Gli italiani, un popolo di raccomandati

Circa 4,2 milioni di cittadini sarebbero ricorsi a una raccomandazione o all’aiuto di un parente, amico e conoscente, per ottenere un’autorizzazione o accelerare una pratica della pubblica amministrazione. E 800.000 avrebbero fatto un regalo a dirigenti pubblici per avere in cambio un favore. E’ quanto emerge dai principali risultati della ricerca “La composizione sociale dopo la crisi”, realizzata dal Censis.

Come commentare questi dati?

E’ necessaria, però, una premessa iniziale. Non sono convinto che quei dati corrispondano, con precisione, alla realtà.

Infatti, probabilmente, sono il frutto di un’indagine campionaria che, per essere attendibile, dovrebbe rispettare certi criteri, tra i quali quello di utilizzare un campione sufficientemente ampio e rappresentativo dell’“universo” che si vuole analizzare, in questo caso l’intera popolazione italiana.

Supponiamo quindi che quei dati siano attendibili, anche perché corrispondono a quanto possiamo verificare quotidianamente.

Quei dati possono essere valutati in due modi.

In Italia moltissime sono le persone che sono disponibili a utilizzare le raccomandazioni affinchè una pratica possa essere accelerata.

Oppure, in molti settori della pubblica amministrazione se non si ricorre alle raccomandazioni l’iter di una pratica diviene, volutamente, tortuoso e lungo.

Io credo che entrambe le valutazioni siano valide.

Non c’è dubbio che molti dipendenti della pubblica amministrazione di fatto impongano l’utilizzo di raccomandazioni, per trarne dei vantaggi personali, di vario genere. Ed è altrettanto evidente che sia necessario punire quei dipendenti e modificare radicalmente questi inaccettabili metodi di funzionamento della pubblica amministrazione.

Io però vorrei soffermarmi sull’altra valutazione che ho esposto.

Ci sono molti italiani che cercano “scorciatoie” illecite, per accelerare una pratica, o per raggiungere obiettivi più importanti, come l’ottenimento di un lavoro per se stessi o per i loro figli.

E, soprattutto in questo caso, le raccomandazioni sono rivolte non solo verso chi opera nella pubblica amministrazione, soprattutto a livello politico, ma anche nei confronti dei rappresentanti delle aziende private, quando queste ultime sono intenzionate ad assumere nuovo personale.

Non a caso diversi studiosi hanno rilevato che in Italia prevale, da molti anni, il cosiddetto “familismo amorale”, cioè la tendenza ad aiutare in tutti i modi i componenti della propria famiglia, anche in modi illeciti.

Quindi, per essere più chiari, l’ex ministro Lupi non è il solo, ovviamente, che ha aiutato il proprio figlio a trovare un lavoro, raccomandandolo.

Ma c’è un esercito di italiani che, quanto meno, tentano di fare lo stesso, di raccomandare i propri figli o se stessi, perché no, per trovare un lavoro o per raggiungere altri obiettivi.

Certo se ci fosse una pubblica amministrazione o un settore privato in cui fossero bandite le raccomandazioni, l’esercito di italiani che provano ad utilizzare le raccomandazioni si ridurrebbe, forse, ad una pattuglia.

Ma sarebbe opportuno, anche dal punto di vista etico, che si riducesse considerevolmente il numero di italiani che chiedono di essere raccomandati.

Pertanto, sarebbe necessario che il senso civico degli italiani si accrescesse considerevolmente.

Ma, per il momento, il nostro senso civico è poco sviluppato e ciò, peraltro, si manifesta anche in altri comportamenti, diversi da quelli che si traducono nella ricerca di raccomandazioni.

E anche in questo caso ci sono numerosi studi che testimoniano che, da molti anni, il senso civico degli italiani è decisamente insufficiente, per usare un eufemismo.

Sarebbe necessaria una vera e propria rivoluzione culturale, per la cui realizzazione sono inevitabili tempi molto lunghi.

A me sembra, però, che noi non intendiamo nemmeno iniziarla questa rivoluzione culturale.

 

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