L’Italia del mattone cade a pezzi

Molti edifici italiani cadono a pezzi. Infatti il patrimonio immobiliare del nostro Paese, secondo i dati dell’ultimo rapporto Cresme, è in media decisamente vecchio: tra gli edifici pubblici, il 49% è stato realizzato prima del 1945; tra quelli scolastici, quasi la metà ha da 31 a 50 anni di età; tra le abitazioni, oltre il 60% ha più di quarant’anni.

In un articolo di Lidia Baratta e Fabrizio Patti, pubblicato su www.linkiesta.it, si esamina la situazione del nostro patrimonio immobiliare.

“Alla Vucciria, nel cuore antico di Palermo, a inizio febbraio un edificio di tre piani è venuto giù come un castello di sabbia. È solo l’ultimo di una serie di crolli, in una città deturpata dalla speculazione edilizia. Solo nel centro storico, il Comune ha censito 1.300 edifici instabili, di cui 228 a rischio crollo. A Matera, neanche un mese prima, una donna era morta sotto le macerie di una palazzina in una delle strade principali della cittadina.

Altro che ‘Grande Bellezza’. L’Italia cade a pezzi. Crepe, davanzali che cedono, scale che scricchiolano: i palazzi sparsi lungo tutta la Penisola sono vecchi, sprecano troppa energia e hanno sempre più bisogno di interventi di manutenzione.

Lo dice anche l’ultimo rapporto Cresme sullo stato dell’edilizia italiana: tra gli edifici pubblici, il 49% è stato realizzato prima del 1945; tra quelli scolastici, quasi la metà ha da 31 a 50 anni di età; tra le abitazioni, oltre il 60% ha più di quarant’anni.

Fra soli dieci anni, nelle 14 città metropolitane italiane gli appartamenti con oltre 40 anni di vita saranno l’85%.

Eppure gli investimenti pubblici per la manutenzione dei centri urbani pesano sul bilancio pubblico poco più del 2%.

Partiamo dallo stock edilizio destinato agli uffici, pubblici e privati, che conta in tutto 65.000 strutture, di cui 13.675 pubbliche. Un patrimonio ‘prevalentemente vecchio’, scrive il Cresme: quasi la metà è stato realizzato prima del 1945 e le nuove costruzioni ogni anno non superano i 25-30 fabbricati. Anche gli interventi di ristrutturazione e manutenzione straordinaria sono pochi e riguardano solo circa 175 edifici all’anno.

Ma anche le scuole non se la passano bene, come si sa: più del 40% ha oltre 70 anni e quasi la totalità (97%) ha un impianto di riscaldamento tradizionale che fa consumare che fa consumare (insieme all’elettricità) oltre 1,2 miliardi all’anno.

La situazione non migliora per il comparto delle abitazioni: più del 60% degli edifici ha più di 40 anni, e il 30% è stato costruito prima della seconda guerra mondiale…

Ma non è solo questione di anzianità degli edifici. L’Italia è anche terra di abusivismo edilizio, con tutto quello che questo comporta in termini di sicurezza.

Come spiegano anche da Legambiente  dagli anni Settanta in poi, ‘in barba alle leggi, venne realizzato un numero impressionante di nuove unità immobiliari. Le seconde case, spesso lasciate vuote o occupate pochi giorni all’anno, invasero la penisola, sorgendo senza ordine né coerenza devastando alcune delle località più belle del Paese’.

Poi sono venuti i condoni. La legge 47 del 1985 per la prima volta consentì di regolarizzare le posizioni dei proprietari abusivi, seguita a ruota dalle sanatorie del 1994 e del 2003, che avevano come principio di fondo la possibilità di un introito straordinario per lo Stato. In realtà, ‘hanno invece fatto incassare pochi spiccioli e premiato gli abusivi’..

Il contesto di degrado degli edifici, pubblici e privati, dovrebbe preoccupare in effetti anche per ragioni economiche.

Ne è convinto Leopoldo Freyrie, presidente del consiglio nazionale degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori. ‘Il debito pubblico italiano’, schematizza Freyrie, ‘è garantito dal risparmio privato. Il 50% di questo risparmio privato è ascrivibile a immobili. Se questa voce va male, perché le case perdono valore, l’Italia va incontro al fallimento. È una provocazione, ma che si basa su basi economiche serie’…

Come scongelare la situazione? Per il presidente degli architetti non ci sono dubbi: ‘Ci vuole un cambio radicale del paradigma di governo del territorio: bisogna limitare al massimo il consumo di suolo, che crea rischio idrogeologico e maggiori costi per gli allacciamenti. Si deve investire invece sul riuso delle città’.

Perché questo non rimanga solo un buon proposito, aggiunge, sono necessari tre elementi: avere una strategia di progetto, semplificare le regole e fare investimenti…”.

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