Dieci anni dalla legge 40 sulla fecondazione assistita

Sono passati dieci anni dall’approvazione della legge 40 sulla fecondazione assistita, legge che impose pesanti divieti che limitarono notevolmente la possibilità di utilizzare questo tipo di fecondazione. Un bilancio di quanto avvenuto in questi dieci anni è stato tracciato da Filomena Gallo, segretario dell’associazione Luca Coscioni.

In un articolo pubblicato su www.donneuropa.it si possono leggere le dichiarazioni rilasciate a questo proposito da Filomena Gallo.

“Sembra passato un secolo, ma sono solo dieci anni che la legge 40 sulla fecondazione assistita è stata approvata. Dalla pubblicazione fino al referendum abrogativo del 2005 le polemiche furono molte e in qualche caso addirittura feroci, imbastendo un dibattito vivacissimo e che fu capace di coinvolgere le migliori menti del Paese, da un lato e dall’altro.

Poi, come spesso accade, la questione ha perso le prime pagine e via via è finita nel dimenticatoio.

Questo non vuol dire però che la materia sia rimasta lì dove le cronache l’hanno lasciata perché in questi dieci anni, che comunque non son pochi, molte cose sono cambiate.

Abbiamo chiesto a Filomena Gallo, avvocato e segretario dell’Associazione Coscioni, di commentare non solo questo anniversario ma appunto di spiegare quali passi avanti sono stati compiuti alla luce, in particolare, delle diverse pronunce di tribunali italiani e stranieri che in questi anni si sono prodotte.

Il primo dato che possiamo isolare è che la ferita del referendum è ancora aperta e non a caso la Gallo ci tiene a precisare, ricordando quei giorni concitati, che ‘in quell’occasione solo un’esigua minoranza delle persone che si recarono ai seggi si schierò per il mantenimento dei divieti che la legge prescriveva’.  Il quorum però non fu raggiunto perché partecipò solo il 25% degli aventi diritto, un dato che non ha mancato di alimentare le polemiche non solo sulla materia in discussione ma anche sulla vitalità stessa dello strumento referendario. E questa è storia.

La contesa però non si è chiusa lì e nonostante i riflettori non abbiano più illuminato la questione si è continuato a lottare in tutti questi anni su entrambi i fronti. Con risultati che non hanno sovvertito l’esito della consultazione del 2005 ma che hanno scalfito la portata di quella sconfitta.

Così, per quanto nessun disegno di legge sia mai riuscito ad approdare in Parlamento per una discussione né ad essere calendarizzato, qualcosa è avvenuto nelle aule giudiziarie: l’ultima spiaggia per le coppie infertili o portatrici di malattie genetiche che hanno tentato di veder riconosciuti i loro diritti.

Le battaglie legali hanno dunque prodotto risultati concreti: ‘Ad esempio la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo – spiega l’avvocato – ha condannato il divieto per le coppie fertili di ricorrere alla procreazione medicalmente assistita.

Mentre nel 2009 la Corte Costituzionale si è pronunciata su due dei divieti imposti dalla legge. Ha rimosso il limite alla produzione di più di tre embrioni e ha cancellato l’obbligo di impiantare tutti gli embrioni prodotti (compresi quelli malati). E inoltre ha posto una deroga al divieto di crioconservazione’. Si tratta di sentenze significative perché hanno fornito una diversa interpretazione della legge, come nel caso della diagnosi preimpianto, che era già prevista dall’articolo 14.

Ma non è finita qui. ‘Il prossimo 8 aprile la Consulta dovrà pronunciarsi sul divieto di fecondazione eterologa, la revoca del consenso e l’utilizzo a fini scientifici degli embrioni inidonei a una gravidanza, mentre analogamente la Corte europea dei diritti dell’uomo ha fissato la data del 18 giugno prossimo per decidere in merito all’utilizzo degli embrioni nella ricerca’.

Tuttavia, nonostante questi interventi, la legge in questi anni ha provocato non pochi danni, creando gravi diseguaglianze di fatto.

Fino a qualche anno fa, infatti, era diffusissima la pratica della migrazione all’estero a scopo procreativo, cui facevano ricorso però solo le coppie capaci di sostenere le spese necessarie e che così potevano sottrarsi ai divieti imposti dalla legge italiana e sottoporsi ai trattamenti vietati. Un vero e proprio esodo, concentrato per lo più verso la Spagna e i paesi dell’Est Europa.

Anche su questo fronte però qualcosa è cambiato: ‘Dal 2009 ad oggi, caduto il limite della diagnosi preimpianto, il fenomeno si è ridotto in modo significativo, e ormai si recano all’estero solo le coppie che hanno necessità di ricorrere alla fecondazione eterologa o le coppie fertili portatrici di malattie genetiche’.

Ma questo non vuol dire che non ci siano più discriminazioni nel nostro Paese. Basti pensare che in Italia ‘il settore pubblico non offre tutte le tecniche praticate nelle strutture private, senza contare che nelle strutture pubbliche le liste d’attesa sono lunghissime’.

Dieci anni dopo il bilancio è quindi leggermente più positivo, ma resta il ricordo amaro dell’occasione persa con il referendum, anche a causa di un serio difetto di comunicazione: si tratta di una materia che presenta aspetti molto tecnici, e di conseguenza non è facile rendere comprensibile a tutti ciò di cui si parla, e i diritti che sono in gioco.

Proprio sul fronte della comunicazione il confronto quindi è destinato a continuare tra chi, come l’avvocato Gallo, tenta di superare quello che considera un vero e proprio gap civile, e altri, come gli attivisti di Scienza e vita, che fanno riferimento ancora a termini critici come ‘eugenetica’”.

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