Il primo incontro tra un Papa e la Confindustria. Ha vinto il Papa

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Sabato passato, per la prima volta, la Confindustria, con il suo presidente Squinzi, è stata ricevuta da un Papa, ovviamente Bergoglio. Nonostante fosse la prima volta, l’incontro non è stato oggetto di notevole attenzione da parte dei mass media. Merita invece, a mio avviso, alcune riflessioni.

Nell’incontro, a cui hanno partecipato molti industriali con le loro famiglie, Bergoglio ha pronunciato un discorso nel quale le principali considerazioni non sono per lui nuove.

Infatti ha rimarcato il ruolo sociale degli imprenditori, il rapporto che deve sussistere da etica e logica del profitto, la necessità che le imprese si impegnino attivamente per ridurre il numero dei disoccupati ed, infine, i pericoli insiti in un’eccessiva presenza del sistema finanziario all’interno dell’economia mondiale.

Considerazioni simili Bergoglio le aveva esposte in alcuni discorsi pronunciati nel recente viaggio in Messico e avevano anche caratterizzato numerose sue dichiarazioni quando non era ancora divenuto papa, rivolte prevalentemente alla situazione economica e sociale dell’Argentina che fu colpita da un crisi molto profonda, che portò quella nazione molto vicina ad un vero e proprio “default”.

Del resto le posizioni espresse da Bergoglio rientrano pienamente nel solco della cosiddetta economia sociale di mercato che già agli inizi del XX secolo ebbe un certo spazio, nel mondo cattolico, a partire dai vertici del Vaticano.

Ma Bergoglio, nell’incontro con gli industriali italiani, ha individuato interlocutori credibili in grado di attuare quanto da lui auspicato, relativamente al ruolo sociale degli imprenditori?

Non credo proprio.

Mi spiego meglio. Gli industriali italiani che svolgono oggettivamente un evidente ruolo sociale si contano sulle dita di una mano. Io in Umbria, dove abito, ne conosco solo uno, Cucinelli.

Attualmente non ci sono in Italia imprenditori che adottino comportamenti, nella gestione delle loro aziende, confrontabili quanto meno – non certo uguali – con quelli che caratterizzarono l’operato di Adriano Olivetti.

E’ vero che i sindacati dei lavoratori dipendenti, anche oggi, sono restii ad essere coinvolti, come da tempo avviene in Germania, anche parzialmente nella gestione delle aziende (in molte società in Germania nei consigli di amministrazione sono presenti rappresentanti dei sindacati tanto che si parla spesso di cogestione).

E’ vero poi che in una situazione di crisi economica, di notevoli proporzioni, che di fatto dal 2008 contraddistingue il nostro Paese, oggettivamente non è facile che gli imprenditori svolgano un ruolo sociale.

E’ vero che anche le cooperative, diversamente dal passato, svolgono sempre meno un ruolo sociale.

Ma è anche vero che spesso non lo svolgono quel ruolo anche gli industriali di maggior successo che pur ci sono e ci sono stati, in Italia, anche in questo pesante periodo di crisi economica.

Peraltro sarebbe forse stato opportuno che Bergoglio incontrasse, prima degli industriali, esponenti delle banche e, soprattutto, del sistema finanziario non bancario, i quali non solo non svolgono un ruolo sociale ma puntano quasi esclusivamente a promuovere attività speculative che, talvolta, condizionano le azioni del sistema produttivo.

Non è sufficiente che Squinzi, l’attuale presidente della Confindustria, abbia lanciato, in occasione dell’incontro con Bergoglio, lo slogan “fare insieme”.

Sarebbero necessario invece comportamenti concreti quanto meno da una parte consistente degli industriali italiani, rivolti a perseguire non solamente l’obiettivo del profitto, ma anche altri obiettivi, tenendo conto, che durante gli anni della crisi economica, in Italia come in molti altri Paesi, le diseguaglianze nella distribuzione del reddito sono comunque aumentate.

Cioè una parte dei ricchi sono diventati più ricchi e i poveri sono diventati più poveri.

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