I Comuni che vogliono un casinò

Almeno un casinò per ogni regione, oltre i quattro già esistenti: questa è la proposta dell’Anit, un’associazione di Comuni nei quali in passato esistevano tali strutture. Si creerebbero centinaia di nuovi posti di lavoro. L’associazione Libera è decisamente contraria a questa proposta per le infiltrazioni mafiose che si potrebbero determinare.

In un articolo pubblicato su www.linkiesta.it Andrea Monti esamina questa proposta.

“Aggiungere ai quattro casinò esistenti almeno una sala da gioco per ogni regione italiana, creando centinaia di posti di lavoro più per l’indotto.

Lo propone l’Anit, associazione di Comuni che in passato hanno ospitato strutture di questo tipo e vorrebbero riaprirle. L’obiettivo, più che attirare ‘turisti della roulette’, sarebbe offrire intrattenimento a chi in Italia verrebbe comunque, affascinato da arte, natura ed enogastronomia.

Le organizzazioni antimafia Libera e Avviso Pubblico sono contrarie, preoccupate dalle patologie legate all’azzardo e soprattutto dalle infiltrazioni del crimine organizzato.

L’associazione nazionale per l’incremento turistico è stata fondata nel 1969. Oggi riunisce 15 municipi sparsi per la penisola: da Lignano Sabbiadoro a Taormina, passando per Montecatini Terme, Anzio e Tropea.

In alcuni Comuni i casinò aprirono a inizio ’900 e chiusero in epoca fascista; in altri nacquero e morirono negli anni ’40. ‘Il primo costituito in Italia è stato anche l’ultimo a provare a riaprire – dice Gianfranco Bonanno, portavoce Anit -. Parlo di Bagni di Lucca, costruito nel 1837 e attivo fino al 1953. Nel 1981 l’allora sindaco Tintori lo re-inaugurò: le puntate durarono venti minuti, fino all’arrivo della polizia’.

Da decenni le sale da gioco aperte nel nostro Paese sono quattro: Campione d’Italia, Saint-Vincent, Sanremo e Venezia.

Anit chiede che ci sia almeno un casinò in ogni regione.

‘Può essere un volano per l’economia turistica dei territori. Sappiamo che la nostra penisola non ha bisogno di strutture di questo tipo per attirare visitatori. L’obiettivo è presentare a queste persone un’offerta organica, che comprenda il gioco e non solo. I locali a cui pensiamo possono ospitare spettacoli, mostre di pittura, rassegne letterarie e cinematografiche. In Francia c’è chi va al casinò per una semplice cena, senza toccare tavoli e macchinette. Insomma, vogliamo un intrattenimento a 360 gradi, inserito in una politica turistica adeguata’.

Bonanno ricorda le difficoltà economiche affrontate negli ultimi anni dai quattro casinò esistenti.

‘Se riuscissero a intercettare l’1% degli stranieri che vengono in Italia non avrebbero problemi. In questo senso sarebbe d’aiuto se gli albergatori applicassero una strategia per ridurre i prezzi. Bisogna dare una scossa al mercato’.

Ma in che modo le sale da gioco attuali beneficerebbero di nuove aperture? ‘Ogni locale sarebbe in grado di dare lavoro a 60-70 persone, più un indotto molto superiore in hotel, ristoranti, imprese di pulizia eccetera’. Negli scorsi anni i dipendenti dei casinò italiani sono diminuiti: inaugurare altre strutture – dice Bonanno – offrirebbe opportunità agli addetti in esubero.

Al momento non si sa esattamente quanti stranieri vengono a giocare nelle nostre sale, né quanti italiani vanno in cerca di fortuna all’estero. ‘Sicuramente i clienti che arrivano da oltreconfine sono pochi, e lo sono sempre stati. Fa eccezione Venezia, che attira persone da tutto il mondo per altri motivi. In generale i maggiori frequentatori delle strutture del nostro Paese sono sempre stati siciliani, calabresi, sardi’.

E quali mete preferiscono gli italiani che passano la frontiera? ‘Oggi soprattutto Malta, la Costa Azzurra e la Slovenia. Nei primi anni 2000 gli Stati dell’Est Europa. Costante il flusso verso Las Vegas, scelta da giocatori più ricchi’.

I dati sul fatturato italiano del settore parlano di quasi 90 miliardi l’anno: una grossa fetta arriva da slot machine e gioco online. ‘Neanche 100 casinò – ammette Bonanno – creerebbero un giro d’affari simile, ma non costringerebbero lo Stato a spendere per curare le patologie connesse’.

Nel 2013 il comparto ha portato circa otto miliardi nelle casse pubbliche: sei sarebbero stati usati per rimediare ai danni socio-sanitari.

Nuovi casinò non peggiorerebbero la situazione? ‘Un conto è avere l’azzardo a disposizione nel bar sotto casa, o direttamente sul proprio pc. Un altro doversi mettere una giacca e prendere l’auto. Serve una motivazione diversa, ci si muove con una consapevolezza differente. Le strutture che promuoviamo hanno orari, a differenza del web, e sono obbligate a impedire l’accesso a una persona se i familiari ne hanno segnalato la dipendenza da gioco’.

Infine c’è il rischio criminalità organizzata. ‘In Italia i casinò sono concepiti come proprietà degli enti locali – dice Bonanno -. Il fatto che siano in mano ai Comuni dovrebbe tutelarli da infiltrazioni. E se un municipio viene infestato dalle mafie la legge permette di scioglierlo. Non si può usare sempre questo alibi’.

Le rassicurazioni di Anit non convincono Daniele Poto, che ha curato il dossier ‘Azzardopoli’ per Libera.

‘L’ultimo rapporto dell’Antimafia dice che a fronte di otto miliardi incassati dallo Stato nel 2013 le mafie ne hanno guadagnati 30. Vogliamo aprire un nuovo filone di penetrazione nei casinò? È vero che in queste strutture ci sarebbe più possibilità di controllo, con una regolamentazione interna che eviti la rovina dei malati patologici o di chi lo sta per diventare. Questo piccolo deterrente positivo, però, non fa sperare che le sale da gioco debbano necessariamente aumentare’.

Poto contesta anche le ragioni economiche spiegate da Bonanno.

‘I casinò sono risorse campanilistiche di piccole dimensioni e inefficaci. Nella Penisola ci sono tanti luoghi fisici e online non dichiarati, che farebbero concorrenza ai nuovi locali. L’industria dell’azzardo sostiene di dare lavoro a 120.000 persone, con un giro d’affari di 85 miliardi: non è una proporzione enorme. Il nostro settore automobilistico, quando era al top, aveva un milione di addetti e 46 miliardi di fatturato’.

L’associazione Avviso Pubblico riunisce ‘enti locali e Regioni per la formazione civile contro le mafie’. ‘Aprire casinò in tutte le regioni – dice il coordinatore nazionale Pierpaolo Romani – significherebbe esporsi al rischio che siano strumenti di riciclaggio. Rispetto a slot e gioco online consentirebbero un controllo maggiore contro le patologie, ma ne vale la pena? Quali sono costi e benefici? La storia insegna che forse i primi sono di più. Atti giudiziari dimostrano che i casinò attirano la criminalità organizzata. L’Italia ha un patrimonio artistico enorme e punte di eccellenza nell’industria: per far crescere l’economia può sicuramente percorrere altre vie’.

Quella che porta a nuove sale da gioco resta sbarrata, almeno per ora”.

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