emergere e scovare questi casi è il primo passo per impedire lo sviluppo dell’epidemia e curare i malati adeguatamente”.

Meno tranquillizzante la dichiarazione rilasciata dalla direttrice generale dell’Oms Margaret Chan, “Servono sforzi massicci. In caso contrario i Paesi continueranno a inseguire questa malattia mortale e a fallire gli obiettivi”.

Margaret Chan sostiene che sia necessario un colpo di reni nella prevenzione, nella diagnosi e nel trattamento della malattia se davvero si vuole riempire di contenuti gli obiettivi globali.

La pericolosità della situazione connessa alla diffusione di questa malattia è, ovviamente, molto diversificata nelle varie parti del mondo.

Infatti sei Paesi pesano per il 60%: prima l’India, seguita da Indonesia, Cina, Nigeria, Pakistan e Sud Africa.

Qui la sfida è all’origine: è drammatico il bisogno di incrementare i test e di registrare i nuovi casi.

Dei 10,4 milioni di nuovi casi stimati, solo 6,1 milioni sono stati ufficialmente notificati nel 2015.

Ne restano fuori 4,3 milioni: sfuggono alle maglie soprattutto nei Paesi dove sono presenti ampi settori privati non regolamentati, e restano non diagnosticati nei Paesi dove l’accesso alle cure è a ostacoli.

Il risultato complessivo è un tasso di riduzione della Tbc immobile: 1,5% sia nel 2014 che nel 2015.

Mentre è indispensabile, secondo gli esperti dell’Oms, “un’accelerazione del 4-5% da qui al 2020 per centrare il primo traguardo fissato dall’Oms nella sua ‘End Tb Strategy’”.

2 sono i problemi principali, secondo gli esperti dell’Oms, la multiresistenza ai farmaci e la carenza di risorse finanziarie.

Per quanto riguarda la multiresistenza, essa ha interessato nel 2015, circa 480.000 persone. India, Cina e Federazione Russa insieme cumulano la metà dei casi.

Nel 2015, solo uno su cinque casi che avrebbero dovuto beneficiare di trattamenti di seconda linea, sono riusciti a beneficiarne. Mentre il tasso di cura continua a restare basso ovunque, intorno al 52%.

Per quanto riguarda invece le risorse finanziarie, mancano 2 dei 3 miliardi necessari nel 2016 per fronteggiare l’emergenza Tbc nei Paesi a basso e medio reddito.

Un “buco” che arriverà a 6 miliardi nel 2020, a meno di rimpinguare gli investimenti necessari a contrastare la malattia.

Soltanto i Paesi Brics (Brasile, Federazione Russa, India, Cina e Sud Africa) riescono a far fronte fanno fronte da soli all’84% del finanziamento. Tutti gli altri dipendono pesantemente dai donatori internazionali del “Global Fund”.

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