In Sud Sudan 1.000 morti e 200.000 profughi

Lo scontro politico, prima che economico, strozza una popolazione già affamata e precaria.Dall’esplosione il 15 dicembre 2013 della guerra in Sud Sudan, lo Stato più giovane del mondo, decine di migliaia di civili – tra i 200.000 sfollati stimati dall’Onu si contano donne e tanti bambini – sono rimaste senza viveri di prima necessità, in balia della violenza e senza punti di riferimento.

In un articolo pubblicato su www.lettera43.it analizza la situazione del Sud Sudan Barbara Ciolli.

“Indipendente dal 2011, dopo una guerra civile durata 20 anni, prima dell’ultima crisi il Paese privo di strutture e infrastrutture si reggeva, per lo sviluppo di reti locali e per l’assistenza medico-sanitaria alla popolazione, per lo più sull’aiuto delle Ong e delle associazioni umanitarie, diffuse capillarmente nei 10 stati del territorio.

In queste settimane, le organizzazioni non governative e i volontari sul campo seguono l’esodo della popolazione dalle zone più calde (come il centro conteso di Bor o la parte nord-orientale ricca di petrolio) verso la capitale Juba o i campi profughi negli Stati confinanti di Uganda e Sudan.

Le violenze tra tribù Dinka e Nour, etnie rispettivamente del presidente Salva Kiir e dell'(ex) vice Riek Machar, denunciate dalle Nazioni Unite sono state confermate dal personale di Medici senza frontiere (Msf) e dall’Ong Plan international che ha lanciato l’allarme sulla sofferenza dei civili, ormai ridotti allo stremo a causa della mancanza di acqua e cibo. Oltre che di servizi basilari, tra cui l’elettricità.

La crisi, secondo le testimonianze raccolte da ‘Lettera 43’ sul posto, è grave. E, nonostante la disponibilità reciproca al cessate il fuoco ai negoziati di Addis Abeba, difficilmente risolvibile in breve tempo.

Dall’inizio delle ostilità, in meno di un mese, la guerra tra Kiir e Machar – rivali dalla militanza nell’Esercito separatista per la liberazione popolare dal Sudan – ha fatto almeno 1.000 morti. E nessuno dei due leader ha un reale interesse a deporre le armi. I dati sull’ecatombe sono stati diffusi dalla missione di peace-keeping dell’Onu, che ha raddoppiato il contingente di caschi blu a 12.500 uomini.

Se da una parte per Capodanno i miliziani capeggiati da Maschar hanno rivendicato la presa di Bor, capitale strategica dello Stato dello Jonglei sotto assedio, dall’altra l’esercito alle dipendenze di Kiir ha annunciato la riconquista, il 10 ottobre, del centro petrolifero di Bentius, regione settentrionale ricca di risorse e messa a ferro e a fuoco dalle due fazioni.

La guerra, quindi, è anche economica: regioni limitrofe e potenze internazionali come Cina e Stati Uniti, dipendenti o comunque attratte dal greggio, premono per fermare le ostilità il prima possibile, facendo così riprendere le normali forniture di petrolio attraverso gli oleodotti in Sudan, Etiopia e Uganda.

Ma per ora senza successo. Kiir, anziché venire incontro alle richieste di Machar che ha posto come condizione della pace il rilascio dei i miliziani arrestati, punta infatti a sottrarre i territori invasi da ribelli, eliminando – in primo luogo – il suo avversario più scomodo per le presidenziali programmate per il 2015. Dal canto suo Machar, aperto lo scontro frontale, mira a non retrocedere dalle posizioni conquistate, per avere più potere negoziale al tavolo delle trattative.

Così, se a parole le due delegazioni dialogano di fronte ai leader dell’Unione africana, in Sud Sudan si continua a combattere.

‘Le pressioni esterne potranno produrre solo risultati molto lenti nei negoziati di pace’, spiega Marko Lesukat, manager per la gestione del rischio di disastri nella regione di Plan International, impegnato nell’emergenza, ‘la crisi è il risultato di forti divisioni politiche che bloccano il processo di costruzione democratica di un Sud Sudan indipendente. Il disaccordo tra Kiir e Machar mette a rischio le elezioni per il nuovo presidente’.

Nel Paese, da sempre frammentato in etnie e tribù, le violenze indiscriminate possono dilagare. Donne e bambini’, continua Lesukat, ‘cercano rifugio e protezione nei campi. Ormai manca cibo e acqua potabile. Senza energia elettrica sono a rischio cure e forniture’…

Entro aprile, l’Onu stima che il numero delle persone in fuga possa raddoppiare a 400.000 unità.

Di stanza a Juba dall’inizio del 2013, Niccolò Galbo, membro di Medici Senza Frontiere, conferma come la situazione, anche nella capitale, sia ‘molto volatile’. Il centro dell’organizzazione è aperto, ma nulla esclude che la situazione possa precipitare a breve.

Contare gli sfollati è difficile, i registri dei campi sono incompleti e in drastico aumento. A Juba si stimano circa 35.000 riparati delle Nazioni Unite, mentre nella regione di Awerial, oltre il Nilo Bianco, gli sfollati avrebbero raggiunto quota 75.000 unità.

‘Le armi in circolazione sono sempre state numerose tra la popolazione’, racconta Galbo. ‘Ma fino a dicembre la sicurezza non era un problema. Poi il peggioramento è stato netto. I bisogni dello Ong sono aumentati, così come i limiti logistici d’ostacolo alle operazioni’.

L’emergenza è maggiore nella parte settentrionale dell’Abyei, contesa tra Sudan e Sud Sudan anche dopo gli accordi di pace. Senza autorità di riferimento, il lavoro degli operatori internazionali è una lotta quotidiana.

‘In questo limbo, la convivenza tra i sudsudanesi e i pastori che dal Sudan si muovono nella regione alla ricerca di acqua, già difficile, potrebbe esasperarsi’, conferma il rappresentante di Msf, come denunciato anche da Plan international.

Negli ospedali da campo, si curano anche ‘feriti di guerra e da armi da sparo. Ma spesso le minoranze, per paura di accedere in zone controllate da tribù ostili, restano senza soccorsi. Oltre che senza voce’”.

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