Il 2016 come il 2015. Renzi, accelera.

Io credo che, in Italia, il 2016 non sarà molto diverso dal 2015. Mi riferisco soprattutto, ma non solo, alla situazione economica. Il Pil crescerà poco, non ci sarà un consistente aumento degli occupati tale da ridurre considerevolmente il tasso di disoccupazione. Non si verificherà una redistribuzione del reddito che consenta di favorire i ceti economicamente più deboli. I giovani, le donne, in primo luogo quelli residenti nel Sud, non saranno purtroppo contraddistinti da un cambiamento, in positivo e rilevante, della loro situazione.

Non si tratta di essere “gufi”. Io peraltro ho sostenuto fin dall’inizio Renzi e continuo, nonostante tutto, a sostenerlo.

Non ci sono proprio le condizioni affinchè in Italia ci sia, nel 2016, un vera svolta nella situazione economica e sociale.

Le stesse caratteristiche della legge di stabilità, recentemente approvata dal Parlamento, lo dimostrano.

La manovra di politica economica alla base di quella legge è solo moderatamente espansiva.

Del resto se si prevede per il 2016 un tasso di incremento del Pil pari a circa l’1,5%, è del tutto evidente che esso dipenda da una politica economica insufficientemente espansiva.

Con la legge di stabilità si poteva fare meglio, nonostante i vincoli imposti dall’Unione europea.

Si poteva invece di abolire la Tasi, di prevedere spese dall’evidente fine elettoralistico, come i 500 euro ai diciottenni, ridurre considerevolmente le imposte sul lavoro dipendente e sulle imprese.

Si poteva attuare una vera “spending review”, una vera revisione della spesa pubblica, tendente a diminuire notevolmente la spesa improduttiva, gli sprechi, aumentando contemporaneamente, ancora di più, gli investimenti pubblici.

Se la legge di stabilità avesse assunto tali caratteri, la crescita del Pil sarebbe stata maggiore e il tasso di disoccupazione si sarebbe potuto ridurre ancora di più.

Peraltro, non bisogna dimenticare che il tasso di crescita del Pil previsto in Italia è inferiore al tasso di crescita medio che si verificherà nell’Unione europea.

Quindi ancora nel 2016, come negli anni precedenti alla crisi, il Pil crescerà in Italia meno che in altri Paesi europei.

E non si deve dimenticare che durante la crisi il Pil in Italia è diminuito di più di quanto avvenuto in media, nell’Unione europea.

Per la verità è doveroso riconoscere che il tasso di crescita del Pil in Europa è inferiore al tasso di crescita verificatosi, ad esempio, negli Usa.

Quindi affinchè in Italia e negli altri Paesi europei il Pil aumenti in misura maggiore, tale da diminuire considerevolmente il tasso di disoccupazione, sarebbe necessaria una svolta nella politica economia promossa dall’Unione europea, a guida tedesca, e attuata dai singoli governi del nostro continente.

Ma in Italia, però, questo non sarebbe comunque sufficiente, perché la produttività, dell’intero sistema, non solo la produttività del lavoro, da molti anni ormai cresce in misura insufficiente.

E far accelerare la crescita della produttività sarebbe indispensabile per affrontare una volta per tutte i problemi strutturali, del sistema economico e sociale italiano, a partire dalla situazione del Meridione.

Quindi il governo Renzi dovrebbe intensificare l’attuazione di riforme strutturali, riforme che siano veramente finalizzare ad accrescere la produttività in Italia, e che non siano false riforme.

Renzi, quindi, dovrebbe accelerare.

Dovrebbe, insomma, intensificare il processo di modernizzazione e di innovazione del nostro Paese.

A tale proposito, Renzi all’inizio della sua presidenza, aveva suscitato grandi speranze, in buona parte andate deluse.

Deve, invece, diminuire il numero degli interventi che hanno solamente una motivazione di natura elettoralistica, e accrescere, considerevolmente, gli interventi rivolti appunto a modernizzare, ad innovare, davvero, l’Italia.

Sarà in grado di farlo?

Non lo so.

Ma è l’unica alternativa per lui e per l’Italia.

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