Violenza familiare in aumento

15 ottobre 2013

Secondo il dipartimento di pubblica sicurezza, nel 2012 i casi di maltrattamenti in famiglia sono cresciuti del 6,5% e nell’81% dei casi hanno riguardato persone di sesso femminile. Inquietante il dato sugli omicidi: calano tra gli uomini, aumentano tra le donne.

In un articolo pubblicato su www.rassegna.it vengono presi in esame i dati forniti dal dipartimento di pubblica sicurezza sulla violenza familiare.

“La violenza familiare è in aumento in Italia: nel 2012 i casi di maltrattamenti all’interno della sfera domestica sono cresciuti del 6,5% rispetto all’anno precedente (da 9.294 a 9.899) e l’81% di questi episodi, in entrambi gli anni ha riguardato donne.

E’ uno dei dati del dipartimento della pubblica sicurezza resi noti in occasione del convegno organizzato da Great Network alla Scuola superiore di polizia e riportati dall’agenzia Agi.
Sempre nel 2012 sono stati commessi complessivamente 2,8 milioni di reati (55.000 in più dell’anno precedente) e il 41,03% ha avuto come vittime donne (erano il 40,75% nel 2011): di queste più dell’11% sono straniere.

Quando è stato identificato l’autore, era italiano nell’80% dei casi di vittima italiana e straniero nel 60% dei casi di vittima straniera.

Gli omicidi volontari negli ultimi cinque anni sono calati del 17%, ma l’incidenza di vittime donne mostra una tendenza opposta: in pratica, si uccidono meno uomini (-24%) e più donne (5%), anche se quest’ultimo valore nel 2012 ha fatto registrare in realtà un lieve decremento (da 170 a 160).

 L’anno passato, su 174 omicidi volontari commessi in contesti familiari e affettivi in 111 casi le vittime sono state donne. Gli atti persecutori nel 2012 sono stati 10.523, il 16,5% in più dell’anno precedente, e hanno avuto nel 77% dei casi vittime di sesso femminile (come nel 2011). 

Stabile il numero degli ammonimenti (1.078 nel 2011, 1,080 nel 2012), in calo quello dei divieti di avvicinamento (2.306 nel 2011, 2.019 nel 2012).

Intanto, si registra in Italia anche il primo caso di concessione del permesso di soggiorno in base al nuovo articolo 18 bis, introdotto nella legge sull’immigrazione dalla normativa sul femminicidio, approvata dal Parlamento nei giorni scorsi: si tratta del primo caso in Italia in cui verrà concesso il permesso di soggiorno a una vittima di violenza di genere”.

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I farmaci costano troppo

13 ottobre 2013

Secondo un’indagine dell’associazione di consumatori Altroconsumo i prezzi dei farmaci sono troppo elevati. Infatti dopo la liberalizzazione dei farmaci a carico dei cittadini, non si vedono né sconti né benefici. La misura del governo Monti non ha funzionato: solo il 5,5% delle farmacie interpellate dichiara di scontare i medicinali.

In un comunicato emesso dall’agenzia Adnkronos Salute si analizzano i principali contenuti dell’indagine di Altroconsumo.

“Al palo la liberalizzazione dei farmaci a totale carico dei cittadini, secondo un’inchiesta di Altroconsumo sui prezzi dei medicinali e sui canali di vendita: non si vedono gli sconti nè i benefici per i cittadini.

Gli ipermercati, pur aumentando i prezzi del 9,1% in due anni, sono ancora il canale più conveniente: comprare i medicinali nella grande distribuzione costa circa il 14% in meno rispetto sia alle farmacie sia alle parafarmacie. Queste ultime nell’ultimo biennio hanno aumentato i prezzi del 7,1%, di fatto allineandoli a quelli delle farmacie.

L’indagine di Altroconsumo ha rilevato e confrontato, tra aprile e giugno, i prezzi di 69 farmaci da banco, i più noti e utilizzati, in dieci città: Milano, Roma, Torino, Napoli, Genova, Verona, Bologna, Firenze, Bari e Palermo. Coinvolti 139 punti vendita: 109 farmacie, 15 parafarmacie, 15 ipermercati.

Alla fine sono stati raccolti quasi diecimila prezzi per valutare quanto varia il costo di uno stesso medicinale nei diversi punti vendita di ciascun canale (farmacia, parafarmacia o ipermercato), stabilire quale di questi tre canali sia il più conveniente e capire come si è evoluto il mercato.

Secondo Altroconsumo, la misura voluta dal governo Monti – sconti anche sui medicinali con ricetta, compresi quelli rimborsabili (fascia A) se a pagarli è direttamente il cittadino – è stata ‘azzoppata’.

Solo il 5,5% delle 109 farmacie interpellate dichiara di scontare questi medicinali, non venduti in altri canali concorrenti.

‘Se non si spezza il vincolo alla distribuzione, la liberalizzazione non parte: a rimetterci saranno i cittadini, le finanze e l’efficienza del Servizio sanitario nazionale, il sistema-Paese’, sottolinea l’associazione, che ha segnalato i risultati dell’inchiesta ai ministeri dello Sviluppo economico e della Salute chiedendo ‘interventi risolutori sulla distribuzione dei farmaci ai cittadini e per il rilancio della concorrenza nel settore’”.


Le famiglie italiane, diverse e fragili

9 ottobre 2013

Negli ultimi anni si sono verificati, nelle famiglie italiane, notevoli cambiamenti. Sempre meno famiglie “tradizionali”. Crescono, invece, divorzi, separazioni e nuovi modelli famigliari. E il loro potere d’acquisto si è fortemente ridotto.

Di questi cambiamenti si occupa Francesco Cancellato in un articolo pubblicato su www.linkiesta.it.

“Pietra angolare della società, cuore pulsante del sistema produttivo, complemento fondamentale del welfare, campo di battaglia per le tenzoni politico-elettorali e, abbiamo riscoperto di recente, target fondamentale per i più noti brand della trasformazione alimentare.

Difficile parlare di qualunque cosa, in Italia, senza parlare di famiglia. Anche un’organizzazione che di solito si occupa di piccole e micro imprese, come Confartigianato, ha rivolto la propria attenzione alle famiglie, dedicando loro uno spazio tra le risorse fondamentali per ricostruire il benessere e le comunità italiane al festival della Persona (che si è tenuto a Verona tra il 19 e 20 settembre scorsi), in cui, tra gli altri, è intervenuto il prof. Antonio Golini, importante demografo italiano e presidente vicario dell’Istat, con una relazione sulla metamorfosi delle famiglie italiane.

Metamorfosi, già. In Italia vivono sempre meno famiglie ‘tradizionali’ (uomo, donna, sposati con prole, per capirci).

Tanto per dire: nel 2011 sono stati celebrati 205.000 matrimoni, diecimila in meno circa rispetto a quelli celebrati nel 1943, in piena seconda guerra mondiale. Peraltro, diminuiscono soprattutto le prime nozze tra sposi entrambi di cittadinanza italiana: 155.395 celebrazioni nel 2011, circa 37.000 in meno negli ultimi quattro anni. Crescono, invece, divorzi, separazioni e nuovi modelli famigliari, siano essi single con o senza prole, conviventi, risposati: ben 12 milioni di persone, un italiano su cinque, vive in famiglie di questo tipo.

Fossimo nei panni di un imprenditore, tuttavia, ci preoccuperemmo poco delle diverse forme entro cui il concetto di famiglia si manifesta, quanto piuttosto del loro potere d’acquisto.

L’anno scorso, il 12,7% delle famiglie (quasi dieci milioni di persone) era relativamente povero mentre il 6,8% lo era in termini assoluti (quasi cinque), con un tasso di severa deprivazione grave che tra il 2007 e il 2011 è quasi raddoppiato (nessuno in Europa, in proporzione, fa peggio di noi). A soffrire di più le famiglie con figli e quelle che si dividono, con il divorzio che arriva ad essere uno dei principali fattori di rischio economico.

Quanto i poveri – anzi, forse ancora di più – preoccupano gli impoveriti.

Il potere d’acquisto delle famiglie, dall’inizio della crisi, è calato di 6 punti percentuali, 4,8 solamente tra il 2011 e il 2012. I consumi reali calano, come logico attendersi, ma crolla anche la propensione al risparmio e il risparmio effettivo. Al contrario aumenta specularmente la percentuale delle famiglie che attingono al capitale risparmiato negli anni precedenti o che, peggio ancora, si indebitano (nel 2012 è successo al 6% delle famiglie).

Se si può restare a galla solo attingendo al patrimonio, l’aumento delle disuguaglianze (tra chi ha un patrimonio e chi può solo vivere nel presente) è quasi fisiologico. Ciò accade soprattutto al Sud – che ha meno reddito e più disuguaglianze – e penalizza prevalentemente le famiglie formate da stranieri, le più prolifiche e quelle il cui reddito è prevalentemente frutto del lavoro (90,6% sul totale del reddito complessivo, contro il 63,8% delle famiglie italiane) e non della rendita.

Ai cultori della tradizione non resta che consolarsi con un dato, apparentemente innocuo, relativo all’asimmetria dei redditi e del lavoro domestico tra i coniugi.

Solo in una coppia su venti, infatti, essi sono equamente distribuiti. Al contrario, le donne italiane, in media, si fanno carico del 77% lavoro domestico (se lavorano) e del 90% (se non lavorano).

Qualche tradizione rimane, insomma. Peccato che esista – e non lo dico io, né l’Istat, ma l’Ocse – una correlazione positiva tra il tasso di occupazione femminile e il tasso di fecondità, così come tra il tasso di fecondità, la crescita economica e il futuro di una nazione.

Se ha ancora senso ragionare delle famiglie come risorsa per un nuovo sviluppo del Paese, se ha ancora un senso sostenere e promuoverle quali soggetti vitale della società, al cui interno sopravvivono valori quali la gratuità, la condivisione, il dono, la fiducia, forse si potrebbe partire proprio da qui: dall’unica tradizione cui proprio non riusciamo a rinunciare”.


Le classi “pollaio” danneggiano i disabili

7 ottobre 2013

L’Anief (associazione nazionale insegnanti e formatori) denuncia il caso di un istituto alberghiero di Vittoria, nel quale in due classi ci sono 80 alunni, di cui otto disabili.  Sono gli effetti nefasti delle norme approvate in Italia negli ultimi anni che hanno progressivamente innalzato il rapporto alunni-docenti.

La denuncia dell’Anief viene riportata in un articolo pubblicato su www.superabile.it.

“80 alunni divisi in due sole classi: per di più, otto sono disabili. Accade nel ragusano, presso l’Istituto alberghiero ‘Marconi’ di Vittoria, ma non si tratta di un caso isolato: la denuncia arriva dall’Anief (Associazione nazionale insegnanti e formatori), che fa notare come sia ‘superato ampiamente il già elevato tetto’ di 33 iscrizioni indicato dal Miur, il ministero dell’Istruzione, per gli istituti superiori, che scende a 20-25 in presenza di alunni disabili’.

All’origine del problema sono, secondo l’associazione, ‘i tagli e le norme pro-risparmio approvate negli ultimi anni, ma anche il Miur che non permette di sdoppiare le classi ad anno scolastico avviato. A spese della sicurezza, del diritto allo studio e del sostegno ai disabili’.

Così, a quasi un mese dall’avvio del nuovo anno scolastico, ‘continuano a giungere conferme sull’abitudine di alcune amministrazioni scolastiche a concentrare un alto numero di alunni in un solo gruppo-classe’.

Il caso dell’alberghiero ‘Marconi’ è però clamoroso, anche perché, nelle due classi ‘pollaio’ in questione, sono iscritti anche 8 alunni con disabilità.

‘Una presenza che impone – ricorda l’Anief – di limitare il numero complessivo di iscritti per classe a 20 alunni (in presenza di alunni disabili gravi) o al massimo 25 (qualora le disabilità non fossero gravi). E non può bastare come giustificazione – precisa l’Anief – quanto dichiara il dirigente dell’istituto, come riportato da Orizzonte Scuola, secondo cui degli 80 alunni iscritti ‘molti non frequentano con assiduità’: cosa accadrà il giorno o i giorni in cui tutti i 40 iscritti per classe saranno presenti contemporaneamente?’.

‘Mentre il Governo si pavoneggia con l’approvazione di un decreto sulla scuola molto di facciata – commenta Anief – dal Miur continua a prevalere la politica del risparmio ad oltranza: non possiamo che tornare a dire che si tratta di una vergogna nazionale derivante dal fatto che negli ultimi cinque anni lo Stato ha tagliato 200.000 posti tra docenti e Ata, tenuto ai margini 150.000 precari abilitati vincitori di concorso e cancellato quasi 2.000 scuole.

Con il risultato che quelli che erano nati, durante la gestione Gelmini, come limiti numerici da adottare in casi eccezionali, sono diventati la norma: nella scuola d’infanzia si è passati da 28 a 29 alunni, alla primaria da 25 a 28 ed alle superiori si sono concesse deroghe fino alla presenza di 33 alunni per classe’.

Anief ricorda che prima della fine dell’estate la commissione Cultura della Camera aveva approvato lo schema di risoluzione del sovraffollamento delle classi, presentato da Fabrizio Bocchino (M5S), che prevede che in aula non possano essere presenti più di 26 persone, compresi gli insegnanti e che, in presenza di alunni disabili, ‘il numero complessivo dovrebbe essere al massimo di 20, in modo da facilitare i processi di integrazione e d’inclusività’”.


Il 37% degli italiani non utilizza internet

6 ottobre 2013

Secondo recenti dati forniti da Eurostat in Italia si verifica la percentuale europea più alta di cittadini che non hanno mai usato internet, il 37%, contro il 22% della media europea. Gli acquirenti online si fermano all’11%. Il nostro paese è ultimo in Europa anche per quanto riguarda le famiglie dotate di banda larga.

Questi dati sono presi in considerazione in un comunicato dell’agenzia Adnkronos.

“Con la percentuale europea più alta di utenti che non hanno mai usato internet, il 37%, e quella più bassa di acquirenti online, solo l’11%, l’Italia vanta un gap digitale che sta rallentando la diffusione dell’eCommerce.

Questo quanto emerge dai dati Eurostat, presentati da Roberto Liscia, presidente di Netcomm (consorzio del commercio elettronico Italiano), nel corso della conferenza tenutasi a Internet Days dal titolo ‘L’e-commerce e la multicanalità, un’opportunità di sviluppo per le imprese e il paese’.

La soluzione del gap, secondo Liscia, non passa solo da un intervento infrastrutturale sulla banda larga ma, anzitutto, da un’educazione al digitale che riduca la sfiducia nel mezzo generata da una sua limitata conoscenza.

I dati Eurostat restituiscono un’immagine inquietante del gap digitale che sta distinguendo l’Italia dagli altri Paesi europei: ben il 37% degli italiani non ha usato Internet nel 2012, contro il 22% della media europea.

Solo il 33% interagisce con la pubblica amministrazione via internet, e una percentuale ancora inferiore, l’11%, ha acquistato online negli ultimi tre mesi, un terzo della media europea (35%) e un sesto degli e-shopper inglesi, che raggiungono quasi il 65%.

‘A una prima occhiata, lo scarso utilizzo dei servizi su internet può sembrare un problema solo infrastrutturale. L’Italia è fanalino di coda in Europa per le famiglie dotate di banda larga: una su due, il 55%.

Ma nonostante questa diffusione sia limitata, la percentuale di italiani con competenze informatiche medie è ancora più bassa: solo l’11%. Ed è la stessa percentuale di utenti che hanno acquistato online negli ultimi due mesi’, spiega Roberto Liscia”.


Il Vaticano aderirà alla convenzione Onu sui diritti dei disabili?

2 ottobre 2013

Il Vaticano, pur avendo appoggiato il lavoro preparatorio, non hai mai aderito alla convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità in vigore dal 2008. L’elezione di papa Francesco determinerà anche la ratifica di tale convenzione? A me sembra auspicabile che ciò avvenga.

In un articolo pubblicato su www.superabile.it si esamina la questione e le motivazioni che hanno indotto fino ad ora il Vaticano a non aderire alla convenzione Onu.

“La nuova ‘stagione’ nata con l’elezione di papa Francesco porterà con sé anche la ratifica, da parte del Vaticano, della convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità?

A chiederlo, nel blog ‘La terza nazione del mondo’, ospitato dal portale dell’Inail dedicato alla disabilità SuperAbile.it, è lo scrittore e saggista Matteo Schianchi.

‘In questa fase di fervore mediatico che circonda la sua figura e dati alcuni passaggi non solo di immagine di papa Francesco, anche ad una persona laica come me verrebbe in mente di chiedere se, in questo nuovo clima, non fosse possibile la ratifica da parte del Vaticano della Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità’.

Il riferimento è al testo approvato dall’assemblea generale delle Nazioni Unite nel dicembre 2006, entrato in vigore nel maggio 2008 e a tutt’oggi ratificato da 134 paesi in tutto il mondo.

Si tratta del primo, grande trattato sui diritti umani del ventunesimo secolo, ed è il risultato di un lungo lavoro volto a tutelare i diritti di 650 milioni di persone disabili in tutto il mondo.

‘Sarebbe – scrive Schianchi – un gesto auspicabile, significativo, dall’alto valore simbolico’, giacché ‘la convenzione Onu è una delle formulazioni migliori di cui disponiamo oggi dei temi della disabilità’.

‘Sappiamo bene – continua il saggista – che non è certo un testo, per quanto così importante, a cambiare la realtà della disabilità né in Italia, né nel resto del mondo (ricordiamoci della disabilità di altri paesi ed è anche a loro che il papa può parlare); sappiamo però che si tratta di uno strumento utile ad indirizzare l’attenzione politica e culturale attorno alla disabilità verso nuovi lidi fatti di diritti e di stato sociale, e non di pietismo e beneficenza’.  ‘Per questo, la ratifica della convenzione – conclude Schianchi – non è solo un gesto formale, ma operativo: un passo necessario, non sufficiente, ma necessario’.

La mancata firma della Santa Sede al testo della Convenzione fu spiegato all’intera assemblea Onu nel dicembre 2006 dall’osservatore permanente Celestino Migliore, posizione poi confermata più volte nel corso degli anni successivi.

La ‘pietra dello scandalo’ è il riferimento, all’interno dell’articolo 25, ai ‘diritti sessuali e riproduttivi’ (sexual and reproductive health), una locuzione che almeno dai tempi della conferenza sulla popolazione del Cairo (era il 1994) viene utilizzata, secondo le varie interpretazioni, per indicare anche il ricorso all’aborto.

‘La protezione dei diritti, della dignità e del valore delle persone con disabilità rimane – aveva spiegato Migliore – una delle preoccupazioni e dei capisaldi dell’azione della Santa Sede, e la convenzione contiene molti articoli utili al riguardo, ma nonostante questo la Santa Sede non è in grado di firmarla’.

E definiva ‘tragico’ che ‘la stessa convenzione creata per proteggere le persone con disabilità da tutte le discriminazioni riguardo all’esercizio dei loro diritti possa essere usata per negare il basilare diritto alla vita delle persone disabili non ancora nate’ (nel caso di ‘imperfezione del feto’ e di ricorso all’aborto).

A chi, come la Fish (Federazione italiana superamento handicap), faceva notare che la convenzione poteva comunque essere sottoscritta apponendo una specifica riserva scritta su quel particolare passaggio del testo, il cardinale Lozano Barragán, presidente del Pontificio consiglio per gli operatori sanitari, spiegava che la ratifica delle convenzioni internazionali ha per il Vaticano un doppio significato: quello di ‘assumere obblighi giuridici che impegnano lo Stato della Città del Vaticano’ e quello di ‘offrire un sostegno morale allo strumento giuridico nel suo insieme, di fronte alla Chiesa universale ed agli uomini di buona volontà’.

Poiché ‘le riserve apposte ad un Trattato hanno valore esclusivamente per lo Stato che le formula’, Lozano Barragan affermava che la loro eventuale apposizione sarebbe valsa esclusivamente per gli obblighi giuridici dello Stato della Città del Vaticano, e che firmare la convenzione sarebbe comunque equivalso ad offrire ‘cauzione morale all’insieme del testo giuridico, acconsentendo a che altrove, rispetto allo Stato della Città del Vaticano, l’articolo 25 venga applicato con criteri diversi, comprensivi, addirittura, dell’accesso all’aborto’.

E concludeva affermando che ‘nei casi in cui esistano serie obiezioni sui contenuti di parti di un Trattato, solo la non adesione può esprimere pienamente il doppio aspetto, giuridico e morale, della posizione della Santa Sede’.

Questioni giuridiche e morali molto sottili dunque, che di fatto hanno impedito finora che alle 157 firme e alle 134 ratifiche alla Convenzione giunte da ogni parte del pianeta si potesse aggiungere anche quella del Vaticano. A distanza di oltre sei anni da quella decisione, c’è forse spazio, oggi, per riconsiderare quella posizione?”.