Non c’è più religione: crollo dei praticanti

chiesa

Secondo i dati dell’archivio Istat, dal 1995 al 2015, la quota di chi va a messa almeno una volta alla settimana è passata dal 39,7 al 29%, perdendo circa mezzo punto all’anno. Ciò si è verificato in tutte le regioni del nostro Paese, cosicché le distanze territoriali sono rimaste immutate. Oggi, come venti anni fa, i praticanti sono più numerosi nel Mezzogiorno e nelle isole.

Questi e altri dati sono contenuti in un articolo del sociologo Marzio Barbagli, pubblicato su www.lavoce.info.

Cosa sostiene Barbagli?

“Abbiamo l’impressione di trovarci di fronte a un declino progressivo, lento, dolce, senza salti bruschi.

Tuttavia, se approfondiamo l’analisi, ci accorgiamo che in alcuni casi vi sono state delle forti cadute.

La quota di chi va regolarmente in chiesa varia a seconda dell’età.

La relazione è stata rilevata molte volte, ma i dati Istat ci permettono di osservarla meglio.

Nel 1995, la percentuale dei praticanti raggiungeva il picco fra i ragazzi dai 6 agli 11 anni. Diminuiva fortemente nelle classi di età successive, fino a raggiungere il livello più basso fra i 30 e i 39 anni. Poi riprendeva a salire fino a 80 anni. Scendeva ancora dopo quell’età”.

Ma, sempre secondo Barbagli, negli ultimi 20 anni si sono verificati alcuni cambiamenti significativi, nella partecipazione religiosa.

“Nell’ultimo ventennio, il declino della partecipazione religiosa è avvenuto non solo in tutte le zone del Paese, ma anche in tutte le classi di età.

Ma è stato minore fra gli anziani o nelle età di mezzo e maggiore fra i giovani.

E’ stato forte per la classe fra i 12 e i 19 anni, fortissimo in quella successiva, dai 20 ai 29. Fra i ventenni, la quota di chi va in un luogo di culto almeno una volta alla settimana è scesa, dal 1995 al 2015, dal 26,8 al 14,6%.

Un vero e proprio crollo, il cui significato appare ancora più evidente se analizzato per zona.

Nelle classi più anziane, il declino della pratica religiosa è stato minore nelle regioni meridionali e insulari che in quelle centro settentrionali. Invece, fra i ventenni, la flessione dei praticanti è stata notevole ovunque, ma nel Sud è stata più ampia che nel Nord. E’ anzi questa l’unica classe di età nella quale le tradizionali differenze territoriali sono diminuite”.

Quindi né l’invecchiamento della popolazione, né l’arrivo di milioni di immigrati né la lunga crisi economica hanno arrestato il processo di secolarizzazione.

E neppure il carisma di due papi eccezionali – Giovanni Paolo II e Francesco I – è stato sufficiente a riportare gli italiani nelle chiese e nelle parrocchie.

La partecipazione religiosa ha raggiunto oggi, quindi, il livello più basso nella storia del nostro Paese.

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