Rapporto Anvur: sempre molto gravi i problemi delle università

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L’agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (Anvur) ha presentato il secondo rapporto biennale sullo stato del sistema universitario e della ricerca. Nel rapporto vengono descritte le caratteristiche del sistema universitario e degli enti di ricerca nella loro evoluzione temporale, l’offerta formativa degli atenei e il corpo docente, le carriere degli studenti, la situazione dei laureati e il mondo del lavoro, la struttura del finanziamento pubblico e privato, la “governance” degli atenei e la qualità e l’impatto della produzione scientifica.

Come si evince dal comunicato emesso dalla stessa Anvur, tra i punti di forza del sistema possono essere evidenziati:

– negli ultimi due anni si è arrestato il calo degli immatricolati che si era osservato a partire dalla metà degli anni Duemila e nell’ultimo anno si registra una prima inversione di tendenza, con un incremento dell’1,6% del numero di iscritti;

– migliora la regolarità dei percorsi di studio sia dal punto di vista di quanti terminano gli studi nei tempi previsti, sia della diminuzione di coloro che non proseguono al secondo anno e nell’anno 2014/2015 dopo 11 anni dall’iscrizione risulta che il 57,8% degli studenti si è laureato, il 38,7% ha abbandonato e il 3,5% è ancora iscritto;

– la mobilità degli studenti tra atenei è aumentata in tutte le aree del Paese, specialmente a livello di lauree magistrali, la quota di quanti studiano fuori regione è salita dal 18% del 2007/2008 al 22% nel 2015/2016, della maggior mobilità hanno tratto beneficio al Nord soprattutto gli atenei del Piemonte, dove l’incidenza di studenti fuori regione è salita dal 12% al 26% tra il 2007/2008 e il 2015/2016 e la quota di residenti nel Mezzogiorno che s’immatricolano in un ateneo del Centro‐nord è salita da circa il 18% della metà dello scorso decennio al 24%.

Fra le maggiori difficoltà il rapporto rileva:

– nonostante una costante crescita osservata negli ultimi anni, l’Italia rimane tra gli ultimi paesi in Europa per quota di popolazione in possesso di un titolo d’istruzione terziaria, anche tra la popolazione più giovane (24% contro 37% della media Ue e 41% media Ocse nella popolazione 25‐34 anni);

– l’aumento positivo della mobilità degli studenti è si è realizzato in un contesto di tagli al diritto allo studio, spesso operati a livello regionale, che intaccano l’uguaglianza delle opportunità richiesta dal dettato costituzionale e la principale criticità del sistema di diritto allo studio non è solo la cronica carenza di risorse (nell’ammontare e nei tempi) ma anche la sua eterogeneità (tra regioni e, all’interno delle stesse regioni, tra atenei) nei requisiti di accesso e nei tempi di erogazione dei benefici, di incertezza circa la permanenza del sostegno da un anno all’altro;

– l’incertezza associata alle prospettive di carriera accademica, che induce fenomeni preoccupanti come l’abbandono della carriera da parte di molti dottori di ricerca e assegnisti che non possono permettersi lunghi periodi d’insicurezza retributiva, la “fuga dei cervelli” in proporzioni superiori a quelle fisiologiche, ovvero senza un corrispondente flusso di ricercatori in arrivo dalle istituzioni estere, la sofferenza di molti giovani di valore, che vivono con difficoltà gli anni più produttivi della loro vita scientifica;

– la riduzione del corpo docente a seguito dei pensionamenti, che è stata solo parzialmente compensata con l’ingresso di ricercatori a tempo determinato, una figura innovativa che stenta tuttavia ad affermarsi;

– l’ampliarsi del divario tra atenei delle diverse macroregioni del paese, anche a causa della lunga assenza di politiche che mirassero a incoraggiare una convergenza, prima di tutto qualitativa, nella ricerca come nella didattica;

– la quota del prodotto interno lordo (Pil) dedicata alla spesa in ricerca e sviluppo (R&S) è rimasta stabile nell’ultimo quadriennio (2011‐2014), confermandosi su valori molto inferiori alla media dell’Unione Europea e dei principali paesi Ocse: con l’1.27% l’Italia si colloca solo al 18° posto (con una quota uguale alla Spagna) tra i principali paesi Ocse con valori superiori solo a Russia, Turchia, Polonia e Grecia, ma ben al disotto della media dei paesi Ocse (2,35%) e di quelli della comunità europea (2,06% per Ue 15 e 1,92% per Ue 28).

A me sembra che le difficoltà siano decisamente di maggiore rilievo rispetto ai punti di forza.

Del resto le difficoltà riscontrate nel rapporto si sono ormai manifestate da diversi anni.

Io credo, pertanto, che sia necessario un profondo cambiamento nella politica del governo nei confronti del sistema universitario e della ricerca.

Troppo importante tale sistema, per il ruolo che svolge e che potrebbe svolgere, nell’ambito dell’economia e della società italiana, per poterci permettere ancora la presenza dei problemi, molto gravi, riscontrati anche nel rapporto dell’Anvur.

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