Il buonismo natalizio ha stufato: le parrocchie aprano le porte

Le collette e le raccolte di alimenti non bastano più: i servizi per i poveri non possono essere gestiti burocraticamente, serve un salto di qualità. Gesù non disse “Avevo fame e mi avete portato un pacco natalizio”, ma “Mi avete dato da mangiare”.

Lo sostiene nel suo blog Laura Badaracci, giornalista, redattrice del mensile “Mondo e missione” e collaboratrice del quotidiano “Avvenire”.

Così prosegue Laura Badaracci: “Basta con le collette e le raccolte di alimenti: è tempo di uscire dalle parrocchie e lasciare le porte aperte. Perché i servizi per i poveri non possono essere gestiti burocraticamente.

Ricordo in particolare un episodio: il compianto don Luigi Di Liegro, fondatore e direttore della Caritas diocesana di Roma (scomparso nel ’97), si arrabbiava vigorosamente con i suoi operatori se lasciavano attendere in fila, fuori dall’ostello o dall’ambulatorio in via Marsala, persone in piedi (donne con bambini, per esempio), in attesa di entrare.

Perché secondo lui la porta doveva essere sempre aperta grazie ai volontari, non chiusa come quella di un ufficio municipale che funziona solo con il personale assunto e pagato”.

E aggiunge: “Certo, l’organizzazione ci vuole, la prima accoglienza anche, ma penso che a livello ecclesiale il welfare debba compiere un deciso, coraggioso e profetico salto di qualità.

Lo chiedono i segni dei tempi di cui parlava il Concilio, ma che spesso molti ignorano, fanno finta di non vedere. Quindi mense per i poveri sì, ma perché ogni comunità cristiana non comincia ad adottarne concretamente qualcuno prendendosi carico non solo delle sue necessità pratiche ma pure di quelle di relazione, di inserimento sociale e, perché no, di svago e divertimento?”

E poi rileva: “Il buonismo natalizio ha stufato, sa di consumismo stantio e di polverose sacrestie”.

Io non sono un credente, ma la proposta di Laura Badaracci mi sembra più che giusta.

Aggiungo da laico, che anche i laici dovrebbero seguire la strada indicata da Laura. Non è sufficiente versare una quota, anche mensile, per “adottare” un bambino africano – peraltro molti non fanno neanche questo e non solo perché non hanno le disponibilità economiche necessarie -. Occorrerebbe da parte nostra un maggiore coinvolgimento, un coinvolgimento più diretto.

Concludo però sostenendo che non si può fare ameno del welfare pubblico e che per questo settore devono finire i tagli indiscriminati alla spesa pubblica.

Certo è necessario eliminare gli sprechi che anche in questo settore si verificano. Ma è indispensabile ricominciare ad aumentare le risorse finanziarie pubbliche destinate al welfare.

Cambiamo verso anche in questo.

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