Una patrimoniale per il lavoro

La Cgil propone un piano straordinario per l’occupazione. Danilo Barbi responsabile del dipartimento delle politiche economiche ritiene che sia necessaria per finanziarlo un’imposta patrimoniale che colpisca le ricchezze finanziarie oltre i 350.000 euro, con la quale lo Stato incasserebbe 10 miliardi l’anno da investire per affrontare l’emergenza occupazione.

Enrico Galantini, su www.rassegna.it, ha intervistato Barbi.

“‘Questa patrimoniale sulla ricchezza finanziaria è una proposta di anticipazione, rispetto alla patrimoniale più generale che resta comunque in campo. È una proposta dettata dall’emergenza, quel dramma della disoccupazione che è sotto gli occhi di tutti – spiega Barbi .

Pur essendo alla fine pagata solo dal 5% delle famiglie, questa patrimoniale sulla ricchezza finanziaria (depositi, titoli di Stato, azioni, fondi comuni d’investimento, liquidità, a partire da una soglia di 350.000 netti euro a livello famigliare) potrebbe comunque dare, con aliquote progressive (dallo 0,5 all’1,8), un reddito di 10 miliardi l’anno’.

‘Con questo anticipo, magari da reiterare per tre anni – prosegue il segretario della Cgil – si potrebbe fare un piano anch’esso triennale per l’occupazione, un piano per la creazione diretta di lavoro per giovani, donne e persone di una certa età che hanno perso e perdono il lavoro: abbiamo calcolato che con questo investimento si potrebbero creare oltre 290.000 nuovi posti di lavoro pubblici e quasi 740.000 nuovi occupati potenziali, tra pubblico e privato’.

Avete in mente anche in quali settori?

Questa creazione diretta di lavoro dovrebbe avvenire attraverso piani di lavori di pubblica utilità nei beni ambientali, nei beni comuni, nei beni sociali. Per fare tre esempi, si potrebbe costruire un piano ambientale di messa in sicurezza dal rischio idrogeologico e di risanamento dei siti industriali, uno sociale che si occupi di asili nido e non autosufficienza, e un terzo di valorizzazione dei beni culturali, anche in funzione turistica. Tre piani così di lavori straordinari, magari anche temporanei, ma ben pagati, che creino qualificazione professionale e titoli per fare concorsi pubblici, un po’ sul modello della legge 285 del 1977. Con la differenza che, allora, di giovani ce n’erano tanti. Mentre oggi sono pochi. E se pur essendo pochi per loro non c’è lavoro, la cosa è ancora più preoccupante per il paese.

Questa proposta di nuovi investimenti permetterebbe, oltre a impegnare spesa pubblica nuova, di riorganizzare e di riqualificare una spesa pubblica già prevista?

Questi programmi dovrebbero essere fatti sul modello del New Deal: un’agenzia nazionale che ha le risorse, che si connette con la programmazione locale e individua i progetti prioritari, territorio per territorio, mobilitando e riorientando le risorse pubbliche già stanziate, ricompattandole e riqualificandole. Anche le attività produttive possono essere riorientate se sono previsti investimenti consistenti in una certa direzione: se si privilegia la bioedilizia o le ristrutturazioni invece di nuove costruzioni, si riorienta anche la domanda e l’offerta privata. Investimenti, insomma, che hanno anche effetti moltiplicatori. Con una politica così, io potrei chiedere anche alle fondazioni bancarie di investire in questi tre anni una certa parte delle loro risorse – vogliamo dire la metà? – in progetti di utilità sociale, ambientale o culturale, come quelli di cui parlavo prima, ovviamente scelti dalle stesse fondazioni, che, com’è noto, hanno una notevole autonomia decisionale…

Non senti già arrivare le solite critiche sulla Cgil che apre il libro dei sogni e così via?

Il modello cui ci rifacciamo è quello del New Deal, del piano Beveridge in Gran Bretagna e, più modestamente, come accennavo prima, della legge 285 qui da noi. Il problema – il problema per gli altri, evidentemente, per chi si oppone, non per noi – è che queste cose hanno sempre funzionato. Tutti questi piani che hanno usato lo strumento concettuale non dell’aumento della crescita, ma dell’aumento del lavoro – pensando che l’aumento del lavoro poi produrrà una crescita – sono necessari quando la disoccupazione è così alta che l’aumento della crescita – pur necessario, certo – non basta a invertire davvero la tendenza.

Si tratta insomma di avviare un circuito virtuoso.

Esattamente. Oggi quello che serve è creare domanda aggiuntiva. E come farlo se non creando lavoro? Il problema è che devi farlo nei settori giusti, quelli che hanno un effetto moltiplicativo e che rispondono a bisogni sociali che la popolazione legittima, perché sa che sono nell’interesse di tutti. Con conseguenze, come sottolineavo prima, di non poco conto anche per l’industria: nuove attività, per esempio nel recupero del territorio, richiedono nuovi materiali, che vanno prodotti riorientando anche la filiera dell’industria delle costruzioni. Queste cose il mercato non le fa da solo: ha bisogno, in partenza, di una grande spinta del volano pubblico che metta in moto le convenienze, anche private”.

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