I talk show politici sono troppi e troppo brutti

I talk show politici sono in crisi. Sono in crisi di audience. Gli spettatori sono in netto calo rispetto agli anni passati. Eppure il loro numero è aumentato. Quali sono i motivi della loro crisi? Sono responsabili di tale crisi i curatori e i conduttori o sono responsabili gli esponenti politici che vi intervengono? Probabilmente entrambi.

Io, diversamente da quanto facevo negli anni passati, non riesco più a vedere i talk show politici.

Spesso, li sopporto per pochi minuti e poi smetto di seguirli.

Ma non sono solo io che ho questo atteggiamento  nei confronti di questi programmi televisivi.

Vi è una vera e propria crisi dell’audience.

Rispetto agli anni passati è diminuito notevolmente il numero, complessivo e quello relativo ai singoli talk, degli spettatori che li vedono.

Ma, nonostante questo, il numero dei talk show politici è aumentato.

Senza dubbio tale crisi dipende anche dal fatto che la stessa politica è in crisi. Il pubblico è sempre meno interessato alla politica o meglio alla politica dei partiti. Lo dimostra anche il crescente astensionismo che si registra nelle elezioni.

Ma non ci si può soffermare, io credo, solo su questa considerazione.

In primo luogo i talk politici sono troppi e questo fatto determina, a mio avviso, una certa sensazione di rigetto da parte degli spettatori.

Una riduzione del loro numero contribuirebbe, forse, ad aumentare il numero complessivo degli spettatori che li seguono.

Peraltro, sembra che il numero dei talk politici sia aumentato invece che diminuito, pur considerando la riduzione dell’audience, perché comunque questi programmi costano meno di quanto potrebbero costare programmi diversi, ad essi alternativi, e costano meno nonostante che ad alcuni conduttori siano corrisposti compensi molto elevati.

Io ritengo però che questi talk dovrebbero soprattutto cambiare le loro caratteristiche.

Mi si dice – io, lo ripeto, ho quasi smesso di vederli – che talvolta affrontino argomenti diversi da quelli soliti, da quelli cioè della politica dei partiti, con collegamenti in diretta, una volta erano con le piazze italiane, oggi con gruppi di cittadini che espongono i loro specifici problemi.

Ma, nonostante questi parziali cambiamenti, i talk politici sono sempre caratterizzati dalla presenza della solita “compagnia di giro”, composta generalmente dagli stessi rappresentanti dei partiti che si spostano da un talk all’altro, autoreferenziali e che discutono fra di loro, talvolta fingendo di accalorarsi e spesso anche insultandosi.

Ci vorrebbe un cambiamento molto più radicale.

I conduttori innanzitutto dovrebbero essere più “aggressivi”, tentando di mettere in vera difficoltà i rappresentanti dei partiti che intervengono.

Dovrebbero essere presenti, anche, uomini e donne di cultura, che non fanno politica, in grado di dire qualcosa di veramente significativo ed interessante.

Sarebbe poi utile, credo, una partecipazione più attiva degli spettatori, non solo tramite i social network, twitter o facebook, ma utilizzando di nuovo le “vecchie” telefonate in diretta.

Io apprezzavo molto “L’infedele” di Gad Lerner che, per diversi anni fu trasmesso da La7, nel quale oltre alla bravura del conduttore si aggiungeva la presenza, oltre ai politici che peraltro erano i migliori sulla piazza, ovvero coloro i quali non ripetevano a pappagallo le tesi dei loro leader, ed erano pochi, di intellettuali spesso scomodi, di persone, esterne ai partiti, ma effettivamente rappresentative di componenti della società italiana, e tutti cambiavano a seconda degli argomenti trattati, che non erano affatto scontati, e non erano quelli che normalmente vengono presi in considerazione nella gran parte dei talk politici, quelli tipici cioè della politique politicienne (traduzione meno efficace, politica politicante).

E ritengo che “L’infedele” dovrebbe essere un modello da seguire soprattutto dai talk politici trasmessi dalle reti televisive appartenenti al cosiddetto servizio pubblico, ammesso che esista ancora.

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