Da 59 anni nel polmone d’acciaio

Da 59 anni Giovanna Romanato vive in un polmone d’acciaio. O meglio, di giorno rimane distesa sul letto, attaccata al respiratore, e di notte rientra nel polmone d’acciaio. E questo da quando a 10 anni fu colpita da una poliomielite. Oggi, quindi, Giovanna, genovese, ha 69 anni.

Giovanna è stata intervistata da Laura Badaracchi. L’intervista è stata pubblicata su www.superabile.it.

Ho ritenuto opportuno riportare le risposte ad alcune domande, formulate appunto da Laura Badaracchi.

Ricorda la prima volta che è entrata nel polmone d’acciaio?

A dieci anni, quando una poliomielite mi ha provocato un’infezione acuta con la paralisi delle gambe e delle braccia, insieme a una gravissima insufficienza respiratoria. Ancora non esisteva il vaccino anti-polio. Mi ricoverarono d’urgenza all’ospedale Gaslini e suor Luigia mi disse che mi avrebbero messo nel polmone d’acciaio, rassicurandomi: “Dopo ti sentirai meglio”. Ogni tanto chiedevo a mia madre: “Potrò tornare a correre?”, ma dentro di me sapevo che non sarebbe stato possibile. Me ne rendevo conto da sola, senza bisogno di spiegazioni.

Non si è mai chiesta “perché proprio a me”? Non ha provato ribellione? 

Non mi sono mai sentita arrabbiata con Dio, né con gli altri. La mia situazione, al contrario, ha acuito la voglia di vivere e l’amore per la vita. Anche grazie a mia madre Maria, che è stata meravigliosa e si è dedicata completamente a me, fino alla sua morte.

I motivi di gioia nella sua giornata?

Sono felice quando qualcuno viene a trovarmi.

Un momento più difficile di altri?

La morte di mia madre: mi sono sentita persa. E a volte sono preoccupata di non riuscire ad andare avanti con la mia pensione: le spese sono tante. Ho diritto di vivere, come tutti. Se vivessi in ospedale, costerei molto di più alla sanità pubblica.

Oggi che bilancio fa della sua vita?

Non ho mai chiesto un miracolo. Vorrei solo che ci fosse il bene per chi amo. E morire prima del mio Fiocco.

Un breve commento.

Sarebbe necessario che molti di noi leggessero questa intervista oppure, ancora meglio, “La farfalla nel bozzolo d’acciaio” il volume scritto dal giornalista Enzo Melillo e pubblicato da De Ferrari (120 pagine, 12 euro), un libro-intervista a Giovanna.

Infatti, se lo facessimo, quanto meno attribuiremo il giusto valore ai nostri problemi che, spesso, sopravvalutiamo, trascurando quanti, e non sono pochi, stanno decisamente peggio di noi.

Questa considerazione può apparire banale e scontata, ma, secondo me, non lo è, affatto.

Spesso ci sentiamo al centro del mondo, consideriamo la nostra situazione la peggiore possibile.

Ovviamente non è così e per comprenderlo fino in fondo dovremmo leggere e rileggere libri quale quello che ho consigliato.

E, poi, Giovanna riferisce delle difficoltà economiche in cui si trova, del fatto che la sua pensione non è certo sufficiente.

Perché non aumentare le pensioni di cui godono le persone che si trovano in una situazione simile a quella di Giovanna o che comunque hanno degli handicap che limitano fortemente la loro autonomia?

Anche questa può sembrare una domanda banale e scontata. Ma, di nuovo, per me non lo è affatto.

E sarebbe proprio necessario che a quella domanda venissero fornite risposte concrete, molto concrete.

Nessun problema riguardo il bilancio pubblico, in questi casi, dovrebbe essere utilizzato come giustificazione dell’assenza di risposte.

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