I giovani, una generazione perduta? No, disorientata, ma pragmatica e intraprendente

giovani

7 milioni di giovani italiani, con meno di 35 anni, abitano ancora presso le famiglie di origine (oltre il 60% dei giovani di quell’età), per vari motivi Ma per comprendere davvero la condizione dei giovani nel nostro Paese non ci si può certo limitare a considerare questo dato, seppur importante, di cui negli ultimi giorni si sono molto interessanti i mass media. Per saperne di più della situazione che li contraddistingue si può far riferimento al rapporto giovani 2016, redatto dall’istituto Toniolo.

Questo rapporto è decisamente ponderoso e a chi interessa conoscerlo nel dettaglio può far riferimento al sito dell’istituto Toniolo.

Ma leggendo alcuni articoli, si possono individuare i principali contenuti del rapporto e quindi i tratti distintivi più importanti che contraddistinguono, attualmente, i giovani italiani.

In un articolo pubblicato su www.job24.ilsole24ore.com, scritto da Rosanna Santonocito, sono riportate alcune considerazioni del professore Alessandro Rosina, uno dei curatori del rapporto.

Secondo Rosina “in Europa abbiamo la percentuale più bassa di cittadini under 30, e la riduzione quantitativa dei giovani è ampliata dal saldo negativo tra quelli che se ne vanno e quelli che riusciamo ad attrarre dall’estero. Il paradosso è che i nostri pochi giovani sono anche i meno valorizzati: tra i venti e i trent’anni sono di più le cose che non si riescono a fare”.

E Rosina si riferisce al buco nero del non studio e del non lavoro (sui Neet solo la Grecia fa peggio di noi ), alla percentuale dei 25-29enni che non sono ancora autonomi dalla famiglia di origine (il 70% dei maschi e il 50% delle ragazze vive ancora in casa dei genitori) e al tasso di fecondità sotto i 30 anni inferiore al 40%, la più bassa in Europa.

Ma i ragazzi ed ex ragazzi monitorati dal rapporto nella narrazione abituale dei giovani perduti-perdenti, schiacciati dalla crisi, proprio non ci si ritrovano più in questa narrazione.

Un dato tra tutti: l’83,4% degli intervistati è disponibile a trasferirsi per lavoro, il 61% anche all’estero, ed è una percentuale che batte quelle dei coetanei di Spagna, Francia, Regno Unito e Germania, con i quali lo studio per la prima volta quest’anno fa un confronto.

Il rapporto restituisce piuttosto, rileva Rosina, “una generazione disorientata, perchè piena di progetti, potenzialmente intraprendente e aperta al mondo, famelica di opportunità ma poco aiutata a concretizzare le proprie scelte di formazione, vita, lavoro. E anche dispersa , come va dispersa la loro energia, che non è indirizzata a dare il meglio e a produrre nuovo benessere sociale ed economico ma a uno sforzo di perenne adattamento e rinuncia”.

Il 55% considera proprio la capacità di adattarsi l’elemento più utile per trovare lavoro, prima ancora del possesso di una formazione solida e al passo con i tempi e di un titolo di studio.

Contemporaneamente, solo il 36% dei giovani del campione esclude del tutto la possibilità di mettersi in proprio a partire da una idea o di un progetto.

Però i progetti di vita da sbloccare con cui i giovani italiani fanno i conti sono davvero tanti.

Per esempio, c’è la fatica che si fa a conquistare la propria autonomia prima e anche a difenderla dopo.

Il 60% di quelli che avevano lasciato la casa dei genitori ci è dovuto tornare perché ha perso il lavoro o ne ha uno troppo instabile, oppure perché non guadagna abbastanza per mantenersi.

Alla domanda “che cos’è il lavoro per te”, poi, le risposte puntano ancora verso l’idea dell’autorealizzazione prima che verso la meta del successo.

“Però negli ultimi anni ha avuto la meglio pragmaticamente la visione del lavoro come strumento di reddito prima di tutto”, aggiunge sempre Rosina.

E così descrive i giovani italiani Orsola Vetri, sintetizzando al massimo i contenuti del rapporto dell’istituto Toniolo, in un articolo pubblicato su www.famigliacristiana.it, “attaccati alla famiglia d’origine, insoddisfatti della scuola, preoccupati per il lavoro, fiduciosi nella sharing economy per tutelare l’ambiente e per convenienza economica, positivi rispetto al volontariato, spaventati dall’immigrazione clandestina, aperti alle esperienze all’estero per cercare quella stabilità negata alle nuove generazioni e che appare fondamentale per mettere su famiglia”.

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