In profonda crisi l’università in Italia

E’ stato oggi presentato a Palermo il rapporto 2015 della fondazione Res “Nuovi divari. Un’indagine sulle università del Nord e del Sud”, coordinato da Gianfranco Viesti, il quale ha così sintetizzato i contenuti del rapporto “Negli ultimi sette anni l’università italiana ha conosciuto una trasformazione profonda, lungo linee assai diverse da quelle dei decenni precedenti e non priva di elementi di preoccupazione”.

Non credo che ci siano solo elementi di preoccupazione, se si legge l’articolo che Viesti ha scritto su “Il Sole 24 ore”, relativamente ai contenuti del rapporto.

A me sembra che si possa concludere che l’università italiana sia caratterizzata da una profonda crisi.

Cosa scrive Gianfranco Viesti, infatti?

“Ne emergono tre grandi questioni.

La prima attiene alla dimensione complessiva del sistema: negli ultimi sette anni l’università italiana si è ridotta del 20%, in termini di studenti, docenti, corsi di studio, finanziamento pubblico.

L’Italia ha quindi realizzato un grande disinvestimento sulla sua formazione superiore: a partire da dimensioni già molto più contenute di quelle degli altri paesi europei, e con una intensità che non ha confronti neanche in quelli più colpiti dalla crisi. L’Italia investe oggi meno di 7 miliardi nella sua università, la Germania 26; l’Italia ha ridotto l’investimento del 22%, la Germania l’ha aumentato del 23%.

La seconda attiene alla sua qualità.

Pur in un quadro nel quale la qualità delle università italiane appare allineata a quella di molte istituzioni internazionali paragonabili, emergono, e per alcuni versi si aggravano, persistenti criticità: un limitatissimo diritto allo studio e un notevole aumento della tassazione degli studenti (che ormai colloca l’Italia al vertice dei paesi dell’Europa continentale), con meccanismi di selezione all’accesso sempre più basati sul censo; una alta dispersione degli studenti, con tempi molto lunghi per l’acquisizione del titolo; un’offerta formativa che si è ridisegnata principalmente in base al pensionamento di parte dei professori, sostituiti solo in misura limitata; un corpo docente anziano; un modesto trasferimento tecnologico.

La terza, centrale, riguarda vecchi e nuovi divari territoriali.

L’università delle regioni meridionali, (e per alcuni versi anche di quelle centrali), sconta minori immatricolazioni e una dinamica della popolazione giovane non favorevole; un’accentuata emigrazione di studenti, pur diversissima per province di origine; percorsi di studio più lenti; una ‘qualità rivelata’ inferiore rispetto al Nord dei propri docenti (così come mostrata dai dati sulle abilitazioni nazionali su cui il rapporto presenta un’analisi originale), indice di processi di reclutamento – quantomeno nel passato – assai discutibili. Ancora, una qualità delle pubblicazioni scientifiche, sempre in comparazione con il Nord, complessivamente inferiore, anche se con una forte variabilità fra atenei e fra aree scientifiche all’interno degli atenei”.

La situazione dell’università italiana appare ancora più grave se si considera quanto aggiunge Viesti “…i cambiamenti, pur molto profondi, sembrano avvenire senza un chiaro disegno degli obiettivi da raggiungere (l’università italiana deve assomigliare più a quella tedesca o a quella inglese?).

Anche perché si sono innescati meccanismi cumulativi: ogni indicatore utilizzato influenza gli altri e insieme determinano un esito accentuato e sempre nella stessa direzione; meccanismi che stanno portando ad una configurazione del sistema molto diversa rispetto a quella di dieci anni fa. Un’università molto piccola, molto più sperequata territorialmente, ma non necessariamente di migliore qualità”.

E poi Viesti sostiene che le politiche universitarie degli ultimi sette anni, condotte con sorprendente continuità da governi di colore molto diverso, hanno aggravato la situazione, soprattutto per quanto riguarda i divari territoriali.

Ed infine cosa vorrebbe Viesti per il futuro dell’università italiana?

“La presenza di una università forte, in grado di dialogare con le imprese, e di molti laureati di qualità è una condizione imprescindibile per competere nell’economia di oggi e di domani; e lo è ancor più nelle aree relativamente più deboli del paese”.

Io ritengo che l’analisi contenuta nel rapporto sia molto interessante e pienamente rispondente, purtroppo alla realtà.

Credo, poi, che quanto vorrebbe Viesti per l’università italiana sia più che condivisibile.

Ma il governo sarà in grado di prendere in considerazione e realizzare la proposta di Viesti?

Per ora non penso che vi siano le condizioni affinchè ciò avvenga, quanto meno nel breve periodo.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: