Contro la corruzione non sono sufficienti le leggi, serve la cultura

Spesso si sostiene giustamente che in Italia per contrastare più efficacemente la corruzione siano necessarie modifiche rilevanti alla normativa vigente. Del resto che sia necessario combattere più efficacemente la corruzione lo dimostra anche la recente indagine di “Mafia capitale”. E’ anche più che utile lo sviluppo di un’azione di prevenzione che, attualmente, è soprattutto nelle mani dell’autorità anticorruzione, presieduta dal magistrato Raffaele Cantone. Ma tuttò ciò non è sufficiente affinchè il fenomeno della corruzione si riduca in misura considerevole nel nostro Paese.

Io penso questo da tempo.

In un post, scritto alcuni mesi or sono, rilevai che occorresse colpire pesantemente i corrotti ma che fosse necessario tenere in considerazione i corruttori, che spesso sono numerosi, e sono anche piccoli corruttori, e che quindi anche questi ultimi hanno le loro responsabilità.

Non mi riferivo ai grandi corruttori, cioè a coloro, ad esempio, che come Carminati, Buzzi e gli altri hanno corrotto soprattutto amministratori locali di Roma, e agli altri grandi corruttori che in città diverse si sono comportati in modo simile (si pensi ai casi Mose ed Expo) ma, appunto, ai piccoli corruttori, interessati nche ad ottenere piccoli vantaggi, come la possibilità di ampliare la propria abitazione od ottenere l’assunzione di un proprio familiare in un ente pubblico o in una cooperativa sociale.

Io ritenevo e ritengo che affinchè il numero sia dei corrotti che dei corruttori si riduca notevolmente, sia necessario anche un risveglio delle coscienze, una maggiore diffusione di valori etici, nella nostra società.

E pertanto ho fortemente apprezzato quanto scritto da Gilberto Corbellini, in un articolo pubblicato da “Il Sole 24 ore”, intitolato “Solo la cultura ci può salvare”.

Riporto solo alcuni passi di questo articolo, perché emblematici del pensiero, per me molto condivisibile, dell’autore.

Corbellini scrive tra l’altro: “…esiste una ricca ed empiricamente validitata letteratura, la quale dimostra che le persone rispettano le regole scritte e condivise se e solo se hanno maturato, in età pre-adulta attraverso specifiche esperienze socio-culturali e processi educativi, una capacità individuale, sul piano psicologico-morale, di apprezzare il valore e l’utilità di procedimenti istituzionali trasparenti, affidabili e competitivi”.

Corbellini così conclude: “La cura e la prevenzione della corruzione, se vuole davvero metterlo in atto, richiedono di agire sulla formazione della psicologia cognitiva e morale individuale nelle fasi giovanili di maturazione e stabilizzazione delle capacità decisionali…

Questo significa che è nelle scuole e attraverso le dinamiche famigliari di attaccamento salutare che si costruiscono i sentimenti e ragionamenti potenzialmente virtuosi e allo stesso tempo emotivamente premianti, che riducono la pratica e il contagio della corruzione.

Purtoppo anche i rapporti famigliari in Italia tendono ad essere patologici, cioè a produrre forme di attaccamento che non promuovono fiducia e cooperazione, ma prevalentemente una condizione di arretramento sociale che è il ‘familismo amorale’, storicamente definita proprio in Italia oltre mezzo secolo fa”.

Mi rendo che nelle considerazioni svolte da Corbellini si utilizza un approccio, poco conosciuto, e che le proposte avanzate possono produrre effetti solo nel medio-lungo periodo.

Ma quelle proposte, o altre simili, non possono che essere accolte ed attuate, oltre ad interventi di altra natura che producano effetti nel breve periodo, se si vuole davvero sradicare il fenomeno della corruzione in Italia.

Ma lo vogliamo davvero?

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