I medici non sono assassini

Nel giornale on line www.quotidianosanita.it si è recentemente sviluppato un ampio dibattito sulla cosiddetta medicina difensiva, che consiste nell’utilizzo di esami e terapie rivolte principalmente, oltre che ad assicurare la salute del paziente, a far fronte alle responsabilità medico-legali conseguenti alle cure mediche prestate. Diverse le lettere al direttore pubblicate, una delle quali dal titolo emblematico “i medici non sono assassini”.

In quella lettera Luca Bertolucci, medico internista dell’Asl della Versilia, tra l’altro scrive “il medico può essere accusato in ogni momento di essere un assassino perché a chi  purtroppo è capitato di ricevere un avviso di garanzia sa che il capo di imputazione è di omicidio.

Quindi, fino a che non verrà posta mano a questa allucinante aberrazione del nostro sistema giudiziario per cui un medico che ha scelto la sua professione e la esercita per aiutare i pazienti può salire sul banco degli imputati con l’accusa di averli uccisi, tutte le discussioni, sono aria fritta…”.

Una posizione estrema, senza dubbio, ma che può essere considerata indicativa del clima in cui lavorano molti medici.

Altre lettere pubblicate, relative allo stesso tema, mi sembrano decisamente più “articolate” e nelle quali si cerca di individuare con precisione le principali cause della medicina difensiva.

Riccardo Tartaglia, direttore del centro gestione rischio clinico e sicurezza del paziente della 
Regione Toscana, sostiene: “La medicina difensiva, almeno nella mia esperienza, è spesso la conseguenza del lavoro in solitudine e di una cultura individuale-individualistica della professione.

E’ il singolo professionista che si vuole tutelare rispetto all’insicurezza della sua decisione diagnostica, non è in genere il team di professionisti che si assume collegialmente l’onere della scelta clinica.

Anche per questo il ‘team working’ è ritenuto sempre di più da parte delle istituzioni scientifiche uno dei doveri della medicina moderna.

Lo stesso vale per quanto concerne la partecipazione del paziente e quindi la sua consapevolezza sull’utilità degli accertamenti da effettuare”.

E poi rileva: “Abbiamo credo tutti molto presenti le conflittualità esistenti in tanti ospedali che impediscono di fatto la collaborazione tra colleghi.

Basta pensare ai gruppi oncologici multidisciplinari che in qualche azienda sanitaria nemmeno si riuniscono pur essendo la qualità della cura oncologica fortemente correlata al confronto tra radiologo, chirurgo, oncologo, radioterapista ecc…

E’ chiaro che se è una singola persona a decidere il timore di sbagliare sarà maggiore e lo porterà a tutelarsi semmai aggiungendo esami e terapie inappropriate”.

Secondo Giorgio Tulli, già direttore del dipartimento delle terapie intensive e medicina perioperatoria dell’Asl di Firenze, “il problema della medicina difensiva è un effetto di una causa più vasta che risiede non solo nella incapacità a fare ‘team working’ ma risiede nel concetto tipico italico della concezione individualistica della professione anche come business e questo sia nel pubblico che nel privato”.

E poi: “La professione è un affare personale e meno persone ci mettono il becco meglio è.

Questo concetto si lega al distorto concetto di come viene concepita la deontologia medica e come non viene assolutamente concepita la centralità del paziente che oggi è ‘suddito’ e non  ‘padrone’”.

Prosegue così: “E’ vero che la rifondazione culturale della medicina italiana comincia da una attenta selezione di chi vuole intraprendere la professione sanitaria e da una attenta valutazione dell’ insegnamento universitario (per altro la difficoltà in questo Paese di valutare il merito ci allontana sempre più da misure della valutazione seppure imperfette ma sempre perfettibili , leggi come in Italia si boicotta il test Invalsi, leggi come in Italia si guardano di traverso gli ‘scoring’ ed in generale le misure oggettive), ma la rifondazione passa per una organizzazione sanitaria nuova, diversa, integrata”.

Si possono condividere o meno i contenuti delle lettere, ma esse dimostrano comunque, a mio avviso, che il tema della medicina difensiva sia più complesso di quanto possa apparire, soprattutto ai non addetti ai lavori.

Certo, per contrastarla ci si può limitare a stabilire dei limiti di natura quantitativa all’utilizzo di determinate terapie e di determinati esami.

Ma non sarebbe corretto e non si risolverebbe il problema alla radice, come necessario.

Pertanto occorre approfondire la ricerca delle vere cause alla base del fenomeno della medicina difensiva e realizzare interventi che incidano realmente su tali cause.

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