Disabilità e povertà

Alcuni giorni fa, il suicidio di un uomo disabile a Firenze: tante le vicende che, come la sua, arrivano su Facebook, ma non nei rapporti ufficiali sulla povertà. Secondo l’Anffas (associazione nazionale famiglie di persone con disabilità) l’Istat non considera la disabilità un fattore di povertà, invece c’è una forte correlazione.

In un articolo pubblicato su www.redattoresociale.it si esamina il legame tra disabilità e povertà.

“Disoccupazione, disabilità, estrema povertà: tre condizioni che, insieme, rischiano di diventare insostenibili. Come è accaduto, a quanto pare, nel caso di Claudio Corso, l’uomo che si è tolto la vita a Firenze. 

Come lui, però, sono molte le persone disabili che, a partire dai social network ma non solo, lanciano appelli e chiedono aiuto ad amici reali o virtuali, denunciando la propria condizione di crescente difficoltà economica.

Sì, perché la disabilità costa e, quindi, può impoverire.

Da un lato, per l’insufficienza delle pensioni e delle indennità, che peraltro puntualmente sono minacciati di ulteriori riduzioni da parte delle varie Finanziarie; dall’altro, per il bisogno assistenziale, che nella maggior parte dei casi è colmato soprattutto dalla rete familiare, con alti costi economici (rinuncia totale o parziale al lavoro) e sociali (fatica, stress e, in alcuni casi, malattia).

A questo si aggiungono le spese ‘vive’ che la disabilità comporta (corrente elettrica e gas, che costano più quando il familiare disabile trascorre molte ore a casa; farmaci; ausili ecc.) e le difficoltà dell’inserimento lavorativo, i cui obblighi di legge (n. 68/99) restano in buona parte inevasi.

Non stupisce dunque che possa esistere una stretta correlazione tra povertà e disabilità: in altre parole, il rischio di impoverimento di una famiglia aumenta quando uno dei componenti ha una disabilità.

Eppure, questa correlazione non è ‘ufficiale’, perché la disabilità non è inclusa nel principale strumento di rilevazione della povertà in Italia: il rapporto Istat. 

Una situazione, questa, che le associazioni da tempo denunciano: il rapporto, ha affermato il presidente dell’Anffas Roberto Speziale ‘restituisce una fotografia della situazione di povertà, assoluta e relativa, delle famiglie italiane, tenendo in considerazione una serie di fattori: luogo di residenza, numero di componenti, presenza di figli minori, occupazione e titolo di studio.

Peccato che nella fotografia ci siano dei grandi assenti: le persone con disabilità intellettiva e le loro famiglie. Le persone con disabilità  – denuncia ancora Speziale – continuano ad essere escluse e non considerate, nelle loro specificità, in statistiche la cui importanza, soprattutto in tempi di crisi, è evidente a tutti.

E ciò nonostante la convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità , ratificata dall’Italia con L. 18/09, imponga chiaramente al nostro Paese (in particolare all’art. 31) di realizzare indagini, statistiche e ricerche che permettano di formulare ed attuare politiche per la concreta applicazione della convenzione stessa.

Inoltre – prosegue il presidente – i seppur pochi dati a disposizione in materia (si pensi ad esempio al rapporto Osservasalute 2010 ) indicano che le famiglie al cui interno sono presenti componenti con disabilità sono più esposte di altre al rischio povertà e che esiste un consistente gap economico tra queste e tutte le altre.

Eppure, nel nostro Paese, le persone con disabilità e le loro famiglie continuano ad essere ignorate e ciò comporta un grave danno per il rispetto dei loro diritti umani e per la realizzazione di adeguate politiche. Auspichiamo – conclude Speziale – che il nostro Paese voglia finalmente mettere in campo seri strumenti di rilevazione in tal senso , anche in linea con il piano nazionale sulla disabilità che, all’atto della ratifica della convenzione Onu, si è impegnato ad emanare’. 

Dall’Istat, per il momento, nessun riscontro alla richiesta dell’Anffas.

Continuano invece a raccontarsi, sui social network, le storie di chi questa correlazione tra disabilità e povertà la vive sulla propria pelle.

L’ultimo, ieri, è stato Pietro S.: ‘Sono disabile dalla nascita, ho sempre avuto una vita più che normale, da 10 anni sono felicemente sposato con una donna disabile. Lavoro da quasi 25 anni, sono un analista programmatore, da 6 anni lavoravo da casa grazie ai dirigenti dell’azienda, una multinazionale americana, che me l’hanno permesso. Ho sempre preteso di lavorare, non ho mai dato o avuto problemi sul lavoro, ho un bel rapporto con tutti anche di amicizia con qualche collega.

Da un anno l’azienda è stata venduta a un gruppo italiano e vista la crisi, sono iniziati i miei problemi: dapprima professionalmente ignorato, poi sbattuto in cassa integrazione a 800 euro al mese. Non ci paghiamo nemmeno il mutuo: mia moglie disoccupata, prende la pensione e l’accompagno, cioè l’elemosina di stato. E i sindacati boh. Faccio parte delle categorie ‘protette’. Ma protette da cosa? Mi chiedo i nostri governanti ci pensano, o forse sperano che quelli come noi si ammazzino, per farli risparmiare?’”.

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