Impedire gli interventi chirurgici per i bambini intersessuali

intersessuali

Uno degli interventi di maggiore interesse, nell’ambito dell’assemblea nazionale della sezione italiana di Amnesty International, recentemente tenutasi a Milano, alla quale ho partecipato, è stato a mio avviso quello di Alessandro Comeni, attivista intersessuale, presidente onorario dell’associazione radicale “Certi Diritti”.

L’intervento di Comeni è stato molto interessante in quanto ha fornito utili informazioni su un fenomeno, come quello dell’intersessualità, quasi sconosciuto in Italia e poiché ha ribadito con forza la necessità di non realizzare, nella quasi generalità dei casi, interventi chirurgici nei confronti di bambini intersessuali.

Ma chi sono le persone intersessuali?

Leggendo la voce specifica su “Wikipedia”, sono definite intersessuali, le persone i cui cromosomi sessuali, i genitali, e/o i caratteri sessuali secondari non sono definibili come esclusivamente maschili o femminili. Un intersessuale può presentare caratteristiche anatomo-fisiologiche sia maschili che femminili.

Quante sono le persone intersessuali?

Dati precisi non sono disponibili. E’ possibile utilizzare solamente delle stime. Secondo Comeni è definibile intersessuale un bambino su 200 nati. Altri rilevano che questa percentuale sia pari a un bambino su 400 nati.

Non sono poche, quindi, e, comunque, molto di più di quanto generalmente si pensi.

Qual’ è il principale problema delle persone intersessuali?

Come si rileva nell’introduzione ad un’intervista ad Alessandro Comeni, pubblicata sulla rivista “Il fiore uomo solidale”, riferendosi agli obiettivi dell’associazione “Certi Diritti”,  “l’associazione radicale Certi Diritti, insieme ad Intersexioni, tra gli obiettivi e le priorità politiche di quest’anno si dà quelli di rendere illegali gli interventi chirurgici attuati senza l’espressione del consenso dell’interessato, qualora non strettamente necessari alla sua sopravvivenza, e di assicurare a tutti coloro che giocano un ruolo nel benessere delle persone intersessuali – tra cui il personale socio-sanitario, i genitori e gli insegnanti – un’ampia informazione su eventuali esigenze specifiche e sui loro diritti civili e umani.

Le persone intersessuali vedono violati i loro più elementari diritti umani, come quello all’integrità corporea e alla dignità personale.

Occorre infrangere il muro del silenzio su questi temi anche in Italia dando voce alle e ai diretti interessati…”.

Del resto lo stesso Comeni, nelle risposte alle domande formulate nell’intervista citata, sostiene:

“L’obiettivo principale che ci proponiamo è quello di fermare gli interventi di chirurgia cosmetica genitale sui bambini e i trattamenti farmacologici normalizzanti.

Per farlo è necessario informare, formare e sensibilizzare sulla questione, e sui dannosi effetti di tali trattamenti, anche i cosiddetti addetti ai lavori, medici compresi.

La prima e più grave è la violazione del diritto all’intangibilità del corpo e all’autodeterminazione della persona, il cui corpo viene patologizzato e conseguentemente, molto spesso in età estremamente precoce, modificato con ripetuti interventi chirurgici per renderlo più femminile o più maschile e/o con terapie farmacologiche che il soggetto dovrà seguire per tutta la vita.

Queste pratiche mediche si rifanno a protocolli obsoleti e le persone direttamente interessate ne denunciano da decenni gli effetti fisici irreversibili e dolorosi uniti ai danni psicologici.

La stessa condizione di invisibilità che le persone intersex subiscono, dovuta alla generale mancanza di conoscenza della società sull’argomento, ci penalizza facendoci percepire come ‘errori della natura’, quando l’intersessualità è semplicemente una tra le tante possibili variazioni, giustappunto naturali, dello sviluppo umano”.

Lo psichiatra Manlio Converti, attivista diritti Lgbt dell’Arcigay di Napoli, inoltre, in una lettera al direttore del giornale on line www.quotidianosanita.it, scrive, tra l’altro:

“L’ansia manichea di genitori e pediatri, ginecologi e chirurghi impone a questo punto vere e proprie operazioni di castrazione, in genere nel senso femminile, sulla base di un’apparenza maggiore dei genitali notoriamente ipotrofici dei neonati.

Si usano le stesse tecniche chirurgiche ed ormonali che cambiano il destino delle persone transessuali, e che sono condannate dagli stessi moralisti che poi impongono ai neonati e poi ai minori e quindi agli adolescenti per decenni tale violenza ‘riparatoria’ anche in termini psicologici.

Sono le medesime persone intersessuali a chiamare ‘abuso’ le tecniche di trasformazione chirurgica ed ormonale subite in perinatale, perché da adulti hanno spesso sofferto di gravi crisi di identità e talvolta hanno scoperto chi fossero solo andando da un medico, per comprendere la propria infertilità, per informarsi del perché di una cura ormonale seguita solo da loro dall’infanzia o magari per chiedere di cambiare sesso, quando invece quell’altro sesso già gli apparteneva per diritto alla nascita.

L’orientamento sessuale e l’identità di genere, nonostante quanto dicano crudeli e ciarlatani anche tra i medici in Italia, non dipende però dal codice genetico o dalla forma dei genitali o dagli ormoni sessuali che girano nel nostro corpo, ma esclusivamente dalla nostra ‘forma mentis’ ed è impossibile predirla guardando un neonato.

Chiedono le stesse persone intersessuali di poter decidere loro stesse, e da adulti o da adolescenti, se cambiare o meno la propria condizione e in quale direzione, secondo le proprie attitudini nel merito sia dell’orientamento sessuale che dell’identità di genere, senza escludere che qualcuno decida di non cambiare affatto.

Rassicuriamo subito medici e genitori: nessun danno fisico o psichico può avvenire al mantenere i genitali ermafroditi, mentre è notorio il danno dell’abuso degli ormoni sessuali durante l’infanzia, in termini anche di sopravvivenza, tanto per cause mediche, quanto per l’elevato rischio suicidario riscontrato fin da quando nell’ottocento si iniziarono codeste inopportune trasformazioni…”.

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