La rivolta dei portaborse sfruttati

I collaboratori dei parlamentari sono sul piede di guerra: “Macchè Casta, noi siamo precari a 500 euro. Le colf stanno meglio”. Ad esempio nel 2011 su 630 parlamentari solo 230 avevano assunto regolarmente un assistente, mentre i parlamentari ricevono somme molto consistenti per remunerare i loro collaboratori.

Della situazione dei collaboratori dei parlamentari riferisce Marco Fattorini in un articolo pubblicato su www.linkiesta.it.

“Le mansioni sono le più disparate, tutte sotto il cappello di una professione non riconosciuta: dalla segreteria all’ufficio stampa, da ghost writer a esperti legislativi e consiglieri politici.

In qualche caso si aggiungono faccende quotidiane come fare la spesa o scrivere le partecipazioni di nozze per l’onorevole.

I collaboratori parlamentari vivono di luce riflessa, lavorano nel sottobosco dei Palazzi all’ombra di deputati e senatori per poi essere riconosciuti mediaticamente con l’etichetta di ‘portaborse’.

Condannati all’invisibilità nonostante ‘mandino avanti la baracca’ portando sulle spalle incarichi delicati e orari super flessibili. Negli anni si sono trovati a solcare praterie di lavoro nero e situazioni ‘borderline’: nel 2011 su 630 deputati solo 230 avevano assunto regolarmente un assistente. E gli altri? Non pervenuti.

Eppure in busta paga i parlamentari ricevono una quota destinata alle spese per ‘l’esercizio di mandato’, specificamente riservata ai collaboratori. Per i senatori si tratta di 4.180 euro mensili, mentre i deputati ne intascano 3.690. Soldi liquidi che entrano nelle disponibilità dell’onorevole il quale ha poi obbligo di rendicontare solo il 50%.

Cifre per nulla irrisorie, se si pensa che ogni anno Palazzo Madama corrisponde 16 milioni di euro ai suoi inquilini per assolvere all’esercizio del mandato…

Se negli altri paesi europei e nello stesso Europarlamento ai membri degli staff parlamentari viene riconosciuto uno status con annesse regolamentazioni, in Italia non c’è un albo nè un inquadramento professionale.

Figure indefinite che navigano a vista. ‘Linkiesta’ ha raccolto lo sfogo e le idee di un gruppo di collaboratori che, per ovvie ragioni, decide di rispondere alle domande dietro garanzia di anonimato. In molti casi opera infatti il ricatto occupazionale perché ‘se vuoi vedere rinnovato il tuo contratto, ti conviene non alzare polveroni’.

La parola d’ordine è eterogeneità.

Il destino professionale dei lavoratori in questione viene inquadrato per lo più con contratti a progetto benché ‘spesso il progetto non sia chiaro’, oppure con partita IVA, raramente con contratti di subordinazione a tempo determinato…

Chiedono legalità, che poi fa rima con rispetto: ‘Archiviamo una volta per tutte nell’immaginario collettivo il portaborse spicciafaccende e diamo dignità al collaboratore parlamentare anche in Italia come nel resto del mondo’.

Le condizioni di lavoro a Palazzo per loro non contemplano qualità, ma solo quantità: ‘Spesso parliamo di contratti a progetto da 500 euro al mese, sette giorni su sette coprendo ogni esigenza dell’ufficio: segreteria, stampa, studio e legislativo’. Si fa tutto, tanto, sempre a disposizione dell’onorevole di turno.

Da anni i collaboratori, molti dei quali con curricula gonfi di lauree e master, chiedono che la cifra erogata ai parlamentari dedicata alle ‘spese per il mandato’ venga liquidata solo in presenza di un contratto depositato presso la camera di appartenenza…

Per i collaboratori parlamentari lavorare nel dorato mondo di Montecitorio e Palazzo Madama è condizione incidentale, più croce che delizia. I privilegiati sono altri, cioè i loro capi:

‘Noi non apparteniamo alla casta, piuttosto somigliamo ai tanti coetanei laureati ultraprecari coi quali condividiamo l’angoscia di essere sottopagati e di non avere la possibilità di accendere mutui senza la firma dei genitori ed essere certi che la pensione non la vedremo mai’…

Molti collaboratori sono sopravvissuti ai governi, ma le disavventure lavorative si perpetuavano. ‘Finora non possiamo dire di aver visto risultato concreti, al netto dell’alternarsi delle varie presidenze, dei colori di governo’. Ora, ripetono in coro, ‘possiamo riporre qualche timida speranza in una legislatura che ha tra i banchi di presidenza una paladina dei diritti degli ultimi, l’ex procuratore nazionale antimafia e giudice a latere del maxiprocesso, una sindacalista, dei grillini, eccetera’. Senza dimenticare il presidente del Consiglio Matteo Renzi che nel curriculum annovera anche l’esperienza da collaboratore parlamentare…

Negli anni è stato ciclicamente asfaltato un sentiero di buone intenzioni e proposte di legge finite sul binario morto del disinteresse. Ogni tanto riemerge un servizio delle ‘Iene’ o un articolo sui quotidiani, poi di nuovo le tenebre.

I diretti interessati hanno provato a organizzarsi autonomamente: in campo il Co.Co.Parl, coordinamento di base fondato nel 2009 da una cinquantina di assistenti parlamentari per rivendicare diritti sindacali, mentre l’associazione ‘InParlamento’ organizza corsi di formazione e promuove ‘la figura e le competenze dei collaboratori parlamentari’.

Nel 2013 sono stati i parlamentari, in ordine sparso, a sollevare la questione. All’inizio del loro mandato i presidenti di Camera e Senato Boldrini e Grasso promettevano ‘garanzie’ per il lavoro dei collaboratori parlamentari.

Agli atti c’è anche un odg del Senato che impegna il Consiglio di Presidenza e il Collegio dei Questori ‘ad adottare misure idonee a disciplinare il rapporto contrattuale tra senatore e collaboratore’…

In attesa che gli ordini del giorno galleggianti in Parlamento prendano una strada certa, a Palazzo Madama è stato depositato un disegno di legge che porta la firma dei senatori del Movimento 5 Stelle, compresi gli espulsi Lorenzo Battista e Francesco Campanella, per far sì che i collaboratori vengano assunti direttamente dalla camera di appartenenza introducendo un inquadramento simile a quello del Parlamento Europeo.

Sarebbero le amministrazioni di Camera e Senato a corrispondere il pagamento della retribuzione e degli oneri previdenziali direttamente al collaboratore sulla base del contratto che quest’ultimo stipula col parlamentare.

La ratio è chiara nelle parole di Battista: ‘Finchè non si darà il giusto riconoscimento ai propri collaboratori il Parlamento come pensa di poter dare le risposte al mondo del lavoro?’ Intanto la speranza dei diretti interessati al termine del colloquio con ‘Linkiesta’ somiglia a una richiesta di normalità: ‘Vorremmo svegliarci un giorno, andare al lavoro e sentirci uguali ai colleghi del resto d’Europa e non svilenti portaborse, mercenari o free riders in attesa di nuova occasione professionale magari con raccomandazione. Questo dovrebbe essere un lavoro con regole riconosciute e chiare’.

Tutto qui, ma forse è già troppo”.

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